** L'occhio di Vrana. Racconti da un'isola. - 6 di 15 capitoli, i restanti a richiesta.
INDICE
Prologo
cap. 1 Anniversario
cap. 2 Denari e lotterie
cap. 3 Diecimila laghi
cap. 4 Incontri
cap. 5 L'altro vento
cap. 6 Senza dubbio il diavolo, signor Brix
cap. 7 Immagini al telefono
cap. 8 Mer e lumièr
cap. 9 Instabili equilibri
cap.10 Velocità della luce e altre velocità
cap.11 Pesce elettrico
cap.12 Il dono di Zeca
cap.13 Rungli Rangliot
cap.14 L'ultima estasi
cap.15 L'occhio di Vrana
Isola.
Tra tante parole qualcuna evoca, oltre al luogo, una condizione. Un modo d'essere.Isola è una di queste. Non solo uno spazio geografico delimitato dal mare, e per questo quasi dispensato dal seguire le regole che valgono per gli spazi contigui, giocoforza costretti a venire a patti. O ad alimentare un pericoloso desiderio di rivalsa, se non si ritengono rispettati. Usando nel caso la storia, che permette, leggendola dal punto che più fa comodo, di tirare quel confine a proprio favore, arruolando nel proprio campo tradizioni e costumi.Razze, torti subiti e gloriose battaglie. Divinità. Vittorie che hanno permesso di allargarsi.
Non ci sarebbe fine al desiderio di espandersi, di accumulare. Fa parte della storia umana, è connaturato alla nostra specie. In un'isola le cose non vanno del tutto in questo modo, e quel poco conta.Per espandersi tocca andare a cercare gli altri luoghi e chi ci vive. Ammesso sia stato possibile ottenerla, il mantenere una qualche conquista costa molta più fatica e impegno, anche economico. A conti fatti si capisce perché, entro certe dimensioni, sia meglio accettare i propri confini e sfruttare quello che c'è a disposizione. Difenderli anche, e con maggior determinazione, perché le genti delle isole si identificano con la forma geometrica di queste, senza nessun lato in comune con altri.
Oltre quei confini il mare. L'infinito, quasi. Una metafora dell'uomo: oltre i confini del proprio piccolo essere – il Tonal – l'infinito Nagual. Così lo descrisse tale Castaneda, riscuotendo parecchio successo. Una brillante intuizione, quasi la storia di un'isola circondata dal mare che cercando di conoscersi si perde in esso. La storia dell'uomo e della conoscenza.
La storia di tutti noi, alla ricerca della nostra isola dove poterci finalmente riconoscere, per cercare di dimenticare almeno parte dei problemi di ogni sorta che ci portiamo sulle spalle. E dopo quelli, per i più fortunati, anche di sé. Qualcuno ha trovato la sua isola anche senza andarci fisicamente, Salgari per esempio. Qualcun altro la trovò in una montagna, come quel saggio indiano, Ramana.
È un modo d'essere, senza regole fisse.
Tuttavia esistono le isole reali, di roccia e piante. Di mare e sole. Di pesci e alghe. Si può cominciare con quelle, e non è poco. E trovarci qualcosa di inatteso. Da più di trent'anni frequento quella che considero la mia isola. Non solo la bellezza del posto. Non solo l'abitudine. Dopo tutto questo tempo ho finalmente scoperto il vero motivo. L'isola attendeva il momento di raccontarmi la sua storia. Adeguata alla mia capacità di comprendere e immaginare. Per un altro sarà diverso.
Quest'estate il momento è arrivato, e il libro nasce da quell'incontro inaspettato.
Che il posto – al pari di molti altri – sia speciale è fuor di dubbio per me e per tanti turisti che vi giungono. Le descrizioni delle bellezze che troverete potranno darvi l'impressione di un catalogo come quello di un buon vivaio, belle immagini a cui corrisponde un nome. Per alcuni generi di libri, come questo, forse sarebbe interessante allegare un dvd video, meglio se realizzato dall'autore. Avrei abbastanza materiale al riguardo... ne avrei anche per un altro libro scritto in precedenza – un romanzo ambientato in una Provenza illuminata dal suo fiore, la lavanda – di cui al momento diciamo che ho perso le tracce.
Sono arrivato qui la prima volta nel 1979 e da allora vi ritorno. Per qualche anno l'ho lasciata ad attendermi, quando vi fu la guerra e la nazione ritornò a chiamarsi Croazia. Ne approfittai per visitare da capo a fondo Elba, Corfù, Cefalonia, Sardegna e un po' di Corsica; sempre isole naturalmente, di cui si possono dire molte cose belle e interessanti, ma sarà qualcun altro a farlo, io devo parlare di questa. Il fatto è che con le altre bellissime isole citate non c'è stata quella sintonia che ho trovato ad esempio percorrendo avanti e indietro l'unica strada di questa, ancor prima che la sistemassero, non del tutto, fate attenzione.
Alcuni conducenti di pullman e camion rimandano a quelli dell'India, una casta intoccabile e irascibile, con poco senso delle misure altrui. Costoro calcolano la loro, se poi anche voi abbiate lo spazio per passare incrociandoli non pare li riguardi molto. I fuori strada su ciottoli anche grossi erano testimoniati da vetture e altri mezzi inceneriti ai bordi della carreggiata. Col tempo li hanno rimossi; tolto il monito per fortuna si sono applicati nelle infrastrutture. Sintonia, dicevamo. Ve ne accorgerete nel vostro proprio modo prima o poi, se c'è o no. Se accadrà difficilmente cambierete canale. Qui arrivano in tanti, e per molti iniziano i ritorni. Quale che sia il motivo, lo conoscano o meno, qui si sentono bene.
Quella prima volta, dopo aver cercato in tutta l'Istria e diverse altre isole un posto che mi attirasse giunsi in questa, fermandomi in un paesino di una ventina di case abbarbicato sulla collina, che pur se alta appena qualche centinaio di metri vien da chiamare montagna.
Nella casa per lavarsi si usava l'acqua della cisterna, che condividevo con la vecchia signora sola della porta accanto. Constatato che capivo quella parola, plaza (spiaggia), imparò i miei orari per usufruire di un passaggio, talvolta di sola andata e altre attendendomi per il ritorno. La lasciavo davanti alla chiesa della cittadina affacciata sul mare. Era la seconda persona slava che trasportavo nella mia cinquecento. L'altra fu un ragazzone di due metri e più di cento chili, incontrato sulla strada arroventata per Rabac poco dopo mezzogiorno. Per quanto imponente era del tutto un buon ragazzo che, militare, godeva di un periodo di licenza senza disporre che di qualche spicciolo. Ammetto che anch'io, pur se a quel tempo non mi intimorivano gli sconosciuti avendo usato in un'epoca precedente il medesimo mezzo di trasporto, il pollice verso l'alto, esitai e non mi fermai proprio sul posto. Dovette percorrere una ventina di metri col suo informe zaino e quando salì aprii la capottina perché non dovesse tenere la testa piegata. Rimarrà sempre un mistero dove abbia messo le gambe.
Il paesetto l'adorai subito, non solo per l'incredibile vista di cui si gode. I proprietari risiedevano in una grande casa poco distante, erano contadini e avevano non ricordo se una o più mucche; pecore e capre fin che si vuole ma le prime erano rare nell'isola. Ogni tre giorni prendevo un litro di latte, scambiavo qualche parola e rintuzzavo gli inviti con cortesia. Ero solitario, lo capirono e trovammo l'equilibrio. Il latte era troppo per il mio consumo, ma non volevo rinunciare al ritmo degli appuntamenti. Non getto via le cose, tanto meno il cibo; risolsi il problema facendo cagliare l'eccesso riscaldandolo con del succo di limone e aggiungendo sale e foglioline di salvia. Per spiegare il gusto del formaggio così ottenuto devo dirvi della salvia di quest'isola. In certi punti ricopre del tutto vaste estensioni, di sola roccia, dove nasce e sopravvive senz'acqua. Il clima e qualcos'altro la rendono talmente resinosa da appiccicare le dita. Emana un odore secco, intenso. Ma non è la stessa dappertutto, secondo me. Due posti si contendono il primato, questo è uno, l'altro lo troverete seguitando la lettura. Ce n'è così tanta che modificai il nome in Jugosalvia, un'entità – politica – oramai inesistente mentre la specie botanica ha vita più lunga.
Da quell'avamposto iniziai la perlustrazione dell'isola. Cambiai paese la volta successiva, quindi un'altra, un ritorno in una precedente e così via. Credo che l'anno prossimo, ammesso che il destino me lo permetta, non sarà nella meravigliosa cittadina che oggi mi ospita – pagando il dovuto, beninteso – rivolgendomi a luoghi diversi.
Non so quali motivi spingano alcuni a soggiornare sempre nello stesso paese o città e altri a cambiare di continuo. Ad esempio, una volta sostammo a Zara per qualche decina di minuti prima del ritorno a Cres in catamarano (dopo una visita alle isole Incoronate) e ne approfittammo per un'occhiata, tanto per farci un'idea. Ma oltre al caffè, camminando di buona lena, percorremmo tutto il centro storico, fotografandolo pure. Pensavo che sarei ritornato per una visita più accurata, ma la sensazione fu che era buona la prima, a cui demmo il titolo: in mezz'ora vedi Zara, trovando che suonava bene.
Qualche parola per descrivere il contenuto del libro: racconti, storie e riflessioni riferiti all'autore o al suo alter ego, Mario. Sovente l'uno a continuare quanto l'altro ha iniziato, passando dalla prima persona alla terza e viceversa senza un criterio definito. A lungo mi sono dibattuto se era davvero il caso di mantenere una tale impostazione che può generare un po' di confusione. Sono d'accordo con chi afferma che non bisogna pretendere troppo dalla pazienza dei lettori che già ci fanno l'onore di leggerci, dopo aver speso del denaro per questo. Se alla fine è rimasta questa è perché l'autore e Mario per quanto sovrapponibili non lo sono completamente. Mario era il nome di mio padre, che pur avendo condotto una vita difficile mettendoci del suo per renderla tale anche alla sua famiglia, col tempo si riscattò rivelando gli aspetti migliori del suo carattere. Pur non avendo studiato a volte scriveva poesie, aspre e talora tenebrose ma dalla metrica perfetta. Forse qualcosa del suo talento è risalito geneticamente in me e usando il suo nome riconosco e accetto le mie origini.
Uno pseudonimo, un soprannome o un altro nome con cui farsi chiamare rivela la nostra affinità con la maggior parte dei cristalli irregolari, che pur sviluppandosi da una forma geometrica definita man mano se ne scostano producendo gemmazioni e ramificazioni. Come tutti sono affascinato dai cristalli simmetrici – cubi, parallelepipedi o prismi perfetti – ma la loro forma origina da un ambiente separato. Sono come le persone che divengono un'autorità nel loro campo. Un'immagine definita, una certezza. Un punto di riferimento per tutti i polimorfi e irregolari cristalli di vita che anelano alla loro condizione, struggendosi e spesso limandosi per assomigliargli. Nessuna critica, le cose stanno così, ci piaccia o meno. Abbiamo molto da ascoltare e imparare da queste persone speciali. Ma sono le mani della moltitudine che hanno edificato il mondo dove tutti viviamo, e provvedono alle attività che ne permettono il sostentamento. Interdipendenza, qualcuno indica la strada e molti iniziano a percorrerla, a costruirla nel caso. Dove e come conduca è responsabilità comune, ma chi ne guida cento ne ha cento volte di più.
Le storie del libro, tal quali o costruite partendo da un nucleo reale, provengono dalla vacanza che ho trascorso qui, dove le circostanze mi hanno fatto sentire possibile scrivere la presente opera. Fin dal primo giorno, mentre riposavo dopo il viaggio, una sorta di voce si fece largo: dai, uno spunto per un raccontino... E in quell'impastamento fisico e mentale, frutto di stanchezza e problemi personali ecco qualcosa prender forma, quasi come la sequenza di un film. Devo memorizzarlo – mi dico senza troppa convinzione – prima di appisolarmi.
Al risveglio c'è ancora. Lo riporto in due righe scritte sul biglietto del traghetto – forse un modo per perderlo. Il giorno dopo daccapo: dai, un altro spunto... uno al giorno e in due settimane avrai abbastanza materiale per un libro, di racconti stavolta... Così è iniziata. Qualcosa mi ha preso la mano e ha fatto il vero lavoro. Io ho solo trascritto quanto vedevo e sentivo, venisse da fuori o dentro di me.
È stata una vacanza ma si è svolta come un viaggio, in parte nell'ignoto. Al termine del quale, chiudendo il libro, direte se è valsa la pena di dedicarci un po' del vostro tempo, come mi auguro. Ma vi sarò comunque grato per averlo letto.
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1° capitolo: Anniversario
Da alcuni anni Mario e la moglie, per soddisfare le diverse preferenze, si erano accordati per trascorrere due periodi di vacanza pressapoco uguali in luoghi diversi. Uno in collina e l'altro al mare. Forse anche quella decisione originava dall'apparente senso di sicurezza che proviene dal frequentare luoghi conosciuti; lo stesso che li riportava la domenica o in qualche altro giorno di festa in città più volte visitate, commentando rare cose nuove e molte già viste, seppur con differenti parole.
Adeguandosi al ritornello di quella canzoncina di tempi passati: per quest'anno non cambiare, stessa spiaggia stesso mare... ritornarono nell'isola che frequentavano da vent'anni, spostandosi da una cittadina all'altra. Per il secondo anno consecutivo si stabilirono in quella il cui mare ti accoglie a forma di cuore, mentre lo raggiungi scendendo dalla strada.
L'appartamento precedente aveva una grande terrazza senza nulla davanti a nascondere il mare, a meno di venti metri. Un tendone bianco faceva quel che poteva per mitigare il calore del sole, intensificato dai riverberi accumulati nel percorso sulla grande baia. Ma per quella vista si riusciva a sopportare. L'arredamento, visto il prezzo, lasciava alquanto a desiderare. Almeno il materasso fosse stato decente! Per fortuna rimediarono in parte al fatto che fosse letteralmente sfondato dormendoci di traverso. Il proprietario pesava più di loro due assieme, risiedeva all'estero e lì trascorreva una parte delle vacanze. Certo la posizione valeva qualche sacrificio, ma dopo una certa età le comodità hanno la loro importanza.
Il nuovo appartamento, che già conoscevano avendo l'abitudine di informarsi sulle varie possibilità d'alloggio per l'anno a venire, aveva un buon materasso e una enorme pergola di uva pizzutella sostenuta da pali di ginepro infissi in un basso muretto. Un lavoro eccellente, più di venti pali verticali e altrettanti orizzontali, lunghi oltre due metri e diritti. Le piante sacrificate per lo scopo dovevano essere ben vecchie. La proprietaria, che parlava un buon italiano con cadenza triestina come ancora da queste parti (non così i giovani, a cui occorre rivolgersi in inglese o tedesco) spiegò che il marito li tagliò nel bosco più fitto.
E dopo li ripulì, li trasportò per i sentieri sino al mare dove, legati, stettero per mesi a stagionare. L'acqua salsa risalita negli stretti pori del legno, uno dei più compatti e resistenti, li preserverà per decenni da muffe e parassiti pur se esposti alle intemperie.Nonostante la mareggiata che li disseminò sulla spiaggia il lavoro fu portato a termine. Bisognava crederci, e avere la tenacia della gente di questi luog hi, sempre avversata da dure condizioni di vita. Lungo tutta la passeggiata non c'è una pergola come questa, a cui rendo merito.
Una casa nuova – fuori l'insegna la denomina villa – ha usato per la propria pergola del ferro attorcigliato, saldato ad ogni giuntura e piegato a regola d'arte. Chi l'ha fatto ci sapeva fare. Ma non c'è confronto, il lamento del ginepro fossilizzato parla al cuore. Ricorda che si può e si deve usare quello che l'ambiente mette a disposizione. A condizione di rispettarlo, non sprecarlo e facendo un buon lavoro, ottimo in questo caso.
La grande casa affittava un appartamento con quattro letti in due stanze – il loro – un altro studio attiguo, termine di moda per indicare un monolocale, e due stanze nella parte superiore. Lo studio, che sarebbe andato bene anche a loro, aveva una finestra più grande da cui maggior luce all'interno e un arredamento più recente. Ma non ci sarebbe stato modo di prenotarlo per agosto, visto che una coppia lo faceva da molti anni, avendo la precedenza in questi casi.
Non descriveremo fisicamente queste persone, dicendo invece dei loro interessi. Computer e barca a motore il marito, modi diversi di navigare. Giornali e tintarella la moglie, questione di immagine. Per entrambi passeggiate e frequentazioni di bar e ristoranti del posto. Mario aveva troppi problemi in quel momento per dedicarsi alla conoscenza dei vicini.
A parte i consueti saluti, in casa o incrociandosi per strada o al bar, si parlarono solo un paio di volte. Nella seconda, la più lunga, Mario si rivolse direttamente all'uomo intento a navigare via etere col proprio netbook (doveva vederci bene, in quegli impossibili schermi da 12 pollici). Lo fece più per non sentirsi in colpa, visto che il primo approccio si doveva all'altro.
In due passaggi si arrivò a parlare di barche. Windsurf, gommone e pilotina sino al più modesto attuale kayak gonfiabile per Mario. Barche a vela, doppiaggio del golfo del Leone e fuoribordo di sette metri per Rizzola, il vicino. No match, non c'è partita. A nulla serve parlare delle diverse filosofie di navigazione. Lo potete fare con altri al vostro livello, o con chi non ha la vostra esperienza, per consigliare. Per chi ne ha di più contano i metri. Le traversate o le crociere.
Come per il tennis. Nessuno che sia un po' bravo giocherà con un principiante, ci sono gli istruttori per questo. Non è presunzione. È noia. La sensazione di buttare il tempo, di svalutarsi. Fine della conversazione, almeno su quel piano. Ma non ve ne furono altri.
Forse fu un inconscio desiderio di rivalsa che fece scrivere di quell'episodio di cui fu spettatore casuale Mario e che riguardava Rizzola. Ma ne parleremo tra breve, dovendo prima dire della recente passione di Mario, appunto scrivere. In quell'isola ritornò l'ispirazione. Ricercata inutilmente più volte dopo aver spedito il manoscritto del primo libro, un romanzo, ad una decina di case editrici, come si usa fare.
Una sola risposta al momento, forse già qualcosa. Negativa ovviamente. Non gli riuscì facile assorbire il fatto che, per ora, se qualcuno l'aveva letto non destava l'interesse che sperava. Pure un paio di suoi amici, un filosofo regatante e un professore in pensione con l'hobby per apicoltura e musica ne avevano detto bene. Quest'ultimo, che leggeva molto e in più correggeva bozze, gli fece i complimenti.
Ma non c'è garanzia, non solo per questo. Quel mobile chissà quanto resterà in vetrina, quanti editori incontrerà il manoscritto. Si attende, quello che era nelle vostre possibilità l'avete fatto. Da quel punto di vista siete in pace con voi stessi. Ma agognate i vostri lettori.
Che vi leggano e vi giudichino, e ben venga il verdetto. Un libro è un'interfaccia, una porta tra due mondi. Può restare chiusa per sempre... ma quando si apre due livelli d'acqua si dispongono in uno solo. Per il tempo della lettura, il più delle volte. Le grandi opere invece non rifluiscono, le porterete sempre con voi e diventeranno parte della vostra vita. Anche senza rendersene conto.
Il secondo libro di Mario, di racconti, prese la solita strada. Una decina di editori, qualcuno diverso dai precedenti. Si rivolse ancora alla segretaria letteraria di una delle maggiori case editrici, come aveva fatto per il primo. Quella volta pensò di essere stato fortunato, inviò un riassunto (sinossi) e qualche capitolo, nonostante la revisione non fosse stata completata. C'era tempo, pensò. Ce ne sarebbe stato in abbondanza, l'editor della narrativa rinunciò alla lettura dell'opera. La parola ne ricordava sinistramente un'altra, terminator, però in quel film di successo la storia aveva una fine positiva.
Se anche stavolta seguì la stessa strada fu per scaramanzia, come nel tennis quando si è al servizio o nel calcio per i rigori. Ognuno compie i suoi gesti, i suoi riti. Poi va come doveva andare. Se va bene penserete che abbia funzionato, se va male che non li avete eseguiti come dovevate. Andò male di nuovo, ma almeno era preparato. Poi una risposta giunse, da un altro editore. Non interlocutoria. Un appuntamento, per discutere di alcuni aspetti dei racconti, prima della pubblicazione. Addirittura! Trattenendo l'emozione per quel momento tanto atteso Mario fece tutto quanto riteneva utile e acquistò il biglietto del treno per Milano. Di solito si vestiva semplicemente – informalmente, si dice adesso – ma recuperò dall'armadio un cappottino di lana grigia comperato l'anno prima.
Non ne aveva bisogno e già sapeva che l'avrebbe usato poco, per lui un giubbotto in goretex era l'indumento ideale d'inverno: caldo, leggero e traspirante. Ma la perfetta fattura e il prezzo dimezzato per via dei saldi furono più forti delle sue convinzioni. Ogni tanto ci vuole. A onor del vero bisogna rivelare che all'acquisto si immaginò proprio di varcare la soglia di una casa editrice con quel po' d'eleganza che non guasta. Per quanto incredulo quell'immagine stava per divenire realtà. Mise nella borsa il notebook e diverso materiale cartaceo. Non mancò di rivedere gli argomenti su cui richiedere spiegazioni, giusto nel caso si arrivasse ad accennare a un contratto.
Ma che fosse prematuro lo sapeva bene. Durante il viaggio rimuginò sugli aspetti dei racconti da discutere. Chissà cosa intendevano, poteva essere di tutto. Forse uno o più racconti erano un po' deboli, non reggevano il confronto e mancavano del ritmo dei più riusciti. Ma erano pur sempre inseriti nel contesto narrativo, preparando o chiudendo la strada ai fratelli maggiori. Vitali allo stesso modo – se così si può dire d'un racconto.
La critica tuttavia non lo spaventava e si promise di ascoltare con attenzione ogni suggerimento in merito, facendo voto d'umiltà. Tutto questo pensare lo accompagnò ché quasi non si accorse delle molte ore trascorse, sorpreso di trovarsi davanti a quella porta. Beh, bussa, che aspetti?
Non so se tutti gli scrittori abbiano una buona memoria fotografica come Mario. Memoria devono averla di certo, potenziata dall'allenamento nel tenere sotto controllo personaggi ed eventi. Luoghi e sensazioni. Citazioni. E molte, se non tutte le parole usate. A Mario bastò il primo fotogramma visivo per riconoscere l'uomo di fronte a lui, comodamente seduto sulla poltrona, con l'enorme scrivania a difesa del suo spazio. Ne rimaneva poco per l'ospite, e una poltroncina adeguata a quel poco. Si sedette, non avendo ora il minimo dubbio su quali fossero i famosi aspetti dei racconti... li aveva davanti. Quell'uomo era Rizzola, chi l'avrebbe mai immaginato!
«Ti vedo proprio sorpreso, Mario. Lo sarei anch'io. Una fatalità, un caso unico! Avessimo parlato di più l'estate scorsa... chissà, magari mi potevi far leggere quel tanto per farmi un'idea e seguendone lo sviluppo avrei abbreviato i tempi. Perché non c'è dubbio che quanto hai prodotto ci interessa. Ma è un po' colpa mia, qualche anno più di te mi ha impigrito, anche nelle relazioni, e mia moglie dice che diventerò un vecchio brontolone. Comunque ci vorrà ancora tempo... pardon, che sgarbato! Come stai, e la signora?»
Ci fosse un velato rimbrotto in quanto disse non era facile a capirsi. Anche Rizzola conosceva le parole e sapeva come usarle. Ed era in una posizione di forza, tutto dipendeva da lui. L'umiltà di cui fece voto tornò davvero utile a Mario.
«Sto bene, e anche mia moglie, grazie. Sì, una vera sorpresa... quasi da farne un racconto, se non l'hanno già fatto. Certo che se avessi saputo chi eri e cosa facevi mi sarebbe stato difficile resistere alla tentazione di sottoporti qualcosa. Forse è stato meglio così, l'imbarazzo era in agguato.» - rispose. «Nessun imbarazzo è lecito quando si tratta di un buon lavoro. Davvero ben fatto, lasciatelo dire da chi ha letto di tutto; anche adesso, per la maggior parte cosa c'è in giro? Estenuanti ping-pong di parole, ho fatto questo e quell'altro... per farla breve quello che manca è il succo, la linfa vitale, che rimane una volta chiuso il libro, oltre il ritmo, le ambientazioni e l'intreccio.
Ci sono quadri meravigliosi che sfruttano giochi di luce e prospettiva ma non lasciano il segno. Come sembrano un po' riuscirci quelli del pittore che descrivi; si intuisce l'anelito di fermare parte di quella luce che l'ha affascinato... bello. Non è solo un mestiere di cui basta conoscere la tecnica, occorre avere qualcosa da dire. Per te c'è voluto un bel po' di tempo, no?» - «Sì, abbastanza, ero quasi fuori tempo massimo quando è suonato il campanello.»
Mentre il dialogo procedeva Mario aveva più che la sensazione di dove si sarebbe arrivati. Non c'era nessuna possibilità di evitarlo, Rizzola era diventato un personaggio del suo libro. Non ne aveva usato il vero nome, ma lui si era riconosciuto senza dubbio. Veniva descritta la casa delle vacanze, l'hobby per il computer e la passione per le barche, caricando quel tanto per farci su dell'ironia. Ma aveva sfruttato anche quanto colse fortuitamente un giorno, mentre era seduto nel bar prospiciente il molo, quello più frequentato dalla gente di mare.
Alle sue spalle giunse il responsabile del porticciolo, che chiameremo il capitano, un omone grande e grosso che di quel lavoro si faceva un po' vanto. Ben oltre la sessantina vestiva quasi sempre di bianco, scarpe e cappellino compresi, e arrivava con una bicicletta – abitava poco distante – a orari prestabiliti per controllare i nuovi arrivi, rispondere alle domande e nel caso impartire disposizioni per modificare l'ormeggio. Forse anche per riscuotere il dovuto, perché vide denari passar di mano.
Il porticciolo adiacente aveva un discreto numero di posti barca, ed era coinvolto anche in quello, ma non sapeva a che titolo. Col passar dei giorni, mentre immancabilmente lo incrociava, Mario si rendeva conto che alla persona veniva riconosciuta una certa autorità. Potevate scambiarlo per un tennista nostalgico ma se c'era una barca di mezzo avevate a che fare con lui. Arrivato al bar si sedette a un tavolino dov'erano due persone del luogo e prese a discutere un po' in croato, italiano e triestino assieme, parlati correttamente.
Ma ecco che dalla passeggiata arriva Rizzola. Possedendo una barca lo conosce bene, ma non fa a tempo a fermarsi né tanto meno sedersi che quello gli dice: “Ma come ti ga legà la barca, che la sbatteva da tutte le parti... in tutta la vita non ho mai visto una barca legada così mal...” - è del tutto plausibile che stesse esagerando, c'era una palese ironia nel suo esprimersi.
Rizzola prontamente cercò di ribattere: “Beh, c'era un po' di vento, si sarà allentata la cima....” - cercando di contrastare quella che è vissuta con maggior insofferenza da tutti i proprietari di barche, da tutti i capitani: l'insinuazione di non ormeggiare come si deve, il primo comandamento dell'uomo di mare. La barca prima di tutto. Che sia ben sicura, a costo di controllare più volte cime e nodi, nonostante qualcuno a vederti possa pensar che non hai padronanza delle manovre.
Poco deve importarti, l'approssimazione può costar cara. Ma non riuscì a fermare il capitano dal proseguire: “... ma quale cima che in tre l'abbiamo dovuta portar in fora e legarla per bene!” - lo diceva ridendo, come pure v'era un sorriso e un po' di noncuranza sul volto di Rizzola. Ma chi conosce l'ambiente sa che l'umorismo su certi argomenti non viene generalmente apprezzato, tanto meno lo sbandierare in pubblico una tale mancanza.
Mario, che aveva dovuto inghiottire la superiorità del vicino, cercando di compensare i troppi cavalli della barca con la filosofia del kayak o la sua ex pilotina da acque calme con il doppiaggio del golfo del Leone in barca a vela, trattenne il proprio sorriso per non mostrarlo al Rizzola che l'aveva riconosciuto, pur se non salutato. Di storie che succedono in mezzo al mare ognuno ne può raccontar tante, ma un ormeggio è sotto gli occhi di tutti.
Mario ai suoi tempi, per riempire un periodo difficile si iscrisse a un corso per conseguire la patente nautica. Motore ma soprattutto vela, per navigare oltre le sei miglia dalla costa. L'esame pratico finale a vela consisteva in una manovra d'attracco a un moletto posto all'interno di un canale lagunare, usufruendo solo del vento disponibile. Con un esaminatore della Capitaneria e un esperto a bordo, senza ammettere aiuti, nonostante il responsabile del dodici metri in affitto quasi supplicasse di non farla difficile, che i danni chi li pagava dopo? Qualcuno fu bocciato ma a lui andò bene, merito di un po' di fortuna e soprattutto dell'insistenza del suo istruttore, lo skipper che per tutto il corso non perse occasione per ribadire di sbrigarsela sempre e solo a vela. Imparò la lezione durante le molte uscite invernali nel canale col sette metri in alluminio della scuola: vento o non vento, nebbia o non nebbia e un freddo che entrava nelle ossa; mantenendo la calma per finire il bordo nonostante il suono spaventoso della tromba della petroliera che se non ti saliva sopra – precedenza, ovviamente – poteva coll'onda depositarti in secca.
La lezione è una sola, ne sai sempre troppo poco. In tutti i porti dell'isola – e non solo in questa – le barche a vela non si contano da quante sono, di tutte le dimensioni. Arrivano e raccontano storie di venti e manovre, descritte con i corretti termini marinari. Ma Mario si domandava, al pari del suo istruttore, perché non arrivano a vela e ripartono a vela? Finora non ne ha visto uno, tutti col loro motore ausiliare... si sa bene che non è semplice, ma se lo fai, sventando all'ultimo e arrivando con un pelo d'abbrivio davanti agli occhi di tutti, sei un vero velista, giù il cappello! Si parlerà più di quell'arrivo a vela che di cento manovre in un mare tempestoso.
Non c'è nessuna critica per chi preferisce la sicurezza – sennò chi li paga i danni? – ma quelle barche in arrivo o partenza col loro motorino ricordano i gabbiani che si contentano dei facili scarti. Potrebbero fare ben altro nell'acqua, come nel cielo fece un uccello così ben descritto nel libro – poi divenuto un film – “Il gabbiano Jonathan Livingston”, di cui ricordiamo le splendide musiche.
L'episodio del capitano e della barca legata male l'aveva scritto, e lì si sarebbe arrivati, inevitabilmente. Non serviva che Rizzola glielo dicesse apertamente, quando cominciò a parlare di aggiustare qualcosa in qualche capitolo gli fu sufficiente il mezzo sorriso e lo sguardo diretto. Che comunque per non lasciar dubbi mise lì: «Sai, qui mi conoscono tutti e con tutti vado d'accordo. Ci sono voluti anni di lavoro ma adesso quello che dico, nell'interesse dell'Editore e dello scrittore non ho bisogno di ripeterlo, neppure di spiegarlo. C'è fiducia. Ho sbagliato poche volte, ma era tempo fa...»
Chiunque lavorava là sapeva dei suoi svaghi, dove andava e quello che faceva. Amava parlarne senza chiedersi se era vero interesse l'ascoltarlo o se in parte dipendeva dalla sua posizione. Le cose andavano così e a lui stava bene. Se quel capitolo veniva pubblicato chiunque nell'ambiente di lavoro l'avrebbe riconosciuto. Non poteva accettare che la sua immagine venisse scalfita da poche righe, di un'esordiente per giunta! Un po' d'autoironia ce l'aveva, e l'avrebbe usata nel caso quel libro gli fosse sfuggito trovando un altro editore. Cosa difficile, comunque.
Perché era disposto davvero a farlo pubblicare e fu sincero quando ribadì che si trattava di un buon lavoro, doveva solo neutralizzare quel riferimento a sé. In quanto agli altri editori molti li conosceva e gli dovevano dei favori, e questi sicuramente ne attendevano da quelli che non gli sarebbe stato possibile raggiungere. C'era di mezzo molto più di quanto Mario potesse immaginare, come avrebbe presto scoperto. In ogni caso, un capitolo su quindici... lavorandoci sopra si poteva fare, era uno scrittore, no?
«Rizzola, mi rendo conto che nel capitolo Ricorrenze puoi essere facilmente riconosciuto dai tuoi colleghi. Non era mia intenzione, non avevo la minima idea di chi fossi. Un caso fortuito. Ho preso uno spunto come un altro, non c'era niente di personale – disse mentendo – cambiando qualcosa non sarai più identificabile.» - l'altro non replicò, il patto era siglato. Mario peccò di ingenuità ritenendo di potersela cavare solo con qualche aggiustamento.
Rizzola volle condurlo a visitare l'ambiente di lavoro, i numerosi uffici dove raccoglieva un saluto e un sorriso ogniqualvolta si affacciava. Lo presentò a molti tirando in ballo il proprio intuito, bene assistito poteva avere delle chances. Niente da dire, se lo stava lavorando proprio bene. Ma a che scopo, visto che quello che voleva l'aveva già ottenuto?
Anche Rizzola, come molti, aveva problemi in famiglia. Il suo era un rapporto di lunghissima data e non c'erano stati figli a riempirlo. Solo lavoro e vacanze. Relazioni con amici che lo cercavano e lo invitavano da ogni parte per la sua giovialità, e perché no, per la riconosciuta capacità al barbecue. Lui e la moglie non mancavano mai. Almeno fino a ieri. Da qualche tempo le cose non erano più le stesse per la signora. Una sorta di inquietudine cominciò a manifestarsi e quello che prima la soddisfaceva ora otteneva l'effetto contrario. Rizzola se ne accorse e un senso di smarrimento si impadronì di lui. Cercò di reagire ma più metteva e meno otteneva.
Avrebbe fatto qualunque cosa, la sua donna era la sua vita, la sua sicurezza. In più gli acciacchi dell'età gli toglievano energie. Pensò, rabbrividendo, che non ce l'avrebbe fatta a risollevarsi dall'eventualità di una separazione. Le stava provando tutte ma non funzionava nulla, si sentì perso e lo sconforto stava per avere la meglio su di lui, che fino a poco prima reagiva sempre in positivo ai problemi. Ancora poco e non avrebbe più retto, aver ricorso ai tranquillanti era un brutto indizio.
“L'occhio di Vrana” – lesse il titolo del primo manoscritto che la sua segretaria aveva selezionato tra i molti e immediatamente rammentò che l'isola dove andava da anni aveva un lago con quel nome. “Racconti da un'isola” – il sottotitolo; forse non era un caso, l'isola poteva essere la sua. Per quella sera pensava al massimo di leggere i titoli dei lavori, e aveva già preso un tranquillante per aiutarsi a dormire, nella stanza dove adesso era solo. Ma usò buona parte della notte per leggere il manoscritto, ricorrendo a diversi caffè ben forti.
Che fatalità! Capì chi fosse l'autore e lo trovò interessante, ovviamente tolto il riferimento a sé. Riguardo alla propria situazione era da tempo che aveva rinunciato a pensarci, ma quella lettura gli fece venire un'idea e cominciò a lavorarci su. Se avesse qualche possibilità non l'importava al momento, almeno aveva trovato qualcosa da fare, un altro tentativo per una strada inaspettata. Se non hai nulla cui aggrapparti, per un po' anche la speranza ti sostiene. Dormì bene il resto della notte, come non gli accadeva da tempo.
E la mattina dopo si mise subito all'opera. Chiese alla Teresa, la fidata segretaria che lo conosceva da sempre, chi l'aveva mandato, per sapere se qualcuno che lo conosceva potesse aver letto quel capitolo, “Ricorrenze”, fortunatamente collocato a ben più di metà libro.
«Nessuno, capitano» - rispose la donna aggiungendo quel titolo che gli dedicò per gioco un giorno di molti anni addietro. Poi vedendo che gli faceva piacere continuò, usandolo ogni volta non vi fossero altri presenti. Lui in cambio la chiamava madonnina, riferendosi a quella del Duomo che dall'alto sorveglia e protegge Milano e chi ci risiede.
Un modo di dirle quanto fosse importante per lui. «Come nessuno? L'hanno forse dato a te?» - «No, è arrivato da solo, spedito qui direttamente» - «Ma sono anni che rifiutiamo manoscritti, figuriamoci per posta! Perché allora non l'hai cestinato, dedicandoti solo a quelli che provengono dai nostri canali?» - «Era quanto stavo per fare quando ho letto il titolo, ricordandomi la storia di quel lago che avete raccontato a me e al Pierluigi. Ho letto solo il prologo e ho ritenuto, una tantum, che gli si poteva dare una opportunità. In ogni caso spetta a voi decidere, capitano.» La somma di circostanze era sospetta, quasi una forza sostenesse un disegno nascosto.
Ma andava bene, nessuno ne sapeva niente. Disse alla Teresa: «Hai fatto la cosa giusta, come al solito. Ammiro il tuo intuito, effettivamente l'ho trovato interessante. Senti cosa devi fare adesso...» - gli chiese di spedire subito una lettera d'invito per Mario e di attivare le sue conoscenze per individuare quali altri editori l'avessero ricevuto, non certo per sollecitarli alla lettura. «Quest'ultima cosa l'ho già fatta stamattina appena vi ho visto, e ho i primi riscontri» - «Ma com'è possibile?! Come potevi immaginare che te l'avrei chiesto?» - sorpreso era dir poco.
Va bene la sintonia e quello che ci va insieme in un rapporto di lavoro di lunga data, ma arrivare ad anticipare le intenzioni aveva quasi del paranormale. «Capitano, sono mesi che vi vedo sempre più giù, e sapete quanto me ne dispiace. Tuttavia stamani siete arrivato come quello dei bei tempi, portandovi il manoscritto sotto il braccio. Quello e non altri. Ho capito che l'avete letto e vi interessava, e mi sono mossa per tempo.» - «Come al solito, madonnina, insuperabile!» - «Come al solito capitano, pronti al viaggio!»
Al secondo appuntamento Mario portò il capitolo revisionato. Del Rizzola non c'era più traccia. Restò di stucco quando gli disse che non intendeva venisse tolto, modificato leggermente, questa era l'intenzione. Non ebbe animo di chiedergli perché non gliela avesse detta subito tale intenzione, avrebbe risparmiato del tempo. Ma non voleva mostrare impazienza, tanto meno oggi che si sarebbe iniziato ad accennare al contratto. Rizzola l'aveva fatto ricevere come uno che conta, subito servito di caffè e brioches, dalla pasticceria di sotto. Lo trattava ormai come se lo conoscesse da sempre, anche di fronte ad altri impiegati. Mario era sbigottito, perché faceva a quel modo, cosa c'era sotto?
«Vedi Mario, leggendo il libro si comprende che hai avuto dei problemi in famiglia. Spero superati, adesso. Succede a tanti, nonostante le buone intenzioni, succede anche a me.» - gli disse dei propri con la moglie e come fossero vicino al punto di non ritorno. Volutamente o meno non nascondeva la sua pena, e gli chiese se potesse, poca cosa, dargli una mano. «Lo farei di cuore, ma sono estraneo alla situazione. Come potrei aiutarti?» - «Nel modo che sai fare, con la penna.» - e gli spiegò il suo piano, frutto di quella notte quando in lui si riaccese la speranza.
Nel libro, che la moglie avrà in anteprima, loro due apparirebbero come una coppia affiatata, che stimolò lo scrittore tanto da annoverarli tra i personaggi principali in un racconto. Ovviamente bisognava far le cose per bene, senza esagerare e dare l'impressione di un voluto rimaneggiamento. Senza dar troppo nell'occhio dovrebbe risaltare l'immagine di quell'uomo forte pronto a tutto per difendere la propria compagna. Tanto da evocare personaggi mitici, che durano nei tempi come i loro amori. Lo scopo recondito quello di far riconsiderare alla donna quale reale perdita vi sia ad allontanarsi da una tale persona, affidabile e protettiva. Un rapporto non concesso a tanti, raro. Più o meno le cose stavano in questo modo.
Mario pensò che doveva essere proprio messo male se credeva in tale possibilità, poi realizzò che lui doveva renderla reale. A parte la difficoltà era una cosa completamente fuori dal suo modo di sentire e di fare, quasi un lavoro a tema. «Saresti capace?» - domandò Rizzola per metterlo alla prova, rifacendosi a quanto si ritiene possibile per gli scrittori, riscrivere la realtà. Inventarla. Mario non si tirò indietro. Per mille motivi, ma anche perché si sentì sfidato. Proprio quello su cui contava l'altro, che li conosceva gli scrittori e sapeva come difficilmente rimangano indifferenti alle sfide.
Al terzo appuntamento il capitolo era completamente riscritto. Perse il conto di quante volte lo ricominciò daccapo, insoddisfatto. Ma finalmente “girava”. Era diventato tutt'altro dall'originale, tanto che disse di dover pensare a un nuovo titolo. Rizzola gli chiese di attendere che l'avesse letto con calma, allo scopo fece accompagnare Mario in giro per Milano dalla Teresa (che di tutti i compiti che gli affibbiava questo proprio lo odiava) offrendogli il pranzo in un locale rinomato – il girarrosto. Al loro ritorno Rizzola pareva soddisfatto. Sulla scrivania c'erano della nuove carte, messe in disparte. Mario ci vedeva bene da lontano, si trattava di contratti standard. Non restò indifferente neanche a quello.
«Quasi ci siamo, Mario. Davvero notevole! Per il titolo avrei un suggerimento – Anniversario – sempre di ricorrenze si tratta, no?» - «Sì, ma non ha agganci con la storia, come ti è venuto in mente?» - «Mi ero scordato di dirti che in quei giorni io e mia moglie festeggiamo il nostro anniversario, potrebbe starci, basta fargli un po' di posto.» - il famoso voto d'umiltà fu messo a dura prova e da solo non sarebbe bastato a contenere la reazione dello scrittore. Fu lo sguardo apparentemente distratto del Rizzola verso i fogli del contratto a ricordargli cosa c'era in gioco. Se aveva fatto trenta poteva fare trentuno, era uno scrittore, no? Ormai si era compromesso abbastanza, qualcosa in più non faceva differenza.
«Capisco, certo che si può fargli posto. Magari se me lo dici subito chi altro vuoi invitare...» - «Su, su, siamo diventati amici no? Non c'è che questa piccola aggiunta e la storia è perfetta! Per quanto riguarda i capitoli e il loro contenuto siamo a posto! È già tempo che si cominci a parlar d'altro, sai cosa intendo vero?» - «Beh, posso immaginarlo.» - «Bene, bene! Solo una piccola revisione all'indice e il gioco è fatto!» - «Revisione a che?» - «All'indice, Mario. Ascolta l'idea. I titoli saranno per ordine alfabetico, non ci hanno ancora pensato, te lo assicuro! Così destiamo l'attenzione! Lo useremo come introduzione per la presentazione. Credimi, funzionerà, te lo dice uno che ne ha sbagliate poche...» - «... ed era tempo fa, ricordo quando lo dicesti...» - concluse sconsolato.
Anche questa! Stava quasi pensando di trovarsi nel posto sbagliato quando Rizzola gli mise in mano il pacchetto di fogli, dicendogli di guardarseli a casa con calma, così da essere pronti per l'ultimo incontro, prima del via. Avrebbe voluto replicare che, guarda caso, con quella bella idea dell'indice alfabetico “Anniversario” sarebbe diventato il capitolo d'apertura. Proprio quello che sentiva meno suo. Ma non ce n'era bisogno, era studiato apposta. La moglie del Rizzola non regge che poche pagine... doveva trovarlo subito l'interesse a procedere.
Riscrive nuovamente il primo capitolo inglobando l'anniversario del Rizzola, ed evita di rileggerlo accuratamente per non pentirsene; quindi comincia a lavorare sui titoli dei capitoli per mantenerne la successione originaria nonostante l'ordine alfabetico.
Il 1° è quello, "Anniversario". Meglio non pensarci più.
Il 2° lo sistema al posto giusto aggiungendo davanti al titolo “Denari e”, anche se la stringata “Lotterie” era più consona al contenuto, ma tant'è, anche di denaro si parla.
Al 3°capitolo “Bar e laghi” inverte i nomi, salvo poi cambiarlo nuovamente dopo aver modificato il 4° e il 5°. Alla fine diventa “Diecimila laghi”, non suona male ma mancano i bar, ugualmente importanti.
Il 4° lo cambia in “Incontri”, generico ma sempre efficace.
Lo spasmo allo stomaco si manifesta al 5° – inizialmente solo “Vento” – lì deve mettere l'articolo e aggiungerci pure l'aggettivo indefinito – altro – con un risultato non proprio convincente (L'altro vento). Si consola pensando di essere a un terzo di strada, non lontano dal giro di boa.
Coraggio, possiamo farcela!
Così il 6°, Brix e il diavolo, assume la forma articolata di “Senza dubbio il diavolo, signor Brix” che gli ricorda il “... dottor Livingstone suppongo?”
Non che gli dispiaccia il “sense of humour” ma servirsene proprio nel titolo dà l'impressione di un raccontino leggero, mentre si tratta di tutt'altro. Quel titolo però finisce per piacergli, usandolo anche come frase nel racconto. Il traguardo della pubblicazione si profila - in fin dei conti senza troppi compromessi.
Giunti al 7°, “Immagini al telefono” realizza di dover iniziare ancora con “s” o le poche restanti lettere – perbacco, l'aveva fatta troppo facile!
Dando un'occhiata agli altri titoli da modificare si rende conto che per fare le pentole ne dovrà gettare i coperchi. Accadeva qualcosa troppo al di là di una normale revisione a scopi editoriali, c'era dell'altro – senza dubbio il diavolo – che pretendeva il suo compenso per averlo inserito nel libro senza la dovuta considerazione.
A questo punto i dubbi divengono macigni... c'è da rifare tutto daccapo. Si sente costretto a rileggere il primo capitolo, nonostante si fosse ripromesso più volte di farlo dopo aver completato tutti i titoli. Ripensa all'originale ormai cestinato, se anche volesse non avrebbe il coraggio di resuscitarlo dopo tanto accanimento che l'ha reso un alieno. Va bene intervenire su un racconto, ma così modificato non “tiene” come l'altro, incentrato sulla “ciclicità” come possibile origine dei dejà vù, di malattie e disgrazie che si accaniscono su talune famiglie, così come fortuna e salute per altre. E di una ciclicità di tale portata, oltre l'arco di tempo della vita umana, ha fatto uso per parlare dell'anniversario di matrimonio dell'editore!
Anche passando sopra a tutto ciò e sorvolando sulla pochezza della nuova trama, la collocazione al primo posto, l'inizio del libro, gli si rivela per quello che è: una palla al piede capace di trascinare a fondo l'intera opera. Al Rizzola il libro non interessava veramente; meglio, non lo interessò più quando vide in esso il cavallo di troia per giungere a Elena, puntando tutto su quel capitolo per il suo scopo. Tuttavia un intento nobile, riguadagnare l'amore e la stima della moglie, prima che fosse troppo tardi.
Ma quello che davvero lo convinse a reagire, finalmente a opporsi e ad abbandonare anche stavolta la speranza della pubblicazione imminente, fu il pensiero di quelle decine di persone che aveva conosciuto alla casa editrice a cui sarebbe prima o poi arrivata la storia di quel racconto e del libro. Beh, non ci avrebbe fatto una gran figura, e già gli pareva di sentire i commenti, non distanti dalla verità: eh sì, pur di pubblicare... Ma anche per rispetto ai possibili, futuri lettori non poteva arrivare a tal punto. Fu quella grande sceneggiatrice, Suso Cecchi D'amico (ladri di biciclette) che disse più o meno una cosa del genere: “Fai i film che piacciono a te; se avranno fortuna ci sarà qualcosa di tuo dentro e se varranno qualcosa sarà per questo.” Cambiando film con libri si adattava al suo caso.
Ormai il primo racconto aveva subito tali e tanti rimaneggiamenti da convincerlo a scrivere di questi, di come era arrivato dov'era. Il suo posto, dopo tante battaglie, se l'era conquistato, pagando il prezzo di divenire tutt'altro. Questo che state leggendo. Tutta la fatica e la pena che gli richiesero gli avevano fatto acquistare un senso, almeno a suo parere.
Il titolo “Anniversario” lo lasciò, spiegando che è dedicato a una persona che gli ha fatto capire l'importanza di seguire la propria strada, e ogni qualvolta ci sarebbe riuscito sarebbe stato l'anniversario della propria nascita come scrittore. In un moto d'elevazione identificò la persona nel Rizzola che mettendolo alla prova ne trasse le qualità migliori.
Andò al quarto appuntamento e dette il manoscritto finale al Rizzola, dicendogli di prendere o lasciare. Lui lesse l'indice e il primo capitolo in piedi. Anche se vedeva sfumare il suo piano non poté fare a meno di apprezzare l'integrità del Mario, pur se all'ultima chiamata. In quel momento non provava alcun desiderio di rivalsa, la storia era andata avanti già abbastanza.
Non era lo stesso uomo di due mesi addietro, quando diede avvio al piano, da allora aveva smesso con i tranquillanti. Gli erano tornate le forze e l'interesse per il lavoro, che tenevano lontano dalla sua mente per un bel pezzo della giornata il pensiero ossessivo della rottura con l'amata moglie. Adesso non era così tremendo, quasi riusciva a farci fronte. Stranamente anche lei sembrava più disponibile nei suoi confronti. A Rizzola in quel momento non importava neppure più che il racconto parlasse di lui, della sua vita. E poi, quale vita? Un racconto è una realtà romanzata, con ampie licenze interpretative.
Al dunque, che fare del manoscritto? Ci pensò la Teresa che prendendolo dal tavolo, in mezzo ai due che si guardavano come in stallo disse: «Non si naviga per tanto tempo senza sbarcare, siamo arrivati in porto, capitano.»
Lei conosceva l'intera storia, compresa quella della moglie. Quelle vite si erano intrecciate e non si poteva buttarle a mare. Fu per questo che lo chiamò per la prima volta capitano davanti al Mario, perché lui era diventato uno di famiglia.
P.S. Dopo averne spiegato il motivo, i titoli dei primi 6 capitoli sono rimasti quelli modificati, compensando in tal modo anche il diavolo per la partecipazione.
P.P.S. Il libro, prima della pubblicazione, venne letto dalla moglie del Rizzola che sorrise dell'imbarazzo del marito di fronte all'altro capitano che gli legò la barca. Si meravigliò e commosse allo stesso tempo del tentativo di arrivare a lei con il cavallo di troia del libro. Poteva immaginare quanto dovette costargli chiedere al Mario di aiutarlo, lui, che non chiederebbe neanche l'anestesia dal dentista! Grande e grosso e tuttavia vulnerabile gli fece tenerezza, come quelle prime volte...
Lesse tutto il libro e ringraziò Mario, riconoscente. Gli disse che probabilmente il cavallo non avrebbe funzionato, ma la verità di come andarono le cose le rivelò quanto fosse presente nel cuore del suo uomo.
A proposito, non era vero che reggeva solo poche pagine... dipendeva dalle pagine.
Quella mattina Mario, dopo il solito caffè, comperò il giornale, un biglietto di una lotteria istantanea e telefonò alla ditta che stava eseguendo dei lavori a casa sua.
Anche questa volta ci sarebbe stato un altro mese di ritardo... era diventato normale e non ci si poteva far niente, a parte arrabbiarsi senza ricavarne se non un brutto inizio di giornata.
Ci sono periodi nella vita in cui si accumulano ogni sorta di difficoltà, dai problemi di salute a quelli di lavoro, da quelli legati alle cose ed oggetti del vivere quotidiano a quelli ben più delicati di relazione con le persone.
Riguardo ai problemi fisici la lombalgia lo perseguitava da sempre, costringendolo ormai a svegliarsi ogni volta dovesse cambiare posizione nel letto, rischiando altrimenti un movimento oltre la ridotta escursione che potevano tollerare le sue vertebre, gravate da decenni di episodi acuti.
Prima di levarsi dal letto passava in rassegna questo ed altri acciacchi per vedere se anche per quel giorno la famosa tegola lo avesse risparmiato. Scampato il peggio ai disagi ci si abitua, per esempio alle mosche volanti (miodesopsie), quel fluttuare di filamenti e raggruppamenti dal grigio al nero davanti agli occhi. Quando lo disturbavano troppo nella lettura spostava velocemente gli occhi da una parte, sì che l'inerzia li conducesse ai bordi della visione.
Non funzionava sempre e nei casi ostinati non restava che fare o pensare ad altro.
Mal comune... in internet vi è praticamente una collettività per ogni malanno, rispetto ad altri, molto più giovani di lui, era un privilegiato.
Ma non c'era verso di venir a patti con quell'altro disturbo ad un orecchio che gli faceva sentire distorti i suoni alti e ben poco quelli bassi, influenzando a volte anche la corretta percezione dell'altro padiglione.
Contava di abituarsi pure a questo, anche se al lavoro – un lavoro di relazione con altre persone – a qualcuno aveva dovuto divulgare la sua condizione. Molto di controvoglia, perché non amava parlar di sé e men che meno dei propri problemi fisici; ma tant'è, se qualcuno ti chiama e passi dritto devi pur dirgli che non ce l'hai con lui.
Non era la menomazione in sé che lo affliggeva, piuttosto la sensazione di avere l'orecchio tappato a causa di una depressione interna, il tutto condito da suoni, tinniti e fischi continui, la cui intensità a volte sovrastava l'audio esterno. Scoprì che un collega ne soffriva e quello divenne l'argomento principale dei loro discorsi, ma nessuno dei due riportava notizie di cure risolutive e senza controindicazioni.
L'evoluzione di tale malanno – a volte pressione alla testa e altre poco senso dell'equilibrio – poteva indicare una labirintosi, parola del tutto azzeccata riguardando sia una specifica zona dell'orecchio interno che il frustante tentativo di risalire alla causa, potendo essere di tutto. Un labirinto, appunto.
Qualcuno crede che una volta dato un nome a un disturbo questo si delinei e agisca sempre più come ci si attenderebbe da esso.
Quando si tratta della salute le strade divergono, c'è chi si affida senza indugio agli specialisti, chi attende e chi non fa nulla, lasciando che le cose seguano il loro corso.
In tal modo attese la fine un amico di Mario.
Di questa persona si era ripromesso di trovare un po' di posto per ricordarlo quando ne avesse avuto l'opportunità. Questo è il luogo e il momento per farlo.
Gianni aveva passato la settantina quando il suo corpo decise di staccare la spina.
Morì nel suo letto circondato dall'affetto della compagna e altri amici che lo visitarono e un po' stettero con lui, tra i quali Mario.
Non sarà la cronaca di un decadimento e della dignità cui fece fronte lui e chi gli stava accanto ai seri problemi di tale condizione.
Perché sono situazioni abbastanza frequenti, basta guardarsi attorno, spesso in casa propria.
Non sarà un necrologio, a evidenziarne meriti e virtù e tacerne difetti e debolezze.
Sarà qualcos'altro, un'indicazione della scia lasciata nella vita di chi l'ha conosciuto, soprattutto un'ipotesi del perché quel tipo di scia.
E un saluto, tra i due – addio e arrivederci – meglio quest'ultimo, magari in un bar per un cappuccino. Anche se pur usando il primo si arriva, secondo una famosa marca di caffè, più o meno in un posto simile. La quotidianità nel divino, forse non diversa dall'inverso – il divino nella quotidianità – avendo la capacità o la fortuna di coglierlo.
Mario conobbe Gianni nel 1979 in una cittadina svizzera.
Avevano età diverse ma erano là per lo stesso motivo, ascoltare un uomo fuori dall'usuale, un indiano, dai cui discorsi e conferenze sono stati pubblicati decine di libri, nonché prodotti innumerevoli video e pagine internet per chi voglia saperne di più.
E loro, cosa volevano sapere? In realtà non fu una domanda a condurli in quel posto.
Se pensiamo che quanto facciamo sia il risultato di un'azione, di una domanda, guardiamo la cosa da un punto particolare della nostra scia vitale, che ha uno sviluppo prima e dopo quella domanda.
Quell'uomo usò diffusamente, sicuramente per primo in tal modo, una parola che nel tempo ottenne un certo successo: olistico.
Vuol dire unito, tutt'uno, globale. Si rifaceva a quella per descrivere la vita come un'unità cui tutti sono collegati: tu sei il mondo.
Le parole affascinano, specie se chi le pronuncia ci ha dedicato tutto il suo tempo a sceglierle, usandole poi con cura. Se qualcosa di quanto disse resisterà negli anni a venire non ha molta importanza, perché nulla resisterà al tempo.
Ma quando le pronunciò quelle parole furono il veicolo usato da qualcos'altro per intervenire sul corso delle scie di vita di diverse persone.
Di Gianni, e un po' anche di Mario.
Gianni divenne tutt'uno con quelle parole. Racchiudessero la verità, realtà, saggezza o fossero solo estrema capacità di sintesi e oratoria lo deciderà ognuno. Mario seppe alfine che per l'amico non erano vuote e l'hanno accompagnato nella vita, come altre per noi.
Se non fu una domanda, cosa li portò là?
Trent'anni fa avrei risposto in un certo modo, vent'anni fa in un altro. E così via.
Non è questione di coerenza o di avere le idee chiare, dipende da dove ci si trova (sulla scia) mentre cerchiamo la risposta.
Da dove ora osservo la questione dico che fu la lotteria, pregandovi di attendere la fine prima di giudicare se tale nome sia appropriato.
Ve ne sono di tanti tipi, la maggior parte come tutti sanno ha a che fare col denaro.
Oppure con la fortuna – essere assunto è stato come vincere al lotto.
O con l'imponderabile – bastava un secondo e quella macchina sarebbe passata... – non sempre va bene, anzi.
Senza allungare la lista diciamo che sono indicazioni di una presenza nella creazione, in cui opera con modalità proprie e autonome. Assolutamente incontrollabile e imprevedibile.
Non pensate che mi azzardi a entrare in discussioni sul libero arbitrio, destino e karma.
In questa sede voglio riferirvi una sensazione, per quanto difficile da rendere chiara.
Alcuni esempi:
- Tutto lasciava prevedere lo scoppio della guerra – ma non accadde.
- C'erano scialuppe a sufficienza ma il panico ha avuto la meglio.
- Le probabilità che dalla missione Apollo 13, a causa dell'esplosione dell'ossigeno, il suo equipaggio potesse far ritorno sulla terra erano minime – ma si sono salvati tutti.
Spesso abbiamo la certezza che le cose andranno in quel modo, bene o male che sia.
Perché è il più logico, tutti gli elementi portano in quella direzione. Errore di valutazione?
È possibile, anche se convince di più la sensazione che sia accaduto qualcosa di eccezionale.
Per alcuni un miracolo.
Non per me, che propendo per la lotteria. Una sorta di intervento compensatorio dei necessari squilibri universali, galattici, planetari e infine umani.
La creazione procede da uno squilibrio, come dicono anche i fisici.
Non si arriverà mai all'equilibrio immutabile in nessun ambito, tutto deve cambiare perché la creazione proceda.
Ma se le cose andassero troppo male potrebbe rompersi il giocattolo, ogni tanto il sistema va riequilibrato qui e là, per compensarne lo sbilanciamento.
Il riequilibrio è l'azione della lotteria. L'intervento è sicuro, ma come, dove e perché rimane un mistero. Dico lotteria e non miracolo. Quest'ultimo indica una direzione, il divino.
La lotteria non indica niente, agisce.
Non è una forza, positiva o negativa che sia.
Non è un'energia, non le serve, usa nel caso quella infinita della creazione.
E produce effetti grandiosi come microscopici. Ha carta bianca.
L'essere umano ha percepito la sua presenza, assolutamente impossibile da comprendere e da decifrare. Nel volerla descrivere l'ha tradotta in modi approssimati che mi astengo dal riportare.
Ma ha potuto copiarne alcuni attributi per i suoi giochi, quelli che riscuotono maggior successo.
Pure sono i più stupidi, grattare un biglietto o scrivere dei numeri per vincere milioni.
Ora entriamo nel cuore della questione.
Perché ho la sensazione che la lotteria abbia un occhio di riguardo per l'uomo?
Perché non siamo ancora stati annientati da uno dei milioni di asteroidi – se non siete impressionabili cercate in internet le mappe aggiornate – del nostro sistema solare?
Non è detto che non accada, prima o poi.
Perché la lotteria non ha il compito di proteggerci, non ha sentimenti. Ma affinità sì.
Con quei ridicoli ominidi e i loro biglietti della fortuna. Con i giochi in genere.
Nella sua forma più conosciuta frequenta i Casinò e luoghi simili.
Ma la regola è che migliaia devono perdere perché uno vinca.
Non dimenticate, riequilibra, non sovverte. Non si oppone al disequilibrio senza il quale non esisterebbe, e agisce trovando il momento, il luogo o la persona giusta perché non l'abbia vinta.
Nell'infinito tessuto della creazione lo squilibrio non può individuarla e fargliela pagare, poiché non ha regole, non ha direzione, sbuca dove meno te lo aspetti.
Dispensare la fortuna è una delle sue azioni, non essa.
Fu la lotteria a condurre Gianni e Mario in Svizzera.
E vent'anni dopo a farli rincontrare per ascoltare l'altro indiano dal medesimo cognome.
Potremmo dire che sono stati fortunati per questo, le loro vite hanno preso una direzione in cui hanno trovato un senso, anche se qualsiasi altra l'avrebbe ugualmente avuto.
Tuttavia fu quella la vincita, per entrambi.
Gianni si è trovato tra le mani un biglietto con il quale potere intervenire sulla propria vita.
L'ha afferrato e usato, com'è giusto che sia.
Come l'abbia fatto non mi riguarda, non so giudicare me stesso, figurarsi un'altra persona.
La vincita ha riunito i due per un po' prima della fine di uno di loro.
Gianni man mano perdeva memoria, parole e percezione di sé.
Ma quella vincita non l'ha mai abbandonato e l'altra faccia del biglietto forse gli ha consentito di intervenire sulla propria morte, dandogli un po' della forza necessaria per affrontare il destino a viso aperto.
Da quell'evento altri hanno tratto qualcosa, riequilibrando in tal modo la dura realtà della fine e incoraggiando la sua compagna ad andare avanti, dopo aver dato e fatto più del possibile.
Solamente adesso Mario ha capito cosa avevano in comune.
Quanto resta del biglietto basta per un cappuccino al bar, alla tua memoria.
Il divino nel quotidiano.
Arrivederci, Gianni.
........................
Dicevamo che quella mattina, il giorno prima di partire per l'isola – Mario e la moglie – tutti i nodi vennero al pettine.
Una casualità, come ottenere più volte consecutive due sei lanciando una coppia di dadi, o qualcos'altro?
A lungo pensò se era il caso, in quelle condizioni, di mettersi in viaggio come se niente fosse.
Si trovava in uno stato alterato, di reazione, per il quale non c'erano parole e riflessioni adatte a smorzarlo. Ma i fatti – la montagna di bagagli già caricati, dovuta alla mania di portarsi appresso una parte della casa, l'appartamento prenotato e altri particolari minori – bastarono a sfiatare quel tanto la pressione e a ritrovarsi in auto il giorno dopo.
Dal biglietto di una lotteria istantanea acquistato il giorno innanzi non venne alcun aiuto.
Forse intervenne quell'altra lotteria, di cui abbiamo parlato precedentemente.
Non per trasformare un mezzo disastro in un paradiso ma per sgomberare almeno un canale della sua mente dai residui di troppe emozioni, dovute a ogni sorta di problemi.
In quel canale adesso qualcosa poteva passare, dipendeva da lui.
Nel prologo è spiegato come successe, semplicemente.
Ma cosa davvero accadde lo scoprì pian piano.
Nonostante la bellezza della natura attorno lo accarezzasse senza posa la situazione non dava segni di migliorare, tuttavia attraverso quel canale una forza incontrata in passato si ripresentò.
Prima sottovoce e man mano con maggior insistenza impose la sua presenza.
Non giudicò i comportamenti né le reazioni: “Segui la tua natura dovunque ti porti, ma continua ad ascoltarmi, non lasciare la mia mano.”
L'ispirazione non aveva il compito né il potere di salvarlo, ma Mario avvertì che era l'unica cosa capace di portare un po' d'equilibrio nel suo stato mentale non proprio sotto controllo.
Per quello che poté si abbandonò a lei, riconoscente per quell'incontro inatteso.
Nel caos che procedeva non mollò la presa, meravigliandosi di quanto gli andava rivelando.
Come prima cosa gli fornì nuovi suggerimenti, per seconda gli mostrò tra i suoi ricordi quelli che avrebbero trovato un posto nel libro.
Cosa accade quando si rivive un ricordo?
Nello sconfinato tessuto della mente ogni ricordo – ogni impressione da qualsiasi parte giunga – lascia un'impronta, come un piede che calpesti la sabbia. Non c'è mare che possa cancellarla. Accade che ritorniamo da quelle parti – a volte di continuo – dov'è rimasta l'impronta.
Una specie di risonanza fornisce l'energia che la farà parlare nuovamente.
Il disco è sempre là, noi attacchiamo la corrente. Quel bacio o una lacrima per quanto distanti, per quanto rivissuti innumerevoli volte vi riportano al loro tempo.
Purtroppo quelli tristi e brutti sono capaci di intensità ben maggiori.
Le cose stanno così, non ci si può far nulla.
E cosa succede quando si scrive un ricordo, o lo si mette in una canzone, in un quadro, in una poesia, in un film o chissà dove?
Mario al termine della stesura vide i propri sotto forma di parole e li trovò belli.
Non perché avessero qualcosa di speciale o gli pareva di averli scritti bene.
Neppure perché in questa nuova forma forse altre persone li avrebbero letti.
Era a causa dell'acqua con la quale li impastò, l'acqua dell'ispirazione.
E se un singolo ricordo – un appena più del nulla – poteva trasformarsi in un fiore aperto sul foglio, cosa si potrebbe ottenere applicando l'ispirazione alla vita in corso?
Fu la terza cosa che fece per lui.
Quand'erano assieme la sua presenza zittiva la scimmia impazzita che gli saltava sulla testa, la mente, come in India usano paragonarla.
E quel che videro i suoi occhi, quello che vedono gli occhi di tutti, non fu come al solito.
Diventò uno spettacolo! Tutto quanto guardava era ugualmente interessante, bello, degno d'attenzione. Qualcosa del genere in precedenza l'aveva intravista solo fugacemente.
Ma ora era un continuo. E sentì quella voce dentro di sé che lo incitava a volgersi di qua e di là, a non perdere questo e quello... descrivendolo allo stesso tempo con le parole!
“Ma sì, giochiamo!” - si disse. Con sé o con la fantasia, e anche fosse qualcos'altro che importa, quella voce narrante descriveva la pienezza della vita, adeguandosi alle sue possibilità di comprenderla.
Cercò febbrilmente di memorizzare prima e mettere per iscritto poi quelle parole, pur sapendo di non poterne trasferire la luce che portavano con sé.
Quello che cercano di fare pittori, musicisti e gli artisti in genere.
Al di là del risultato tutti cerchiamo di fare la stessa cosa: ringraziare l'ispirazione per la grazia concessa, nel modo che il nostro talento ci permette, chi più chi meno.
La grazia di vedere, sentire, toccare, assaggiare, annusare... pensare la vita.
Lo facciamo di continuo, ma solo lei ci può rivelare quale tesoro abbiamo per le mani.
Spero che almeno una volta sia capitato a ognuno.
Se così non fosse ho fiducia che non permetterà che ve ne andiate senza toccarvi in qualche modo, magari all'ultimo istante. Un istante che illumina una vita.
Il primo suggerimento dell'ispirazione divenne un racconto e via via gli altri.
All'inizio abbozzati e scritti velocemente, allagati di parole, in seguito asciugati e ordinati con la necessaria disciplina che chiunque scriva conosce.
Ritorniamo a Mario, che qualche giorno dopo sedeva in un bar pasticceria di Nerezine – una cittadina tra le più grandi nell'isola – in compagnia della sua invisibile amica già all'opera...
Il locale, con una ventina di tavoli all'aperto riparati da bianchi ombrelloni e un bell'albero è rivolto verso la grande piazza. Essendo uno dei più vecchi ha un'ottima posizione.
Come gli antichi castelli, monasteri e paesi in alto sulle colline, edificati dove né acqua, né frane li hanno mai raggiunti. Posti scelti non a caso, e orientati con cura.
Giusto di fronte vi è un altro bar ristorante, da poco rinnovato all'esterno e di dimensioni ragguardevoli, frequentatissimo. Due recenti enormi tendoni regolabili elettricamente permettono di non avere pali e basamenti a intralciare le gambe, usufruendo di spazio aggiuntivo.
Purtroppo il grande albero al confine con la piazza dovette essere potato drasticamente, mi auguro per motivi di sicurezza.
Dal bar pasticceria si vede in ogni dettaglio il grande bar ristorante, ma dopo un po' si sposta lo sguardo a sinistra sulla salita verso la chiesa o in altre zone della piazza, zone più tranquille.
Qualche volta Mario, trovando occupati i tavolini della pasticceria, sedette nel bar rinnovato e senza farlo apposta si ritrovava a guardare senza stancarsi l'altro, dispiacendosi di non aver atteso. Ma bisognava pur provare, no?
Da un paio d'anni hanno aperto un altro grande bar – confortevole, con le pedane di legno e fresche sedie e tavoli, ben ombreggiato – desolatamente vuoto o quasi nell'ora più bella, prima del pranzo.
Non gli manca nulla, ma non ha radici. La piazza, pur accettando la nuova splendida pavimentazione di cui aveva disperato bisogno non l'ha ancora fatto proprio.
Passerà del tempo e come l'altro con i grandi tendoni avrà il suo pubblico e l'approvazione della piazza.
Al pari degli altri pianeti l'orbita sarà divenuta stabile e girerà attorno al sole, forse desiderandone lo scettro. C'è sempre un centro, un sole, un fuoco. Per Mario quel bar pasticceria lo sarà sempre.
Sulla bassa ringhiera che delimita lo scoperto del bar di fronte c'è uno striscione colorato.
Con l'immagine di un uomo che risale dagli abissi marini. Vestito da subacqueo e armato di fucile.
"Campionato mondiale di pesca in apnea. Malj Losinj 9 settembre 2010".
Una sensazione costringe Mario a guardarlo a lungo.
Non perché gli interessi la pesca subacquea, pur ritenendo quella in apnea meno micidiale dell'altra dove l'uomo diventa un insaziabile pesce armato, potendo respirare dal suo serbatoio.
La sua amica invisibile gli dice che da lì, ci creda o meno, ne ricaverà un bel racconto.
Non solo, a breve le associazioni di pensieri lo condurranno presso l'orma di un ricordo in attesa di aprirsi nuovamente, per diventare parte di questo capitolo. Basta attendere, bevendo intanto il discreto cappuccino e ascoltando l'anziana coppia di americani del tavolino vicino, recenti scopritori dell'isola e pare ormai clienti abituali della pasticceria, dove hanno appuntamento con altre persone che arrivano di lì a poco. Gli verrebbe da chieder loro come sia avvenuto, di venire in quest'isola e di scegliere questo bar e non un altro.
Il subacqueo dello striscione risale gli abissi, ma non si trova in pieno mare, dove non sarebbe facile individuare le sue prede, ammesso siano della taglia adeguata e non siano loro a considerarlo tale. Il luogo della competizione è vicino alla costa, già profondo dopo pochi metri. Roccioso, ricco di nascondigli per i pesci. L'isola è molto frastagliata, con profonde insenature che ricordano i fiordi della penisola scandinava...
Una delle attività preferite di Mario e della moglie è ispezionare l'isola. Ogni anno, inseriti tra i ritorni nei luoghi chiave, mettono un itinerario nuovo. In quest'isola e a volte in quelle vicine. Raggiungibili con la nave di linea o con i battelli delle gite organizzate.
Queste sono una gran cosa per chi voglia passare una giornata in mare, meno per coloro che non riescono a conciliare la loro routine con le modalità di tali escursioni. Soprattutto il tempo richiesto, in media dalle 9 alle 18.
Scegliendo la nave di linea occorre adeguarsi all'orario di ritorno, troppo presto o troppo tardi, ma ancor più a quello di partenza. Che costringe a levatacce prima dell'alba. Ma perlomeno si può scegliere come e dove riposarsi tra i due.
Ilovik è un'isoletta che dista un miglio dal punto più a sud di quella di Lussino che è il prolungamento di Cres, attraversato il ponte di Osor.
Nel 2005 salirono sulla nave per andarla a visitare, partendo da Malj Losinj – Lussinpiccolo.
Molto più grande e importante dell'altra, Velj Losinj – Lussingrande – che lo fu in passato.
I nomi non si cambiano, le fortune sì.
Ora Mario parla in prima persona.
Finalmente si andava nell'isola dei fiori. Così dicono, assieme ad altre cose gradevoli da verificare.
Eravamo passati agli Euro in Europa, mentre la Croazia da dopo la separazione usa quale moneta la Kuna. All'inizio riusciva più facile convertire prima nella vecchia valuta e poi in quella nuova.
Anche questo stato ambisce a far parte della Comunità Europea, ma per i redditi medio-bassi quando accadrà sarà una mazzata. Come è accaduto a noi in Italia, dove dicevano che l'alternativa era la bancarotta. Ogni anno le manovre economiche si mangiano potere d'acquisto dei salari, aumentano i lavori precari e la disoccupazione.
L'alternativa è sempre quella, la bancarotta. Per la fantasia c'è già stata.
Il caffè a Cres costava sei kune nel 2005 e costa sei kune oggi nel 2010 (meno di un euro).
Per il biglietto, un'ora di confortevole traversata sul ponte, si spendono ventidue Kune per due persone, tre euro. Lo ricordo perché girai dei piccoli videoclip, per fortuna non l'ho fatto con le tariffe in Italia prima e dopo l'euro, meglio dimenticare.
Dall'altra parte dell'Adriatico, a Venezia, una corsa singola in vaporetto costa il doppio, ma è un'altra storia, siete turisti, il danaro non basta mai e le finanze comunali poggiano per buona parte sul casinò, che Dio protegga i giocatori! Ricordo la banconota da dieci Kune, circa un euro e trenta centesimi. La adoro e quando me ne separo ad esempio per pagare il caffè al tavolo, è ancora sufficiente per lasciare il resto di mancia. È sempre un'altra storia, ovviamente.
Sbarcati a Ilovik decidemmo per il giro dell'isola, circa quattro chilometri, incontrando dapprima l'unica spiaggia sabbiosa. Grande e meravigliosa anche se ricoperta di poseidonia, una pianta marina, seccata dal sole.
Una vera attrazione. Anche per chi vi arriva soprattutto in gommone, motore acceso sino a venti centimetri d'acqua, e colà ormeggia. Il bagno lo abbiamo fatto subito, neanche il tempo di tornare a riva che già gommoni e barche si erano impadroniti di quasi tutto lo specchio d'acqua.
Ai loro occupanti andava bene, questione di gusti. Ma dalla mia piccola esperienza marinara non finirò di sorprendermi.
Con un piccolo gommone sono andato in posti che a piedi me li sognavo, o dovevo camminare ore per arrivarci. E ormeggiavo, se c'era qualcuno o un'altra barca, il più distante possibile.
Per me il senso era quello, anche se rispetto coloro che hanno quello del branco, come l'ho anch'io per altre cose. Ma per favore, voi rispettate almeno una regola, spegnete il motore e usate il remo per giungere a riva.
C'era un manifesto a Lussinpiccolo che invitava a una conferenza internazionale quell'anno, il cinque settembre a Trieste e dal sei al dieci settembre proprio nella cittadina marinara croata.
Un bel salto, probabilmente voluto, infatti il tema era: “Esistono i salti quantici?”
Argomento per fisici e scienziati, pare con implicazioni notevoli.
Da un luogo si arriva in un altro impossibile da raggiungere direttamente. Paradossalmente sembra si possa ottenere tale risultato facendo il giro dell'universo o qualcosa di simile, anche se nessuno ha idea veramente di come funzioni. Da allora non si dubita che esistano tali salti, sfruttati in alcune recenti tecnologie. In futuro li si padroneggerà meglio, così sperano gli addetti.
Mi permetto di suggerirne un uso sociale, profondamente educativo. Fatto il dispositivo lo si applichi ai divieti di sosta. L'auto non autorizzata rispedita al domicilio in un solo salto.
Con quelle dei recidivi, dopo più sanzioni, si spenga il congegno dopo averla lasciata parcheggiata nei pressi di qualche buco nero, che provveda a riscuotere l'ammenda. Si tutelino in codesto modo anche i posti più belli, le spiagge ad esempio. Sì, ho in mente quei gommoni...
La seconda spiaggia, sassosa, era decisamente tranquilla e l'acqua più fredda. Riposammo sotto dei grandi pini marini che avevano più cicale che aghi. Nella spiaggia a meno di cinque metri dall'acqua c'era un albero di fichi, self service. Non erano al massimo della maturazione, ma la persona che mi vide soddisfatto venne a sua volta e li colse ancor più acerbi. Al ritorno ci fermammo per riposare e bere alla cappella che incontrammo l'andata, dove si diparte il sentiero che gira attorno all'isola.
Il caldo e la lunga giornata non si presero tutte le energie; quella che segue è la trascrizione del dialogo, registrato in un videoclip.
Stiamo bevendo da un thermos il resto di una bevanda ancora fresca.
«Rinfrescante?» - chiede mia moglie - «Sì» - rispondo, e guardando il posto le dico: «Ad esempio, tu sei in questo luogo e forse...» - «Non ci tornerai» – interviene, leggendomi nella mente – «Forse non ci tornerai mai più» - «E cosa cambia?» - «... pare strano vi siano luoghi che non rivedrai più e miliardi di altri che non potrai mai vedere» - «Perché ti pare strano? A me non viene neanche in mente» - «... evidentemente qualcosa viene in mente a me e qualcos'altro a te» – «Mhm...» - «Non ti colpisce il fatto che potresti non tornare in un posto?» - «Penso a questa cosa solo perché l'hai detta, altrimenti il pensiero non mi sarebbe mai venuto» – «Non credo di essere stato il primo a dirlo» - «Non ha importanza, in questo o qualsiasi altro momento non mi verrebbe un tale pensiero» – «Per esempio, in Finlandia...» -«Va beh...» - «... ho capito, proseguivo nel concetto» - «Tu vuoi spesso proseguire con i tuoi concetti...» – replica sorridendo, gettandogli alcune gocce della bevanda col dito. - «In Finlandia o giù di lì ci sono più di 10.000 laghi, neanche a vederne uno al giorno riusciresti a vederli tutti» - «E allora?» - «Allora uno potrebbe dire, se vai in alto su una montagna e guardi giù...» – «Ma perché dovrei vedere 10.000 o un milione di laghi, che senso ha?» - «È quello di cui parlo, cercando di dire come funziona» - «Qual è lo scopo?» -«Dipende dalla visuale, se vai sufficientemente in alto con un unico sguardo puoi coglierli tutti» - «Non hai capito, cosa cambia se dall'alto guardi 10.000 laghi oppure non ne guardi nessuno, o uno solo?» - «Che con un unico sguardo li cogli tutti » - «E che differenza c'è tra uno e il tutto e nessuno, spiegami?» - «Ecco, questo è un concetto profondo, anche come l'hai espresso, che differenza c'è tra l'uno, il tutto e nessuno!» - «Per me non ce n'è proprio alcuna, almeno in testa non mi viene nessuna differenza» - «Allora, se tu hai un euro o centomila euro...» - «Questo fa differenza, ma dieci laghi, nessuno o diecimila, proprio... fossero di mia proprietà sarebbe un altro discorso, ma vedere diecimila laghi...» - «Quindi di quello che non hai, uno o tutto non fa differenza, di quello che hai si nota la differenza» - «No, stai giocando con le parole, mi sembra chiaro» – risponde ridendo. - «Invece tu stai esprimendo dei concetti?» - a sua volta ridendo, come in seguito entrambi - «Passi dai laghi, ai soldi... cosa c'entrano i laghi con i soldi? Se possiedi i laghi, diecimila o uno... puoi venderli, ma vederli...» - «Stai riportando tutto ai soldi? » - «No, tu hai cominciato a dire che c'è una differenza tra vedere un lago, non vederlo più, vederne diecimila, andare sulla montagna...» - «È tutto documentato!» - «Basta, sono stanca...» conclude ridendo e terminando l'ultimo goccio d'acqua.
Un dialogo tra persone come tanti, se vi trovate un senso o vi avrà fatto sorridere allora meritava averlo trascritto.
Dallo striscione alle insenature, da queste ai fiordi e infine ai laghi Finlandesi.
Il ricordo di quel giorno sta svaporando quando la mia amica mi mette in testa questo pensiero: tra tanti laghi, forse ne puoi trovare uno che li rappresenti tutti. E tra tanti bar?
Credevo d'essere quasi in procinto d'alzarmi, ma la strana domanda mi inchioda alla comoda sedia. Evidentemente c'è ancora del lavoro da fare.
Non ho per nulla esperienza di laghi, eccetto l'unica approssimata indicazione sul numero di quelli Finlandesi. Che scoprirò in seguito essere di gran lunga in difetto visto che sono ben 187.888! Ho anche scovato un detto di Eraclito: “Uno è per me diecimila, se è il migliore.”
Forse mi sarà più facile trovare la risposta per i bar e all'inizio procedo nel modo più semplice, figurandomi di avere una sola possibilità e di dover decidere. Se procedete in questo modo arriverete a una risposta, ma non sarà quella giusta, perché siete andati per esclusione, mentre la questione era quale possa rappresentarli tutti, il vincitore deve avere qualcosa di tutti gli altri, una ricerca inclusiva.
Beh, basta trovare questo denominatore in comune e poi vedere chi l'abbia migliore.
Facile dire il caffè... ma toglierei dalla competizione quelli dove servono altre bevande.
Forse non è quello che servono ma come lo servono?
O qualche altra qualità a cui non ho finora pensato?
Quasi non mi accorgo del tempo trascorso, il sole è al massimo dell'elevazione e per quanto l'aria sia diventata via via più calda il rimuginare sulla questione mi ha assorbito, anche un po' eccitato; l'ispirazione vi trasporta in una dimensione di possibilità inesplorate... ecco qual è il bar che rappresenterà tutti i suoi simili!
Quello che vi avrà ospitato e permesso tale condizione, nella quale le persone che passano, i suoni e i rumori della vita in atto e tutto l'infinito insieme di particolari a cui avete di volta in volta prestato attenzione, non vi hanno distolto da quel movimento creativo in voi, anzi l'hanno accompagnato come l'orchestra il violino solista.
Può dunque essere questo il bar?
L'altro ieri ero seduto in un altro, onestamente direi che non era da meno, e procedendo di certo ne troverei ancora. Messa così la questione torna al punto di partenza, se non fosse che questo girovagare mi riporta alla mente qualcosa che non ho mai dimenticato, dandomi la sensazione che vi sia un luogo per ognuno di noi dove la sottile grazia creativa ci raggiunge, anche solo per progettare un viaggio o cercare un mobile appropriato.
Non necessariamente un bar, un lago o una camera.
Come sovente accade, dalla domanda iniziale si diramano molteplici sentieri e seguendo quelli che più ci risuonano, non potendo tutti, al termine del percorso la domanda stessa si è trasformata e vi si rivela quello che in realtà andavate cercando.
All'inizio non ne avevo idea, ma poi di botto ho sentito che quello cui anelavo era la collocazione appropriata per qualcosa che nella vita ho portato sempre con me, il posto giusto dove richiamare le sue parole immortali e rendere onore al poeta che quel bar l'ha trovato davvero:
Sempre caro mi fu quest'ermo colle, e questa siepe,
che da tanta parte de l'ultimo orizzonte il guardo esclude...
........................
4° capitolo: Incontri
Pur con tutte le precauzioni non si può rischiare un'escursione in kayak distante dalla costa, era arrivata la bora, il caratteristico vento dell'alto adriatico. Si potrebbe scrivere più di un libro sull'argomento, sulla sua personalità. Tra essa e il maestrale è una bella gara quanto a forza. Quanto ad astuzia invece, intesa come capacità di farsi rispettare dall'uomo, la bora non ha rivali. Qualcuno afferma che in nessuna parte del mondo esiste un vento del genere. Risale i modesti rilievi del golfo del Quarnaro senza farsi notare, per gettarsi in un istante come una cascata sul mare. Un vento dall'alto, in verticale! Capace di spiaccicare sull'acqua un veliero in ritardo nel ridurre le vele. Poi prosegue la sua corsa tra le isole frastagliate e ci attenderemmo di averlo sempre da nord, da dove arriva. È la regola, ma ama le eccezioni e sovente gira da tutte le parti senza lasciarvi uno specchio d'acqua cheta, giusto per un bagno. Ammesso che lo troviate conoscerete un'altra sua prerogativa. Anche in piena estate può bastare qualche ora per ritrovarsi nell'acqua gelata. Non esagero, in certe spiagge – la mia – è tanto se resistete qualche minuto. Insistendo non basterà una doccia calda a togliervi quella sensazione di freddo arrivata sin nelle ossa. Immaginatevi d'inverno.
Da queste parti nessuno che la conosca scherza con la bora.
Sempre meglio rivedere i piani se un venticello fresco da nord inizia a increspare il mare.
Si dice che monta e ci mette assai poco, anche meno di un'ora, come imparai a mie spese.
Vero che fu decenni addietro e non avevo esperienza, ma più di quella mi mancava il senso di rispetto che chiunque vada per mare, con qualunque mezzo o solo per nuotare, dovrebbe avere quando si trova in questo ambiente. Comunque col tempo li acquisii entrambi.
A quel tempo mi cimentavo col windsurf, uno dei primi, talmente grande che ci si poteva prendere il sole in due. Con una vela che pareva un lenzuolo matrimoniale, di quelli che ci fate mezzo giro sotto al letto, e un palo – albero – per spiegarla che pesava come una lancia medievale pur essendo d'alluminio. Poco manovrabile e tremendamente pesante, piombo puro con un vento appena forte.
Ci misi un'oretta bordeggiando per raggiungere una bella e ampia insenatura.
Ma non mi bastò il resto del giorno e la notte per ritornare. Montò che quasi non feci a tempo a risalire, dopo un breve bagno. Tuttavia insistetti, cercando di uscire dall'insenatura, controvento.
Il vento aumentava e le onde crescevano, con le creste che già spumavano.
Dopo non ricordo quante cadute in acqua e devastanti fatiche ed equilibrismi per issare nuovamente la vela mi fu chiaro che non ce la potevo fare.
Mi lasciai sospingere a riva. Non avevo se non il costume – previdenza zero – e mi tornò utile la grande vela, usata a mo' di lenzuolo, per riparami dal freddo della notte. In quel modo funzionò benissimo. Un giorno senza bere e mangiare non mi impedirono di ammirare le stelle.
Con la bora il cielo si pulisce che è una meraviglia.
Ero in vacanza con degli amici che si allertarono e la mattina dopo mandarono un gommone a cercarmi. Non direi un vero salvataggio – piuttosto un recupero – ma il sollievo fu lo stesso. Ero provato, e non ringraziai come si conviene e me ne scuso.
Da quella volta ho imparato ad aspettare, cambiando di conseguenza programmi.
Oggi ho un kayak gonfiabile, buon compromesso tra sicurezza, comodità e prezzo.
Con la bora, per non rinunciare al gusto e alla fatica di remare decido di farlo a una decina di metri dalla riva, risalendo la spiaggia via mare. Ma anche così – tenere la posizione aspettando che passi la raffica – lo sforzo di procedere controvento costa troppa fatica e produce scarso risultato.
In questa condizione si deve attendere il momento giusto, in dialetto veneziano: “Ti speti e dopo ti remi, spetar e remar...”
Dopo una mezz'oretta di quell'allenamento ritorno deponendo i sedici chili del kayak sullo spiazzo davanti casa per risciacquarlo con un po' d'acqua dolce. Compiuta l'opera guardo il mare. La bora si è placata! E con lei i meravigliosi disegni delle raffiche sull'acqua, che sotto riva non alzano onda. Bastava aspettare, non ho avuto la pazienza necessaria, l'esperienza non è mai abbastanza.
È ancora presto, tanto vale farsi una bella nuotata con la maschera.
A tre-quattro metri di profondità, davanti a me, osservo un branco di centinaia di pesciolini argentati, lunghi sui dieci centimetri. Improvvisamente scartano sulla mia sinistra alla massima velocità, stringendo i ranghi. Faccio appena a tempo a meravigliarmi della precipitosa fuga – non avevo mai visto dei pesci sopravvalutarmi a tal modo – ma ecco arrivare il siluro che del tutto indifferente alla mia presenza ha sospinto il branco verso riva, senza però inseguirlo. Con una curva più ampia li raggiunge quando cercano di riguadagnare il largo e la profondità, ora a gruppi.
Se volasse come nuota! Una saetta, capace di virate subacque strettissime al pari delle sue prede. Non ho visto se avesse ingoiato qualcosa, è riemerso distante da me placido come quelle paperotte in plastica per le vasche da bagno. In tutta la mia vita acquatica è la prima volta che un cormorano mi permette di vederlo all'opera, rivelando di cosa sia capace. Che spettacolo! Tutti gli splendidi documentari su ogni sorta di pesci, delfini, balene, e gli altri animali che vivono nell'acqua, uccelli marini compresi, non possono darvi un istante dell'emozione di trovarsi nel luogo giusto al momento giusto.
Anch'io come tanti ho coltivato il desiderio di avvicinarmi ai luoghi frequentati dai delfini, dopo questo incontro penso che se anche mi capitasse non sarebbe garantito il momento giusto, quando l'animale si comporta e agisce indipendentemente dalla vostra presenza.
Durante le nuotate una delle attività cui mi dedico è la raccolta di orecchie di mare, molluschi che una volta morti lasciano il gioiello iridescente del loro guscio a luccicare sul fondo del mare. Se ne trovano a tutte le profondità. È come un gioco per bambini, non credo che mi stancherò mai di rispondere a quel riflesso argenteo. A volte ne trovo solo una e mi soddisfa al pari di molte.
Le usano per farne composizioni o pendagli; a casa ne ho dappertutto, in attesa dell'idea giusta per metterle assieme, ma sono trent'anni che non mi viene.
Continuando a nuotare, dopo l'incontro col cormorano, arrivo sopra un banco di poseidonia, l'unica pianta erbacea adattata a vivere nei fondali marini e provvista di radici, al contrario delle alghe.
Assorbe talmente la luce che il mare diventa scuro e solo l'interesse a osservare le numerose specie viventi che ospita allontana il leggero senso di disagio, che fa preferire un fondo più chiaro. Così decido di seguirne il perimetro, una via di mezzo. Quando ritorno al punto di partenza mi rendo conto di aver compiuto un cerchio, quasi perfetto, di una quindicina di metri di diametro.
Non solo, all'interno di questo, un metro dal bordo, corre un anello largo mezzo metro dove l'alga non ha attecchito se non in piccole chiazze di ridotte dimensioni. La profondità sui tre-quattro metri, il mio ideale. Ho seriamente considerato che non ci fosse la mano dell'uomo tanto era regolare.
Forse sotto quel cerchio c'è qualcosa? Colonizzato in seguito dall'alga seguendone i contorni o altro? Per verificare se vi fosse qualcosa di vero nella balzana idea iniziai molto lentamente a percorrere un giro del cerchio interno, riportandone una bella sensazione.
Così decisi di farne tre di giri, numero perfetto. Ma ritornato al punto d'inizio persi il conto.
Erano due o tre? Ne faccio un altro paio per sicurezza, ma anche stavolta non sono sicuro di averne fatti davvero due, che strano! Nuotare sopra l'anello, non facendo null'altro che osservare senza focalizzare qualcosa in particolare aveva un che di ipnotico... mi sono venuti a mente i labirinti circolari, come quello di Chartres in Francia. Girare in tondo sino al momento giusto per entrare... come ho fatto anch'io al termine dei miei giri, portandomi al centro e individuando quella che mi sembrava la via d'uscita. Contento dell'esperienza che non cercherò di ripetere, almeno quest'anno.
Al ritorno dal lungo bagno vedo una coppia darsi da fare sul moletto dove ho lasciato le mie cose. Hanno messo delle pietre per impedire alla mia stuoia e alle altre cose di volarsene con il vento che ha ripreso vigore. Sono venuti dalla spiaggetta sassosa vicina. Una vera gentilezza, l'avrei fatto anch'io.
Avevo quattro grossi fichi rossi e subito ne ho dati due a loro – take for the job, prendete per l'aiuto – hanno ringraziato (erano tedeschi) sorridendo per la sorpresa. Vi garantisco che quei fichi erano squisiti. I due rimasti mi hanno soddisfatto molto più che se li avessi mangiati tutti.
Il ricordo va a quando andammo a Corfù portandoci appresso in carrello una pilotina, una barca molto diffusa e a buon prezzo (presa molto usata) di cinque metri parzialmente coperta. La storia è lunga e non ci starebbe per intero.
Il collegamento con i fichi riguarda un ancoraggio per la notte in una baia deserta nell'isoletta di Andipaxi, a sud di quella più grande di Paxi, a sua volta a sud di Corfù.
Due pescatori del luogo arrivarono la mattina dopo con una barca.
Uno era parecchio anziano e l'onda gli rendeva difficoltoso legare a riva la corda, troppo corta, mentre l'altro più giovane con i remi manteneva la barca nell'acqua fonda. Dopo qualche tentativo andai ad aiutarlo. Terminato il loro lavoro accostarono alla nostra barca per offrirci una manciata dei loro peri, buoni come quei fichi. Lo fecero con tale semplicità che detti fondo alla riserva offrendo un paio di birre. Erano accaldati e apprezzarono molto. Ci invitarono nella loro casa, sulla cima della collinetta alle spalle della baia, mostrandoci il sentiero. Ci andammo il giorno seguente e dall'alto godemmo della vista dell'isola, con la nostra barchetta ad attenderci.
Erano poveri ma dignitosi e ci offrirono quel che avevano.
Accettai anche una sigaretta, avevo già smesso ma la considerai l'ultima.
Torniamo a Mario, che il giorno seguente ritorna nello stesso bar di Nerezine dove prova una sensazione di cui non viene a capo. Finché non posa lo sguardo sull'uomo, seduto nell'ultimo tavolino a due di distanza dal suo che pare osservarlo a sua volta. Avverte l'intenzionalità del gesto; rimangono qualche istante sospesi, poi affiora un'immagine sfocata. Era là anche il giorno prima.
In quell'istante senza tempo in cui avvertite il contatto con un'altra persona opera un sesto senso che vi rimanderà un'attrazione o una repulsione, non una neutralità, altrimenti non sarebbe iniziato. Raramente la porta si apre. Ovviamente bisogna essere cauti, non sapendo dove ci porterà. Ma se non fosse stata una folata di vento a disperdere i suoi appunti proprio nella direzione dello sconosciuto sarebbe finita lì. L'uomo, non troppo anziano, li raccatta ed è già arrivato al tavolino di Mario, ancora indaffarato nel raccogliere i rimanenti. Evidentemente era destino.
«La ringrazio» - «Di nulla, si figuri. Vedo che sono appunti, forse scrive, signor..?» - ormai la conversazione era partita e Mario dopo essersi presentati invita Luigi a sedersi al suo tavolo - «Beh, dire che ci provo è più corretto. Lei s'intende di scrittura?» - «Sì, tempo addietro lavoravo per dei giornali, in Germania. La lingua la conosco da parte di madre. Interviste principalmente, ma anche articoli a carattere finanziario. L'ho vista ieri, è rimasto a lungo assorto e so riconoscere chi segue un filo in sé da chi semplicemente ozia, altra piacevole attività. Le dispiace se ci diamo del tu?»
- «Affatto, Luigi. È vero, seguivo ricordi lontani e nuove suggestioni. Sto raccogliendo materiale per un altro libro, il secondo. Il primo è fermo da qualche parte» – «Capisco, so quanto sia difficile per un esordiente... specie se non più giovane. Cosa scrivi?» - bastò poco a Luigi per conquistarsi la simpatia di Mario e farsi raccontare quanto aveva in testa il giorno prima (diecimila laghi).
Parve apprezzare gli argomenti e il modo di presentarli. Mario non si meravigliò dell'atmosfera confidenziale che si era venuta a creare, costui faceva interviste e sapeva come porsi, ascoltare soprattutto. Venne poi il suo turno di chiedere.
«Complimenti Luigi, in poco tempo sei riuscito a farmi parlare di così tanto.
Senza capire quanto sia interesse e quanto retaggio del tuo passato lavoro. Spero almeno 50 e 50. Ma è indubbio che ci sai davvero fare, te lo dice uno che a sua volta ascolta più che parlare.
Se sei riuscito con me sarai riuscito con chiunque» - «No, 80 d'interesse e 20 d'esperienza, lo garantisco, e non sempre ci sono riuscito, pur attendendo a lungo. Ma una volta, proprio l'ultima, pur portando a casa l'intervista non l'ho capita io stesso. Se vuoi te la racconto, avrai dell'altro materiale!» - «Non speravo tanto!»
«In redazione avevamo un uomo che scherzosamente chiamavamo “il minatore” per la capacità di trovare notizie sulle persone. Non quelle solite a disposizione di tutti, bensì informazioni che chissà come riusciva a scovare, riguardanti per lo più la vita di note persone: frequentazioni, dichiarazioni, attività svolte, incarichi e altro. Materiale quasi sempre di scarsa rilevanza, neppure degno di essere citato, anche se in qualche occasione tornò utile per chiudere qualche pagina troppo vuota. Motivo per cui lo si lasciava fare, non si sa mai.
Trovò qualcosa che mostrò al capo redattore il quale mi chiamò per sentire la mia opinione.
Mi disse che quanto scoprì il minatore consisteva in un comun denominatore che legava diverse persone di una certa importanza. Risultava che prima della notorietà avevano conosciuto e frequentato un uomo, un tipo strano. Dissi che non ci vedevo granché, non erano più i tempi dei Beatles, del loro santone e di molti casi simili. La gente adesso non si interessava di tali argomenti, troppo abusati dalla stampa. Aggiunse che in questo caso tali persone ottennero un certo successo dopo la frequentazione. Della quale, ne era certo, non parlavano. Se si sapeva era perché altri ne riferivano. Sì, un po' diverso ma ancora poco, forse si poteva collegare con qualche specie di società segreta o cose del genere. Ma per interessare il pubblico ci voleva un fatto eclatante, non dico il morto ma almeno uno scandalo, una spia, un patrimonio conteso e cose del genere.»
“Ti sbagli, la gente si interessa se qualcosa o qualcuno può cambiare in meglio le loro vite.
Ma ha imparato a diffidare di chi chiede prima di dare; non sembra questo il caso. Ascolta, questa è una storia che abbiamo solo noi, senza il minatore nessuno avrebbe mai trovato nulla. Non so dove può portare ma devi seguirla, raccontandola come un romanzo, magari la dividiamo in più uscite. Qualcosa di diverso dal solito ci distinguerà. Devi andare da quest'uomo e capire cosa ha fatto per interessare quelle persone. Digli che parleremo poco dei suoi amici e molto di lui, altrimenti dovremo fare il contrario. Se ha a cuore la loro privacy si troverà un accordo, ma bada bene, voglio una storia che stia in piedi.”
«Non gli interessava davvero la mia opinione, come al solito aveva già deciso e come al solito avrei fatto quello che mi chiedeva, era il mio mestiere. Ricevevo il titolo del tema e lo dovevo svolgere.
Per me la scuola non finiva mai.
Ma era comunque un bel lavoro, viaggiare, parlare, scrivere... la mia vita. E poi se il capo aveva scelto me il motivo era perché ci sapevo fare, riuscivo quasi sempre a far parlare le persone.
Se non avessi fatto questo mestiere penso che avrei venduto aspirapolveri o qualunque altro articolo; tutto inizia dal sollecitare la gente a parlare, stimolo a cui pochi resistono.
Poi bisogna saperla ascoltare, per capire cosa chieder loro.
Facendolo bene non sarà facile per loro interrompere la conversazione.
Ma quella volta fu tutto diverso, fin dall'inizio. Quella persona, chiamiamola Ugo, rifiutò ogni mio tentativo di approccio con tale determinazione che non rischiai la carta dei suoi amici, paventando di pubblicizzare la strana associazione. Avevo troppo poco in mano per potermelo permettere. Per un mese le provai tutte. L'appuntamento telefonico col mio capo mi causava una tale angoscia che cominciai a star male davvero. Non sapevo più cosa inventare per giustificarmi, ero ormai sul punto di lasciar perdere. Certo che un fallimento totale come quello non mi era mai capitato, qualcosa riuscivo sempre a portare a casa, almeno per salvare la faccia.
Me ne stavo al bar dell'albergo rimuginando su dove avessi sbagliato, possibile che quell'uomo non avesse un punto debole, un punto di accesso? Tutti ne sapevano poco, era arrivato in quella città che aveva cinquant'anni e non ebbe bisogno di lavorare per vivere. Risiedeva in una casa modesta e non spendeva quasi nulla per il cibo, consumando quello portato da chi lo andava a trovare.
Non era sicura neppure la nazionalità, ma non c'era verso di violare la sua privacy. Pagava le tasse e aveva per amico un ottimo avvocato, che non poteva da solo tener su quel muro di gomma intorno a lui. Quando cercai di conoscere qualcosa sul suo patrimonio, frequentando le banche e gli uffici pubblici, mi arrivò una telefonata da un funzionario delle imposte annunciandomi che era in corso una verifica delle mie dichiarazioni dei redditi e che sarebbe stato bene preparare fatture, scontrini e moduli. Rabbrividii, anche loro trovano sempre qualcosa, e nel mio caso non sarebbe stato troppo difficile. Mi astenni dal continuare a fare domande... e guarda caso dopo alcuni giorni lo stesso funzionario mi chiama per annunciarmi che dall'esame di una dichiarazione a campione tutto risultava a posto. Era di prima che cominciassi a operare finanziariamente per conto d'altri, quelle seguenti non erano proprio immacolate. Lo interpretai come un avvertimento. L'episodio mi turbò ed ebbi la sensazione che mi tenessero d'occhio. Forse stavo ficcando il naso dove non dovevo? Beh, ne avevo abbastanza, ancora un paio di giorni e avrei cambiato aria.
Che te ne pare Mario, interessante?»
«Decisamente, dunque lasciasti perdere?»
«Fosse dipeso da me sì, ma proprio in quel bar incontrai una signora che conosceva Ugo e mi assicurò che assieme a lei potevo andare a trovarlo, se volevo. Era quello che avevo sperato per tutto il tempo ma ora che si stava realizzando le motivazioni iniziali erano meno incalzanti. La curiosità però c'era sempre. Non la voglio tirar lunga, ci andai e lo incontrai seduto in salotto con alcuni suoi amici. Neanche il tempo di accomodarmi che mi presenta a loro, dicendo che da ben un mese gli giravo attorno senza decidermi a entrare. D'impulso mi venne da replicare che l'avrei fatto subito, se me l'avesse permesso, ma quello che aggiunse mi colpì: “Il problema era che volevi entrare – passò subito al tu – senza togliere il soprabito, e magari portandoti poi via anche qualcosa di mio, chiedendolo o meno.” - Si riferiva alla mia professione e in questo aveva ragione da vendere. Ma era il mio mestiere, di cui non mi vergognavo. Oggi ne vedo meglio i limiti, che sono quelli fisici delle colonne dell'articolo, anzitutto, dove lo scarno riassunto di una vita deve dare l'impressione a chi lo legge di conoscere e classificare il personaggio. Vedi, i giornalisti come me hanno nella testa un gran numero di caselline dove cercano di collocare le persone e le storie. È il primo passo, senza il quale non si può procedere. Come dicevo il nostro compito è di fare il tema, se qualcosa non vi rientra dobbiamo toglierlo. Se è troppo dobbiamo limare. Aggiungere in caso contrario. Una manipolazione continua e profonda.
In buona fede il più delle volte, delle altre meglio non dire.
Per come la vedeva Ugo questo era l'aspetto meno importante. La manipolazione è ovunque, perché preoccuparsi solo dei giornali? Disse che era un'arma a doppio taglio, che agiva come uno specchio su chi la praticava, con poche possibilità di rendersene conto. Anche questo – continuò – non era poi tanto importante, un modo come un altro per guadagnarsi da vivere. Mi accorsi che stava mettendomi in bocca l'inevitabile domanda: c'è qualcosa di importante?»
«E rispose?»
«Eh sì, mi indicò quello che avevo solamente sfiorato. Quello che ci distingue uno dall'altro. Individuato e seguito forse non ci cambia la vita, ma si nota la differenza.
Secondo te cos'è, Mario?»
«Così, su due piedi... potrei darti dieci risposte diverse...»
«Fu quello che dissi anch'io. Nel tuo caso io l'ho individuato.
L'ho visto ieri in azione mentre ti teneva ore inchiodato alla sedia del bar, lo sguardo senza direzione, intento a seguire il tuo filo interno.
Il talento, Mario. Ognuno ce l'ha per qualcosa. Tu per scrivere e girare intorno alle storie.
Quanto hai atteso prima di rendertene conto?»
«Forse l'ho sempre saputo. Da bambino alcuni miei temi vennero esposti a scuola. E quando avevo una quindicina d'anni ne feci uno sull'Europa senza neanche conoscere il nome di qualche personalità, neppure gli Stati fondatori.
Parlai dell'idea. E vinsi un premio in denaro che fu proprio utile a casa. Nel tempo ho abbozzato e scribacchiato qualcosa. Indecoroso, da smettere all'istante. Solo quando terminai il primo romanzo vi colsi la necessaria maturità, importante per me prima di tutto. Fu come vestirsi per uscire – l'abito poteva andare – se qualcuno mi noterà forse non sarò alla moda, ma almeno conto di non fare una brutta figura.
Complimenti, Luigi, sei un notevole osservatore. Tocca a te adesso, qual è il tuo talento?»
«Far domande. Non alle persone, quello era un lavoro e una strada sbagliata. A me stesso.
E aspettare di trovarci la risposta, prima o poi. Come io l'ho notato in te Ugo lo colse in me.
Accadde qualche giorno dopo la prima visita. Si parlava di denaro e si accorse che me ne intendevo. Mi chiese quale fosse il modo meno rischioso per procurarselo.
Ovvia risposta, tentare la fortuna.
Rispose che bisognava prima spenderne senza alcuna certezza; ce n'era un altro ed era sicuro che lo conoscevo. Per quante risposte detti non l'azzeccai, ma lui era certo che prima o poi l'avrei trovato. Fu poi che prima.
Mi sono sempre piaciuti i numeri, tutti, non solo quelli speciali, i primi o di Fibonacci.
Automaticamente se vedo una targa all'istante ne faccio la somma per ottenerne uno solo, come la prova del nove. Se è dispari smetto, altrimenti passo alla seguente; non so perché lo faccio e nemmeno quando ho cominciato. Un giorno mi cimentai a elaborare una sorta di complesso quadrato magico, ma non ne venivo a capo. Intestardendomi e ottenendo solo di innervosirmi.
Mi venne in mente di matematici e fisici che nelle stesse circostanze lasciano tutto là e fanno altro, magari vanno a dormire. Seguii l'indicazione, lo facevo per diletto, non c'era fretta.
Una settimana dopo ero seduto a un tavolino di un bar all'aperto, intento a fare colazione.
Un ragazzino con una bicicletta quasi rovinò sopra il mio cappuccino. Fu abile a scartare all'ultimo istante, solo un tocco di striscio. Con qualche battito in più lo guardai allontanarsi, accompagnandolo non proprio con una benedizione. Tutti uguali i ragazzini, pantaloni sformati e magliette. Da basket la sua, numero sette. Solo quando pagai il conto, giusti sette marchi di allora, capii che anche i sette giorni passati c'entravano. Tre volte sette, ventuno era il numero che cercavo! Da allora ho imparato a porre meglio le domande. E azzecco qualche numero di giochi popolari. Non grosse vincite, non le cerco. Tuttavia sufficienti a campare bene, aggiungendosi alla pensione. Ho ben altre ambizioni con i numeri. Ad esempio possono indicare una data.
Trovata quella, un luogo... ci sei arrivato?»
«Arrivato dove?»
«Nell'unico giorno, oggi. Nell'unico luogo, qui.»
«Vuoi dire che sapevi di oggi, che avremmo parlato..?»
«No, sapevo solo che qui, oggi, avrei trovato... un amico.
A cui raccontare una storia, la mia, sicuro di essere ben compreso.
Quello che hai fatto anche tu, così che la legge della reciprocità ha illuminato questo momento.
All'inizio ti dissi che l'ultima volta, pur portando a casa l'intervista non l'ho capita io stesso.
Non sono io che la dovevo capire e neppure scrivere.
Questo è compito tuo.»
........................
Mario e la moglie decisero per una pizza a pranzo. Il posto giusto è un locale aperto da pochi anni a Osor, quasi a ridosso del massiccio campanile, vicino a dov'era il bar pasticceria dei macedoni.
Una terrazza all'aperto tra muri di pietra e una vite che ombreggia quel che può, collaborando con i bianchi ombrelloni. Manca solo un po' di movimento d'aria, ma non si può aver tutto. La pizza è enorme e ben cotta. Col celebre formaggio dell'isola di Pag e l'insalata vi servono pure dei panini appena fatti con la stessa pasta della pizza. Da portarseli a casa, se non ce la fate.
Anche il caffè non è male, e il conto più che onesto.
Usciti di là, satolli, cercano un posto all'ombra e arieggiato.
La cittadina merita una visita. Nel tempo i restauri l'hanno ricomposta in un insieme armonico e resta poco da sistemare. Alcune strette viuzze sono accompagnate per tutta la loro lunghezza da piante fiorite di ogni sorta. La grande piazza, occupata per metà dall'imponente cisterna interrata usata in passato per raccogliere l'acqua piovana, ospita gli alberi più grandi e vecchi. Sono quattro tigli posti ai vertici della stessa. Un tempo le loro chiome si congiungevano a coprire per gran parte lo spazio. Poi sono stati potati a causa di malattie che li hanno colpiti.
Ma anche per loro la vera malattia è la vecchiaia; comunque tirano avanti, rispettati e amati.
Le costruzioni della cittadina risalgono le poche decine di metri del costone che la separa dal mare. Ci si arriva con un sentiero in pietra ben rifatto, ammirando al contempo la grande baia.
A due terzi della quale hanno posizionato di recente tre enormi recinti circolari, circa venti metri di diametro, ancorati al fondo del mare. Il pesce non è mai mancato nell'isola, ma allevarlo permette migliori margini di guadagno e minor fatica.
Mario e la compagna conoscono ogni vicolo della cittadina e si sarebbero avviati verso quel sentiero, per sedersi sulla panchina che guarda sul canale e il suo ponte girevole, un gran bel posto panoramico e fresco. Senonché fatti appena una decina di metri e imboccato il vialetto con la chiesa a sinistra e il campanile sulla destra, si accorgono di aver già trovato quanto cercavano.
Ombra e vento. E gli ampi gradoni alla base del campanile, dove sedersi.
La vista è alquanto sacrificata, avendo di fronte a due metri il muro della chiesa, anch'esso come il campanile e la maggior parte delle costruzioni edificato con materiali locali, la pietra d'Istria, l'umile e meravigliosa pietra bianca cui anche Venezia deve il suo splendore e luminosità.
Si può guardare in alto, stupendosi una volta di più della sensazione di solidità e leggerezza che quelle architetture essenziali sanno infondere. Oppure a sinistra verso la strada e l'ovest senza barriere, o a destra dove il piccolo vialetto dopo essersi allargato in una deliziosa piazzetta alberata termina bruscamente di fronte al muro dell'antico municipio.
Il vento che si incanala da sinistra non ci mette molto a rinfrescarli, favorendo la digestione.
Strano quel vento. Proseguendo la sua corsa fino al termine del vialetto, non sfoga né a sinistra, sulla piazza, né a destra sull'altro vialetto. Ci sono alberature e stendardi in entrambi i sensi le cui fronde e tessuti rimangono immobili. Pure il vento è ben teso, almeno di rimbalzo dovrebbe arrivarci. Possibile che tutta quell'aria pieghi completamente a 90 gradi per dirigersi verso l'alto, senza interessare, almeno producendo delle depressioni, quanto si trova ai lati?
Come abbiamo già detto sono decenni che Mario frequenta questi luoghi, ma questa è la prima volta che si accorge dello strano comportamento del vento, apparentemente insignificante.
I numerosi turisti che passano di là dedicano giusto un po' di tempo per una foto accanto alla bronzea statua della piazzetta, figurarsi fermarsi nell'angusto vialetto a guardare il muro di fronte.
Ma sedendosi su quei gradoni il muro assorbe la vista e la sua agitazione. Solo dopo vi accorgete del vento, prima non ci fate molto caso, al massimo lo considerate aria mossa che rinfresca.
Gli addetti ai lavori ritengono di conoscere molte cose sul vento. La sua genesi e le caratteristiche legate alla direzione di provenienza. Tuttavia i fattori in gioco sono così tanti da rendere impossibile una previsione. Per la pioggia o il sole ci riescono con discreta precisione, ma col vento non c'è nulla da fare. Chi può dire quando arriverà o quando smetterà? Al massimo viene indicato un quadrante di provenienza e una probabile intensità. Il vento a suo modo è vivo, e come tutte le cose vive ha i suoi segreti. Chi va per mare usando le vele sviluppa una sensibilità nei suoi riguardi, all'inizio osservando le increspature che produce sul mare, ma rimanendo a quelle non si spiegherebbe la differenza tra un velista che l'azzecca e i pochi che vanno dove non c'è nulla e poi arriva il vento, anche se non sempre.
Se pensate che il vento sia solo aria mossa potete usarlo per ricavare energia, per navigare e per molti altri scopi, come si usano quasi tutte le cose di questo mondo.
Ma è solo quando si smette di servirsene che si comincia a sentire.
Il vento soffia dove vuole e tu ne odi la voce, ma non sai donde venga né dove vada...
Quell'anno dovettero proprio rinunciarvi. Enzo non se lo poteva più permettere, anche se il denaro che serviva per la solita settimana di vacanza nell'isola non era molto.
Purtroppo la loro situazione economica era in caduta libera da un pezzo e non c'erano segni di miglioramento, piuttosto il contrario.
Enzo e Marta avevano una quarantina d'anni, da giovani si conobbero nel tranquillo campeggio di Osor, affacciato sul mare e ricoperto da una pineta. Avvertirono subito che non sarebbe stata solo una storia, bensì la loro storia. Formarono una famiglia e arrivò di una figlia ora tredicenne e un maschio di sette, che una diagnosi definì autistico. Fosse dipeso in parte dal difficile travaglio che potrebbe avergli procurato un deficit di ossigeno al cervello, una causa genetica o dal mercurio contenuto nei vaccini non cambia il risultato: forte diminuzione dell'integrazione sociale e della comunicazione, necessità di attenzione e cure continue. Se decenni addietro veniva interessato un bambino ogni quattromila oggi riguarda uno ogni cento, un tale spaventoso incremento viene considerato non da pochi un'epidemia, che come tale non può avere cause genetiche.
Purtroppo se ne parla poco, mentre è una vera emergenza che interessa un'intera generazione.
Con molti sacrifici mandarono avanti la piccola attività imprenditoriale del padre di lui, dopo la prematura scomparsa a cui seguì per il dispiacere quella della moglie. Lavorando senza guardare mai l'orologio né il calendario riuscirono ad ampliarla fino ad assumere una decina di dipendenti. Producevano serramenti in alluminio e nonostante la concorrenza crescesse costantemente, l'abilità di Marta nel procurarsi nuove commesse li manteneva a galla. Perché quello era lo stato delle cose, galleggiare. Pur possedendo una bella villetta, il capannone dell'azienda, alcune auto e un grande camper erano appesi a un filo. All'altro capo c'era la banca e la sua reticenza ad aumentare il fido per coprire pagamenti che tardavano ad arrivare, se mai sarebbero arrivati. È la storia degli ultimi anni, che ha falciato innumerevoli piccoli imprenditori messi in difficoltà dalla concorrenza al ribasso e dai ritardi crescenti nel saldare il loro lavoro. Prima era questione di un mese, due al massimo. Poi tre, sei... sino ad arrivare a un anno e più, sovente da parte di enti pubblici.
Alle banche non interessa, guardano al loro profitto, non contano più i rapporti, gli uomini e i progetti, le idee valide e una storia alle spalle.
Conta mettere del denaro e dare delle garanzie, chi non ce la fa non ha scampo.
Tutto ciò è terribilmente sbagliato e meriterebbe un deciso intervento dello Stato a salvaguardia di una delle categorie che tiene in piedi la baracca, dando da lavorare a tante persone... senza attendere che per disperazione ci scappi il morto, come la cronaca spesso riporta.
Solo perché aiutati dai genitori di lei, che davano una mano in azienda e nella cura dei nipoti, ancora tenevano duro, nonostante lavorassero sempre di più e ricavassero sempre meno.
Poi arrivò la crisi e cominciò a mancare il lavoro. Come altri nelle loro condizioni speravano che si allentasse, ma andava sempre peggio, dovettero ipotecare il capannone e licenziare metà del personale, facendo lavorare a turno il rimanente.
Sino all'anno prima avevano mantenuto la promessa che si erano fatti di passare almeno una settimana d'estate nel luogo del loro incontro. Divenne l'unica vacanza, il solo momento in cui tuffarsi in acqua sperando di riemergere in un mondo diverso.
Acquistarono il grande camper non per esibire alcunché, ma per dare la possibilità al figlio di stare di fronte al mare che adorava, in un mezzo con tutti i servizi di cui necessitava.
Col tempo i risparmi furono sostituiti dai debiti e ormai rimanevano loro poche cose; tra la casa dove vivevano 51 settimane l'anno e il camper dove ne passavano una scegliettero giocoforza quest'ultimo.
Il denaro ricavato permise di respirare ma si ritrovarono con una ferita in più: la figlia non attendeva che quella vacanza per sognare un po', ritrovando gli amici che si era fatta nel campeggio.
Elia, il figlio, rimase imperturbabile e se provò qualcosa lo trasformò in un sorriso verso la sua famiglia. Incredibilmente veniva da lui il conforto più grande.
Il colpo fu tremendo; il camper e la settimana di vacanza oltre al valore simbolico per loro due, allo svago per la figlia e l'aria buona per Elia era l'unica occasione per allontanarsi da dove vivevano.
I problemi se li portavano dietro ma almeno non avevano davanti agli occhi il capannone sempre più vuoto e lo sguardo sgomento e preoccupato dei loro dipendenti.
Uniti all'angoscia dei loro familiari che vedevano avvicinarsi inesorabilmente il baratro del fallimento definitivo.
Quando in passato ci furono delle difficoltà Enzo reagiva impegnandosi ancor più, lavorando sino a non reggersi più in piedi. Marta comprendeva come quello fosse l'unico modo che aveva per conservare l'equilibrio e badava ai figli e alla casa, dando una mano in ogni momento libero.
Adesso che il lavoro era poco non rimaneva che stare attaccati al telefono contattando vecchi clienti, accettando un esiguo margine di guadagno per una commessa anche di pochi pezzi.
Prima di produrre occorre regolare e calibrare le macchine, procurarsi e controllare il materiale, calcolare gli sprechi e i tempi. Attività e tempo che non viene messo in conto e che si ripaga con la quantità dei pezzi prodotti. Se sono pochi, proprio sul più bello quando le macchine finalmente girano con un ritmo costante, è già finito. Occorre rifare tutto daccapo per una nuova produzione.
È uno stress enorme, come se un ambulante dovesse aprire e chiudere bancarella e ombrellone non una ma cinque volte al giorno, esponendo e riponendo in continuazione la merce senza poter prendere fiato. Ma almeno si è attivi, l'impegno e la fatica sottraggono energie al cervello che le userebbe per disperarsi.
La situazione diventa insostenibile quando la commessa viene richiesta oggi per domani, già con il prezzo fatto e senza possibilità di trattativa, prendere o lasciare.
Non c'è più magazzino in tempo di crisi, si produce se c'è richiesta e la spunta chi lo fa prima.
Mario conosceva quella famiglia e quando l'anno prima non li rivide venne a sapere del fallimento della loro attività. Vendettero quel poco che possedevano e assieme ai suoceri se ne andarono da dove avevano sempre vissuto, senza dire a nessuno in quale luogo. Una telefonata dopo qualche mese rassicurò che non successe una disgrazia, ma non fornì alcun dettaglio, neppure un indirizzo o un numero di telefono. Avevano del tutto reciso i ponti sottraendo alla curiosità, morbosa o compassionevole, il loro destino. Tra le ipotesi per un tale comportamento prevalse quella che vedeva l'intera famiglia costretta a vivere delle pensioni dei genitori, procurando loro un senso di vergogna e inutilità che li spinse a cercare un posto dove non li conoscesse nessuno. Se ci fosse del vero non riusciva a spiegare il modo in cui si allontanarono: più che persone schiacciate dagli eventi e dalla cattiva sorte sembrava partissero per una vacanza, tanto che chi li vide si domandò se ci fossero ancora con la testa.
Il capannone fu mangiato dai debiti che finirono di pranzare anche con buona parte del ricavato della vendita della casa, seguita da tutto quel che avevano: le tre grosse auto, i mobili, dei quadri, la collezione di radio d'epoca del suocero e anche piccole cose, come il trattorino per tagliare l'erba. Girò la voce che dovevano saldare degli usurai prima di potersi trasferire; fosse o no la verità almeno spinse qualcuno a non tirare troppo sul prezzo, come un funzionario della banca che acquistò la più bella delle loro auto, sentendosi in pace con la coscienza.
Comperarono per poco due utilitarie usate e nessuno più vide e seppe qualcosa di quelle sei persone.
In quel campeggio anche Mario soggiornò per un paio d'anni, quand'era giovane e la schiena ancora sopportava la vita spartana in una tenda. Costretto ad abbandonare una tale sistemazione non rinunciò a passeggiare in quel posto cui rimase affezionato, dove un'estate incontrò e fece due chiacchiere con Enzo. Non una vera amicizia, piuttosto una simpatia che si esauriva con un saluto e qualche scambio di impressioni. Ci rimase davvero male per quello che successe. Tanto da non aver più voglia di fare la solita passeggiata, per non passare davanti alla piazzola giusto di fronte al mare dove erano soliti posteggiare. Ma non volendo rinunciare a un'abitudine decise per una via di mezzo: fermarsi prima di poter vedere la piazzola e dare solo un'occhiata agli scogli piatti dov'era incastonato il piccolo faro – meno di due metri di altezza – che segnalava la baia.
Quei comodi scogli erano il posto preferito di Elia, dove rimaneva a lungo a giocare – se giocava – col niente dell'acqua tra le dita, contemplando ogni tanto – se contemplava – alla sua sinistra il monte più alto dell'isola, il Televrin. Come viva e cosa provi un bimbo autistico lo sa solo chi trascorre il suo tempo con lui; persone che per cause diverse sono precluse alla vita di relazione come noi l'intendiamo, ma non alla vita nella sua interezza. Come noi hanno la loro tavolozza emotiva, solo con colori diversi dai nostri, e come noi anche tra loro si differenziano.
Appena Mario posò lo sguardo sugli scogli gli parve di vedere un bambino con accanto la madre. Sembravano proprio Marta ed Elia! Emozionato allungò il passo e vide la piazzola dov'era parcheggiata una piccola roulotte... ma certo, il camper l'avevano venduto, poteva essere la loro! Non entreremo nei particolari di un incontro che rivelò a Mario come quella simpatia che si esauriva con un saluto era ben più di quanto credeva. Stavolta si sedette e trascorse alcune ore con loro, fu uno dei pochi a cui raccontarono quello che accadde.
Il denaro del camper durò poco e si avvicinava un'importante scadenza. Enzo aveva un disperato bisogno di denaro e dovette recarsi nella sua banca per chiedere un altro prestito.
Per la negativa risposta usarono il solito modo ipocrita come si usa in questi casi, badando a che la forma nasconda il luccichio del coltello che ti trafigge...
“Siamo dispiaciuti di doverLa informare che purtroppo la Direzione non ha la possibilità di accordarLe un altro prestito, avendo già prorogato, per ben tre volte contro i nostri interessi, la scadenza di quello in essere..
La crisi investe anche noi costringendoci a rientrare delle somme prestate. Conosciamo la Sua situazione, è un terribile momento... ma dobbiamo render conto ai soci, far quadrare il bilancio e rispettare gli obiettivi. Tutti speriamo in una ripresa che alcuni già intravedono... proprio per cercare di venirLe incontro... ci dia almeno delle garanzie, ci potremmo accordare su tempi più lunghi...”
Uscì dall'ufficio senza dir nulla, neppure salutando. Le garanzie erano l'ultima cosa che ancora aveva la sua famiglia: la bella casa, frutto dei sacrifici di anni. Già il capannone dell'azienda era ipotecato e dei macchinari, avendo la fortuna di venderli, ormai non avrebbe realizzato che un decimo del loro valore pur essendo recenti. Non solo con la banca, avevano debiti anche con fornitori e negozianti. I pochi operai rimasti attendevano ancora mesi di arretrati e quelli già licenziati la liquidazione. Mettere la firma su un'altra ipoteca era chiedere di fumare l'ultima sigaretta concessa al condannato.
Era la fine, non poteva farlo... non restavano che due strade, ugualmente senza ritorno.
Una portava agli usurai e l'altra... a uscire dalla scena permettendo alla sua famiglia di cavarsela, sfruttando l'assicurazione sulla vita che stipulò quando le cose andavano bene.
Era da tempo che ci pensava e sapeva che doveva apparire un incidente.
Sicuramente avrebbe usato l'auto – la velocità non lascia scampo – conducendola sugli stretti tornanti delle montagne vicine, sino a un punto dove avrebbe frenato per lasciare un segno sull'asfalto ma non abbastanza per non precipitare...
Se c'era una cosa che non avrebbe mai fatto era volare, ma almeno alla fine voleva affrontare questa sua paura.
Marta sapeva leggere nel cuore del marito altrettanto bene che in quello dei suoi figli.
Non si faceva illusioni, immaginando la risposta negativa della banca.
Aveva intravisto nello sguardo di Enzo un'ombra, come si stesse preparando al peggio, e intuì che c'entrava l'assicurazione. Ma aveva deciso di attendere sino al suo ritorno per affrontare direttamente l'argomento, paventando un altrettanto gesto sconsiderato se lui avesse messo in atto il suo proposito. Non era più tempo di mezze misure, c'era in ballo tutto, il futuro e la vita stessa.
Aveva la certezza che Enzo non avrebbe messo in atto il suo piano prima di aver salutato tutti loro, senza darlo a vedere. Era angosciata come mai in vita sua, per fortuna la figlia era fuori con i nonni ed Elia non sembrava turbato dal suo stato emotivo.
Anzi, pareva più interessato del solito a uscire nel giardino, forse dovuto all'interesse per la grande e leggera palla di plastica che il vento aveva fatto rotolare.
Dirigendosi verso la porta passarono davanti alla libreria del salone dove stranamente Elia cercò di prendere un libro. Provando ad assecondarlo Marta notò che un altro libro giaceva per terra accanto al tavolino, forse l'aveva sfogliato il marito la sera prima, quando tardò ad andare a letto.
Lo prese in mano e provò una stretta... un Vangelo! Si impedì di pensare quale stato d'animo lo spinse verso quel libro, visto che non era il suo genere di letture, lo tenne e uscì con il figlio.
Era estate e il giardino, nonostante le cure lasciassero ultimamente a desiderare era uno splendore... o forse proprio per quello. Le diverse essenze non irregimentate si erano fuse assieme e le rose non prevalevano, catturando l'attenzione più che saturandola.
Si sedettero sull'erba ed Elia prese a parlare fra sé, come sovente accade ai bimbi come lui.
Marta fece per aprire il Vangelo ma lo ripose quasi subito per terra, tra lei e suo figlio; non cercava conforto e si domandava perché l'avesse portato.
Si mise a guardare il giardino senza pensare a nulla, da tempo le preoccupazioni le impedivano di goderne come in passato, ma stavolta riprovò la sensazione vitale che fiori e alberi emanano.
In quel momento sentì Elia ripetere in continuazione: “soffia il vento, soffia il vento...” - una ecolalia differita, ripetizione a distanza di tempo di frasi sentite pronunciare.
Non usava spesso il linguaggio e fu sorpresa, ma lo fu ancor più quando un singolo colpo di vento li investì con una forza tale da aprire il libro e scompigliare vesti e capelli. Erano di fronte alla villetta e il vento venne da quella direzione... non era spiegabile a meno di uno spostamento d'aria dovuto a qualche aereo o cose simili. Ancor più strano che Elia l'avesse quasi annunciato, anche se talvolta diceva o faceva cose apparentemente senza un senso immediato, salvo riscontrarlo a distanza di tempo. Uno dei misteri legato alla loro condizione, come l'abilità con i numeri o la capacità di riprodurre fedelmente un'immagine appena intravista.
Dette un'occhiata al libro aperto e lesse: “... a chi ha verrà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha verrà tolto anche quello che ha...”
Ci pensò un attimo e la trovò una frase tremenda, soprattutto perché si adattava perfettamente alla loro condizione. Con un leggero brivido lo richiuse appoggiandolo dov'era in precedenza.
Adesso del giardino percepiva la transitorietà, anche quello gli sarebbe stato portato via.
Stava quasi per maledire l'ingiustizia del mondo quando sentì Elia ripetere nuovamente la stessa frase: “soffia il vento, soffia il vento...” e un secondo identico colpo di vento ottenne lo stesso risultato, far aprire nuovamente il libro e scomporre vesti e capelli.
Se il bambino non si fosse messo stranamente a ridere forse avrebbe ceduto al panico. Da tempo teneva a bada i propri nervi e se ci si mettevano anche fenomeni inspiegabili saltavano di sicuro.
Profondamente turbata decise di rientrare.
Riprese il libro e quasi gli cedettero le gambe... era ancora la stessa pagina.
Si sa che la maggior parte dei bimbi autistici evitano lo sguardo diretto, anche se lo si può interpretare come il loro modo di guardare, indirettamente. Ma per un breve tempo che parve un'eternità Elia fisso la madre come mai fece, e lei sentì che in quello sguardo e quanto accadde c'era la risposta che cercava, portata dal vento.
Si tenne stretta a quella sensazione per tutto il giorno. Passò il pomeriggio e venne sera, ritornarono i nonni con la figlia a cui affidò Elia e andò in camera.
Si mise sul letto e dentro di sé si domandò: “Cosa devo fare...”
La sensazione se ne andò lasciando la risposta nella sua mente. E tutto fu chiaro.
Marta: «Sei finalmente a casa, Enzo. Non ci vuol molto a capire che non c'è stato nulla da fare col direttore, in caso contrario mi avresti telefonato.» Enzo: «Sì, le cose stanno come dici tu... ma abbiamo una possibilità, ho conosciuto una persona interessata a rilevare la nostra azienda, affidandoci la gestione e...» - «No, non mi interessa più l'azienda, la gestione, la casa e tutto quello che ci lega a questo posto, abbiamo già dato troppo per tenere in piedi la speranza che le cose possano migliorare.» - «Ma cosa dici? Che significa?» - «Dico che me ne vado, con tutta la mia famiglia o con i miei figli o anche da sola... ma è sicuro che vado via da qui!» - «Non è possibile! Dove potremmo andare... e come vivremo?» - «Se il tuo interesse è vivere allora verrai con me... perché dovrebbe preoccuparti come? Sicuramente in un modo diverso e senz'altro più umano di questo, strozzati giorno dopo giorno dai debiti e dissanguati dai vampiri della banca.» - «Come ti è venuta in mente una cosa del genere?» - «Quando avremo venduto tutto e saremo lontani da qui te lo dirò, non prima.» - «Ma almeno discutiamone... » - «Tu pensavi di discuterne con me... prima di andare da quella persona che vuole la nostra azienda?» - Enzo abbassò gli occhi, si tenne le mani al volto e finalmente pianse.
Marta gli mise un braccio al collo e gli sussurrò all'orecchio: «Vedrai che tutto andrà bene... e l'anno prossimo torneremo nella nostra isola, ne sono sicura!»
Mario era sbalordito, per il racconto e perché avevano messo nelle sue mani la storia privata della loro vita, dopo che lui li informò di dedicarsi alla scrittura. Ma non dovette preoccuparsi di come chiedere il permesso di usarla, ovviamente dopo aver modificato nomi, luoghi e circostanze. Marta lo precedette e terminò il racconto.
Marta: «Quando chiesi cosa fare sentii la tensione sciogliersi, e apparvero ancora quelle parole... “a chi ha verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha verrà tolto anche quello che ha.”
Lì c'era la risposta, talmente evidente da non riuscire a vederla. Noi eravamo in quella condizione, ci rimaneva poco e ci stavano spogliando anche di quello. Ma se avevamo poco dove eravamo... da qualche altra parte quel poco sarebbe stato molto più di quanto avevano altri.
Io ho studiato un po' di economia e dopo ho capito che quella frase rappresenta anche una legge economica. Più il capitale è elevato e meno hai da temere, sai come si dice... se la banca ti presta centomila euro e non puoi restituirli hai un problema, ma se ti presta cento milioni è lei che ha un problema. Ovviamente non è semplice convincerla, ma qualcuno ogni tanto ci riesce. Noi non abbiamo un talento del genere e dovevamo arrangiarci da soli. Con quello che abbiamo realizzato dalla vendita di quanto ci rimaneva, pagato i debiti, affittammo un casale alla periferia di un bel paese appenninico. Dove abbiamo stabilito la residenza e mandato mia figlia a scuola, nonché ottenuto in breve tempo i permessi per riadattare ad agriturismo parte della grande casa.
Teniamo aperto solo il sabato, domenica e le festività. Gli altri giorni mi dedico all'associazione che ho fondato per dare un aiuto alle famiglie con bambini come il mio.
Le capacità tecniche di mio marito, alla fine di nessuna utilità dove vivevamo prima, qui sono apprezzate al punto che potremmo vivere quasi solo di quello.
I miei genitori credono che sia accaduto un miracolo che ci ha salvato. Anch'io ovviamente penso a qualcosa del genere ma non avendo un'attitudine religiosa la domanda resta in sospeso... anche se due isolati, inspiegabili colpi di vento che aprono per due volte la stessa pagina di un libro, allo stesso tempo che un bimbo l'annuncia sono una incredibile coincidenza.»
Mario: «Come ottenere una serie di doppi sei tirando i dadi... non credo sia solo coincidenza.»
Marta: «Che altro potrebbe essere, secondo te?»
Mario: «La lotteria, ma non quella che tutti conoscono... dopo vi chiarirò cosa intendo.»
Le due storie all'inizio del capitolo hanno qualcos'altro in comune oltre alla situazione disperata e senza scampo, l'imminente fine e l'inutilità di qualunque azione.
Entrambe finiscono dopo un volo; per un breve tempo l'aria venne attraversata dalla macchina ormai incapace di sostenersi e dal corpo inadatto a volare. Innumerevoli individui sono morti in circostanze più o meno simili, liberando nel vento da loro stessi creato le ultime emozioni.
Sarebbe potuta finire così anche per Enzo se qualcosa non avesse deciso che era tempo di intervenire per equilibrare la situazione.
Si accomodò nel vento al di sopra di quella casa e usandone la stessa energia ne deviò per due volte la traiettoria, costringendolo a scendere quasi a perpendicolo, come fosse stato la bora, il vento dell'isola.
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