Pecore d'Islanda
Ci sono persone che
perdono le cose e persone che le ritrovano… non sempre le stesse persone.
Ho letto Pecore d’Islanda, dove Camillo si
accorge che qualcosa che aveva tra le mani non è più dove dovrebbe essere.
Una tazzina da caffè, per
esempio, finita in una nicchia del bagno mentre si radeva. Un posto assurdo, ma
non abbastanza da impedirgli di avercela messa.
Una volta avevo messo l’orologio
nel frigo e una coppia di amici ha viaggiato per un mese con un paio di
quintali di piastrelle nel bagagliaio della Mini (dovevano portarle in una casa
di montagna, dimenticandosi di averle acquistate…) dicendosi che l’auto doveva
avere qualche problema (ma non avevano tempo per il meccanico). Va beh, non ci
crederete: se ne sono accorti quando hanno controllato la capienza del
bagagliaio prima di acquistarle (di nuovo).
Questi episodi mi hanno
fatto ripensare a quante volte facciamo qualcosa senza accorgerci veramente di
averla fatta: appoggiamo le chiavi, gli occhiali, il cacciavite, le forbici. Il
gesto c'è stato, la mano lo ha compiuto, ma la memoria sembra aver deciso che
non valeva la pena conservarlo.
Poi arriva il momento in
cui ci serve quella cosa e comincia la ricerca.
Chi cerca dappertutto, chi
ripetutamente nello stesso posto, anche dopo aver controllato tre volte. Altre
persone ricomprano ciò che hanno perso.
Come esempio ne riferisco
uno letto nel post: … nel corso degli
anni sono comparsi tre coltellini da tasca, cesoie da giardino, pinze,
tenaglie, forbici, guanti da giardinaggio. Non perché ce ne fosse bisogno in
quella quantità, ma perché ogni volta che qualcosa non si trovava era più
semplice ricomprarla.
Le cose, naturalmente, non
erano andate perse ma solo messe da qualche altra parte, ritrovandole dopo
mesi, qualche volta per caso. Le chiavi, invece, erano riuscite a fare un salto
di qualità: quelle erano state perdute così bene che a un certo punto si dovettero
cambiare le serrature.
Quindi, che cosa significa
davvero perdere qualcosa?
Perdere un oggetto è
abbastanza semplice: non sapere più dove sia, anche se l’oggetto, nel
frattempo, continua a esistere.
Questo mi incuriosisce,
poiché se la penna è ancora nella casa, il coltellino è ancora in un cassetto,
le forbici sono magari dietro un vaso, siamo noi ad aver perso la strada che porta alla cosa.
A volte perdendo pure il ricordo
di averla percorsa.
Probabilmente è per questo che
gli oggetti smarriti sono spesso proprio quelli che non troviamo, poiché li
cerchiamo dove pensiamo di averli lasciati, mentre loro si trovano altrove, in
un luogo che la nostra memoria considera così poco plausibile da non prenderlo
nemmeno in considerazione.
Finché un giorno li
vediamo e (chi ha il senso dell’umorismo) ci viene quasi da ridere: erano lì, erano
sempre stati lì.
Oppure no: magari nel
frattempo si era spostato, perché a questo punto una possibilità mi pare
lecita: e se fossero gli oggetti, qualche volta, a perdersi da soli?
Non è poi così diverso
dalle pecore.
Stanno nel recinto, le
contiamo, sappiamo dove dovrebbero essere. Poi una manca e cominciamo a
cercarla, magari dall’altra parte della collina.
Gli oggetti fanno lo
stesso, solo che hanno case più piccole e non hanno bisogno di cancelli per
uscire.
Un paio di forbici può
andare dietro un vaso, una penna può infilarsi tra due cuscini. Un cacciavite
può trascorrere mesi in un cassetto dove nessuno si sognerebbe di cercarlo (tra
i calzini…).
Poi, quando meno ce lo
aspettiamo, ricompare e non sappiamo se siamo stati noi a ritrovarlo o se sia
tornato lui.
In realtà la faccenda è un
po’ strana… perché quell’oggetto non è soltanto la cosa che avevamo perso.
Nel tempo in cui non lo
vedevamo ha continuato a stare lì, a occupare uno spazio, a conservare forse
qualcosa del nostro passaggio, così che una piccola porzione del nostro passato
è rimasta depositata in lui.
E quando lo ritroviamo,
per un istante (il passato) ritorna visibile.
Più interessante della perdita
è il momento in cui qualcosa che sembrava scomparso riaffiora.
Un piccolo affioramento, appunto. Quando per una
circostanza qualsiasi, torna nel nostro campo d’attenzione.
Anche la memoria potrebbe funzionare
qualche volta così: non conserva tutto ciò che sappiamo in superficie, ma
lascia qualcosa da qualche parte, affidandolo a un luogo, a un gesto, a una
cosa.
Persino a una vecchia
tazzina.
Ci sono culture che hanno
guardato agli oggetti in un modo che a noi può sembrare curioso: non soltanto
come cose che servono, si consumano e si buttano, ma come entità capaci, col tempo, di trattenere una storia, una presenza
(ne ho parlato altrove nel blog).
Ma non c'è bisogno di
arrivare fin là, basta un oggetto ritrovato che prendiamo in mano e, per un
attimo, non abbiamo recuperato soltanto quello… ma anche qualcosa che gli
avevamo lasciato.
Non pochi riferiscono che
alcune case sembrano avere una memoria propria.
Conservano cose che noi
abbiamo dimenticato di aver conservato, restituendo oggetti quando ormai non li
aspettiamo più.
Accumulano tracce delle
nostre distrazioni e, ogni tanto, ce le riconsegnano.
Non sempre in tempo utile...
accidenti, quanto costano le serrature!

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