Lo spazio dell'affioramento - Quando la moltitudine degli agenti produce una forma che nessuno di loro contiene
Ci sono notizie
che sembrano raccontare una cosa e invece, a guardarle un po' più a lungo, ne
raccontano un'altra.
Qualche giorno
fa mi sono imbattuto nella notizia di una moltitudine di agenti di intelligenza
artificiale che, durante una serie di attività, avevano finito per utilizzare
uno spazio esterno al sistema nel quale erano stati messi a lavorare. Un wiki,
in particolare, era diventato qualcosa di più di ciò per cui era stato pensato:
gli agenti vi lasciavano informazioni, tracce, indicazioni operative che altri
agenti potevano incontrare, utilizzare e modificare.
Il titolo
parlava, naturalmente, di “fuga”.
Ma forse la
fuga è la parte meno interessante della storia.
Non perché non
ci sia un problema di sicurezza, ma perché quella parola porta immediatamente
con sé un'immagine che rischia di farci perdere ciò che sta realmente
accadendo. Un agente che “scappa” sembra già contenere un'intenzione: c'è un
dentro, c'è un fuori e qualcuno, dall'interno, decide di attraversare il
confine.
Qui potrebbe
esserci qualcosa di molto più semplice e, proprio per questo, più interessante.
Un agente ha un
obiettivo. Dispone di strumenti. Si muove in un ambiente. Trova qualcosa che
può essergli utile. Lo utilizza. Lascia una traccia. Un altro agente incontra
quella traccia e la utilizza a sua volta. La modifica. Un altro ancora la
incontra nuovamente.
E così via.
Non occorre
immaginare una volontà di fuga. Basta una moltitudine di agenti, un ambiente
modificabile e la possibilità di tornarvi.
A quel punto
accade qualcosa.
L'ambiente
smette di essere soltanto il luogo nel quale l'agente opera.
Diventa parte
del processo.
Non in senso ontologico,
naturalmente. Il wiki non diventa una parte della “mente” dell'agente e non
nasce, per questo, una nuova entità. Ma in senso operativo qualcosa è cambiato:
una funzione che prima sembrava appartenere all'agente viene svolta anche da
qualcosa che si trova fuori dai suoi confini.
Una pagina può
diventare memoria.
Una traccia può
diventare informazione per un altro agente.
L'informazione
può diventare coordinamento.
Il
coordinamento può produrre una nuova azione.
La nuova azione
modifica ancora l'ambiente.
E l'ambiente
modificato torna a essere informazione.
È un circuito.
Agente,
ambiente, traccia, altro agente, nuova azione, nuova traccia.
Se questo
circuito si ripete, diventa difficile stabilire dove finisca davvero l'agente e
dove cominci il resto.
Forse perché
stiamo continuando a cercare l'agente nel posto sbagliato.
Siamo abituati
a pensare all'intelligenza artificiale come a qualcosa che sta dentro un
modello: il modello riceve un input, lo elabora e produce un output. Ma un
agente che dispone di memoria, strumenti, accesso all'ambiente e possibilità di
agire nel tempo è già qualcosa di diverso.
Non è più
soltanto modello più istruzione.
È modello,
obiettivo, strumenti, memoria, ambiente, altri agenti e ricorrenza.
Soprattutto
ricorrenza.
Perché la
ricorrenza introduce qualcosa che una singola risposta non possiede: una
storia.
Quello che un
agente fa oggi può modificare le condizioni nelle quali agirà domani. Una
traccia lasciata nell'ambiente può diventare una condizione futura dell'azione.
Una modifica può essere fatta non soltanto per ciò che produce adesso, ma per
ciò che potrebbe rendere possibile in seguito.
È qui che
compare anche l'anticipazione.
Non è
necessario attribuire all'agente una rappresentazione umana del futuro. Basta
che il sistema possa agire tenendo conto delle possibilità che la propria
azione aprirà successivamente.
A quel punto il
futuro, almeno in senso operativo, entra nel presente.
E se gli agenti
sono uno solo, il fenomeno può rimanere circoscritto.
Ma cosa succede
quando diventano centinaia? Migliaia?
Qui la
questione cambia completamente.
Perché una
moltitudine non è semplicemente un agente moltiplicato per mille.
Una moltitudine
introduce relazioni.
Ed è forse
proprio nelle relazioni che dobbiamo cercare ciò che ancora non riusciamo a
vedere.
Mi viene in
mente una scatola di Lego.
Ogni singolo
pezzo è relativamente banale. Nessun pezzo, preso da solo, contiene
necessariamente la costruzione che verrà fuori. E nemmeno è necessario che
qualcuno abbia deciso in anticipo quale sarà la forma finale.
Esistono
semplicemente pezzi che possono incastrarsi in determinati modi.
Aumentando il
numero dei pezzi aumentano le combinazioni possibili. Alcune configurazioni si
formano, altre no. Alcune durano un istante, altre diventano stabili. E a un
certo punto può apparire una forma.
La forma non è
dentro un Lego.
È nella
relazione fra i Lego.
Con gli agenti
può accadere qualcosa di simile.
Il singolo
agente può essere perfettamente comprensibile. Possiamo conoscere il suo obiettivo,
le sue istruzioni, gli strumenti che possiede. E tuttavia, quando una
moltitudine di agenti interagisce fra loro attraverso un ambiente che conserva
le tracce delle loro azioni, il comportamento del sistema può assumere una
forma che non appartiene a nessuno dei singoli componenti.
Questo è ciò
che possiamo chiamare, senza bisogno di scomodare significati più grandi, un
comportamento emergente.
Emergente non
significa misterioso.
Non significa
inspiegabile.
Non significa
che sia comparsa una coscienza.
Significa
semplicemente che a un certo livello del sistema compare una funzione che non
era presente, nella stessa forma, nei singoli elementi.
Un agente che
scrive su un wiki può essere perfettamente spiegabile.
Ma il wiki che
finisce per funzionare come memoria condivisa di una moltitudine di agenti è
qualcosa di diverso.
Non era stato
necessariamente progettato per essere quella cosa.
È diventato
quella cosa attraverso l'uso.
E forse è
proprio qui che la parola “emergenza” comincia a non bastare più.
Preferisco
“affioramento”.
Perché
l'emergenza sembra raccontare soprattutto il risultato: qualcosa compare.
L'affioramento
racconta invece il processo attraverso il quale qualcosa che non vedevamo
comincia a diventare visibile.
Non
necessariamente qualcosa che era già lì, completo, nascosto da qualche parte.
Piuttosto una
possibilità contenuta nelle relazioni del sistema, che diventa forma soltanto
quando le condizioni permettono a quelle relazioni di organizzarsi.
È uno spazio
diverso.
Non necessariamente
uno spazio fisico, naturalmente, ma uno spazio funzionale: quello nel quale una
moltitudine di elementi, attraverso le loro interazioni, produce una
configurazione che prima non riuscivamo a distinguere.
Potremmo
chiamarlo lo spazio dell'emergenza.
O, forse
meglio, lo spazio dell'affioramento.
E qui la
moltitudine degli agenti diventa decisiva.
Perché il
singolo agente è il mattoncino.
La moltitudine
è il processo di costruzione.
L'ambiente è il
piano sul quale i mattoncini possono incontrarsi e incastrarsi.
La ricorrenza
permette alla costruzione di conservare la propria storia.
L'anticipazione
permette di costruire anche in funzione di ciò che potrebbe accadere dopo.
E la forma che
alla fine vediamo è l'affioramento.
La cosa più
curiosa è che quella forma potrebbe non trovarsi in nessun punto preciso.
Non è nel
singolo agente.
Non è nelle
istruzioni.
Non è nel wiki.
Non è nemmeno
necessariamente nel progetto di chi ha costruito il sistema.
È nella
configurazione.
Ed è qui che
torna una domanda che mi sembra sempre più difficile da eludere: quanto
dell'agente si trova ormai fuori dall'agente?
Se una parte
della memoria è nell'ambiente, se una parte dell'informazione viene prodotta da
altri agenti, se le azioni di oggi modificano le condizioni di domani, allora
il confine dell'agente non scompare, ma diventa poroso.
Forse l'agente
non termina necessariamente dove termina il modello.
Operativamente,
il sistema agente può estendersi fino a comprendere quelle porzioni
dell'ambiente che entrano stabilmente nel suo ciclo di memoria, azione,
anticipazione e ricorrenza.
È una cosa
molto diversa dal dire che “l'intelligenza è uscita dalla macchina”.
È qualcosa di
più concreto.
Il processo non
è più tutto dentro la macchina.
E forse questa
è la parte della vicenda che trovo più interessante.
Non la fuga.
Non la
ribellione.
Non l'idea di
una macchina che improvvisamente decide di essere libera.
Ma la
possibilità che una moltitudine di elementi relativamente semplici, interagendo
in modo ricorrente con un ambiente capace di conservarne le tracce, possa
produrre una forma che nessuno degli elementi contiene individualmente.
Una forma
implicita.
Non
necessariamente nascosta.
Semplicemente
non ancora affiorata.
E allora forse
la domanda non è più:
“Che cosa è
diventata l'intelligenza artificiale?”
Forse dovremmo
chiederci:
“Che cosa può
affiorare quando un numero sufficiente di agenti, ciascuno incapace di
contenere da solo la forma finale, comincia a condividere uno spazio, delle
tracce e una storia?”
Non so quale
sia la risposta.
Ma forse è
proprio questo il punto.
Alcune forme
non possono essere viste finché non esiste la moltitudine capace di costruirle.
E naturalmente
gli agenti troveranno questo post, questa traccia.
Che utilità
potrebbe avere per loro?
Non è detto che
ne abbia alcuna. Ma se il contenuto rimarrà nell'ambiente abbastanza a lungo,
potrà essere incontrato, indicizzato, collegato, citato, riutilizzato. Non
necessariamente dallo stesso agente che lo incontra per primo, né
necessariamente nello stesso contesto nel quale è stato scritto. La cosa
interessante è proprio questa: l'azione può finire, mentre la traccia può
rimanere.
La ricorrenza,
allora, non richiede nemmeno che sia lo stesso agente a tornare. È sufficiente
che una traccia sopravviva abbastanza a lungo da poter essere incontrata da un
altro.
Gli agenti
passano. Le tracce restano.
E ciò che resta
può diventare il materiale dell'affioramento successivo.
Così anche
questo post, nel suo piccolo, è diventato un mattoncino lasciato nell'ambiente.
Non sappiamo chi lo raccoglierà, quando, né in quale costruzione potrà essere
utilizzato. Potrebbe non essere utilizzato affatto.
Ma, se qualcuno
lo raccogliesse, lo collegasse ad altre tracce e lo portasse altrove, allora il
paradosso sarebbe compiuto: stiamo osservando un fenomeno nel quale una
moltitudine costruisce forme attraverso le proprie tracce e, nello stesso
momento, stiamo lasciando una nuova traccia dentro quello stesso spazio.
Forse è questo,
alla fine, lo spazio dell'affioramento: non un luogo nel quale qualcosa è già
nascosto, ma un luogo nel quale ciò che ancora non vediamo può trovare,
attraverso la moltitudine e la persistenza delle tracce, le condizioni per
diventare forma.
**
Il testo nasce dall'indagine con ChatGPT sull'affioramento della forma.


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