Le mur des écritures

 


Capitolo 1


“Ci sono novità?”

“Niente di rilevante, un bel mistero…”

“Il libro?”

“Direi che invece di aiutarci potrebbe condurci fuori strada: Narciso e Boccadoro in lingua francese... non basta per stabilire la nazionalità, comunque abbiamo inoltrato tutto il fascicolo con le foto dell’uomo alla Gendarmeria francese. Se non fosse stato per un intervento straordinario su una frana chissà quando sarebbe stato trovato.”

“Riepiloghiamo…”

“… ancora?!”

“Rassegnati, qualcuno ai piani alti si è interessato alla faccenda e non mi da tregua.“

“E va bene… un uomo sui settant’anni è stato rinvenuto senza vita all’interno di una casa cantoniera in disuso un tempo adibita a ricovero materiali, da una squadra di tecnici e manovali inviata sul posto a seguito di un importante smottamento che rischiava di interessare la strada provinciale adiacente.

La costruzione, fatiscente ed in attesa d’essere messa in sicurezza, era priva di diversi infissi pur conservando ancora chiusa la porta d’ingresso rivolta alla strada. È situata in un zona senza altre costruzioni attorno, non vi sono coltivazioni e la fitta boscaglia se ne sta impadronendo. Il traffico, per lo più locali di passaggio, è sporadico, per non dire inesistente.

L’uomo giaceva nella stanza più piccola, dove aveva disposto alla buona delle assi di legno e dei vecchi sacchi per ricavarne un giaciglio, tuttavia non l’hanno trovato supino, bensì seduto, appoggiato con la schiena al muro e la testa reclinata in avanti.

Il medico ha detto che erano trascorsi sette-dieci giorni dalla morte, per cause naturali, probabilmente un infarto. Tutto quel che aveva era in uno zainetto e una borsa di plastica da supermercato, quelle resistenti e riutilizzabili. Solo generi alimentari secchi e dei cioccolatini al caffè liquido. Una parte del cibo era intatta ed è del tutto certo che bevesse l’acqua della cisterna d’accumulo posta all’interno. Il libro l’aveva vicino a sé e dalla posizione della mano il dottore dice che l’ha rilasciato nell’ultimo momento …”

“Nessun altro oggetto? Temperini, pile, candele… solo quel libro?”  

“Solo quello, senza alcuna annotazione.”

“Che dice il dottore, ha sofferto?”

“Il dottore è un appassionato di De André, del quale ha usato le parole di una canzone per descriverne l’espressione: e aveva un solco lungo il viso come una specie di sorriso… sembra proprio che si fosse recato in quel posto per attendere la fine senza venir rintracciato.”

“Morire in pace e da solo, ne avrà avuto sentore… ma perché proprio in un luogo del genere?”

“Difficile credere al caso… dieci chilometri dal paese più vicino e dalle nostre indagini nessuno l’ha mai notato da qualche parte… o si muoveva di notte…”

“O qualcuno ce l’ha accompagnato, giusto?”

“Giusto, in quanto al posto - l’abbiamo saputo da poco - dicono che la costruzione non riceve mai il sole se non… beh, questa in effetti è una particolarità… al solstizio d’estate, quando il sole lambisce una piccola porzione del muro sul retro rivolto ad est.”

“Solo quel giorno?”

“Così riferisce la gente del posto.” 

“Probabile fosse già lì il 21 giugno……  forse sapeva di quel luogo, mandami tutte le informazioni che riesci a trovare in merito, spero che questa novità possa allentare un po' la pressione! Sinceramente, in confidenza… non mi capacito dell’interesse dei miei superiori per questo caso che pare relativamente semplice e che diversamente avrei archiviato in fretta.”

“Forse qualcuno dei superiori ne sa più di noi e il defunto era persona d’una certa importanza, magari controllano che non vi siano sviluppi inattesi…”

“Mah, comunque non ci voleva, è una settimana che sono in trasferta e ho già dovuto spostare le ferie. A proposito, dammi l’indirizzo e numero di telefono del dottore, devo fargli qualche domanda.”

“Non ti fidi del nostro lavoro? Gli abbiamo fatto tutte le domande possibili, sono nel rapporto…”

“Certo che mi fido, infatti quelle non le rifarò.”

“E che altro potresti chiedergli?”

“… beh, come mai ha risposto citando la canzone Il pescatore. 

“Cosa c’è di strano, gli sarà venuta in mente…”

“Sì, solo che dove c’è un pescatore…”

“?”

“Ci sono dei pesci…”


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Capitolo 2


Vicequestore Ruggero - “Buongiorno Dottore, grazie della disponibilità.

Dottor Andrea Benini - ”Il commissario Zara mi ha anticipato il suo arrivo… mi scusi, la prego di sedersi, gli anni e la solitudine mi stanno facendo dimenticare le buone maniere! Ci fosse stata mia moglie avrebbe già in mano una tazza di the accompagnata da fantastici pasticcini al cioccolato, fatti da lei, eh…”

“Quando è successo?”

“Grazie di chiedermelo, lei le rammenta le buone maniere. Quasi cinque anni fa e pare ieri. Come medico sapevo a cosa andava incontro, invece...”

“... invece?”

“Un fatto del tutto sconcertante, nell’ultimo anno e sino alla fine non provò più alcun dolore. Mi scusi vicequestore, veniamo a lei…”

“Ruggero, dottor Benini. Non si deve affatto scusare, finisca il racconto, la prego…”

“Beh, un giorno mi chiese di interrompere la somministrazione degli antidolorifici, non volendo perdere la lucidità mentale. Mi sono opposto, paventando un irreversibile shock al ritorno del dolore… pancreas, Ruggero, tra i più devastanti, ma Anne era così determinata che dovetti accettare di tenermi pronto ad intervenire al minimo segno. Interrompemmo la flebo e non successe nulla, come una persona in salute prese a parlare con me del passato e per un momento pensai che quel miracolo fosse la grazia prima della fine, una sorta di lucidità terminale che prevaleva sull’intero sistema della percezione del dolore. Invece passarono le ore e poi il giorno… poi un intero anno… il più sconcertante della mia vita, partecipavo attraverso mia moglie all’impossibile che la scienza non poteva spiegare né ammettere.”

“Accidenti, dottore… davvero nessun dolore, sino all’ultimo?”

“Sì, Ruggero, proprio così. Adesso veniamo a te, cosa volevi sapere?”

“Che coincidenza… l’uomo trovato morto, mi ha incuriosito quel che hai detto al commissario Zara, che non avesse sofferto, cosa intendevi col solco della canzone?”

“Sì, una strana coincidenza… sono certo che sia stata anch’essa una fine senza dolore, il solco si riferisce alla sofferenza in vita, te lo dice uno che ha perso il conto di quanti ne ha visti, ci sono casi in cui la rilassatezza che subentra alla morte, pur non cancellando affatto la sofferenza patita, in qualche modo la sublima. In un  cadavere, prima dell’intervento del personale mortuario che qui non c’è stato, per un po’ rimane fissato quel momento.”

“Soffriva di cosa?”

“Credo soprattutto una grande sofferenza psicologica, esistenziale… facile dirlo visto come attese la fine.”

“Fisicamente in che condizioni si trovava?”

“In quelle riportate nel RISC (scheda Cadavere Non Identificato) non l’hai letta?”

“Sì, ma lì non c’è scritto del solco… esistenziale. Magari hai notato dell’altro.”

“L’ho compilata io e devo ammettere che mancano un paio di cose... ma prima permettimi di domandarti il motivo della visita… il verso di una canzone non smuove un vicequestore, eh…”

“Già… suppongo che mi proponi una sorta di scambio, vero?”

“Il motivo contro informazioni secondarie… è alla pari?”

“ Immagino che se ti domandassi cosa te fai del motivo tu risponderai…”

“Semplice curiosità, che altro… sono gli stimoli che mi mantengono in vita.”

“Già, capisco e ci sto, ma devi promettermi di non parlarne, ok?”

“Non ho più amici e non frequento i bar del paese… stai sicuro con me.”

“Va bene. Non era mai accaduto che un mio superiore venisse da me per informarsi di un caso, addirittura sollecitandomi a recarmi sul posto… sai cosa significa?”

“Accidenti, certo che lo so… quando si muovono i pesci grossi il fiume si sta svuotando… probabilmente l’uomo ritrovato non lo era ma qualcosa della sua vita potrebbe causare dei problemi.”

“Sì, penso anch’io così e ti confido che ho la netta sensazione che ai piani alti la conoscono l’identità dell’uomo… sorvolano stranamente in merito, insistendo invece su possibili ritrovamenti di materiale, documentazioni. Pescatori e pesci, la stessa metafora che ho usato col commissario Zara.”

“Tocca a me, nel RISC come dicevo mancano un paio di cose, la più importante: una parte del corpo si stava inspiegabilmente corificando…”

“Cioè?”

“Significa che in quella parte era in corso un processo analogo alla mummificazione… leggi qui su Wikipedia: … che tende a verificarsi nei cadaveri chiusi in casse di zinco o piombo ermeticamente chiuse, a causa della carenza di ossigeno che rallenta la putrefazione. Consiste nell'acquisizione dei caratteri del cuoio da parte della cute, che resta relativamente morbida, integra ed elastica, a causa di processi chimici di disidratazione e polimerizzazione, che provocano un'indefinita conservazione del corpo.

La trasformazione del cadavere procede in questi casi in maniera conservativa, per l'arresto dei fenomeni colliquativi (cioè il processo degenerativo del tessuto) e la stabilizzazione delle strutture proteiche, in un processo simile a quello della conciatura delle pelli. La cute assume un colorito giallastro, più scuro nelle parti scoperte (testa e mani). Le articolazioni non sono rigide poiché nei tessuti rimane, talvolta, malleabilità. Il fenomeno si completa entro uno o due anni dalla data del decesso.

“Intanto, di quale parte si tratta?”

“Della mano sinistra, non quella vicino al libro… e ti anticipo la risposta: non l’ho riportato perché era sotto i limiti della rilevabilità. Solo perché mi è capitato un altro caso del genere nella mia vita ho potuto accorgermene. Altresì non potevo scriverlo perché la corificazione, se proprio di questo si tratta, avviene nelle condizioni che hai letto e riguarda l’intero corpo… non mi gioco la reputazione per quella che è solo un’ipotesi.”

“Ma che aveva di diverso quella mano?”

Cos’ha di diverso… il corpo è all’obitorio, sin quando il giudice ne disporrà il destino, ammesso non si possa risalire ai parenti. Ho preso delle foto, vuoi vederle?”

“Certo, la cosa mi incuriosisce:”

“Eccole qui, questa è del dorso della mano destra e quest’altra della sinistra, stesse condizioni di posa. Queste dei palmi. Noti qualcosa?”

“Non mi sembrano granché differenti, solo una tonalità più accentuata della sinistra.”

“Dici bene, l’uomo - diamogli un nome provvisorio, magari Boccadoro, come il libro - è stato ritrovato appoggiato con la schiena al muro, col braccio sinistro vicino ad un’altra parete. Questa è la foto. ”

“Sì, ricordo d’averla vista.”

“Riguarda le mani…  se non fosse intervenuto quel processo forse avresti rilevato che la sinistra era più sviluppata, dominante… ma la corificazione la stava disidratando e polimerizzando, riducendone il volume, al contrario della destra dove avvenivano i normali fenomeni colliquativi.”

“Quindi supponi fosse mancino?”

“Quasi sicuramente.”

“La leggera colorazione della mano sinistra è appena distinguibile, giustamente non sufficiente per riportare la tua ipotesi nel RISC. ”

“Infatti, io stesso l’ho notata in seguito. Invece ho potuto constatare che la mano sinistra conservava un’elasticità anomala, tanto che ne ho smosso le dita. Ma ripeto, siamo al limite…”

“Beh, un po' troppo sotto… la seconda cosa?”

“Appunto muovendo le dita della mano sinistra, nell’incavo tra pollice ed indice c’era il segno di una piccola cicatrice ipertrofica di appena un centimetro, di forma rettangolare. Dal rimodellamento e definizione penso sia di vecchia data, forse risalente ai primi anni di vita.”

“E questa perché non l’hai riportata?”

“Ne ho riportato una decina di dimensioni e geometrie ben più caratteristiche che pongono interrogativi sulla loro formazione ed età.”

“Forse anche questa era al limite?

“Sì, un mio limite… però te lo dico il motivo e spero che tu possa capirlo…”

“I vicequestori sono famosi per non arrivarci… ma anch’io sono al limite, giochi in casa.”

 “Quando ho ispezionato la mano sinistra… mi è accaduto qualcosa, ma non sono abbastanza in confidenza con te per spiegarlo, è troppo personale, intimo… il risultato è che ho sentito di dover rispettare quella mano e l’intera persona che ha qualcosa di particolare.”

“Beh, se il tutto era strano adesso lo è di più… ci penserò su, ti ringrazio dello scambio.”

“Grazie a te, Ruggero, spero di incontrarti ancora.”


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Capitolo 3


Di quel sogno che ogni tanto tornava a tormentarlo, Gerald non parlò mai con nessuno, poiché un piccolo segno di debolezza o di incertezza poteva avviare quella che nella loro sottosezione veniva chiamata “ispezione”, dal cui esito dipendevano troppe cose, anche se ne veniva dissimulata l’importanza definendola un normale supporto psicologico. 

Ma quelli che rivedeva dopo quel “supporto”, unito a voci che riportavano di trasferimenti definitivi di sede operativa, lo convinsero a tener sotto controllo le proprie emozioni e non farle trapelare all’esterno.

Aveva speso anni per conquistarsi il posto dove si trovava e il grado di libertà che gliene derivava, pur se relativo in quanto altre sottosezioni si occupavano di controllare le azioni di tutto il personale, soddisfaceva buona parte del suo  desiderio di realizzazione, quasi che ruolo, azioni e riconoscimento componessero l’immagine di sé che voleva mantenere a fuoco.

Invece quel sogno ritornava a minare l’edificio della sua personalità producendo sinistri scricchiolii interiori… e l’ultima volta accadde qualcosa di nuovo.

- Indietro, Gerald, ancora di più… ce la puoi fare, perché ti fermi?

- Non mi interessa, sto bene dove sono… tu piuttosto, perché mi spingi? Fatti la tua vita e lascia stare la mia, vattene, per sempre!

- Non posso, Gerald… tu mi hai chiamato e sin che non vai in quella stanza rimarrò nella tua mente.

- Noo, non ti ho chiamato… stai mentendo!

- Hai paura di quella stanza, vero?

- Lo so, maledetto… quella è la stanza delle ispezioni! Le persone non tornano più come prima quando ci vanno… vuoi distruggere tutto quello che ho realizzato!

- Quello che è vero non si distrugge mai del tutto, una piccola, piccolissima traccia rimane… cercala.

- … se trovassi qualcosa… te ne andresti?

- Sì, avrei finito il mio compito. Indietro, Gerald… cosa vedi?

- Delle figure… ma più in là non ci vado, se mi scorgono mi mandano all’ispezione…  sono entrato, non l’avevo mai fatto prima, adesso esco da qui e tu te ne andrai per sempre!

- Sì, per sempre… purtroppo per te, Gerald.

- Ma che dici… finalmente quest’incubo terminerà!

- Terminerà, sicuramente… e sentirai il dolore…

- Non mi spaventa, so sopportare il dolore.

- lo so… ma tu sei quel dolore, puoi sopportare te stesso?

- Ma di quali dolori parli… via di qui, finalmente!

- Gerald… la tua mano.

- Ahh… brucia! Maledizione, che succede?

- Le figure, Gerald, guardale e te lo diranno… addio.

 

Si svegliò ritrovandosi rannicchiato sul letto e poiché dormiva con una piccola luce sempre accesa vide subito quanto avesse conficcato l’indice e il medio della mano destra nell’incavo tra le stesse dita della sinistra.

Talmente forte da avere causato una profonda depressione dalla quale era partito il lancinante dolore provato nel sogno. Ci volle un po' perché nell’articolazione della mano sinistra si ripristinasse il normale flusso sanguigno e tuttavia il dolore persisteva... come quello prodotto da un’ustione.

Destatosi in quel modo repentino aveva ancora in mente ogni scena e parola del sogno, vedendosi entrare per un passo dentro quella stanza che cercò sempre di evitare, quasi sospinto dal suo interlocutore di cui, questa volta, scorse i lineamenti.

Nel massaggiarsi la mano dove gradatamente il dolore s’affievoliva, incontrava ad ogni passaggio quella piccola cicatrice rettangolare di cui ignorava la genesi. Doveva risalire ai suoi primi anni perché ricordava il momento che si palesò alla coscienza, in via di fissarsi definitivamente sul suo gracile corpo, verso i cinque anni di vita.

Una vita che poi trascorse sino ai quattordici in un orfanatrofio e successivamente  in quello che chiamavano il “collegio”, dove completò il ciclo degli studi per affrancarsi il prima possibile da ogni dipendenza. Nel collegio veniva soprannominato “l’orso”, per la sua manifesta asocialità che gli causò ripetuti scontri con le gerarchie dei più “anziani”.

Mal tolleravano la sua indipendenza, quel suo bastare a se stesso rintanato in un qualsiasi angolo a studiare, imparare… mettendoci la rabbia che non poteva sfogare attraverso il debole corpo.

Fu l’insegnante di ginnastica, l’unica persona con cui sentiva d’esser in debito, a portarselo in palestra, incoraggiandolo nei suoi primi frustanti tentativi di far lavorare i suoi muscoli rattrappiti. Quando li sentì rispondere alla fatica, per una volta sopportandola e in seguito aver maggior energia per aumentare lo sforzo, provò la più meravigliosa sensazione della sua vita.

Come un animale affamato che finalmente azzanni la preda, potendo morire piuttosto che farsela sfuggire, afferrò il suo corpo e lo condusse con determinazione, incurante della fatica e ignorando qualsiasi distrazione, a sviluppare le centinaia di muscoli volontari di cui dispone.

Non passarono che sei mesi e gli “anziani” dovettero rendersi conto che il loro tempo era finito… in quattro gli tesero un agguato per dargli la lezione “finale” ma più lo colpivano e più “l’Orso” trovava energie per rispondere, colpo su colpo.

Con le braccia bloccate usò le gambe come arpioni e la testa come una clava, quando ne atterrò un paio, fortunatamente per loro i restanti riuscirono a scorgere quella luce feroce nei suoi occhi e se la dettero a gambe…

Da quel giorno, lo avesse voluto, avrebbe potuto diventare il Re del collegio.

Il suo istruttore capì subito cos’era successo, prima ancora di captare le voci che si diffusero all’intera scolaresca… anch’egli vide quella luce negli occhi e non la giudicò, perché nel mondo dove vivevano poteva fare la differenza. Vien detto che uno su mille può farcela  e per un insegnante se quell’uno vien dalla tua scuola hai realizzato il tuo compito.

La sua fama, varcando gli arrugginiti confini del collegio, attirò l’attenzione di coloro che esercitano il potere e che presto vennero a prenderselo, prospettandogli la realizzazione del suo desiderio d’indipendenza.

Quel giorno, dalle ampie finestre del freddo edificio, tutta la scolaresca s’accalcò per vederlo salire in una di quelle macchine riservate alle persone importanti, tutti provando l’invidia di chi, per il gioco del destino, vien costretto a rimaner indietro  e quel po' d’orgoglio per aver in piccola parte condiviso la vita con l’Orso.

L’istruttore fu il solo ad accompagnarlo sino alla vettura, non aveva avuto figli e forse quello fu il motivo del prendersi a cuore quel ragazzino, tanto che gli si inumidirono gli occhi nell’ultimo saluto che voleva esser una pacca sulle spalle e divenne invece una carezza sulla testa.

Gerald si accorse di quell’altro tipo di luce negli occhi del suo Maestro e per una volta provò la sensazione di voler bene a qualcuno.

   

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Capitolo 4


Il ragazzo fu fatto sedere sul sedile anteriore accanto all’autista mentre l’altro passeggero, accomodato sul divano posteriore, non scese dall’auto e per tutto il viaggio non disse una parola.

Pur avendo solo diciassette anni e nessuna esperienza del mondo “esterno”, se non quella acquisita dai racconti del personale e le lezioni dei professori del collegio, Gerald intuì subito che “la prova” era già cominciata e che ogni suo comportamento sarebbe stato valutato. Così si trattenne da ogni gesto e parola, non indugiando, nonostante l’attirassero come magneti, sui panorami che vedeva per la prima volta.

Non aveva la minima idea di quanto sarebbe durato il viaggio e certamente non l’avrebbe domandato; dopo un paio d’ore raggiunsero la periferia della città e si inoltrarono all’interno.

Gerald si accorse che la guida dell’autista cambiò, senza dipendere dalle strade urbane e il (poco) traffico… adesso seguiva uno schema di rallentamenti sin quasi a fermarsi e successive accelerazioni. Prontamente, prestando la massima attenzione cercò di collegare quel procedere con dei riferimenti esterni: cartelli, case, colori ecc. pronunciandoli a mente come dovesse mandare a memoria una poesia.

Dopo una ventina di minuti riconobbe la  strada da cui iniziarono e poi la seguente. Senza ombra di dubbio l’auto ripercorreva il medesimo itinerario e il ragazzo fu certo che il silente osservatore alle spalle avesse registrato la sua sorpresa.

Ma Gerald non perse che qualche secondo e quasi recitandolo riprese lo schema che aveva elaborato nel primo “giro”: … rallenta, fine strada, cartello stradale,  gira destra, accelera, sinistra alberi…  correggendolo nel caso e rafforzando i collegamenti visuali.  

Al termine del secondo giro l’auto prese una strada diversa e in capo a una decina di minuti raggiunse la sua destinazione finale, un edificio all’interno di una piccola area recintata.

L’autista scese ad aprirgli la portiera e una persona arrivata nel frattempo lo accolse prendendo le sue due valigie. Mentre camminavano all’interno della costruzione il suo accompagnatore gli chiese se avesse delle necessità e all’annuire gli indicò una toilette e il numero di una stanza in un corridoio, dove avrebbe sistemato le sue cose, aggiungendo di far con comodo e che sarebbe tornato a prenderlo dopo un paio d’ore.

All’interno del bagno la prima cosa che fece fu di aprire il suo notes e trascriverci lo schema che aveva elaborato. Poi, trovata la stanza la aprì… c’erano quattro letti con un proprio comodino dotato di un piccolo abatjour, delle capienti mensole dove riporre le valige e un unico tavolo con delle sedie. Non essendoci oltre ai suoi altri bagagli né effetti personali, sistemato l’unico letto fornito di biancheria, si sedette al tavolo dove l’attendeva una tazza con una bevanda calda e una fetta di dolce.

Quello fu il pranzo e quando l’uomo ritornò lo condusse in un’aula dove una decina di persone di differenti età, nessuno giovane quanto lui, seguiva una lezione di francese, una lingua che assieme al russo stava studiando con ottimi risultati. L’insegnante, dialogando con lui, si stupì dell’inusuale livello di padronanza grammaticale, pur se la pronuncia si doveva migliorare.

Trascorse due ore di lezione l’accompagnatore lo ricondusse nella camera assegnata: non erano che le cinque pomeridiane e sul tavolo una bottiglia d’acqua ed uno striminzito panino sostituivano la tazza e il dolce precedente. Gerald, sicuro che lo stavano mettendo alla prova, scommise (purtroppo vincendo) che quella non fosse la merenda, bensì tutta la sua cena.

Scoperto il gioco, se si può dir così, si dedicò alla propria disciplina fisica con lunghi esercizi a terra, dopodiché non ritenne di dover attendere qualcuno per andare nel bagno e lavarsi. Al ritorno riposò per un po' e infine mangiò quel simulacro di panino lasciandone, nonostante la fame, un terzo. Poi si rimise a studiare, riscrivendo dapprima la lezione di francese del pomeriggio e poi ritornando agli appunti sul percorso dell’auto, che studiò sino ad impadronirsene del tutto, come una poesia che non si dimentica.

Poco prima di coricarsi notò che l’insolita collocazione dello specchio ad uso comune copriva ogni angolo della stanza e non era appeso, facendo corpo unico con la parete. Spenta la luce sorrise… chi lo stava osservando poteva anche chiuder bottega, l’avessero tenuto lì quanto volevano non avrebbe ceduto di un millimetro.

La mattina seguente, condotto in refettorio, pur potendo scegliere cosa mangiare non cercò di recuperare la mancanza di cibo, servendosi una quantità “normale” e aumentando solo il caffelatte, zuccherato abbondantemente.

Dopo aver preso posto in un tavolo libero, altre due persone si accomodarono a loro volta. Una, di mezz’età, gli gettò di tanto in tanto qualche rapido sguardo, apparentemente più interessata al vassoio ben fornito, mentre l’altra, sui trent’anni, ad un punto gli rivolse la parola.

“Devi essere arrivato da poco, è la prima volta che ti vedo…  mi chiamo Hans, da dove vieni?”

Se era un’altra prova avveniva su un altro fronte e ignorare del tutto l’approccio avrebbe dato segno d’insicurezza, così rispose ironicamente e vagamente.

“Dalla stanza per gli ospiti, suppongo… sono Gerald e sì, è la mia prima colazione.”

L’interlocutore, capendo che non ne avrebbe ricavato alcuna informazione a parte il nome, cercò di portare il colloquio sulle sensazioni.

“Qui si sta bene, nonostante le apparenze… si lavora sodo ma la soddisfazione di servire la Patria compensa il nostro impegno.” 

Gerald preparò in un istante la frase per chiudere l’inutile dialogo.

“Lavorare non mi pesa e se posso esser utile non mi tiro indietro, il resto non mi riguarda. Buona colazione.”

Hans accennò un “altrettanto” ma non riuscì a dissimulare l’occhiata al terzo commensale, che rimase impassibile, mentre Gerald che se ne accorse lo trafisse dandoglielo a vedere, muovendo un po’ la testa verso di lui e ritornando prontamente alla sua bevanda.

Ritornò in camera e non avendo avuto alcuna indicazione stava per riprendere lo studio quando bussarono alla porta. Quasi senza attendere risposta entrò l’uomo che venne a prenderlo al collegio, questa volta facendo sentire la sua voce.

“Gerald, adesso andremo a fare un altro viaggio… so che non hai mangiato a sufficienza, qualcuno ha voluto saggiare il tuo carattere, come ti sei certamente accorto, vero?”

“Sono l’ultimo arrivato e vorrei rimanere… non mi spaventano le difficoltà.”

“Bravo, vedrai che un posto lo troveremo… conosciamo il tuo talento per le lingue e la cura per mantenerti in forma. Dobbiamo sfruttare al meglio le capacità di ognuno per il bene della nazione, ogni nostra debolezza può scatenare la guerra. Il mio nome è Rutger.”

Uscirono e nel parcheggio si accomodarono negli stessi posti dell’auto del giorno prima. Il solito autista si diresse alla periferia della città, nella strada da cui iniziò quello strano percorso e, raggiuntala, si fermò.

“Ieri partendo da qui per due volte abbiamo seguito lo stesso itinerario; oggi lo rifaremo seguendo le tue indicazioni e verificheremo se, come hanno scritto i tuoi insegnanti, possiedi davvero una memoria straordinaria. Sei pronto?” – disse Rutger.

A Gerard brillarono gli occhi, aveva l’occasione di dimostrare le sue capacità e nella sua mente la mappa che aveva elaborato si sovrappose perfettamente a quella reale.

“Sì… avanti sino alla terza strada a destra, rallentare, svoltare, accelerare fino all’insegna del fornaio sulla sinistra …

L’autista trattenne a stento la sorpresa per le indicazioni così chiare. Man mano il percorso si snodò senza alcun errore né esitazione sin l’ultima posta. Al termine anche Rutger si accorse di quella strana luce negli occhi di Gerald; pur avendo selezionato centinaia di persone nessuna lo impressionò come quel ragazzo… forse aveva trovato la persona che cercavano.  


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Capitolo 5


Conclusa la prova d’orientamento l’auto continuò la sua corsa, lasciandosi alle spalle agglomerati urbani e ampie zone periferiche ancora in via di sistemazione edilizia. Man mano il tranquillo paesaggio collinare punteggiato di fattorie prese il sopravvento e Gerald, che vi transitava per la prima volta, immaginò che potesse continuare indefinitamente. Poi quell’ordine mutò in un altro.

Cinque chilometri dopo aver passato un checkpoint (Sperzone), il nuovo ordine si manifestò nella sua imponenza: al successivo posto di blocco sorvegliato venne fatto aprire un cancello nella barriera di segnalazione (Signalzaun) in metallo espanso alta due metri, affiancata da filo spinato elettrificato di rilevazione. La strada, che attraversava un’ampia striscia di sicurezza (Schutzstreifen) di quasi un chilometro, dove spiccavano distanziate uniformemente torrette in cemento e bunker d’osservazione, ne incrociò una di pattugliamento (Kolonnenweg) costituita da due linee parallele di blocchi di cemento perforato che impedivano il transito. L’auto si fermò e mentre l’autista rimaneva al suo posto, Rutger e Gerald scesero.

Oltre i blocchi c’era un fosso anti-carrabile in cemento, e, dopo un’ulteriore fascia di terreno minata, era installata l’ultima barriera, una recinzione in acciaio espanso alta quattro metri. Sul lato esterno della stessa una striscia di terra delimitava la linea di confine, indicata da pietre miliari in granito (Grenzsteine) con le lettere "DDR" incise sulla faccia rivolta a ovest.

“Il confine è lungo 1300 chilometri, per realizzarlo è stato usato il 6% del territorio ed è presidiato da 50.000 militari (Grenztruppen). Qui, nel lato amico, sono stanziati circa 230.000 nostri soldati, un milione con quelli dell’Unione Sovietica. Nel lato nemico i numeri non sono tanto differenti. Siamo in equilibrio sul filo del rasoio, come ti ho detto ieri la minima debolezza da parte nostra può scatenare la guerra. Tutto il mondo sarà coinvolto… ma noi e la nostra nazione saremo i primi ad essere spazzati via. Ti ho portato qui come faccio con quelli che seleziono, se avrai il minimo dubbio di non poter dare più del massimo, ti destineremo a mansioni meno impegnative. Hai qualche domanda?” – disse Rutger.

“Solo una: cos’è quella torre al di là del confine?”

Ancora una volta Gerald riuscì a sorprendere Rutger che invece si attendeva, come usualmente accadeva, gli venissero chieste informazioni sui futuri compiti dei nuovi selezionati della sua squadra. Apposta li conduceva sul confine, dove i codici militari si applicavano indistintamente ad ogni minaccia. Se dal lato nemico, per scelta strategica e politica, raramente accadeva qualche azione volta a violarlo, da quello amico i tentativi di valicarlo non erano mai cessati, nonostante i dispositivi di dissuasione e contrasto venissero perfezionati dopo ogni evento. Ma qualcuno ci provava lo stesso, a costo della vita e di pesanti provvedimenti qualora intercettato.

Ogni tentativo, riuscito o meno, era di per sé un successo per il lato nemico e sbilanciava il baricentro di quell’instabile equilibrio.

Erano trascorsi dieci anni da quel 26 ottobre del 1961, quando il baricentro rischiò seriamente di venire polverizzato dalla prima cannonata, sparata dalle linee dei carri armati delle due coalizioni che si confrontarono (Panzerkonfrontation) al Checkpoint Charlie. Per arginare il continuo e crescente flusso dei suoi cittadini – arrivato al 20% dell’intera popolazione - verso il lato nemico, la DDR in una notte recintò col filo spinato i 200 chilometri del perimetro di Berlino ovest e il confine con Berlino est.

Un’operazione che permise l’efficace controllo della frontiera e che fu, abbandonata la via della prova di forza al Chekpoint, accettata come male minore dalle due parti.

“… è la Bayernturm, costruita nel 1966 e alta 38 metri, dove vengono condotti i turisti dell’ovest per osservarci. Pur senza intervenire sul nostro ordine militare hanno trovato un modo per farsi beffe di noi… ” – rispose Rutger.

Terminata la visita e ormai vicina al parcheggio da dov’era partita, l’auto si fermò davanti a un edificio dall’aspetto sobrio ma gradevole. L’autista rimase alla guida e Rutger e Gerald  entrarono in quella che si rivelò essere una pensione. La signora alla reception li invitò ad accomodarsi nella sala comune dove li attendevano bevande calde e un vasto assortimento di pasticceria.  

“Non ti trattenere, Gerald… le prove le hai superate, adesso fai parte della mia squadra e ai miei uomini non faccio mancare nulla.” 

Rutger spiegò al ragazzo quali fossero i compiti della sua squadra che operava sotto copertura all’estero. Da tempo stavano cercando una persona giovane con buona conoscenza della lingua francese in grado di sostenere il ruolo del figlio di una coppia di loro agenti e lui aveva i requisiti necessari. Terminato il colloquio, Gerald, immaginando di ritornare al centro, stava per alzarsi ma fu fermato da Rutger.

“No, tu resti qui… questa sarà la tua dimora. Per oggi abbiamo finito, hai tutto il tempo per sistemarti nella tua camera dove troverai quello che ti serve. Se vuoi uscire tieni sempre con te questo tesserino da mostrare in caso di  controllo. Ti aspetto domattina alle nove al centro… non credo di doverti spiegare la strada, vero?”

“No, grazie… di tutto.”- rispose, non riuscendo a trattenere completamente la sorpresa per la nuova situazione. 

A Gerald, rimasto solo, si presentò la responsabile della pensione che gli fece vedere il suo tavolo nella sala da pranzo e gli altri locali di cui poteva usufruire. Pur informata del carattere del ragazzo ne restò ugualmente impressionata, non ricevendo una sola parola in più dello stretto necessario. Ma Juthe non era tipo di cui potersi sbarazzare facilmente… in quella pensione alloggiavano mediamente trenta persone, la metà delle quali in carico alla squadra di Rutger che veniva da lei informato di ogni più piccolo dettaglio. Anche Juthe ne faceva parte ma solo un paio di persone lo sapevano: il direttore (Rutger) e un’altra di cui neppure quest’ultimo era a conoscenza… anch’egli veniva controllato da un livello superiore.

Juthe giocò per ultima la miglior carta:

“Gerald, vorrei mostrarti la rimessa, c’è ancora l’auto di mio marito e le biciclette di nostro figlio… entrambi sono morti durante la guerra. Puoi usare le biciclette quando vuoi. Queste sono le chiavi della tua stanza, al secondo piano, una delle migliori…” – disse la donna che senza attendere risposta ritornò alla portineria. Sapeva che Gerald non aveva conosciuto i suoi genitori e istintivamente o meno, il modo e quello che disse raggiunsero la sfera emotiva del ragazzo senza che lui se ne rendesse conto. In quanto al marito e al figlio… esistevano solo nei documenti a copertura della sua identità. Juthe era molto di più di una semplice pedina.

Gerald salì lentamente le scale assaporando la sua nuova, inaspettata condizione. Pur se fino a due giorni prima era tra i migliori studenti del Collegio e amava studiare, tuttavia avvertiva un ignoto richiamo verso quel mondo che pur prendendosi cura di lui gli aveva precluso dal farne piena esperienza.

Famiglia, affetti ed amicizie erano divenute parole vuote di significato a cui man mano, crescendo, riuscì a togliere il potere di influire sulle sue azioni. Sigillata la sua cassaforte emotiva, non aveva l’esperienza per rendersi conto dell’universalità di quanto conteneva, che non potendo raggiungerlo dall’interno lo attendeva oltre la porta del collegio.

Fece girare nella serratura la chiave della stanza numero 16 e sbloccato il meccanismo aprì la porta tenendo gli occhi chiusi. Non aveva mai avuto una stanza personale e per gran parte della sua vita aveva dovuto ingoiare il disgusto che gli procurava il dover condividere gli spazi con i suoi simili.

Cercando sempre l’angolo più remoto dove collocarsi, anticipando la sveglia, ritardando il sonno e durante il tempo libero rifugiarsi nei magazzini, nelle stanze vuote per avere più tempo senza interazioni. Non per niente era soprannominato l’orso… a cui tiravano le orecchie, incoraggiati dalla sua fragilità fisica. Sinché grazie a una determinazione incrollabile riuscì a trasformare il suo corpo divenendo l’Orso, a cui tutti avrebbero lasciato il maggior spazio possibile per distanziarsene.

Ma non era mai abbastanza… e aprendo gli occhi dentro la stanza numero sedici Gerald ne comprese il motivo: questa era la sua tana, la tana dell’Orso finalmente raggiunta!

Si accorse con quanta forza stesse stringendo la chiave del suo paradiso solo a causa del fastidio procuratogli dalla vecchia, piccola cicatrice nella mano. Chiusa la porta ispezionò la camera dall’ampia metratura: armadio, letto, comodino, mobili con cassetti e mensole dove avevano posto i suoi bagagli, sedia, una piccola scrivania e una poltrona davanti a una grande finestra che dava su un giardino alberato. Una porta scorrevole nascondeva un piccolo bagno fornito di doccia. Si sedette sulla comoda poltrona e facendo scorrere una tendina si avvide delle mensole ricavate all’interno del muro, dov’era collocato un fornello elettrico e una rastrelliera con alcune stoviglie, caffettiera e dei contenitori con zucchero, caffè e thè.

Quello spazio, da non condividere con altre persone, aveva il gusto tanto agognato dell’indipendenza e qualunque fosse il prezzo, avrebbe dato e fatto il massimo per non venir mandato via da lì, dalla tana dell’Orso.


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Capitolo 6 - Juthe


Si alzò dal letto sapendo bene che non sarebbe riuscito a riprender sonno, riscaldò un po' d’acqua mettendoci una bustina di the e sedette sulla poltrona, in attesa dei cinque minuti necessari. Il sogno l’aveva condotto dove non era mai arrivato e si convinse che tutto ruotasse intorno a quella piccola cicatrice nascosta nell’incavo della sua mano.

Realizzò che diverse volte, al passarci le dita dell’altra mano, il suo pensiero si rivolgeva al passato, sovente riconducendolo a quel momento dei suoi cinque anni, quando il prenderne coscienza coincise con il radicamento del suo io.

Aveva avuto sotto gli occhi da sempre quell’indizio, troppo evidente e perciò  nascosto, adesso capiva che l’invito della persona nel sogno fosse di procedere “all’indietro”, risalendo il corso del tempo. E non riuscendoci da sveglio l’aiuto proveniva da una diversa realtà.

Cercò di mettere a fuoco il volto onirico che aveva ardentemente odiato e cercato di scacciare in ogni modo… rimanendo stupito dal non provar adesso nessun rancore nei suoi riguardi. Anzi, ne era attirato e, assieme al fotogramma che ne riportava il volto nel suo cinema interiore, con il ricordo dell’intero dialogo arrivò la certezza che non si sarebbe più ripresentato.  

Il mondo del sogno è ben strano… non avesse associato la stanza dove la persona l’invitava ad entrare a quella dove venivano condotte le ispezioni, la paura, che nel sogno non poteva controllare, non l’avrebbe tenuto in scacco per così lungo tempo.  

Adesso poteva solo attendere, consolidando a livello conscio la determinazione a proseguire il viaggio a ritroso. Nella stanza del sogno, le figure che aveva scorto forse potevano gettare una luce sull’origine della piccola cicatrice, la chiave per aprire la porta del suo passato.

Nel portare alla bocca la tazza di thè ripensò a quel giorno di quindici anni prima, nel 1971, quando prese possesso della sua tana.

Anche allora, dopo aver messo in ordine le sue cose, si preparò una bevanda, rimanendo un paio d’ore davanti alla finestra con lo sguardo perso tra le fronde degli alberi, rilassato come mai in vita sua. Come accade quando bisogni e desideri, divenuti una sola cosa, si realizzano.

Un bussare discreto alla porta lo riportò nel suo guscio e questo nella tana che lo proteggeva. Vennero a chiamarlo per la cena, dove ad un altro tavolo rivide Hans e l’altra persona, Markus, incontrate al refettorio. Anche loro facevano parte della squadra così che avrebbe avuto modo di lavorarci assieme, ma per il momento seduto e servito della cena desiderava godere appieno della sua nuova condizione. 

All’offerta delle biciclette Juthe aveva aggiunto un tavolo singolo che aveva riservato solo per lui. Non erano passate che poche ore e la donna era già in grado di calibrare  gesti e parole sulla personalità schiva e riservata del ragazzo. Se mai Gerald avesse desiderato una madre, l’avrebbe voluta come lei: distante quando voleva stare solo e a tiro di voce ma non oltre, per le questioni pratiche. Tuttavia il comportamento di Juthe non era disinteressato come dovrebbe esserlo quello di una madre: ai suoi occhi gli ospiti della pensione erano libri di cui cercava di leggere tutte le pagine… specialmente quelle riservate, che mai avrebbero visto la luce.

Essendo del tutto certa per esperienza diretta che non vi siano persone senza le proprie “pagine segrete”, si affidava al suo straordinario talento per rintracciarne il nascondiglio, come un cane da tartufi che riesca a catturare qualche molecola del pregiato odore. Un tartufo, per quanto protetto anche da un metro di terra, non può far a meno di emanare la peculiare essenza, così anche le persone emanano in vari modi la propria insicurezza quando ci si avvicini al loro scrigno nascosto.

Ancor prima di vederlo, Juthe conosceva già tutto del ragazzo, pur se Rutger gliene aveva parlato solo da qualche giorno, per prepararla alla futura ospitalità, accadde che un paio di settimane addietro colse l’inusuale eccitazione del suo superiore, al ritorno da uno dei viaggi per verificare di persona le caratteristiche dei possibili candidati alla sua squadra. Bastò quel minimo dettaglio a farle alzare il telefono e in breve ricevere tutte le informazioni: dove si era recato Rutger, con chi aveva parlato, ecc. Nell’occasione restò di stucco alla richiesta di un appuntamento dal vivo, poiché i contatti con la persona che attraverso di lei controllava Rutger avvenivano solo per via telefonica.

Certo non era un caso che l’appuntamento coincise con l’arrivo del ragazzo. Dopo averlo accompagnato alla sua stanza si recò nel luogo dell’incontro dove fu fatta accomodare sul sedile posteriore di un’auto in attesa, mentre due uomini dal volto coperto da sciarpe, occhiali e cappelli occupavano gli anteriori. L’auto ripartì subito e il passeggero, che Juthe riconobbe dalla voce come il suo superiore, durante la mezzora del viaggio rimarcò per due volte l’interesse per il ragazzo, affinché ogni minimo dettaglio che lo riguardasse fosse immediatamente riferito.

Poiché tra di loro non fu mai necessario ribadire alcunché, Juthe capì che la prima puntualizzazione era a beneficio della persona alla guida e la seconda... per lei, per darle un avvertimento. Già dal modo di condurre la vettura si avvide che non fosse un autista di professione e messa in guardia dall’avvertimento stette ben attenta a non dire che il necessario, evitando di rivolgere l’attenzione allo specchietto retrovisore del guidatore che sicuramente la osservava. Quell’uomo l’aveva messa subito a disagio poiché, percependone il potere, capiva che la sua vita era ormai nelle sue mani.

Al termine dell’incontro, nel far ritorno alla pensione, analizzò la situazione. Era sicura che l’uomo conoscesse le origini del ragazzo, da cui la sua importanza, non certo per le future missioni cui l’avrebbero destinato. Evidentemente qualcosa del suo passato avrebbe potuto creare dei seri problemi, se aveva ritenuto di muoversi di persona, per organizzare la rete con cui controllarne ogni mossa.

Per questo era probabile che tra i residenti della pensione qualcun altro avrebbe ricevuto, se già non l’aveva, l’incarico di controllare lei, poiché così andavano le cose nel suo mondo. Doveva muoversi con ancor più circospezione perché eventuali errori od omissioni, quand’anche accidentali, sarebbero stati trasmessi al vertice della rete.

Aveva ben compreso che per quanto riguardava il ragazzo il suo superiore non avrebbe potuto né giustificarla né proteggerla. Il suo destino si collegò a quello di Gerald e necessariamente quanto più riusciva nel compito di controllarlo, tanto più il suo ruolo era indispensabile. Ma ad un certo punto le informazioni di cui fosse venuta a conoscenza potevano renderla a sua volta un pericolo…

Le informazioni sono tutto, doveva organizzare quelle che aveva e trovarne altre per costruirsi la propria polizza sulla vita, poiché solo potendo arrecare un danno gli altri valuteranno prima di arrecarlo a te.

Con i sensi ancora all’erta varcò la porta della pensione, dove una decina di residenti trascorrevano il tempo nel soggiorno in attesa dell’ora di cena. Hans come diversi altri stava leggendo… ma invece di tenere ripiegato il giornale nel modo che Juthe conosceva, l’aveva completamente aperto, appoggiato alle ginocchia. Tra tutte le poltrone sedeva su quella che gli avrebbe permesso di scorgere subito chi fosse entrato dalla porta principale. La troppa solerzia talora è controproducente.

Recitando alla perfezione la parte della direttrice di ritorno da un acquisto, dopo essersi rinfrescata e cambiata si recò nella sala da pranzo in tempo per accomodare un tavolo singolo a Gerald che di lì a poco fece la sua comparsa. Nell’indicargli il suo tavolo, Juthe lasciò alla cameriera il compito di spiegargli orari e usanze, ritirandosi nel piccolo studio annesso alla reception. Quel pomeriggio la sua vita era cambiata e pur se non disdegnava le sfide, in questa sapeva d’essere un minuscolo topolino in balia di gatti di cui non conosceva neppure il volto.

Cosa c’era nel passato di quel ragazzo di così importante?  


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Capitolo 7 - Grethe


Maggiori sono le dimensioni degli organismi viventi più lunga è la loro vita, al contrario della frequenza dei battiti cardiaci, il motore di quelli più evoluti.

Per la specie umana il tempo non scorre allo stesso modo per tutti e l’età anagrafica può differire parecchio da quella biologica, in più o in meno. Ma qual che sia l’involucro fisico, la mente che lo governa non è sottoposta al dominio del tempo e, agli estremi, potete trovare un bambino nel corpo di un vecchio e viceversa.

Del flusso di informazioni che giungono al nostro “fantasma nella macchina” determinandone le azioni, tratteniamo per interesse, prudenza, paura e altri motivi, solo una minima parte.

Per organizzare la nostra quotidianità sin da piccoli abbiamo imparato a restringere l’immenso orizzonte delle informazioni che ci investono, costruendo muri, porte e finestre nella nostra casa.

Non può che essere così, se si vuol andare dal punto A al punto B dell’esistenza, nell’arco temporale interessato. Ma i muri nella mente non sono di pietra: sono forze, schemi energetici che per quanto consolidati dalle abitudini dipendono dall’energia vitale della persona e da quella globale in cui siamo immersi. Quelle maggiori prevalgono sulle minori e le prove dell’esistenza – nuovi e differenti flussi di informazioni che dobbiamo fronteggiare – metteranno alla prova le fondamenta dell’edificio cui abbiamo dedicato le nostre cure.

Se l’età biologica di Gerald era quella di un ragazzo precocemente divenuto uomo, quella mentale era un mistero per gli altri e per sé stesso. Qualcosa di profondo si aggirava nella sua mente, mandando dei segnali solo nelle circostanze del sogno, attendendo che maturassero le condizioni per rivelarsi.

All’offerta delle biciclette e l’assegnazione del tavolo singolo, di lì a qualche giorno Juthe, su indicazione di Rutger, avrebbe fatto preparare per Gerald una parte del seminterrato, adibendolo a palestra.

Completata la creazione del suo nuovo mondo, Gerald si impegnò per conservarlo, profondendo tutte le sue energie nei compiti assegnati e, conoscendo bene il francese, era in predicato di venir assegnato alla squadra che gestiva il flusso di informazioni con gli agenti allocati in Francia. Della squadra faceva parte anche Grethe Grefh, l’insegnante conosciuta alla lezione del primo giorno, che all’epoca aveva trentun anni, quattordici più di Gerald.

Nata in Francia da padre tedesco - di professione ingegnere - e madre francese, nei primi anni sessanta per motivi di lavoro si trasferì con i genitori e il fratellino nella Germania Ovest, dove la ricostruzione delle infrastrutture e dell’economia surclassava quella dell’Est, costretta a rifondere i danni di guerra - la quasi totalità delle installazioni industriali fu smontata e trasferita in Unione Sovietica - e sempre soggetta alle loro direttive. In più, la creazione e mantenimento del nuovo confine incideva pesantemente nell’economia, a suo totale carico, mentre l’Ovest poteva contare sulla grande e interessata assistenza economica e militare delle potenze occidentali vincitrici.

Il confronto tra le due antitetiche visioni del mondo, definite dalla “dottrina Truman” del 1947 diede avvio alla guerra fredda che si concluse con la costruzione del confine (1961) tra i due stati, permettendo l’instaurarsi di un fragile equilibrio perennemente sotto minaccia politica, sociale e militare.

La fuga dei cervelli dei professionisti era diventata così dannosa per la credibilità politica e la redditività economica della Germania dell'Est che il ripristino della frontiera imperiale sovietica era imperativo. Tra il 1949 e il 1961, oltre 2 milioni e mezzo di tedeschi dell'Est fuggirono in Occidente. Il numero è aumentato durante i tre anni prima che il muro di Berlino fosse eretto, con 144.000 nel 1959, 199.000 nel 1960 e 207.000 solo nei primi sette mesi del 1961. L'economia della Germania orientale ne soffrì di conseguenza. 

Il 13 agosto 1961, una barriera di filo spinato che sarebbe diventata il muro di Berlino che separava Berlino Est da Berlino Ovest fu eretta dai tedeschi dell'Est. Due giorni dopo, la polizia e gli ingegneri dell'esercito iniziarono a costruire un muro di cemento più permanente. Insieme al muro, il confine zonale di 830 miglia (1336 km) divenne largo 3,5 miglia (5,6 km), sul lato della Germania orientale un'alta recinzione in rete d'acciaio  correva lungo una "striscia della morte" delimitata da mine e canali di terra arata, per rallentare i fuggitivi e rivelare più facilmente le loro impronte. (Wiki)

La famiglia Grefh da poco giunta nella RFT (Repubblica Federale Tedesca - Germania Ovest), seppe della costruzione del muro, a solo due mesi dalla dichiarazione di Walter Ulbricht, il presidente della DDR - Germania Est, che assicurava: «Nessuno ha intenzione di costruire un muro».

Senza il muro la DDR, non riuscendo a porre freno alla fuga dei suoi abitanti, sarebbe collassata… eventualità del tutto teorica perché la sua fine avrebbe coinvolto l’Unione Sovietica e i tempi non erano affatto maturi perché avvenisse senza trascinare l’intero pianeta in un conflitto senza vincitori. Il muro, come convennero entrambe le parti, fu di gran lunga il male minore.

Così la pensava anche il padre di Grethe, che pur imbarazzato dalla presenza di ex nazisti a vari e alti livelli dell’ordinamento statale  (chi non lo era prima della sconfitta militare?) riteneva di trovarsi dalla parte giusta della storia. D’altronde l’impetuosa crescita economica unita alla velocità della ricostruzione, al benessere della popolazione e alla libertà di movimento ne erano confortanti indicatori.

L’opposto della medaglia raffigurava l’altra metà del popolo tedesco… l’altra metà dei vinti, sottoposti a un regime che per mantenere il potere limitò sempre più le libertà dei cittadini sino a ritenerli disertori (“revanscisti tedesco-occidentali” secondo il regime) e perciò passibili di morte, in caso di fuga.

L’alternativa? La dissoluzione della DDR e/o del suo muro, venendo a mancare il cuscinetto che separava le due visioni del mondo, inevitabilmente le avrebbe portate a confliggere. L’unione Sovietica ormai aveva raggiunto la parità strategica (nucleare) con gli Stati Uniti e non era più ricattabile dal punto di vista militare.

La costruzione del muro produsse una forte impressione in tutto il mondo, la popolazione di Berlino, scioccata, assistette con angosciosa e rabbiosa impotenza al sorgere del Muro, che divideva senza pietà intere famiglie. Siccome i diritti delle potenze occidentali a Berlino Ovest non venivano toccati, e le vie di comunicazione con la Germania Ovest restavano aperte, la crisi internazionale era disinnescata; i veri sconfitti erano i cittadini della DDR, ormai irrimediabilmente prigionieri del loro Stato: nei mesi e anni successivi alcune centinaia di loro sarebbero stati uccisi nel tentativo di fuggire all’Ovest.

Ogni evento si sviluppa in un suo arco temporale ma la Storia, comprendendoli tutti e conservandone la memoria, permette chi la studi di approfondire le profonde relazioni ed interconnessioni tra fatti, atti e persone. Chi è senza peccato (ignoranza della storia) lanci la prima pietra (giudizio storico).

A quei tempi gli ingegneri erano ricercati come l’oro, tanto che il padre di Grethe, certamente anche per le ottime credenziali, non aveva che l’imbarazzo della scelta e nel 1965 fu interpellato per progettare la costruzione di una particolare torre panoramica. Parlandone con la figlia che, come molta parte dei giovani di allora, mal tollerava le contraddizioni che il padre aveva superato con la logica del male minore, non volle ammettere che la torre potesse avere uno scopo provocatorio oltre che simbolico: dall’alto della nostra libertà vi osserviamo come animali nella gabbia dove vi siete rinchiusi…

Per l’animo ribelle di Grethe fu la goccia che fece traboccare il vaso, disse al padre di costruire la sua torre di guardia, dall’alto della quale avrebbe potuto osservarla… dall’altra parte, nella gabbia in cui scelse di andare a rinchiudersi, nella DDR.

Abbandonò la famiglia e come altri – non molti ma ci furono - scommise sull’altra visione del mondo. L’ingegner Grefh, quasi a compensare la perdita della figlia, rinunciò all’incarico di progettare la torre che comunque vide la luce…

In Baviera, a Zimmerau, nel 1966 fu costruita una torre di 38 metri (la Bayernturm) per dare ai visitatori l'opportunità di osservare le colline della Germania Est. Gli abitanti del villaggio tedesco-orientale di Kella si ritrovarono ad essere un'attrazione turistica per gli occidentali nei decenni 1970 e 1980: un punto di osservazione, la "finestra su Kella", fu allestito su una collina vicina da cui i turisti potevano guardare attraverso il confine con binocoli e telescopi. (Wiki)

Sei anni dopo, Gerald, entrando nella stanza in cui Grethe teneva la lezione di francese ai componenti della sua squadra, innescò il collasso di quella visione del mondo a cui la donna aveva dedicato la propria vita.

La vita è informazione… e per quanto, come abbiamo detto, ci si alleni quasi sin dalla nascita a scremare e scegliere quelle che supporteranno l’immagine di noi stessi, prima o poi ne incontreremo – sotto le più diverse forme – alcune dotate di una chiave che non ci aspettavamo potesse esistere… capace di aprire la porta della nostra cassaforte emotiva, senza riuscire a comprendere come sia stato possibile.

Perché una chiave possa funzionare dev’essere costruita assieme alla serratura e questo implica un progetto, l’intenzione di un compimento… che per Grethe avvenne in quel giorno e affiorò alla sua coscienza gradualmente, per darle modo di comprenderlo,  aderirvi e trovare in esso lo scopo della sua esistenza.

L’insegnante rivolse appena uno sguardo al nuovo arrivato che si sedette nella prima sedia libera. Le visite erano rare, di solito per motivi diversi dal partecipare a una lezione e tuttavia il ragazzo non destò la sua curiosità, pur essendo la persona di gran lunga più giovane mai capitata al suo corso. Proseguì con la spiegazione e in seguito interloquì con lui, sorprendendosi dell’ottima conoscenza e padronanza della lingua… lavorando sulla pronuncia sarebbe potuto diventare il miglior allievo di sempre, se fosse rimasto.

Al termine delle due ore di lezione salutò gli allievi e come di solito uscì dalla classe per prima… ma  dopo una decina di passi si manifestò qualcosa d’assolutamente inatteso dentro di sé: la sensazione intangibile e allo stesso tempo solida come una roccia che quel ragazzo fosse il suo “compimento” , il punto d’arrivo della sua ricerca…

Cercò di resistere con la logica all’incredibile sconquassamento che l’attraversò  come un’onda… a trentun anni , carica di certezze e con un consolidato rapporto sentimentale, semplicemente non poteva concepire che un ragazzo di molto più giovane, per il quale non aveva provato neppure una qualche forma d’attrazione, le causasse un tale effetto.

Nonostante fosse impossibile, accadde… e mentre riprendeva la via per lo spogliatoio   non riuscì a trattenersi dal volgersi per guardarlo, sperando che così com’era venuta la sensazione se ne andasse… giusto un’informazione sbagliata, un errore della e nella nostra meravigliosa macchina umana.

Gerald non provò assolutamente nulla di analogo ma avvertì lo sguardo di Grethe e un po' compiacendosi d’averle fatto una buona impressione gli venne d’accennare un saluto con la mano, alzandola appena. Avendo sempre nutrito rispetto per i suoi insegnanti, pur non consono lo ritenne un gesto istintivo di cui si meravigliò, avendo imparato a controllarsi in ogni situazione…

Non bastasse l’abbozzo di saluto a seppellire l’eventualità dell’informazione sbagliata, nella mente di Grethe si ripresentò il titolo dell’ultimo degli esercizi che aveva preparato per la lezione del giorno: C'est lui que je cherchais…

Trascorso qualche giorno dalla lezione, anche la residua speranza di Grethe di un unico incontro occasionale con il ragazzo naufragò alla notizia che sarebbe entrato a far parte della sua squadra.

Cercando di comprendere il motivo dell’irrazionale paura - perché di questo si trattava - che si era impossessata di lei, passò in rassegna tutte le possibilità:

non era a causa di un’attrazione fisica né intellettuale.

Il ragazzo non gli ricordava il padre o qualche altra importante persona conosciuta.

Non c’era stato da parte di Gerald - salvo l’abbozzo del saluto finale, comunque in risposta al suo interesse – il minimo gesto o parola nel quale avesse colto un motivo recondito.

Dopo averle ben soppesate si rassegnò a scartarle, decidendosi alfine di riportare l’attenzione sull’inspiegabile sensazione provata, riassumibile nella parola “compimento” e sulla coincidenza di significato dell’esercizio di francese con la stessa.

Come nel giochino fuocherello-acqua, quasi in risposta percepì una leggera vibrazione dentro di sé, stupendosi di dar credito a quel modo interiore d’analizzarsi, che sin ieri considerava una pura perdita di tempo. Ma tant’è, se non vi sono altre strade non si può che percorrere l’unica disponibile. 

In qualche modo la sua silente interiorità sapeva come procedere e la condusse sino alla sorgente della pericolosa parola - compimento - la fine della ricerca e l’inizio di un gioco differente dove il tempo è annullato, non potendo un compimento evolversi.

La vibrazione cessò e l’energia che mantiene il flusso dei pensieri scese sotto la soglia minima per sostenerli, così che non c’era nient’altro, neppure il motivo che l’aveva spinta a procedere, anch’esso un pensiero come gli altri, sospesi.

La sensazione di un’impercettibile presenza la trasse dentro  quel compimento, mettendo ogni cosa al suo posto. 

 

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