L'occhio di Vrana. Racconti da un'isola.


INDICE

 

              Prologo

 cap. 1    Anniversario

 cap. 2    Denari e lotterie

 cap. 3    Diecimila laghi

 cap. 4    Incontri

 cap. 5    L'altro vento

 cap. 6    Senza dubbio il diavolo, signor Brix 

 cap. 7    Immagini al telefono 

 cap. 8    Mer e lumièr 

 cap. 9    Instabili equilibri 

 cap.10   Velocità della luce e altre velocità 

 cap.11   Pesce elettrico 

 cap.12   Il dono di Zeca

 cap.13   Rungli Rangliot

 cap.14   L'ultima estasi  

 cap.15   L'occhio di Vrana

              Ringraziamenti



Prologo

Isola.

Tra tante parole qualcuna evoca, oltre al luogo, una condizione. Un modo d'essere.Isola è una di queste. Non solo uno spazio geografico delimitato dal mare, e per questo quasi dispensato dal seguire le regole che valgono per gli spazi contigui, giocoforza costretti a venire a patti. O ad alimentare un pericoloso desiderio di rivalsa, se non si ritengono rispettati. Usando nel caso la storia, che permette, leggendola dal punto che più fa comodo, di tirare quel confine a proprio favore, arruolando nel proprio campo tradizioni e costumi.Razze, torti subiti e gloriose battaglie. Divinità. Vittorie che hanno permesso di allargarsi.

Non ci sarebbe fine al desiderio di espandersi, di accumulare. Fa parte della storia umana, è connaturato alla nostra specie. In un'isola le cose non vanno del tutto in questo modo, e quel poco conta.Per espandersi tocca andare a cercare gli altri luoghi e chi ci vive. Ammesso sia stato possibile ottenerla, il mantenere una qualche conquista costa molta più fatica e impegno, anche economico. A conti fatti si capisce perché, entro certe dimensioni, sia meglio accettare i propri confini e sfruttare quello che c'è a disposizione. Difenderli anche, e con maggior determinazione, perché le genti delle isole si identificano con la forma geometrica di queste, senza nessun lato in comune con altri. 

Oltre quei confini il mare. L'infinito, quasi. Una metafora dell'uomo: oltre i confini del proprio piccolo essere ­­– il Tonal – l'infinito Nagual. Così lo descrisse tale Castaneda, riscuotendo parecchio successo. Una brillante intuizione, quasi la storia di un'isola circondata dal mare che cercando di conoscersi si perde in esso. La storia dell'uomo e della conoscenza.

La storia di tutti noi, alla ricerca della nostra isola dove poterci finalmente riconoscere, per cercare di dimenticare almeno parte dei problemi di ogni sorta che ci portiamo sulle spalle. E dopo quelli, per i più fortunati, anche di sé. Qualcuno ha trovato la sua isola anche senza andarci fisicamente, Salgari per esempio. Qualcun altro la trovò in una montagna, come quel saggio indiano, Ramana.

È un modo d'essere, senza regole fisse.

Tuttavia esistono le isole reali, di roccia e piante. Di mare e sole. Di pesci e alghe. Si può cominciare con quelle, e non è poco. E trovarci qualcosa di inatteso. Da più di trent'anni frequento quella che considero la mia isola. Non solo la bellezza del posto. Non solo l'abitudine. Dopo tutto questo tempo ho finalmente scoperto il vero motivo. L'isola attendeva il momento di raccontarmi la sua storia. Adeguata alla mia capacità di comprendere e immaginare. Per un altro sarà diverso.

Quest'estate il momento è arrivato, e il libro nasce da quell'incontro inaspettato.

Che il posto – al pari di molti altri – sia speciale è fuor di dubbio per me e per tanti turisti che vi giungono. Le descrizioni delle bellezze che troverete potranno darvi l'impressione di un catalogo come quello di un buon vivaio, belle immagini a cui corrisponde un nome. Per alcuni generi di libri, come questo, forse sarebbe interessante allegare un dvd video, meglio se realizzato dall'autore. Avrei abbastanza materiale al riguardo... ne avrei anche per un altro libro scritto in precedenza – un romanzo ambientato in una Provenza illuminata dal suo fiore, la lavanda – di cui al momento diciamo che ho perso le tracce.

Sono arrivato qui la prima volta nel 1979 e da allora vi ritorno. Per qualche anno l'ho lasciata ad attendermi, quando vi fu la guerra e la nazione ritornò a chiamarsi Croazia. Ne approfittai per visitare da capo a fondo Elba, Corfù, Cefalonia, Sardegna  e un po' di Corsica; sempre isole naturalmente, di cui si possono dire molte cose belle e interessanti, ma sarà qualcun altro a farlo, io devo parlare di questa. Il fatto è che con le altre bellissime isole citate non c'è stata quella sintonia che ho trovato ad esempio percorrendo avanti e indietro l'unica strada di questa, ancor prima che la sistemassero, non del tutto, fate attenzione.

Alcuni conducenti di pullman e camion rimandano a quelli dell'India, una casta intoccabile e irascibile, con poco senso delle misure altrui. Costoro calcolano la loro, se poi anche voi abbiate lo spazio per passare incrociandoli non pare li riguardi molto. I fuori strada su ciottoli anche grossi erano testimoniati da vetture e altri mezzi inceneriti ai bordi della carreggiata. Col tempo li hanno rimossi; tolto il monito per fortuna si sono applicati nelle infrastrutture. Sintonia, dicevamo. Ve ne accorgerete nel vostro proprio modo prima o poi, se c'è o no. Se accadrà difficilmente cambierete canale. Qui arrivano in tanti, e per molti iniziano i ritorni. Quale che sia il motivo, lo conoscano o meno, qui si sentono bene.

Quella prima volta, dopo aver cercato in tutta l'Istria e diverse altre isole un posto che mi attirasse giunsi in questa, fermandomi in un paesino di una ventina di case abbarbicato sulla collina, che pur se alta appena qualche centinaio di metri vien da chiamare montagna.

Nella casa per lavarsi si usava l'acqua della cisterna, che condividevo con la vecchia signora sola della porta accanto. Constatato che capivo quella parola, plaza (spiaggia), imparò i miei orari per usufruire di un passaggio, talvolta di sola andata e altre attendendomi per il ritorno. La lasciavo davanti alla chiesa della cittadina affacciata sul mare. Era la seconda persona slava che trasportavo nella mia cinquecento. L'altra fu un ragazzone di due metri e più di cento chili, incontrato sulla strada arroventata per Rabac poco dopo mezzogiorno. Per quanto imponente era del tutto un buon ragazzo che, militare, godeva di un periodo di licenza senza disporre che di qualche spicciolo. Ammetto che anch'io, pur se a quel tempo non mi intimorivano gli sconosciuti avendo usato in un'epoca precedente il medesimo mezzo di trasporto, il pollice verso l'alto, esitai e non mi fermai proprio sul posto. Dovette percorrere una ventina di metri col suo informe zaino e quando salì aprii la capottina perché non dovesse tenere la testa piegata. Rimarrà sempre un mistero dove abbia messo le gambe.

Il paesetto l'adorai subito, non solo per l'incredibile vista di cui si gode. I proprietari risiedevano in una grande casa poco distante, erano contadini e avevano non ricordo se una o più mucche; pecore e capre fin che si vuole ma le prime erano rare nell'isola. Ogni tre giorni prendevo un litro di latte, scambiavo qualche parola e rintuzzavo gli inviti con cortesia. Ero solitario, lo capirono e trovammo l'equilibrio. Il latte era troppo per il mio consumo, ma non volevo rinunciare al ritmo degli appuntamenti. Non getto via le cose, tanto meno il cibo; risolsi il problema facendo cagliare l'eccesso riscaldandolo con del succo di limone e aggiungendo sale e foglioline di salvia. Per spiegare il gusto del formaggio così ottenuto devo dirvi della salvia di quest'isola. In certi punti ricopre del tutto vaste estensioni, di sola roccia, dove nasce e sopravvive senz'acqua. Il clima e qualcos'altro la rendono talmente resinosa da appiccicare le dita. Emana un odore secco, intenso. Ma non è la stessa dappertutto, secondo me. Due posti si contendono il primato, questo è uno, l'altro lo troverete seguitando la lettura. Ce n'è così tanta che modificai il nome in Jugosalvia, un'entità – politica – oramai inesistente mentre la specie botanica ha vita più lunga.

Da quell'avamposto iniziai la perlustrazione dell'isola. Cambiai paese la volta successiva, quindi un'altra, un ritorno in una precedente e così via. Credo che l'anno prossimo, ammesso che il destino me lo permetta, non sarà nella meravigliosa cittadina che oggi mi ospita – pagando il dovuto, beninteso – rivolgendomi a luoghi diversi.

Non so quali motivi spingano alcuni a soggiornare sempre nello stesso paese o città e altri a cambiare di continuo. Ad esempio, una volta sostammo a Zara per qualche decina di minuti prima del ritorno a Cres in catamarano (dopo una visita alle isole Incoronate) e ne approfittammo per un'occhiata, tanto per farci un'idea. Ma oltre al caffè, camminando di buona lena, percorremmo tutto il centro storico, fotografandolo pure. Pensavo che sarei ritornato per una visita più accurata, ma la sensazione fu che era buona la prima, a cui demmo il titolo: in mezz'ora vedi Zara, trovando che suonava bene.

Qualche parola per descrivere il contenuto del libro: racconti, storie e riflessioni riferiti all'autore o al suo alter ego, Mario. Sovente l'uno a continuare quanto l'altro ha iniziato, passando dalla prima persona alla terza e viceversa senza un criterio definito. A lungo mi sono dibattuto se era davvero il caso di mantenere una tale impostazione che può generare un po' di confusione. Sono d'accordo con chi afferma che non bisogna pretendere troppo dalla pazienza dei lettori che già ci fanno l'onore di leggerci, dopo aver speso del denaro per questo. Se alla fine è rimasta questa è perché l'autore e Mario per quanto sovrapponibili non lo sono completamente. Mario era il nome di mio padre, che pur avendo condotto una vita difficile mettendoci del suo per renderla tale anche alla sua famiglia, col tempo si riscattò rivelando gli aspetti migliori del suo carattere. Pur non avendo studiato a volte scriveva poesie, aspre e talora tenebrose ma dalla metrica perfetta. Forse qualcosa del suo talento è risalito geneticamente in me e usando il suo nome riconosco e accetto le mie origini.

Uno pseudonimo, un soprannome o un altro nome con cui farsi chiamare rivela la nostra affinità con la maggior parte dei cristalli irregolari, che pur sviluppandosi da una forma geometrica definita man mano se ne scostano producendo gemmazioni e ramificazioni. Come tutti sono affascinato dai cristalli simmetrici – cubi, parallelepipedi o prismi perfetti – ma la loro forma origina da un ambiente separato. Sono come le persone che divengono un'autorità nel loro campo. Un'immagine definita, una certezza. Un punto di riferimento per tutti i polimorfi e irregolari cristalli di vita che anelano alla loro condizione, struggendosi e spesso limandosi per assomigliargli. Nessuna critica, le cose stanno così, ci piaccia o meno. Abbiamo molto da ascoltare e imparare da queste persone speciali. Ma sono le mani della moltitudine che hanno edificato il mondo dove tutti viviamo, e provvedono alle attività che ne permettono il sostentamento. Interdipendenza, qualcuno indica la strada e molti iniziano a percorrerla, a costruirla nel caso. Dove e come conduca è responsabilità comune, ma chi ne guida cento ne ha cento volte di più.

Le storie del libro, tal quali o costruite partendo da un nucleo reale, provengono dalla vacanza che ho trascorso qui, dove le circostanze mi hanno fatto sentire possibile scrivere la presente opera. Fin dal primo giorno, mentre riposavo dopo il viaggio, una sorta di voce si fece largo: dai, uno spunto per un raccontino... E in quell'impastamento fisico e mentale, frutto di stanchezza e problemi personali ecco qualcosa prender forma, quasi come la sequenza di un film. Devo memorizzarlo – mi dico senza troppa convinzione – prima di appisolarmi.

Al risveglio c'è ancora. Lo riporto in due righe scritte sul biglietto del traghetto – forse un modo per perderlo. Il giorno dopo daccapo: dai, un altro spunto... uno al giorno e in due settimane avrai abbastanza materiale per un libro, di racconti stavolta... Così è iniziata. Qualcosa mi ha preso la mano e ha fatto il vero lavoro. Io ho solo trascritto quanto vedevo e sentivo, venisse da fuori o dentro di me.

È stata una vacanza ma si è svolta come un viaggio, in parte nell'ignoto. Al termine del quale, chiudendo il libro, direte se è valsa la pena di dedicarci un po' del vostro tempo, come mi auguro. Ma vi sarò comunque grato per averlo letto.


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1° capitolo: Anniversario





Da alcuni anni Mario e la moglie, per soddisfare le diverse preferenze, si erano accordati per trascorrere due periodi di vacanza pressapoco uguali in luoghi diversi. Uno in collina e l'altro al mare. Forse anche quella decisione originava dall'apparente senso di sicurezza che proviene dal frequentare luoghi conosciuti; lo stesso che li riportava la domenica o in qualche altro giorno di festa in città più volte visitate, commentando rare cose nuove e molte già viste, seppur con differenti parole.

Adeguandosi al ritornello di quella canzoncina di tempi passati: per quest'anno non cambiare, stessa spiaggia stesso mare... ritornarono nell'isola che frequentavano da vent'anni, spostandosi da una cittadina all'altra. Per il secondo anno consecutivo si stabilirono in quella il cui mare ti accoglie a forma di cuore, mentre lo raggiungi scendendo dalla strada.

L'appartamento precedente aveva una grande terrazza senza nulla davanti a nascondere il mare, a meno di venti metri. Un tendone bianco faceva quel che poteva per mitigare il calore del sole, intensificato dai riverberi accumulati nel percorso sulla grande baia. Ma per quella vista si riusciva a sopportare. L'arredamento, visto il prezzo, lasciava alquanto a desiderare. Almeno il materasso fosse stato decente! Per fortuna rimediarono in parte al fatto che fosse letteralmente sfondato dormendoci di traverso. Il proprietario pesava più di loro due assieme, risiedeva all'estero e lì trascorreva una parte delle vacanze. Certo la posizione valeva qualche sacrificio, ma dopo una certa età le comodità hanno la loro importanza.

 

Il nuovo appartamento, che già conoscevano avendo l'abitudine di informarsi sulle varie possibilità d'alloggio per l'anno a venire, aveva un buon materasso e una enorme pergola di uva pizzutella sostenuta da pali di ginepro infissi in un basso muretto. Un lavoro eccellente, più di venti pali verticali e altrettanti orizzontali, lunghi oltre due metri e diritti. Le piante sacrificate per lo scopo dovevano essere ben vecchie. La proprietaria, che parlava un buon italiano con cadenza triestina come ancora da queste parti (non così i giovani, a cui occorre rivolgersi in inglese o tedesco) spiegò che il marito li tagliò nel bosco più fitto.

E dopo li ripulì, li trasportò per i sentieri sino al mare dove, legati, stettero per mesi a stagionare. L'acqua salsa risalita negli stretti pori del legno, uno dei più compatti e resistenti, li preserverà per decenni da muffe e parassiti pur se esposti alle intemperie.Nonostante la mareggiata che li disseminò sulla spiaggia il lavoro fu portato a termine. Bisognava crederci, e avere la tenacia della gente di questi luog hi, sempre avversata da dure condizioni di vita. Lungo tutta la passeggiata non c'è una pergola come questa, a cui rendo merito.

Una casa nuova – fuori l'insegna la denomina villa – ha usato per la propria pergola del ferro attorcigliato, saldato ad ogni giuntura e piegato a regola d'arte. Chi l'ha fatto ci sapeva fare. Ma non c'è confronto, il lamento del ginepro fossilizzato parla al cuore. Ricorda che si può e si deve usare quello che l'ambiente mette a disposizione. A condizione di rispettarlo, non sprecarlo e facendo un buon lavoro, ottimo in questo caso.

La grande casa affittava un appartamento con quattro letti in due stanze – il loro – un altro studio attiguo, termine di moda per indicare un monolocale, e due stanze nella parte superiore. Lo studio, che sarebbe andato bene anche a loro, aveva una finestra più grande da cui maggior luce all'interno e un arredamento più recente. Ma non ci sarebbe stato modo di prenotarlo per agosto, visto che una coppia lo faceva da molti anni, avendo la precedenza in questi casi.

Non descriveremo fisicamente queste persone, dicendo invece dei loro interessi. Computer e barca a motore il marito, modi diversi di navigare. Giornali e tintarella la moglie, questione di immagine. Per entrambi passeggiate e frequentazioni di bar e ristoranti del posto. Mario aveva troppi problemi in quel momento per dedicarsi alla conoscenza dei vicini.

A parte i consueti saluti, in casa o incrociandosi per strada o al bar, si parlarono solo un paio di volte. Nella seconda, la più lunga, Mario si rivolse direttamente all'uomo intento a navigare via etere col proprio netbook (doveva vederci bene, in quegli impossibili schermi da 12 pollici). Lo fece più per non sentirsi in colpa, visto che il primo approccio si doveva all'altro.

In due passaggi si arrivò a parlare di barche. Windsurf, gommone e pilotina sino al più modesto attuale kayak gonfiabile per Mario. Barche a vela, doppiaggio del golfo del Leone e fuoribordo di sette metri per Rizzola, il vicino. No match, non c'è partita. A nulla serve parlare delle diverse filosofie di navigazione. Lo potete fare con altri al vostro livello, o con chi non ha la vostra esperienza, per consigliare. Per chi ne ha di più contano i metri. Le traversate o le crociere.

Come per il tennis. Nessuno che sia un po' bravo giocherà con un principiante, ci sono gli istruttori per questo. Non è presunzione. È noia. La sensazione di buttare il tempo, di svalutarsi. Fine della conversazione, almeno su quel piano. Ma non ve ne furono altri.

 

Forse fu un inconscio desiderio di rivalsa che fece scrivere di quell'episodio di cui fu spettatore casuale Mario e che riguardava Rizzola. Ma ne parleremo tra breve, dovendo prima dire della recente passione di Mario, appunto scrivere. In quell'isola ritornò l'ispirazione. Ricercata inutilmente più volte dopo aver spedito il manoscritto del primo libro, un romanzo, ad una decina di case editrici, come si usa fare.

Una sola risposta al momento, forse già qualcosa. Negativa ovviamente. Non gli riuscì facile assorbire il fatto che, per ora, se qualcuno l'aveva letto non destava l'interesse che sperava. Pure un paio di suoi amici, un filosofo regatante e un professore in pensione con l'hobby per apicoltura e musica ne avevano detto bene. Quest'ultimo, che leggeva molto e in più correggeva bozze, gli fece i complimenti.

 Non si parla in un libro di un altro libro, solo della spinta che lo produsse, l'ispirazione. L'ineffabile condizione di aver qualcosa da dire e di vederla pian piano prender forma nei fogli.Via via i collegamenti, considerazioni, descrizioni si fanno più precisi e si intravede un corpo unico da tutto quel rincorrersi di parole. Il libro. Il fine di tanta fatica e applicazione che come un bel mobile ora attende d'essere usato. D'essere letto.

Ma non c'è garanzia, non solo per questo. Quel mobile chissà quanto resterà in vetrina, quanti editori incontrerà il manoscritto. Si attende, quello che era nelle vostre possibilità l'avete fatto. Da quel punto di vista siete in pace con voi stessi. Ma agognate i vostri lettori.

Che vi leggano e vi giudichino, e ben venga il verdetto. Un libro è un'interfaccia, una porta tra due mondi. Può restare chiusa per sempre... ma quando si apre due livelli d'acqua si dispongono in uno solo. Per il tempo della lettura, il più delle volte. Le grandi opere invece non rifluiscono, le porterete sempre con voi e diventeranno parte della vostra vita. Anche senza rendersene conto.

Il secondo libro di Mario, di racconti, prese la solita strada. Una decina di editori, qualcuno diverso dai precedenti. Si rivolse ancora alla segretaria letteraria di una delle maggiori case editrici, come aveva fatto per il primo. Quella volta pensò di essere stato fortunato, inviò un riassunto (sinossi) e qualche capitolo, nonostante la revisione non fosse stata completata. C'era tempo, pensò. Ce ne sarebbe stato in abbondanza, l'editor della narrativa rinunciò alla lettura dell'opera. La parola ne ricordava sinistramente un'altra, terminator, però in quel film di successo  la storia aveva una fine positiva.

Se anche stavolta seguì la stessa strada fu per scaramanzia, come nel tennis quando si è al servizio  o nel calcio per i rigori. Ognuno compie i suoi gesti, i suoi riti. Poi va come doveva andare. Se va bene penserete che abbia funzionato, se va male che non li avete eseguiti come dovevate. Andò male di nuovo, ma almeno era preparato. Poi una risposta giunse, da un altro editore. Non interlocutoria. Un appuntamento, per discutere di alcuni aspetti dei racconti, prima della pubblicazione. Addirittura! Trattenendo l'emozione per quel momento tanto atteso Mario fece tutto quanto riteneva utile e acquistò il biglietto del treno per Milano. Di solito si vestiva semplicemente – informalmente, si dice adesso ma recuperò dall'armadio un cappottino di lana grigia comperato l'anno prima.

Non ne aveva bisogno e già sapeva che l'avrebbe usato poco, per lui un giubbotto in goretex era l'indumento ideale d'inverno: caldo, leggero e traspirante. Ma la perfetta fattura e il prezzo dimezzato per via dei saldi furono più forti delle sue convinzioni. Ogni tanto ci vuole. A onor del vero bisogna rivelare che all'acquisto si immaginò proprio di varcare la soglia di una casa editrice con quel po' d'eleganza che non guasta. Per quanto incredulo quell'immagine stava per divenire realtà. Mise nella borsa il notebook e diverso materiale cartaceo. Non mancò di rivedere gli argomenti su cui richiedere spiegazioni, giusto nel caso si arrivasse ad accennare a un contratto.

Ma che fosse prematuro lo sapeva bene. Durante il viaggio rimuginò sugli aspetti dei racconti da discutere. Chissà cosa intendevano, poteva essere di tutto. Forse uno o più racconti erano un po' deboli, non reggevano il confronto e mancavano del ritmo dei più riusciti. Ma erano pur sempre inseriti nel contesto narrativo, preparando o chiudendo la strada ai fratelli maggiori. Vitali allo stesso modo – se così si può dire d'un racconto.

La critica tuttavia non lo spaventava e si promise di ascoltare con attenzione ogni suggerimento in merito, facendo voto d'umiltà. Tutto questo pensare lo accompagnò ché quasi non si accorse delle molte ore trascorse, sorpreso di trovarsi davanti a quella porta. Beh, bussa, che aspetti?

Non so se tutti gli scrittori abbiano una buona memoria fotografica come Mario. Memoria devono averla di certo, potenziata dall'allenamento nel tenere sotto controllo personaggi ed eventi. Luoghi e sensazioni. Citazioni. E molte, se non tutte le parole usate. A Mario bastò il primo fotogramma visivo per riconoscere l'uomo di fronte a lui, comodamente seduto sulla poltrona, con l'enorme scrivania a difesa del suo spazio. Ne rimaneva poco per l'ospite, e una poltroncina adeguata a quel poco. Si sedette, non avendo ora il minimo dubbio su quali fossero i famosi aspetti dei racconti... li aveva davanti. Quell'uomo era Rizzola, chi l'avrebbe mai immaginato!

 

«Ti vedo proprio sorpreso, Mario. Lo sarei anch'io. Una fatalità, un caso unico! Avessimo parlato di più l'estate scorsa... chissà, magari mi potevi far leggere quel tanto per farmi un'idea e seguendone lo sviluppo avrei abbreviato i tempi. Perché non c'è dubbio che quanto hai prodotto ci interessa. Ma è un po' colpa mia, qualche anno più di te mi ha impigrito, anche nelle relazioni, e mia moglie dice che diventerò un vecchio brontolone. Comunque ci vorrà ancora tempo... pardon, che sgarbato! Come stai, e la signora?»

Ci fosse un velato rimbrotto in quanto disse non era facile a capirsi. Anche Rizzola conosceva le parole e sapeva come usarle. Ed era in una posizione di forza, tutto dipendeva da lui. L'umiltà di cui fece voto tornò davvero utile a Mario.

«Sto bene, e anche mia moglie, grazie. Sì, una vera sorpresa... quasi da farne un racconto, se non l'hanno già fatto. Certo che se avessi saputo chi eri e cosa facevi mi sarebbe stato difficile resistere alla tentazione di sottoporti qualcosa. Forse è stato meglio così, l'imbarazzo era in agguato.»  - rispose. «Nessun imbarazzo è lecito quando si tratta di un buon lavoro. Davvero ben fatto, lasciatelo dire da chi ha letto di tutto; anche adesso, per la maggior parte cosa c'è in giro? Estenuanti ping-pong di parole, ho fatto questo e quell'altro... per farla breve quello che manca è il succo, la linfa vitale, che rimane una volta chiuso il libro, oltre il ritmo, le ambientazioni e l'intreccio.

Ci sono quadri meravigliosi che sfruttano giochi di luce e prospettiva ma non lasciano il segno. Come sembrano un po' riuscirci quelli del pittore che descrivi; si intuisce l'anelito di fermare parte di quella luce che l'ha affascinato... bello. Non è solo un mestiere di cui basta conoscere la tecnica, occorre avere qualcosa da dire. Per te c'è voluto un bel po' di tempo, no?»  - «Sì, abbastanza, ero quasi fuori tempo massimo quando è suonato il campanello.»

Mentre il dialogo procedeva Mario aveva più che la sensazione di dove si sarebbe arrivati. Non c'era nessuna possibilità di evitarlo, Rizzola era diventato un personaggio del suo libro. Non ne aveva usato il vero nome, ma lui si era riconosciuto senza dubbio. Veniva descritta la casa delle vacanze, l'hobby per il computer e la passione per le barche, caricando quel tanto per farci su dell'ironia. Ma aveva sfruttato anche quanto colse fortuitamente un giorno, mentre era seduto nel bar prospiciente il molo, quello più frequentato dalla gente di mare.

Alle sue spalle giunse il responsabile del porticciolo, che chiameremo il capitano, un omone grande e grosso che di quel lavoro si faceva un po' vanto. Ben oltre la sessantina vestiva quasi sempre di bianco, scarpe e cappellino compresi, e arrivava con una bicicletta – abitava poco distante – a orari prestabiliti per controllare i nuovi arrivi, rispondere alle domande e nel caso impartire disposizioni per modificare l'ormeggio. Forse  anche per riscuotere il dovuto, perché vide denari passar di mano.

Il porticciolo adiacente aveva un discreto numero di posti barca, ed era coinvolto anche in quello, ma non sapeva a che titolo. Col passar dei giorni, mentre immancabilmente lo incrociava, Mario si rendeva conto che alla persona veniva riconosciuta una certa autorità. Potevate scambiarlo per un tennista nostalgico ma se c'era una barca di mezzo avevate a che fare con lui. Arrivato al bar si sedette a un tavolino dov'erano due persone del luogo e prese a discutere un po' in croato, italiano e triestino assieme, parlati correttamente.

Ma ecco che dalla passeggiata arriva Rizzola. Possedendo una barca lo conosce bene, ma non fa a tempo a fermarsi né tanto meno sedersi che quello gli dice: “Ma come ti ga legà la barca, che la sbatteva da tutte le parti... in tutta la vita non ho mai visto una barca legada così mal...”  - è del tutto plausibile che stesse esagerando, c'era una palese ironia nel suo esprimersi.

Rizzola prontamente cercò di ribattere: “Beh, c'era un po' di vento, si sarà allentata la cima....”  - cercando di contrastare quella che è vissuta con maggior insofferenza da tutti i proprietari di barche, da tutti i capitani: l'insinuazione di non ormeggiare come si deve, il primo comandamento dell'uomo di mare. La barca prima di tutto. Che sia ben sicura, a costo di controllare più volte cime e nodi, nonostante qualcuno a vederti possa pensar che non hai padronanza delle manovre.

Poco deve importarti, l'approssimazione può costar cara. Ma non riuscì a fermare il capitano dal proseguire: “... ma quale cima che in tre l'abbiamo dovuta portar in fora e legarla per bene!”  - lo diceva ridendo, come pure v'era un sorriso e un po' di noncuranza sul volto di Rizzola. Ma chi conosce l'ambiente sa che l'umorismo su certi argomenti non viene generalmente apprezzato, tanto meno lo sbandierare in pubblico una tale mancanza.

Mario, che aveva dovuto inghiottire la superiorità del vicino, cercando di compensare i troppi cavalli della barca con la filosofia del kayak o la sua ex pilotina da acque calme con il doppiaggio del golfo del Leone in barca a vela, trattenne il proprio sorriso per non mostrarlo al Rizzola che l'aveva riconosciuto, pur se non salutato. Di storie che succedono in mezzo al mare ognuno ne può raccontar tante, ma un ormeggio è sotto gli occhi di tutti. 

Mario ai suoi tempi, per riempire un periodo difficile si iscrisse a un corso per conseguire la patente nautica. Motore ma soprattutto vela, per navigare oltre le sei miglia dalla costa. L'esame pratico finale a vela consisteva in una manovra d'attracco a un moletto posto all'interno di un canale lagunare, usufruendo solo del vento disponibile. Con un esaminatore della Capitaneria e un esperto a bordo, senza ammettere aiuti, nonostante il responsabile del dodici metri in affitto quasi supplicasse di non farla difficile, che i danni chi li pagava dopo? Qualcuno fu bocciato ma a lui andò bene, merito di un po' di fortuna e soprattutto dell'insistenza del suo istruttore, lo skipper che per tutto il corso non perse occasione per ribadire di sbrigarsela sempre e solo a vela.  Imparò la lezione durante le molte uscite invernali nel canale col sette metri in alluminio della scuola: vento o non vento, nebbia o non nebbia e un freddo che entrava nelle ossa; mantenendo la calma per finire il bordo nonostante il suono spaventoso della tromba della petroliera che se non ti saliva sopra – precedenza, ovviamente – poteva coll'onda depositarti in secca.

La lezione è una sola, ne sai sempre troppo poco. In tutti i porti dell'isola – e non solo in questa – le barche a vela non si contano da quante sono, di tutte le dimensioni. Arrivano e raccontano storie di venti e manovre, descritte con i corretti termini marinari. Ma Mario si domandava, al pari del suo istruttore, perché non arrivano a vela e ripartono a vela? Finora non ne ha visto uno, tutti col loro motore ausiliare... si sa bene che non è semplice, ma se lo fai, sventando all'ultimo e arrivando con un pelo d'abbrivio davanti agli occhi di tutti, sei un vero velista, giù il cappello! Si parlerà più di quell'arrivo a vela che di cento manovre in un mare tempestoso.

Non c'è nessuna critica per chi preferisce la sicurezza – sennò chi li paga i danni? – ma quelle barche in arrivo o partenza col loro motorino ricordano i gabbiani che si contentano dei facili scarti. Potrebbero fare ben altro nell'acqua, come nel cielo fece un uccello così ben descritto nel libro – poi divenuto un film “Il gabbiano Jonathan Livingston”, di cui ricordiamo le splendide musiche. 

L'episodio del capitano e della barca legata male l'aveva scritto, e lì si sarebbe arrivati, inevitabilmente. Non serviva che Rizzola glielo dicesse apertamente, quando cominciò a parlare di aggiustare qualcosa in qualche capitolo gli fu sufficiente il mezzo sorriso e lo sguardo diretto. Che comunque per non lasciar dubbi mise lì: «Sai, qui mi conoscono tutti e con tutti vado d'accordo. Ci sono voluti anni di lavoro ma adesso quello che dico, nell'interesse dell'Editore e dello scrittore non ho bisogno di ripeterlo, neppure di spiegarlo. C'è fiducia. Ho sbagliato poche volte, ma era tempo fa...»

Chiunque lavorava là sapeva dei suoi svaghi, dove andava e quello che faceva. Amava parlarne senza chiedersi se era vero interesse l'ascoltarlo o se in parte dipendeva dalla sua posizione. Le cose andavano così e a lui stava bene. Se quel capitolo veniva pubblicato chiunque nell'ambiente di lavoro l'avrebbe riconosciuto. Non poteva accettare che la sua immagine venisse scalfita da poche righe, di un'esordiente per giunta! Un po' d'autoironia ce l'aveva, e l'avrebbe usata nel caso quel libro gli fosse sfuggito trovando un altro editore. Cosa difficile, comunque.

Perché era disposto davvero a farlo pubblicare e fu sincero quando ribadì che si trattava di un buon lavoro, doveva solo neutralizzare quel riferimento a sé. In quanto agli altri editori molti li conosceva e gli dovevano dei favori, e questi sicuramente ne attendevano da quelli che non gli sarebbe stato possibile raggiungere. C'era di mezzo molto più di quanto Mario potesse immaginare, come avrebbe presto scoperto. In ogni caso, un capitolo su quindici... lavorandoci sopra si poteva fare, era uno scrittore, no?

 

«Rizzola, mi rendo conto che nel capitolo Ricorrenze puoi essere facilmente riconosciuto dai tuoi colleghi. Non era mia intenzione, non avevo la minima idea di chi fossi. Un caso fortuito. Ho preso uno spunto come un altro, non c'era niente di personale – disse mentendo – cambiando qualcosa non sarai più identificabile.»  - l'altro non replicò, il patto era siglato. Mario peccò di ingenuità ritenendo di potersela cavare solo con qualche aggiustamento.

Rizzola volle condurlo a visitare l'ambiente di lavoro, i numerosi uffici dove raccoglieva un saluto e un sorriso ogniqualvolta si affacciava. Lo presentò a molti tirando in ballo il proprio intuito, bene assistito poteva avere delle chances. Niente da dire, se lo stava lavorando proprio bene. Ma a che scopo, visto che quello che voleva l'aveva già ottenuto?

Anche Rizzola, come molti, aveva problemi in famiglia. Il suo era un rapporto di lunghissima data e non c'erano stati figli a riempirlo. Solo lavoro e vacanze. Relazioni con amici che lo cercavano e lo invitavano da ogni parte per la sua giovialità, e perché no, per la riconosciuta capacità al barbecue. Lui e la moglie non mancavano mai. Almeno fino a ieri. Da qualche tempo le cose non erano più le stesse per la signora. Una sorta di inquietudine cominciò a manifestarsi e quello che prima la soddisfaceva ora otteneva l'effetto contrario. Rizzola se ne accorse e un senso di smarrimento si impadronì di lui. Cercò di reagire ma più metteva e meno otteneva.

Avrebbe fatto qualunque cosa, la sua donna era la sua vita, la sua sicurezza. In più gli acciacchi dell'età gli toglievano energie. Pensò, rabbrividendo, che non ce l'avrebbe fatta a risollevarsi dall'eventualità di una separazione. Le stava provando tutte ma non funzionava nulla, si sentì perso e lo sconforto stava per avere la meglio su di lui, che fino a poco prima reagiva sempre in positivo ai problemi. Ancora poco e non avrebbe più retto, aver ricorso ai tranquillanti era un brutto indizio.

 

“L'occhio di Vrana” – lesse il titolo del primo manoscritto che la sua segretaria aveva selezionato tra i molti e immediatamente rammentò che l'isola dove andava da anni aveva un lago con quel nome. “Racconti da un'isola” – il sottotitolo; forse non era un caso, l'isola poteva essere la sua. Per quella sera pensava al massimo di leggere i titoli dei lavori, e aveva già preso un tranquillante per aiutarsi a dormire, nella stanza dove adesso era solo. Ma usò buona parte della notte per leggere il manoscritto, ricorrendo a diversi caffè ben forti.

Che fatalità! Capì chi fosse l'autore e lo trovò interessante, ovviamente tolto il riferimento a sé. Riguardo alla propria situazione era da tempo che aveva rinunciato a pensarci, ma quella lettura gli fece venire un'idea e cominciò a lavorarci su. Se avesse qualche possibilità non l'importava al momento, almeno aveva trovato qualcosa da fare, un altro tentativo per una strada inaspettata. Se non hai nulla cui aggrapparti, per un po' anche la speranza ti sostiene. Dormì bene il resto della notte, come non gli accadeva da tempo.

E la mattina dopo si mise subito all'opera. Chiese alla Teresa, la fidata segretaria che lo conosceva da sempre, chi l'aveva mandato, per sapere se qualcuno che lo conosceva potesse aver letto quel capitolo, “Ricorrenze”, fortunatamente collocato a ben più di metà libro.

«Nessuno, capitano» - rispose la donna aggiungendo quel titolo che gli dedicò per gioco un giorno di molti anni addietro. Poi vedendo che gli faceva piacere continuò, usandolo ogni volta non vi fossero altri presenti. Lui in cambio la chiamava madonnina, riferendosi a quella del Duomo che dall'alto sorveglia e protegge Milano e chi ci risiede.

Un modo di dirle quanto fosse importante per lui. «Come nessuno? L'hanno forse dato a te?»  - «No, è arrivato da solo, spedito qui direttamente»  - «Ma sono anni che rifiutiamo manoscritti, figuriamoci per posta! Perché allora non l'hai cestinato, dedicandoti solo a quelli che provengono dai nostri canali?»  - «Era quanto stavo per fare quando ho letto il titolo, ricordandomi la storia di quel lago che avete raccontato a me e al Pierluigi. Ho letto solo il prologo e ho ritenuto, una tantum, che gli si poteva dare una opportunità. In ogni caso spetta a voi decidere, capitano.» La somma di circostanze era sospetta, quasi una forza sostenesse un disegno nascosto.

Ma andava bene, nessuno ne sapeva niente. Disse alla Teresa: «Hai fatto la cosa giusta, come al solito. Ammiro il tuo intuito, effettivamente l'ho trovato interessante. Senti cosa devi fare adesso...»  - gli chiese di spedire subito una lettera d'invito per Mario e di attivare le sue conoscenze per individuare quali altri editori l'avessero ricevuto, non certo per sollecitarli alla lettura. «Quest'ultima cosa l'ho già fatta stamattina appena vi ho visto, e ho i primi riscontri» - «Ma com'è possibile?! Come potevi immaginare che te l'avrei chiesto?» - sorpreso era dir poco.

Va bene la sintonia e quello che ci va insieme in un rapporto di lavoro di lunga data, ma arrivare ad anticipare le intenzioni aveva quasi del paranormale. «Capitano, sono mesi che vi vedo sempre più giù, e sapete quanto me ne dispiace. Tuttavia stamani siete arrivato come quello dei bei tempi, portandovi il manoscritto sotto il braccio. Quello e non altri. Ho capito che l'avete letto e vi interessava, e mi sono mossa per tempo.»  - «Come al solito, madonnina, insuperabile!»  - «Come al solito capitano, pronti al viaggio!»

Al secondo appuntamento Mario portò il capitolo revisionato. Del Rizzola non c'era più traccia. Restò di stucco quando gli disse che non intendeva venisse tolto, modificato leggermente, questa era l'intenzione. Non ebbe animo di chiedergli perché non gliela avesse detta subito tale intenzione, avrebbe risparmiato del tempo. Ma non voleva mostrare impazienza, tanto meno oggi che si sarebbe iniziato ad accennare al contratto. Rizzola l'aveva fatto ricevere come uno che conta, subito servito di caffè e brioches, dalla pasticceria di sotto. Lo trattava ormai come se lo conoscesse da sempre, anche di fronte ad altri impiegati. Mario era sbigottito, perché faceva a quel modo, cosa c'era sotto?

 

«Vedi Mario, leggendo il libro si comprende che hai avuto dei problemi in famiglia. Spero superati, adesso. Succede a tanti, nonostante le buone intenzioni, succede anche a me.»  - gli disse dei propri con la moglie e come fossero vicino al punto di non ritornoVolutamente o meno non nascondeva la sua pena, e gli chiese se potesse, poca cosa, dargli una mano. «Lo farei di cuore, ma sono estraneo alla situazione. Come potrei aiutarti?»  - «Nel modo che sai fare, con la penna.»  - e gli spiegò il suo piano, frutto di quella notte quando in lui si riaccese la speranza.

Nel libro, che la moglie avrà in anteprima, loro due apparirebbero come una coppia affiatata, che stimolò lo scrittore tanto da annoverarli tra i personaggi principali in un racconto. Ovviamente bisognava far le cose per bene, senza esagerare e dare l'impressione di un voluto rimaneggiamento. Senza dar troppo nell'occhio dovrebbe risaltare  l'immagine di quell'uomo forte pronto a tutto per difendere la propria compagna. Tanto da evocare personaggi mitici, che durano nei tempi come i loro amori. Lo scopo recondito quello di far riconsiderare alla donna quale reale perdita vi sia ad allontanarsi da una tale persona, affidabile e protettiva. Un rapporto non concesso a tanti, raro. Più o meno le cose stavano in questo modo.

Mario pensò che doveva essere proprio messo male se credeva in tale possibilità, poi realizzò che lui doveva renderla reale. A parte la difficoltà era una cosa completamente fuori dal suo modo di sentire e di fare, quasi un lavoro a tema. «Saresti capace?»  - domandò Rizzola per metterlo alla prova, rifacendosi a quanto si ritiene possibile per gli scrittori, riscrivere la realtà. Inventarla. Mario non si tirò indietro. Per mille motivi, ma anche perché si sentì sfidato. Proprio quello su cui contava l'altro, che li conosceva gli scrittori e sapeva come difficilmente rimangano indifferenti alle sfide.

Al terzo appuntamento il capitolo era completamente riscritto. Perse il conto di quante volte lo ricominciò daccapo, insoddisfatto. Ma finalmente “girava”. Era diventato tutt'altro dall'originale, tanto che disse di dover pensare a un nuovo titolo. Rizzola gli chiese di attendere che l'avesse letto con calma, allo scopo fece accompagnare Mario in giro per Milano dalla Teresa (che di tutti i compiti che gli affibbiava questo proprio lo odiava) offrendogli il pranzo in un locale rinomato – il girarrosto. Al loro ritorno Rizzola pareva soddisfatto. Sulla scrivania c'erano della nuove carte, messe in disparte. Mario ci vedeva bene da lontano, si trattava di contratti standard. Non restò indifferente neanche a quello.

«Quasi ci siamo, Mario. Davvero notevole! Per il titolo avrei un suggerimento – Anniversario – sempre di ricorrenze si tratta, no?»  - «Sì, ma non ha agganci con la storia, come ti è venuto in mente?»  - «Mi ero scordato di dirti che in quei giorni io e mia moglie festeggiamo il nostro anniversario, potrebbe starci, basta fargli un po' di posto.» - il famoso voto d'umiltà fu messo a dura prova e da solo non sarebbe bastato a contenere la reazione dello scrittore. Fu lo sguardo apparentemente distratto del Rizzola verso i fogli del contratto a ricordargli cosa c'era in gioco. Se aveva fatto trenta  poteva fare trentuno, era uno scrittore, no? Ormai si era compromesso abbastanza, qualcosa in più non faceva differenza.

«Capisco, certo che si può fargli posto. Magari se me lo dici subito chi altro vuoi invitare...»  - «Su, su, siamo diventati amici no? Non c'è che questa piccola aggiunta e la storia è perfetta! Per quanto riguarda i capitoli e il loro contenuto siamo a posto! È già tempo che si cominci a parlar d'altro, sai cosa intendo vero?»  - «Beh, posso immaginarlo.»  - «Bene, bene! Solo una piccola revisione all'indice e il gioco è fatto!»  - «Revisione a che?»  - «All'indice, Mario. Ascolta l'idea. I titoli saranno per ordine alfabetico, non ci hanno ancora pensato, te lo assicuro! Così destiamo l'attenzione! Lo useremo come introduzione per la presentazione. Credimi, funzionerà, te lo dice uno che ne ha sbagliate poche...»  - «... ed era tempo fa, ricordo quando lo dicesti...» - concluse sconsolato.

Anche questa! Stava quasi pensando di trovarsi nel posto sbagliato quando Rizzola gli mise in mano il pacchetto di fogli, dicendogli di guardarseli a casa con calma, così da essere pronti per l'ultimo incontro, prima del via. Avrebbe voluto replicare che, guarda caso, con quella bella idea dell'indice alfabetico “Anniversario” sarebbe diventato il capitolo d'apertura. Proprio quello che sentiva meno suo. Ma non ce n'era bisogno, era studiato apposta. La moglie del Rizzola non regge che poche pagine... doveva trovarlo subito l'interesse a procedere.

 Ritornò a casa in preda a sensazioni opposte. Una lo blandiva seducente mostrandogli quanto poco mancasse al raggiungimento del suo sogno, pubblicare. L'altra, leggermente disgustosa, gli mostrava il prezzo che stava pagando per realizzarlo. Entrambe erano forti, e nessuna voleva cedere il passo. Credeva che il momento della pubblicazione dovesse avere un dolce sapore, indipendentemente dal successo o meno. Si domandò a quanti altri come lui fu richiesto questo o quello, aggiungendo l'amaro nella bevanda. Ma non si perse d'animo, anche questa volta avrebbe fatto del suo meglio.

Riscrive nuovamente il primo capitolo inglobando l'anniversario del Rizzola, ed evita di rileggerlo accuratamente per non pentirsene; quindi comincia a lavorare sui titoli dei capitoli per mantenerne la successione originaria nonostante l'ordine alfabetico. 

Il 1° è quello, "Anniversario". Meglio non pensarci più.

Il 2° lo sistema al posto giusto aggiungendo davanti al titolo “Denari e”, anche se la stringata “Lotterie” era più consona al contenuto, ma tant'è, anche di denaro si parla.

Al 3°capitolo “Bar e laghi” inverte i nomi, salvo poi cambiarlo nuovamente dopo aver modificato il 4° e il 5°. Alla fine diventa “Diecimila laghi”, non suona male ma mancano i bar, ugualmente importanti.

Il 4° lo cambia in “Incontri”, generico ma sempre efficace.

Lo spasmo allo stomaco si manifesta al 5° – inizialmente solo “Vento” lì deve mettere l'articolo e aggiungerci pure l'aggettivo indefinito – altro – con un risultato non proprio convincente (L'altro vento). Si consola pensando di essere a un terzo di strada, non lontano dal giro di boa.

Coraggio, possiamo farcela!

Così il 6°, Brix e il diavolo, assume la forma articolata di “Senza dubbio il diavolo, signor Brix” che gli ricorda il “... dottor Livingstone suppongo?”

Non che gli dispiaccia il “sense of humour” ma servirsene proprio nel titolo dà l'impressione di un raccontino leggero, mentre si tratta di tutt'altro. Quel titolo però finisce per piacergli, usandolo anche come frase nel racconto. Il traguardo della pubblicazione si profila - in fin dei conti senza troppi compromessi.

Giunti al 7°, “Immagini al telefono” realizza di dover iniziare ancora con “s” o le poche restanti lettere –  perbacco, l'aveva fatta troppo facile!

Dando un'occhiata agli altri titoli da modificare si rende conto che per fare le pentole ne dovrà gettare i coperchi. Accadeva qualcosa troppo al di là di una normale revisione a scopi editoriali, c'era dell'altro – senza dubbio il diavolo che pretendeva il suo compenso per averlo inserito nel libro senza la dovuta considerazione.

A questo punto i dubbi divengono macigni... c'è da rifare tutto daccapo. Si sente costretto a rileggere il primo capitolo, nonostante si fosse ripromesso più volte di farlo dopo aver completato tutti i titoli. Ripensa all'originale ormai cestinato, se anche volesse non avrebbe il coraggio di resuscitarlo dopo tanto accanimento che l'ha reso un alieno. Va bene intervenire su un racconto, ma così modificato non “tiene” come l'altro, incentrato sulla “ciclicità” come possibile origine dei dejà vù, di malattie e disgrazie che si accaniscono su talune famiglie, così come fortuna e salute per altre. E di una ciclicità di tale portata, oltre l'arco di tempo della vita umana, ha fatto uso per parlare dell'anniversario di matrimonio dell'editore!

Anche passando sopra a tutto ciò e sorvolando sulla pochezza della nuova trama, la collocazione al primo posto, l'inizio del libro, gli si rivela per quello che è: una palla al piede capace di trascinare a fondo l'intera opera. Al Rizzola il libro non interessava veramente; meglio, non lo interessò più quando vide in esso il cavallo di troia per giungere a Elena, puntando tutto su quel capitolo per il suo scopo. Tuttavia un intento nobile, riguadagnare l'amore e la stima della moglie, prima che fosse troppo tardi.

Ma quello che davvero lo convinse a reagire, finalmente a opporsi e ad abbandonare anche stavolta la speranza della pubblicazione imminente, fu il pensiero di quelle decine di persone che aveva conosciuto alla casa editrice a cui sarebbe prima o poi arrivata la storia di quel racconto e del libro. Beh, non ci avrebbe fatto una gran figura, e già gli pareva di sentire i commenti, non distanti dalla verità: eh sì, pur di pubblicare... Ma anche per rispetto ai possibili, futuri lettori non poteva arrivare a tal punto. Fu quella grande sceneggiatrice, Suso Cecchi D'amico (ladri di biciclette) che disse più o meno una cosa del genere: “Fai i film che piacciono a te; se avranno fortuna ci sarà qualcosa di tuo dentro e se varranno qualcosa sarà per questo.” Cambiando film con libri si adattava al suo caso.

Ormai il primo racconto aveva subito tali e tanti rimaneggiamenti da convincerlo a scrivere di questi, di come era arrivato dov'era. Il suo posto, dopo tante battaglie, se l'era conquistato, pagando il prezzo di divenire tutt'altro. Questo che state leggendo. Tutta la fatica e la pena che gli richiesero gli avevano fatto acquistare un senso, almeno a suo parere.

Il titolo “Anniversario” lo lasciò, spiegando che è dedicato a una persona che gli ha fatto capire l'importanza di seguire la propria strada, e ogni qualvolta ci sarebbe riuscito sarebbe stato l'anniversario della propria nascita come scrittore. In un moto d'elevazione identificò la persona nel Rizzola che mettendolo alla prova ne trasse le qualità migliori.

Andò al quarto appuntamento e dette il manoscritto finale al Rizzola, dicendogli di prendere o lasciare. Lui lesse l'indice e il primo capitolo in piedi. Anche se vedeva sfumare il suo piano non poté fare a meno di apprezzare l'integrità del Mario, pur se all'ultima chiamata. In quel momento non provava alcun desiderio di rivalsa, la storia era andata avanti già abbastanza.

Non era lo stesso uomo di due mesi addietro, quando diede avvio al piano, da allora aveva smesso con i tranquillanti. Gli erano tornate le forze e l'interesse per il lavoro, che tenevano lontano dalla sua mente per un bel pezzo della giornata il pensiero ossessivo della rottura con l'amata moglie. Adesso non era così tremendo, quasi riusciva a farci fronte. Stranamente anche lei sembrava più disponibile nei suoi confronti. A Rizzola in quel momento non importava neppure più che il racconto parlasse di lui, della sua vita. E poi, quale vita? Un racconto è una realtà romanzata, con ampie licenze interpretative.

Al dunque, che fare del manoscritto? Ci pensò la Teresa che prendendolo dal tavolo, in mezzo ai due che si guardavano come in stallo disse: «Non si naviga per tanto tempo senza sbarcare, siamo arrivati in porto, capitano.»

Lei conosceva l'intera storia, compresa quella della moglie. Quelle vite si erano intrecciate e non si poteva buttarle a mare. Fu per questo che lo chiamò per la prima volta capitano davanti al Mario, perché lui era diventato uno di famiglia.

P.S. Dopo averne spiegato il motivo, i titoli dei primi 6 capitoli sono rimasti quelli modificati, compensando in tal modo anche il diavolo per la partecipazione.

P.P.S. Il libro, prima della pubblicazione, venne letto dalla moglie del Rizzola che sorrise dell'imbarazzo del marito di fronte all'altro capitano che gli legò la barca. Si meravigliò e commosse allo stesso tempo del tentativo di arrivare a lei con il cavallo di troia del libro. Poteva immaginare quanto dovette costargli chiedere al Mario di aiutarlo, lui, che non chiederebbe neanche l'anestesia dal dentista! Grande e grosso e tuttavia vulnerabile gli fece tenerezza, come quelle prime volte... 

Lesse tutto il libro e ringraziò Mario, riconoscente. Gli disse che probabilmente il cavallo non avrebbe funzionato, ma la verità di come andarono le cose le rivelò quanto fosse presente nel cuore del suo uomo.

A proposito, non era vero che reggeva solo poche pagine... dipendeva dalle pagine.


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6° capitolo: Senza dubbio il diavolo, signor Brix







Parlare della vita del signor Brix non è semplice. Non era un uomo particolare e condusse quella che si può definire una vita normale, nel senso di indistinguibile dalle altre. Il tipo di vita della maggior parte delle persone che pur svolgendo attività diverse segue la via dei padri e della tradizione, facendosi una famiglia e crescendo, con tutte le difficoltà, dei figli.
Dubitando solo in qualche sporadico momento che non fosse la cosa giusta per sé.

Non accettò ogni cosa gli capitasse, si oppose contro quelli che riteneva soprusi ma non si tirò indietro quando si trattò di trovare una raccomandazione al figlio per un lavoro.
Pagando il prezzo di quel tipo di favore che difficilmente viene elargito gratuitamente.
Contraddizioni? E dove non ve ne sono? E rispetto a cosa, a un ideale che altri indicano senza seguirlo per sé? Lo si voglia o no la normalità contiene anche questo, altrimenti il mondo non sarebbe quello che è.
Qualcosa di troppo grande, complicato, imprevedibile, ingiusto, per tentare di metterci le mani e migliorarlo. C'è sempre qualcuno che ci prova, spinto dalla sua coscienza. Nobili tentativi talvolta premiati da risultati più che apprezzabili. Localmente. Non in grado di influire globalmente. L'inerzia accumulata nel tempo spinge il mondo e chi vi risiede in una direzione secondo molti non proprio rassicurante.

Brix aveva passato i settant'anni ed era ancora in forze.
Quelle che gli rimanevano dopo aver lottato per decenni con i problemi che gli davano i figli, sposati e con prole a loro volta. Come conducevano la loro vita fu sempre troppo distante dal suo modo di sentire, e non lo consolava saperlo quasi normale per i tempi attuali.
In poche parole per i figli il denaro non era mai abbastanza.
A tutti farebbe comodo disporne di più, ma senza pensarci in continuazione.
Per loro non era così, e pure mogli e nipoti l'intendevano allo stesso modo.
Il fatto era che non solo ci pensavano, si applicavano con convinzione per arrivare a risultati concreti. Dato che più di tanto non ricavavano dalle loro professioni e che la fortuna non li andava a cercare, rivolsero l'attenzione alle fonti più vicine, le famiglie d'origine.
Quelle delle nuore, a causa della distanza, vennero solo parzialmente toccate dalla loro bramosia. La sua, fatalità, distava poco dalle case dei figli che aveva contribuito a far costruire.
Cosa di cui si pentì in breve tempo.

La storia cominciò molto presto e Brix si rimproverò di non aver vigilato a sufficienza, intervenendo con maggior determinazione. Ma non avendolo sperimentato su di sé non comprendeva come quella smania di possesso potesse avere una tale presa su di loro, anche se talvolta la cronaca riportava notizie di figli che massacrarono i genitori per un'eredità o per le proprietà, addirittura per un modesto appartamento!
Erano più di trent'anni che suo malgrado veniva coinvolto in beghe, dissapori, litigi, richieste, scenate... sempre per lo stesso motivo, denaro.
Non fosse stata la moglie a ricordargli che erano suoi figli e che doveva esserci un motivo se il destino li aveva fatti in tal modo, forse avrebbe agito diversamente, con più forza. Probabilmente arrivando a mettere un confine invalicabile, a salvaguardia della tranquillità sua e della moglie.
Lei quel motivo lo individuava in una volontà superiore, a cui si inchinava, accettandola.
Mai pensando, neppure per un istante, di separare la propria vita dalla sua discendenza, costasse qualunque prezzo. Brix, all'inizio incapace di tale prospettiva, non trovava pace.
Le pensò tutte, nessuna esclusa, e ne provò diverse senza risultati duraturi.
Non si capacitava di come fosse possibile che ben due famiglie, nove persone nessuno escluso, fossero preda di quella che a lui pareva una specie di malattia.
Non perderemo tempo a raccontare singoli tristi episodi, per capire come stavano le cose basti dire che molti anni prima della dipartita di Brix e della moglie cominciarono delle vere guerre per la spartizione dell'eredità. Non una gran cosa – la casa di famiglia con un discreto appezzamento  che ospitava giardino, orto e prato – dove il loro animo avvilito trovava sollievo. Tuttavia la speranza non la persero mai, al contrario dei loro risparmi che presero la via dell'una o dell'altra famiglia.
Brix provò a opporsi senza riuscirci alle mani bucate della moglie, Ada, per i figli - “Non ti porterai nulla dall'altra parte, usiamolo ora che serve.”  - diceva.
Serviva sempre allo stesso scopo, soddisfare l'avidità di figli e nuore.
Quando ci si misero anche i nipotini a batter cassa, andandoli a trovare metodicamente con quel preciso intento e riportando i discorsi dei genitori sulla grandezza della casa, le spese di manutenzione, l'età che avanza e ben di più, Brix impose alla moglie di cambiare il loro status intestando a lui solo la proprietà. Per il denaro si era rassegnato, la decente pensione bastava, ma per la casa e lo scoperto dovevano aspettare sino alla fine.

Aveva diversi amici, Brix, e confidandosi discretamente si convinceva sempre più di quanto fosse anomala la situazione. Troppe coincidenze fanno una certezza.
Anche Ada, pur non esprimendosi, la vedeva come lui, ne era certo.
Ne ebbe conferma quando un giorno gli prese le mani e fissandolo pronunciò quelle parole che lo scossero profondamente: “Li aiuteremo fin che siamo qui, ma dobbiamo preparare la loro salvezza prima di andarcene. Questo è il nostro dovere.”  - fu la prima volta che ne parlava e in poche parole disse tutto quello che c'era da dire.
Brix conosceva la profondità da cui provenivano, e un po' la temeva.
Ada non parlava per condividere, alleviare o cercare consolazione, ma per dire quanto bisognava fare. Le poche volte che cercò di controbattere alla sua visione delle cose gli accadde qualcosa di strano: man mano gli mancavano le forze tanto da doversi sedere, con la confusione che gli attorcigliava le parole. Furono poche volte, ma bastarono a non provarci in quest'ultima.
Di aiutarli era convinto anche lui, anche se sperava non fosse durato così a lungo...
Ma salvarli! Da cosa, da sé stessi?
Se non avevano potuto far niente sinora mettendocela tutta, di quale dovere parlava?
Non glielo chiese, sentendo che lei aveva indicato la direzione e toccava a lui trovare la strada.

Ritornò col pensiero alla sua certezza, che la situazione fosse anomala. Del tutto.
Ma voleva una conferma da qualcuno capace di metterla in parole.
Dedicò molto tempo a individuare la persona giusta a cui porre quelle due domande: com'è successo, e come farlo finire. Alla fine la trovò. Si chiamava Gabriele, ma non diremo niente di questa persona. L'importante fu quello che egli disse.

«Io e altri le chiamiamo ricorrenze, ma hanno molti nomi a seconda della tradizione.
Adesso è di moda energie negative, ma il significato è sempre lo stesso, un intervento esterno capace di condizionare le persone.
Di solito ha una durata, anche se in quel tempo può provocare danni permanenti.
Tuttavia quando sono coinvolte più persone, in questo caso addirittura tutti i membri di due famiglie, il tempo non farà diminuire l'intensità di una tale forza.
Da quanto ne so sono come le pestilenze, l'uomo si illude di averle debellate, in realtà scemano da sé, purtroppo dopo aver ottenuto quanto volevano.
Da dove vengano non si conosce veramente, comunque vada prima o poi ritorneranno, in quella o in un'altra forma. Non c'è modo di impedirglielo.»  - disse Gabriele.
«Ma perché proprio tutta la mia famiglia?»  - «Non fosse stata la sua sarebbe stata quella di un altro, a cosa serve sapere il motivo? Se proprio vuole posso darle qualche indicazione, da esperienze precedenti, avvisandola che potrebbero non essere corrette nel suo caso. Non le prenda per buone, potrebbe confondere la faccenda.»  - «Eh, peggio di così...»  - «Non lo dica signor Brix, c'è sempre una speranza. Mi pare di aver capito che sua moglie crede in una possibilità.»  - «Non so come faccia, ma di sicuro pagherebbe qualunque prezzo.»  - «Appunto, è tale intenzione che permette a quella possibilità di non essere un'illusione.»  - «Cosa intende, signor Gabriele?»  - «Sarò franco, da come me l'ha descritta mi meraviglio che abbia potuto ancora farlo.
La pestilenza uccide, è il suo scopo. Ma voi, undici persone, siete tutte in vita. Per quanto in un instabile equilibrio nessuno è stato ancora sopraffatto. La cosa ha dell'incredibile.»  - «È tanto diverso dalle altre situazioni, quelle indicazioni di cui parlava?»  - «Non troppo diverso, però molto più raro.
Perché qui le forze in gioco sono di una intensità non controllabile per chiunque.
A volte accade che qualcuno attivi queste forze, queste ricorrenze, involontariamente.
Più spesso di proposito, per ottenere qualcosa, senza avere coscienza di dove vanno a cacciarsi.
Ma quando hanno un tale potere sono ricorrenze già in azione, a cui per giunta qualcuno apre la porta, quasi un invito a entrare. Il peggior caso.
Solo una forza contraria può opporvisi, a caro prezzo e per un tempo limitato.»  - «Vorreste dire... mia moglie?»  - «Non sua moglie, quello che c'è dentro quell'involucro umano. Stupefacente!
Se il filo non si è rotto si deve a quello. Ma non sarà per sempre.
Le parole di Ada sono profetiche, signor Brix. Anche se riuscirete a fare qualcosa non ne vedrete i frutti, il premio sarà nell'aver fatto il vostro dovere.»  - «Quindi c'è qualcosa che si può fare?»  - «Sì, capire con chi o cosa avete a che fare, poi le cose si muoveranno da sole.»  - «Me lo dica, dunque, con cosa abbiamo a che fare?»  - «Lei lo sa, non io.»  – «Ma io non lo so, non sarei qui altrimenti!»  - «No signor Brix, lei lo sa molto bene, ma non vuole dirlo, ne ha timore.»  - «Non ho timore di nulla, neppure di morire!»  - «Neanch'io, ma di questo devo aver timore. In qualunque modo lo si raffiguri fa parte del mondo, dell'universo. Forse è una forza primordiale, ma come umani gli abbiamo dato nomi e forme. C'è, lo si voglia o meno. Tutti lo temono, ma chi davvero lo riconosce non scappa. Sa che è inutile, appena qualche passo nei casi più fortunati.»  - «... è questo, dunque... potrebbe essere il diavolo?»  - «Senza dubbio il diavolo, signor Brix. La sua mente ha prodotto questo nome e così lo conoscerà. Lei è uno degli undici, non quello che gli impedisce di riscuotere, ma colui che protegge quella forza amica e a lui contraria che è in Ada.
Adesso che l'ha nominato prima o poi si presenterà per incontrarla.
È quello che voleva, no? Poter fare qualcosa. Dovrà dare molto più del suo meglio e sarà ancora poco, quasi nulla.»  - «Non ho speranze con un tale avversario?»  - «No, assolutamente. In sua presenza sarà solo, ma non lo sarà nell'animo. Chi pagherà il prezzo più alto per questa possibilità sarà Ada. Ma aveva accettato di pagarlo fin dal primo momento. Adesso non attende che questo.»  - «Morirà per questo!?»  - «Tutti moriranno, per questo o qualcos'altro, non fa differenza.
Non sia romantico, signor Brix. In un certo senso lei è già morto trent'anni fa quando iniziò la storia. Lei e Ada siete morti alla vita normale per tenere testa a situazioni e forze dirompenti.
Avete conquistato la possibilità di tentare. Non le basta?»  - «Sì, signor Gabriele, mi basta.
La ringrazio, ero senza speranze.»  - «Anch'io devo ringraziarla, per lo stesso motivo. Non avevo più speranze di incontrare un uomo che accettasse la sfida.
Mi inchino al suo coraggio, e al cuore di Ada.
Buona fortuna, signor Brix.»

Informò la moglie di aver conosciuto qualcuno che gettò un po' di luce sulla faccenda.
Soprattutto volle dirle che poteva contare sul suo impegno assoluto, sino alla fine.
Ma non riuscì a trattenere un moto d'emozione, che per lui equivaleva al piangere, quando ricordò che la prova per Ada sarebbe stata ben più dura. Non immaginava quale potesse essere, il solo pensarlo gli dava i brividi.
Non voleva entrare nei dettagli della conversazione né lo voleva lei, a cui bastò la conferma dell'impegno. Nel tenersi le mani ebbe conferma di quella forza di cui parlò Gabriele, capace di infondere una tranquillità che adesso lo pervadeva, completandolo. Essendo un uomo la sentì femminile, e anche se il genere aveva poca importanza a lui andava bene così.
Fosse o meno un involucro, per lui era Ada, e solo per lei era pronto a ogni prova.

Trascorsero mesi da allora, Brix e Ada dovettero far fronte a un crescendo di situazioni al limite del sostenibile. Per dirne una Brix fu convocato dal giudice cui si erano appellate le nuore.
Gli furono chiesti chiarimenti sulla donazione di Ada della propria quota di proprietà della casa. Rimase calmo e rispose che fu fatto con l'intento di non creare problemi d'eredità con beni suddivisi. Se c'era qualcosa che non andava era pronto, subito, a far diversamente.
Il giudice gli credette, provando pietà per il padre trascinato in beghe giudiziarie dai suoi familiari.
Un'altra fu l'uso come deposito di una parte del vecchio grande fienile. Senza domandarlo.
Man mano si spingevano sempre più dentro casa, dentro la loro residua intimità.
Senza nessuna reazione da parte loro. I vicini, in buoni rapporti da sempre, che sapevano quali arie tiravano con i figli, rimasero attoniti a vederli arrivare in piena notte per questionare con i loro genitori per dei nonnulla.
Compresero che ormai la loro casa non gli apparteneva quando videro spianare l'orto e il giardino per farne un deposito di roulotte, un'altra attività di uno dei figli.
Piansero per loro e furono lacrime vere. Se c'era qualcosa che Ada amava era il suo giardino, sempre più piccolo nel tempo ma mai meno colorato. Allo stesso modo Brix adorava il suo orto e quanto ne ricavava. Dopo cinquant'anni non aveva ancora trovato la giusta rotazione delle colture e quell'ideale gli faceva compagnia.
Ma anche stavolta non si opposero, tra l'incredulità di chi vide un tale sfregio.

Mancava solo di ucciderli, come quelle notizie di cronaca cui accennavamo all'inizio.
Non sarebbe stato facile, comunque. Per qualche motivo nessuno entrò mai nella loro camera.
Lo tentarono una sola volta, i due figli e le nuore. Determinati a trasferire il loro letto e tutti i mobili in una stanzetta al pianterreno – poverini, le scale... – ovviamente senza domandare se andasse bene. Brix e Ada non videro cosa accadde. Lo sentirono. Si accapigliarono tra loro e si menarono a lungo urlandosi a vicenda di chi avrebbe preso con diritto la stanza, mentre i nipoti all'esterno giocavano tirandosi i frutti dei meravigliosi susini e a far altri danni.
Non provarono più a entrare.
In quella stanza i due coniugi ormai anziani passavano la maggior parte del tempo.
Gli importava poco del giardino e dell'orto, nel loro stare uniti c'era anche il ricordo di tutti i fiori e frutti che raccolsero. Nessuno poteva levarglielo.
Qualcuno nella zona cominciò a usare quella parola parlando dei comportamenti dei figli e delle loro famiglie. Poi la usarono tutti, chiudendo porte e finestre al vederli arrivare.
Erano degli...

Brix stava ritornando dalla visita a un amico che non stava bene quando incontrò quella persona, mai vista in precedenza. Se ne stava appoggiata al muro di una casa solitaria, disabitata e senza recinzione. La strada passava di là, non ce n'erano altre.
Capì subito chi fosse, il momento era arrivato.
Ricordò le parole di Gabriele: “È quello che voleva, no? Poter fare qualcosa.”
Sì, era quello che voleva. Incontrare il responsabile della sua vita d'inferno.

«Buona giornata, Brix!»  - gli fa quello - «Non mi ricordo di lei, come fa a conoscermi?»  - «Infatti è la prima volta che ci incontriamo. In questo paese sembra che la conoscano tutti, ho chiesto di lei perché devo comunicarle qualcosa che la riguarda.»  - «Riguarda anche la mia famiglia?» - replicò subito Brix - «Niente affatto, solo lei. Tratto con una persona alla volta, faccia a faccia.
Non mi chieda nulla d'altri perché sarebbe tempo perso. Vuole ascoltarmi?»  - «Sicuramente, visto che si è dato la pena di cercarmi.»  - «Nessuna pena, diciamo che è il mio lavoro, che svolgo volentieri, direi con passione. Non immagina quanto ci tenga a farlo al meglio! Ma entriamo nel merito, ho due notizie da darle. Anche di questo non mi chieda il perché, diciamo che è stato sorteggiato e questo è il premio. Ma per sentirle deve espressamente dire che l'accetta. Dunque?»  - «Così su due piedi, accettare qualcosa di cui non ho la minima idea? Una strana richiesta, almeno mi dica di che cosa si tratta.»  - «Giusto, un indizio. Si tratta del futuro, Brix, del suo. Conoscerlo in parte le potrebbe servire, non crede?»  - «E lei come fa a conoscerlo, il futuro?»  -«Troppo intima come domanda, le dicevo che ho solo l'incarico di comunicarle qualcosa. Stavolta si tratta di questo, un'altra potrebbe essere diverso.»  - «Non sono mai stato interessato a predizioni, oracoli e cose del genere, perché dovrei esserlo ora?»  - «Bene, bene. Una persona diversa dal solito, disinteressata... o è forse la paura a farle prender tempo? O anche quella non la conosce? In ogni caso la avverto, il mio tempo è limitato»

Che quello insista e non abbandoni la presa apre il fianco alla contrattazione, in quel mercato dove niente si ottiene senza l'esperienza o la capacità di rischiare. Ne ha a sufficienza Brix per muovere una pedina sulla scacchiera del diavolo, dove molti si sono avventurati ma pochi hanno finito la partita? Non sarà mai abbastanza con un avversario del genere, che ricorda tutte le risposte di chi nel tempo ha accettato di giocare con lui. Non solo stolti, avidi, sprovveduti, temerari... ma anche animi semplici e benefattori, e altre rare persone che hanno compreso come la partita della vita non sarà mai completata senza confrontarsi con quell'entità oscura, pur nella contraddizione della sua manifestazione luminosa.
Costei ha accesso alle pieghe della nostra coscienza dove, a mo' di tappeto, nel corso della vita abbiamo occultato alla nostra vista quanto non corrispondeva all'immagine di noi stessi, così faticosamente edificata. Ben poche persone non temono l'apertura di quelle pieghe e, sia quel che sia, lasciare che quella luce, l'unica ad averne il potere, renda manifesto quanto manca alla completezza della coscienza umana.

Brix rispose: «La ringrazio per il tempo che mi concede, ma lei mi ha cercato e l'indizio fornito non è sufficiente perché possa accettare. D'altronde se insiste significa che anche a lei viene qualcosa dal recapitarmi le notizie di cui parla. Ma immagino che anche questo sia troppo intimo per dirlo. Certo che conosco la paura, per questo voglio saperne di più!»  - «Una buona logica, complimenti, merita un'ulteriore indizio. Delle due notizie l'una è brutta e l'altra bella, dovrà accettarle entrambe, è la condizione. Ma non dirò più di questo.»  - «Una buona e l'altra cattiva - entrambe vengono da lei, qual è la mia parte nel gioco, oltre ad ascoltare?»  - «Partecipare. Sarà messo alla prova e forse si conoscerà più di adesso. Potrebbe esserle utile...»  - «È tutto bell'e fatto, la buona novella porterà forse felicità, soddisfazione, ma dubito sarà abbastanza per compensare la brutta. In ogni caso lei avrà ottenuto qualcosa, se non altro di aver turbato la mia vita.
Come lo faccio io, può a sua volta accettare una condizione?» - «Raramente, e solo se aumenta il mio tornaconto – adesso dandogli del tu e rivelandosi per quello che è – bada bene, chi ha cercato di imbrogliarmi, di trarre un vantaggio da me si è pentito amaramente. Ma mi sei simpatico Brix, per questo ti converrebbe prendere quello che ti porto, almeno una metà buona c'è, perché rischiare di perdere molto di più?»  - «Forse solo per giocare, poiché dubito di spuntarla con te.»  - «Già, per giocare... come hanno detto in tanti. Poi, quando si resero conto che si trattava della loro vita, non lo videro più come un gioco e avrebbero voluto tornare indietro. La paura li ha consegnati nelle mie mani, per giunta spogliandoli di quanto ancora avevano da offrirmi in cambio di quel ritorno.
Solo se ottengo di più posso ascoltare, giocare o scambiare. Vale anche per te Brix, ascolto la tua condizione, ma attento ad avere qualcosa da darmi se vorrai limitare i danni! Parla dunque, qual è?»  - «Semplice, poter rifiutare una delle due notizie.» - «Ebbene accetto! - rispose istantaneamente - Ed è quello che molti prima di te avevano escogitato per beffarmi: non uno vi è riuscito! Nel tuo caso potrai rifiutare la notizia, non certo l'evento, che accadrà comunque! Eccoti dunque la prima: ti informo che a giorni riceverai una quantità di denaro che neppure immagini, un'eredità che qualcuno che mi doveva qualcosa trasferirà a te.
E subito l'altra: poco tempo ti resta per godere di tale fortuna, la tua ora sta per arrivare!
Come pattuito scegli quale vuoi che tolga dalla tua mente, ma non cancellerò il nostro incontro. Cancellando la brutta notizia ricorderai comunque di avermi incontrato e di aver stretto un patto  con me. Saprai in anticipo che quel denaro arriverà. Chissà se preso a far progetti ti domanderai quale sia l'altro lato della medaglia. Forse per un po' ti sentirai potente, questo lo concedo a tutti.
O preferisci non sapere della fortuna, conoscendo solo l'arrivo della tua fine? Quanto potrai godere del denaro, sapendo di doverlo abbandonare ben presto?»  - «Sei ben scaltro, come si dice del diavolo. Sembrerebbe che la mia opzione abbia peggiorato le cose, comunque scelgo di non sapere della fortuna. Però, sempre che non mi sbagli, hai commesso un piccolo errore che conoscerai quando me ne sarò andato da questo mondo.»  - «Lo dici per farti forza. Anche tu dirai che era meglio non avermi incontrato, rimpiangendo il momento che abbiamo iniziato a parlare! Ecco quando morirai...»  - «Perbacco, devi attendere ben poco per sapere se avevi ragione!»

Qual'era l'intento del diavolo? Quello di coinvolgere e compromettere Brix col denaro... bastava pensasse per un solo istante che con quello poteva risolvere parte dei suoi problemi e non avrebbe avuto l'energia sufficiente per continuare a fronteggiare la terribile situazione in corso.
Non avrebbe potuto più tenerlo fuori dal cerchio magico della stanza dove si rifugiava con Ada.
L'altro scopo era di abbatterlo con la paura della fine, levandogli le ultime speranze.
Meglio ancora usando le due insieme. Ma non si aspettava un giocatore! Era da tanto che non ne incontrava, pensò non ne venissero più al mondo. Non che gli dispiacesse far come il gatto col topo, poiché era sicuro, una volta venuto a patti con lui, di mangiarselo. Ma stavolta era diverso, da troppo attendeva di riscuotere e prendersi la rivincita su quell'altra entità, che attraverso Ada gli si opponeva. Fremeva, non sopportava che i due anziani lo tenessero in scacco, nonostante l'enorme pressione che esercitava su di loro.

Prima di mettere in programma l'incontro con Brix pensò che non valeva la pena dedicarsi troppo a quella singola questione e stava per farsi un giro; mancava ancora poco alla fine di quell'uomo, qualche mese e avrebbe avuto via libera. Stava giusto partendo quando vide arrivare qualcuno, quel dannato (se avesse potuto!) rompiscatole che fece capire a Brix chi era che tirava le fila, rendendogli il compito più difficile.
Sì, proprio lui, Gabriele. La loro è una lunga storia.
Anche di lealtà, per quanto difficile da credere. Ognuno usa le sue qualità per fini diversi, cercando di contrastare l'azione dell'altro. Ma quando il diavolo è padrone della situazione difficilmente Gabriele la spunta. È passato tanto, troppo dall'ultima volta.
Per questo, dannata lealtà, ha dovuto ascoltarlo!

«Toh, Gabriele! Da tanto non ti si vedeva... sei rimasto scottato dall'ultima volta, eh?
Non ne hai potuto aiutare nessuno! Ma avremo modo di riprendere questa conversazione, sto partendo per nuovi acquisti...»  - «E da quando il diavolo lascia il campo prima di riscuotere? Forse non ne sei troppo sicuro?»  - «Illuso, come al solito. È già tutto nelle mie mani. Faccio un giro e torno a raccogliere le pere mature!»  - «Non ne dubito... quante?»  - «Come quante, tutte come sempre!»  - «Una rischia di sfuggirti, sai bene che gli manca poco... o stai aspettando che tolga il disturbo da sé per avere strada libera?»  - «Se muore non mi riguarda, mi rivalgo su chi resta»  - «Come hai sempre fatto. Ma c'è una cosa che sembri dimenticare. Per questo sono qui, per ricordartela»  - «Già, sempre la stessa storia con te. Maledizione a quella volta che ho promesso di ascoltarti, intendevo per una volta, non per sempre!»  - «Ma non l'hai detto espressamente, così devi accettare la mia interpretazione»  - «Parla, falla breve che tanto non spunterai nulla»  - «Dimentichi che Brix ti conosce»  - «Non mi ha mai visto!»  - «Ti ha sentito, è uguale»  - «E allora?»  - «In aggiunta a questo ti ha tenuto testa sinora»  - «Dove vuoi arrivare?»  - «Lo sai bene, alla regola»  - «Ancora con questa storia! Ogni tanto ti presenti e mi rinfacci la regola, e io ad ascoltarti e anche ogni tanto a concedertela perdendo solo tempo, tutti e due. Potresti usarlo per salvare quelli che sono ancora salvabili. Perché ti ostini dove non c'è più nulla da fare? Da quant'è che non la vinci?»  - «Da troppo per rinunciare e da troppo poco per perdere la speranza»  - «È così dunque, ti appelli alla regola per rivendicare il diritto di quest'uomo ad avere una possibilità. Con me! Se non venivi almeno lui si sarebbe salvato, moriva e fine. Adesso lo condanni a incontrarmi!»  - «Non gli interessa di sé, solo della famiglia. Tutta»  - «Gabriele, non dovresti, ma forse anche tu come gli umani invecchi?! Cosa cerchi da me... pietà, comprensione o che altro? Non è il mio compito, altri sono preposti a quello. Io faccio bene il mio lavoro. Senza sentimentalismi. Non ho mai tradito la mia natura»  - «Neanch'io, per questo siamo destinati a incontrarci e scontrarci. Io pure faccio bene il mio lavoro»  - «E va bene, avrà la sua possibilità. D'altronde devo darti un contentino ogni tanto, no? Sennò che amici saremo? Però sai bene che devi darmi qualcosa in cambio, non regalo nulla»  - «Cosa vuoi?»  - «Un rimborso. Nel caso la morte si prenda quell'uomo prima che sia mio, tuttavia mi apparterrà se...»  - «Quando ti fa comodo le rammenti le regole, eh? Quindi?»  - «Tu l'hai detto! La salvezza di tutta la famiglia. Se anche ne prendessi uno solo saranno tutti miei! Non ti rimangerai quello che hai detto, vero? Tra amici non si fa!»  - «Sai bene che non siamo amici, ma riconosco che sei leale, con il difetto di alzare sempre il prezzo»  - «Sì, non posso farne a meno. Comunque anche tu sei leale. L'unica cosa che abbiamo in comune»  - «Sì, l'unica. Arrivederci»  - «Spero a mai più, impiastro!»

Che Brix non fosse uno qualunque il diavolo se ne accorse subito. Era calmo. Fin troppo, quasi lo attendesse. Si capiva che aveva studiato la faccenda. Ed era forte, non perché non avesse paura, ma perché non si preoccupava di sé. La famiglia, tutta! Che ingenuo, da far tenerezza, quella era sua da un pezzo. Dunque incontrò un giocatore, i veri ossi duri, come si dice. Va beh, ci sarà da impegnarsi  di più con le mascelle. Anche per fargliela vedere all'impiastro che aveva sbagliato a puntare su Brix. Tuttavia la sicurezza, quasi un velo di arroganza nel dirgli che poteva aver commesso un errore non lo lasciò indifferente. Non era possibile, naturalmente, ma rimise le pedine all'inizio e studiò la partita a fondo. Come non gli accadeva da molto.
Quell'uomo aveva ragione, fu costretto ad ammettere, c'era una remota possibilità. Ma se l'era giocata mettendolo sull'avviso. Che sprovveduto! Adesso si sarebbe dedicato solo a questa faccenda, mettendoci tutta la sua forza.
E poi adesso gliene bastava uno solo, ma voleva far bella figura.
Intanto moltiplicò per cento la già grossa somma destinata a Brix.
In un modo o nell'altro avrebbe vinto la partita. Maledetti giocatori!

ULTIMO ATTO

«Questo è l'ultimo atto della mia vita in cui io, Brix, dispongo delle cose che mi appartengono.
Esperienze ne ho avute molte, e per ultima si presentò la fortuna portandomi uno scrigno di cui non sapevo che farmene. Comprendere quale fosse la cosa giusta con quella spropositata somma ha assorbito le mie ultime energie. Avrei potuto non far nulla o disporre in molti modi, ad esempio accettando i consigli dei miei eredi. Avevo solo l'imbarazzo della scelta.
Voglio spiegarvi come sono arrivato alla mia scelta.

Che ci crediate o meno ho incontrato il diavolo, lui mi detto della mia fine imminente e non dubito che il giorno e l'ora saranno proprio quelli.
Se ho saputo qualcosa dal diavolo vuol dire che ci ho trattato.
Non scandalizzatevi per queste parole, tutti ne abbiamo a che fare quando desideriamo occultare qualcosa di noi che non ci piace, è lui che fa il lavoro, per questo gli siamo debitori.
Questa fortuna che mi è giunta alla fine della vita... che abbia a vedere o meno con lui non lo saprò mai. Potevo darla subito ai miei figli, liberandomi una volta per tutte della loro insistenza.
Ma li avrei resi ancor più schiavi della loro ossessione.
Potevo usare una parte del denaro per sdebitarmi con tutte le buone persone che ho incontrato.
O per aiutare chi non mi ha mai nemmeno incontrato.
Ma c'è qualcuno che mi conosce meglio di me stesso, perché conosce il me che neppure io vorrei conoscere.
Ha lavorato molto per me, il diavolo, e ora con questo denaro una cosa che apprezza grandemente, l'unico visibile sostegno alla vita posso finalmente pareggiare i conti.
Solo che non volendo portarglielo di persona lascio tale compito ai miei eredi: approfittatene più che potete, prendetela, combattete per la mia eredità! Ognuno cerchi di impossessarsi anche delle parti altrui. So quanto vi attiri la ricchezza, ma fate almeno uno sforzo, quello di sottrarvela l'un l'altro! Così lo pagherete al posto mio. Io sarò libero dai debiti, sarete voi a legarvi a lui. Vi ringrazio di cuore!
Brix.»

Un ben strano e sinistro testamento, a detta di molti. Per i figli e le loro famiglie solo la conferma che gli era andato di volta il cervello. Ma qualcuno fece notare un particolare insolito nel cadavere, come una depressione nella parte alta della fronte. Forse dovuta alle manovre di quelli che lo prepararono per l'ultimo saluto, che nessuno dei molti amici mancò di portare.
Uno disse che quello era il segno del patto col diavolo, forse suggestionato dalle parole del testamento. Tuttavia nessuno ci scherzò sopra.
Certo che Brix non spese neppure un centesimo; tanto meglio, ci penseranno gli eredi a trasformarlo in quelle comodità che il vecchio disdegnava. Case, auto di lusso, vestiti, viaggi, cibi sofisticati.
E ne sarebbe rimasto da viverci tutti per più di una vita.
Una fortuna favolosa, sfacciata. Ma come per le perle ai porci andata nelle mani sbagliate. Per loro fortuna, tuttavia. Adesso bastava entrarne in possesso. Rimaneva un unico ostacolo... no, non un ostacolo... una diversità di vedute. Ada. Dovevano convincerla a non creare difficoltà.
Se non fosse che Brix era appena morto l'avrebbero fatto subito. Ma un giorno si poteva attendere, per rispetto ai morti. Tanto le banche erano chiuse.

Ada, seduta sul letto in camera li attendeva. Conosceva quanto fece Brix. Come lui la parte di lei.
La più dura, come anticipò Gabriele. Mentre il cuore rallentava Brix provò un solo sentimento, gratitudine per la madre dei suoi figli, per il suo coraggio, per il suo amore. Per rispetto non versò una lacrima né profferì lamento. Con l'ultimo fiato le disse addio, stringendole la mano.
Lei ricambiò la stretta - “Non addio, Brix. Arrivederci, a presto!” .

Il secondo giorno dal funerale entrarono tutti nella stanza dei genitori, si accorsero subito di poterlo fare. Brix non c'era più a proteggerla. Già cominciarono a gridare quando Ada li tacitò dicendo che l'indomani mattina avrebbe fatto tutto quello che volevano, a una condizione. Rimanere sola col ricordo del marito quella notte. Era ormai tardi e glielo concessero.

Il diavolo si fregò le mani, certo Brix gli era scappato, la sua parte l'aveva vinta. Ma avendola vincolata all'intera famiglia non avrebbe riscosso nulla. In una specie di limbo anche lui doveva attendere, prima di prendere la sua via. Ormai era fatta, l'indomani appena toccato quel denaro sarebbero stati suoi. Tutti. Per sempre.

Rimasta sola Ada scrisse una brevissima lettera che mise sul letto. Passò la mano sul cuscino del marito prima di uscire di casa. Si diresse verso l'unico pezzetto di terra rimasto libero dal rimessaggio delle roulotte, dov'era la piccola baracca di legno costruita da Brix per riporre gli attrezzi da giardiniere. All'interno c'era una seggiola di metallo, dove sedette.
Attese le prime luci dell'alba, usando tutto il tempo per rivedere la sua vita.
Poi prese la tanica di metallo della benzina del tosaerba e la rovesciò sul pavimento.
Con l'ultimo pensiero rivolto a Brix e ai figli accese il fiammifero.

Quando arrivarono i figli con le loro famiglie al completo il fuoco si era spento da sé.
Del legno della baracca non rimaneva nulla. L'unica cosa rimasta sconvolse tutti i presenti.
Il corpo carbonizzato di Ada, ancora fumante, aderiva alla seggiola di metallo. La testa reclinata da un lato e le mani, quel che ne rimaneva, strette ai braccioli.
Si impose di rimanere così per essere trovata in quella posa terrificante.
Uno dei figli prese la lettera e la lesse, passandola quindi agli altri, mentre un vigile del fuoco nascose con un telo ignifugo quel povero corpo. Nessuno riuscì ad allontanarsi né a dire qualcosa.

“Cari figli, nuore e nipoti.
Quel denaro, che tanto avete desiderato nella vita è tutto vostro. Adesso non serve neppure la mia firma. Vostro padre ha davvero incontrato il diavolo, cercando di salvarvi. Non è stato abbastanza.
Il denaro viene da lui, lo crediate o no. Guardate cosa ho fatto del mio corpo.
Per mostrarvi quello che state facendo delle vostre anime.
Se anche questo non serve allora nulla serve. Ma vi amerò lo stesso.
Ada.”

Il macabro spettacolo e la lettera invece servirono.
Qualcosa accadde – la pestilenza stava andandosene – quelle nove persone, per la prima volta da decenni videro la realtà com'era.
Ricchissimi ma miserabili.

Dopo qualche giorno il figlio maggiore, Paolo, ritornato dov'era la baracca vide che tutt'attorno l'erba stava rispuntando e che un pezzetto del giardino abbandonato di Ada era pieno di fiori.
Tutte le roulotte furono sgomberate, il giardino e l'orto rividero la luce.
Dov'era la baracca furono sepolti, nella terra trapuntata di fiori, Brix e Ada.
La piccola casetta fu ricostruita com'era, appena più in là.
All'interno la stessa seggiola, dove tutti prima o poi sedettero.
Suggestione o meno sentirono un calore bruciarli da dentro, poi il dolore si trasformò in amore. Quello di Ada e Brix, il vero tesoro delle loro vite.

Si trasferirono tutti nella casa paterna, riadattando il fienile. Nessuno reclamò maggior spazio, piuttosto il contrario. Passarono alcuni anni. I vicini avevano preso a frequentarli e ritornavano dalle loro visite con fiori e ortaggi che Paolo coltivava in quantità, aiutato da tutti gli altri.
In quel momento stava sistemando delle piante quando notò una  persona che lo guardava dal cancelletto di servizio.
Si avvicinò per vedere se avesse bisogno di qualche informazione.

«Sta cercando qualcosa, signore?»  - era la prima volta che lo vedeva - «L'ho giusto trovata, il luogo dove rendere un saluto a un mio vecchio amico, il signor Brix»  - «Lo conoscevate dunque, ma per favore entrate, che vi conduco alla tomba»  - aprendogli il cancelletto lo fa passare – «Non le porterò via molto, la ringrazio»  - «Signore, può restare tutto il tempo che vuole e venire da sé quando lo desidera, il cancello come vede non ha lucchetto. Come facevano i miei coltiviamo ortaggi e fiori in loro ricordo e nel tempo si è aggiunta la passione. Anche questi sono a disposizione di tutti, ne prenda senza chiedere, la prego»  - «Lei è davvero gentile, mi ricorda suo padre, signor..?»  - «Paolo, signore. E lei, qual è il suo nome?»  - «Gabriele»  - arrivati davanti alla lapide Gabriele si toglie il cappello e pare accennare a un inchino - «Signore, mi permette di domandarle come ha conosciuto mio padre?»  - «Ne ha il diritto, sono in casa sua e mi ha ben accolto. Fu diversi anni addietro, cinque mi pare. Venne da me in cerca di un consiglio. Aveva dei problemi che non riusciva a risolvere. Quella fu l'unica volta che ci incontrammo, ma bastò per diventare amici»  - «Che uomo era?»  - «Strana domanda per un figlio, le pare? L'avrà ben visto negli anni. Io so che aveva coraggio, e che era amato da tutti»  - «No signor Gabriele, non da tutti. Proprio dalla sua famiglia, da me per primo, gli vennero i dispiaceri che l'hanno portato alla morte prematuramente. E poco dopo mia madre Ada. La storia la sanno tutti, chieda se vuole, merito di vergognarmene ogni volta»  - «Non ne ho bisogno, la conosco anch'io, e abbastanza in profondità»  - «Cosa intende, signore?»  - «Non sono morti invano, se avevano a cuore la loro famiglia saranno contenti di come sono andate le cose. Tutti voi in questa casa, facendo quello che anche loro amavano. Hanno vinto la loro scommessa, pare»  - «Ma a quale prezzo!»  - «Certamente un prezzo molto alto. Lo sapevano, ma non hanno esitato un istante. Il prezzo comunque non lo decidiamo noi, possiamo solo accettare se pagarlo o meno, con le conseguenze del caso»  - «Vorrei averlo pagato io quel prezzo, signore. Non riesco a darmi pace!»  - «Lo sta pagando, è questo... e vedo che l'ha accettato. Le fa onore»  - «Posso chiederle anch'io qualcosa?»  - «Sarò contento di risponderle»  - «Ho quasi cinquant'anni e mi sembra di non aver cominciato a vivere se non dopo quanto è accaduto. Mi chiedo cosa mi sia successo, ricordo che da giovane non ero così... avido, questa è la parola, purtroppo. È aumentata sempre più, a dismisura. Vivevo solo per quello... e non ero il solo.
Ma non è una scusa, il contrario invece. Essendo il più grande avevo una responsabilità maggiore»  - «Dunque a un certo punto si ritrovò avido. Non ricorda altro?»  - «Ricordo che non avevo ancora sedici anni...»  - «... e cosa successe?»  - ora Gabriele lo guardava fisso. Paolo sentì scattare qualcosa nella testa, e affiorò un ricordo - «... ero giovane... trovai un portafoglio. C'erano documenti e molto denaro. Lo tenni e ne detti anche a mio fratello. Con quelle che sono divenute le nostre compagne lo usammo per divertirci, per molto tempo. Senza mai dirlo ai nostri genitori. Ma i documenti li imbucai subito, non li gettai...»  - «Neppure gli dette un'occhiata?»  - «No, tutt'altro»  - «L'avesse fatto avrebbe visto che appartenevano a un uomo, una persona anziana. A seguito di quella sottrazione – o furto, è lo stesso – costui si trovò nei guai. Doveva rimborsare gli usurai e non poté farlo. Non gli dettero un'altra possibilità. Fu la rovina, e la fine della sua famiglia» - Paolo rabbrividì, da quelle parole si formò nella sua mente l'immagine della persona e il suo dramma. Non pensò per nulla di chiedere come mai Gabriele conoscesse la storia. Sentiva che era la verità, quella che ricercava da tanto. - «... ecco dove è cominciata...»  - «Sì, adesso sa di chi fosse quel denaro. Le manca di sapere da dove venisse...»  - «Non era di quell'uomo?»  - «No, Paolo, a sua volta lo ebbe da un altro e si potrebbe andare ancor più indietro...»  - «E chi troveremmo all'inizio?»  - «Colui con cui in realtà vi indebitaste. Aperta la porta entrò e divenne il padrone di casa. Non avevate scampo. Ma il destino volle che entrambi i vostri genitori non si arresero. Li sottovalutò in principio. Dovette ricredersi, una cosa terribilmente rara, glielo assicuro.» 

Il vento muoveva gli alti steli dei fiori di tutti i colori e la limpida luce del mezzogiorno si era fatta quasi accecante. Davanti alla lapide i due rivolsero lo sguardo alle belle foto incorniciate.

«Quindi mi vuol dire che quel denaro apparteneva... a lui?»  - «A chi? Non l'ho detto, se l'ha riconosciuto lo dica, non lo tema. Come non l'hanno mai temuto queste due persone»  - disse, indicando con una mano le foto - «... era davvero il diavolo..?»  - «Senza dubbio il diavolo, signor Brix.»


NOTA

Gli eredi di Brix non toccarono mai un solo centesimo di quel denaro che giace depositato infruttuosamente in una banca. Con grande soddisfazione della stessa, naturalmente.

Un'ultima osservazione, sembra che le cose vadano assai meglio in quei luoghi: meno violenze, abusi, estorsioni, truffe e quant'altro, quasi che manchi il compenso per atti del genere (anche il diavolo ha un budget limitato...).


11° capitolo: Pesce elettrico





Senza bisogno di alcun telescopio possiamo guardare in altri mondi – piccoli e grandi – tutti contenuti nel nostro.
Quello che conta il maggior numero di persone è il mondo di chi ha poco se non nulla.
Quello che ne conta di meno appartiene a chi ha troppo, oltre ogni immaginazione.
La via di mezzo, potendo far fronte alle necessità della vita quotidiana, permette ulteriori suddivisioni, molti altri mondi a cui si accede a causa di un interesse specifico.
Ad esempio l'interesse ad aiutare chi è rimasto indietro, sostituendosi spesso in questo alle responsabilità di un sistema sociale troppo spesso sordo ai lamenti dei suoi cittadini più deboli.
L'interesse in una qualunque disciplina scientifica o artistica.
L'interesse nell'occulto, nello spirituale, nel cibo, nel sesso, nel gioco, nella natura, nei viaggi, nella moda... e così via; sino all'interesse sportivo che a sua volta si differenzia nelle specifiche discipline, tra cui quella che riguarda la storia che racconteremo, la pesca in apnea.

L'uomo ha sempre cacciato e pescato, per nutrirsi e mantenersi.
A queste condizioni è un'attività da rispettare e ogni società ha il dovere di tenere in equilibrio entrate e uscite, preservando al massimo grado la biodiversità anche per le generazioni future.
Qui si parlerà di mare e di un tipo particolare di pesca sportiva che seleziona le sue prede imponendosi delle regole. 
Una disciplina che presuppone integrità fisica e mentale, poiché in un elemento che non è quello abituale il rischio è sempre in agguato, come dimostrano i troppi incidenti mortali patiti dalla categoria. 
Si può non condividere la passione per una tale pratica, ma tra i molti modi di cacciare una preda in terra, in cielo e in mare è forse tra le meno squilibrate a favore dell'uomo. 
Qualche minuto senza respiro in un tuffo anche oltre 30 metri di profondità, per individuare o attendere la preda e trafiggerla. 
La fiocina nel dare la morte non è molto diversa da una bocca con denti acuminati, e il pesce a suo modo si rassegna al proprio destino, avendo incontrato un predatore più grande di lui. 
Se sia peggio che essere levati a quintali dal mare con una rete, e ancora vivi ricoperti di ghiaccio in attesa di morire asfissiati, solo i pesci possono dirlo.
Si dice muto come un pesce, ma il dibattersi sino all'ultimo agognando l'acqua la dice lunga su quale morte sia preferibile.

Sulla bassa ringhiera che delimita lo scoperto del bar di fronte c'è uno striscione colorato con l'immagine di un uomo che risale dagli abissi marini. Vestito da subacqueo e armato di fucile.
A fianco la scritta: “Campionato mondiale di pesca in apnea. Malj Losinj 9 settembre 2010”

La prima gara di questa competizione si svolse proprio a Lussino nel 1957, a quel tempo Jugoslavia, e vinse un italiano. Come nazione l'Italia è seconda, con sei campionati vinti. Meglio ha fatto solo la Spagna con dieci; Cile e Francia tre, Brasile due, Usa e Australia uno.
Due competitori spagnoli e uno italiano hanno vinto in ben tre occasioni.
Dal 1992 si rispetta la cadenza biennale e finalmente dopo 43 anni la gara ritorna dov'era nata, ma la nazione adesso è tornata a essere la Croazia.

Joseph Vault aveva vinto molte competizioni ma in quella mondiale non era riuscito a prevalere, per due volte arrivò secondo. 
Essere considerato tra i migliori non gli bastava, aveva dedicato la vita a quella passione, non dovendosi preoccupare di svolgere alcun lavoro. 
Era ricco e viveva di rendita, dei proventi di alcuni importanti brevetti registrati dal nonno e dal padre, un flusso continuo di denaro che si accumulava e cresceva, investito con oculatezza.

Molti nel suo ambiente gli invidiavano una tale ricchezza e non troppo velatamente imputavano a quella il fatto che non si fosse affermato, nonostante un fisico straordinario gli permettesse apnee di un minuto più lunghe e a maggior profondità. 
È come per le corse in auto, anche se altri hanno il mezzo migliore il pilota può ancora fare la differenza. 
Le due volte che arrivò secondo si vide sfuggire la vittoria alle ultime apnee. Chi pilotava gli altri corpi dette più del massimo e prevalse. Evidentemente era anche un problema di testa, di pilota.

Questo era quello che pensavano molti suoi avversari; a discutere, spiegando che dipendeva anche dalla disponibilità dei pesci a farsi infilzare da lui piuttosto che da altri si faceva anche peggio... cominciavano a dire del sesto senso, che ce l'hai o è solo fortuna.
Ciò che lo rodeva di più era che molti di loro, tutti arrivati alle sue spalle, fossero più contenti che non avesse vinto lui piuttosto che dispiaciuti per il proprio risultato. Forse consideravano il suo restare inchiodato appena sotto il gradino più alto una compensazione, una sorta di giustizia: ricco, bello, forte, giovane, ammirato dalle donne... fosse stato anche imbattibile sarebbe stato troppo.
E sì che ce la metteva tutta, si allenava come nessun altro, non aveva vizi e beveva occasionalmente solo per celebrare qualcosa di importante, non faceva le ore piccole e la compagnia femminile veniva dopo la sua passione.

Ultimamente aveva incontrato colei che sentiva il punto di arrivo, con la quale mettere su famiglia e avere dei figli. Ma lei non era disposta a girare il mondo per fargli assistenza.
Di donne che lo avrebbero fatto più che volentieri ne conosceva a decine. Forse proprio per quello non lo interessavano come questa, che nel mantenere una sua relativa distanza gli appariva come quel pesce a cui è andato tante volte vicino senza riuscire a catturarlo.
Fuggendo all'ultimo nella sua tana, irraggiungibile. Doveva essere lui a spogliarsi dei suoi fucili e del suo mondo per entrarvi... e dopo non è detto che avrebbe potuto uscirne.
Così pensò che avrebbe atteso sino all'ultimo, ma a quel traguardo ormai mancava poco.

Chi lo riteneva sfacciatamente privilegiato non sapeva cosa stava passando.
Essendo un atleta si sottoponeva a tutti gli esami necessari, compiaciuto che rivelassero un fisico perfetto, capace di prestazioni oltre la norma. 
Si rivolgeva sempre e solo al suo medico di fiducia, che esercitava in una clinica a cinque stelle. Ma quanto pagava non poteva cambiare il responso degli ultimi lunghi, tecnologici e sofisticati esami, in grado di evidenziare quello che in qualunque altro posto avrebbero individuato mesi se non anni dopo.

Il problema riguardava il cuore, c'erano piccole variazioni della normale attività elettrica, nulla di cui preoccuparsi, neppure per un atleta.
Però il dottore, ormai suo amico, lo consigliò di andare a fondo, proprio nel senso letterale; gli esami furono ripetuti nel suo ambiente, mentre si immergeva, nuotava, cacciava e risaliva.

Quella che era una piccola variazione, in condizioni di forte stress poteva essere amplificata da una ipercapnia, aumentata concentrazione negli alveoli polmonari e nel sangue dell'anidride carbonica con riduzione del funzionamento del cuore, sino alla paralisi respiratoria e cessazione dell'attività cardiaca. 
Condizioni che si manifestavano durante le gare, particolarmente nella più ambita, la sua ossessione, il campionato mondiale. 

L'amico dottore gli disse chiaro e tondo che il motore poteva rompersi quando portato e mantenuto al massimo dei giri... se voleva finire la corsa e farne altre doveva rinunciare al suo vantaggio, quel minuto in più di apnea e la maggior profondità.
Gli consigliò di cominciare a pensare al dopo e di conservare il motore anche per altri tipi di corse.

Avesse già conquistato quel maledetto titolo avrebbe smesso su due piedi, per entrare senza esitazioni nella tana d'amore. Ma farlo ora... quando sarebbero arrivati dei figli prima o poi avrebbe dovuto dir loro che pur essendo il favorito arrivò due volte secondo, una posizione che anche la storia dimentica. L'importante è partecipare... andate a vedere qualche corsa ciclistica di amatori, credete che si facciano superare tranquillamente? 
Certo i primi sono quasi o ancora dei veri atleti, e lì in testa la lotta è aspra, al limite delle forze e resistenza. Ma anche dietro, dodicesimo è meglio di tredicesimo, e così a scendere.
Solo in coda ci si rassegna, un ultimo ci sarà sempre, basta non essere quell'ultimo.

Joseph Vault ponderò bene la propria situazione, le aspettative; tutto quello di cui poteva tener conto lo dispiegò nella sua mente per valutarlo a fondo e prendere una decisione su cosa fare.
Poi l'avrebbe seguita sino in fondo con determinazione, dovunque portasse.

Alla fine decise di partecipare al prossimo campionato e qualunque fosse stato l'esito si sarebbe ritirato definitivamente. 
Preparandosi ancora meglio di quanto avesse mai fatto, non solo fisicamente, ma in ogni modo possibile, sfruttando ogni possibilità.
Si sentiva autorizzato a farlo, quasi una compensazione per doversi alfine separare da quel mondo che era stata tutta la sua vita.

Mise in azione le sue conoscenze e qualcosa di più. 
Seppe, prima ancora che fosse comunicato ufficialmente, dove si sarebbe svolto il campionato 2010. Confidenze, diciamo.
Mandò dei suoi amici a ispezionare il luogo e prendere tutte le informazioni possibili, se era il caso anche pagandole. 
Conobbe tutto del posto, delle prede e della gente e mancava più di un anno alla gara. Tra le molte informazioni raccolte una poteva rivelarsi importante.

Riguardava uno spagnolo, Galvàn, andato ancora giovane a vivere nell'isola dopo essere stato coinvolto in strane storie. 
Sposò una donna croata che morì dopo pochi anni.
Da allora non socializzava con nessuno e viveva appartato.

Quello che colpì l'attenzione di Vault furono due appunti: il primo riportava che costui passava il suo tempo a pescare, non solo dalla barca con le canne ma anche immergendosi.
Pareva lo facesse di rado e solo quando le condizioni del mare diventavano proibitive, così raramente qualcuno lo vedeva ritornare con i suoi borsoni. Contenessero delle buone prede non le pubblicizzava e se le condivideva lo faceva solo con i numerosi gatti che ospitava fin dentro casa.

Il secondo appunto era un ampio cerchio su una carta nautica, la zona dove Galvàn pescava.
La stessa che avrebbe ospitato la seconda delle due giornate di gara.
Joseph partì il giorno dopo.


Arrivato sull'isola con una comune macchina a nolo non sarebbe stato facile riconoscerlo, negli ultimi mesi si era lasciato crescere la barba e tagliato i lunghi capelli. In aggiunta teneva sempre degli occhiali e vestiva in modo del tutto ordinario, rinunciando ai bei abiti firmati.

Soprattutto era solo, eventualità più unica che rara per un amante della compagnia quale era.
Prima di mettersi alla ricerca della casa di Galvàn, che si trovava nella piccola isoletta a ovest della maggiore di Crès-Lussino, ispezionò con cura la zona della prima giornata di gara, nell'estrema propaggine a est dell'isola. 

Erano gli inizi di settembre e la maggior parte dei turisti se n'erano andati. Comunque ne rimanevano a sufficienza per non non destare l'attenzione dei locali.
Cosa che voleva assolutamente evitare, visto che i loro atleti avrebbero partecipato alla competizione, di cui uno forte di un recente risultato nella competizione europea.
Sicuramente tra i favoriti, giocando in casa.
Per lo stesso motivo evitò gli alberghi e risiedette in un modesto appartamento affittato in precedenza dai suoi amici, senza dover esibire alcun documento.

Che tutta la faccenda avesse assunto in parte i contorni di un giallo non lo scompose, anzi, quel diverso modo di comportarsi gli procurava stimoli sconosciuti.
Era ormai tempo di recarsi a conoscere quella persona che poteva rivelarsi decisiva.

Si fece ancora più prudente, anche se era certo che nessun altro nel frattempo lo aveva avvicinato; avrebbero potuto farlo in qualsiasi momento e nel caso non doveva farsi trovare lì.
O almeno non dovevano riconoscerlo.

Raggiunse l'isoletta – dove non c'erano strade per le auto – con la piccola nave di linea, stipata di ogni sorta di materiali e generi alimentari. Con la macchina fotografica nelle mani e un borsone a tracolla si incamminò per il viottolo riprendendo qui e là.

Per quanto fosse solo una copertura non rimase indifferente all'aspra bellezza e alla luce del luogo, mettendoci un po' di passione in quegli scatti.
Finalmente raggiunse la casetta di Galvàn, la più lontana e isolata dalle altre.
Lo vide scomparire dietro una porta e se da una parte fu fortunato dall'altra ebbe la sensazione che rientrasse proprio perché si accorse di lui. 
Forse ne aveva abbastanza di turisti invadenti, pure se il posto non era facilmente accessibile, ma per un tipo del genere anche una persona alla settimana è troppo. Finora tutto era filato liscio, le vere difficoltà cominciavano adesso.

Non poteva assolutamente sbagliare il primo passo; una chiusura o peggio una reazione di Galvàn e avrebbe perso l'aiuto in cui sperava, magari rischiando di rivelare ad altri la sua presenza.
Dalla sua aveva un jolly, parlava bene lo spagnolo. Aveva preparato due possibili vie per interessare l'uomo, una incentrata su di sé e le sue motivazioni, l'altra sul ritorno economico che poteva ottenere aiutandolo. In ogni caso si sarebbe rivelato per chi era e cosa voleva, mettendo l'altro in una posizione di forza, visto che avrebbe potuto decidere il suo destino.
Contava, conferendogli una tale fiducia, di venir almeno ascoltato, poi si sarebbe visto.

 «Galván hola! ¿Puedo hablar? sólo unos pocos minutos, el tiempo de una copa!»
 «Ciao Galvàn. Posso parlarti? Ti porto via solo pochi minuti, il tempo di un bicchiere!» - disse ad alta voce quando fu arrivato al muretto a secco che circondava la casa, cavando fuori dal borsone una bottiglia di Porto. La tendina della finestra si scostò quel tanto da mostrare un volto dall'espressione contrariata per un verso – uno sconosciuto che lo chiamava per nome, con quale diritto? Lasciasse un biglietto se c'era qualcosa che lo riguardava, non aveva alcun obbligo nei riguardi di nessuno, tanto meno legami e neppure amicizie. L'altro verso, l'altra metà del volto esprimeva sorpresa per aver udito la sua lingua natia dopo tanti anni... dando una leggera scossa al disco dei ricordi che teneva ben inchiodato dentro di sé. 
Ma la vista di quel vino leggendario gliene diede una maggiore. Non perché fosse un gran bevitore, ma perché con quel vino celebrò il suo matrimonio. 
Quel ricordo, per quanto incatenato, lo indusse a mettere una mano sulla maniglia e rispondere al saluto.

Restarono qualche minuto a parlare nel cortile, le parole a coprire quell'annusarsi reciproco sino a sentire il proprio odore accettato e accettabile l'altrui. Da lì alla cucina, dove con grande meraviglia Vault vide un ordine e pulizia che non si aspettava. Neanche i gatti si azzardavano a entrare, rimanendo nel piccolo ingresso, l'unico luogo ad essi consentito. Le altre tre stanze erano un piccolo bagno e due camere; una da letto sicuramente, l'altra chiusa da due robuste serrature su una porta sproporzionatamente massiccia. 
Chissà, forse là dentro aveva chiuso il suo passato, mentre il presente era una vita semplice scandita da ritmi regolari, tra i quali il più importante era andar per mare sulla sua barca.

Vault rivelò la sua identità e il motivo della visita, senza reticenze; non nascose neppure la piccola anomalia cardiaca. Una dietro l'altra mise tutte le sue carte sul tavolo e gli promise che l'avrebbe pagato quanto voleva. A Galvàn, che aveva passato i sessant'anni, quel bel giovanotto con metà dei suoi anni ricordava qualcuno, ma per quanto si sforzasse non riusciva a richiamarne l'immagine.
Strano, perché aveva una memoria straordinaria, spesso più un fardello che un aiuto.
Se fu quel ricordo indistinto il motivo, piuttosto che la franchezza, la bottiglia di vino, l'aver parlato nella sua lingua o la simpatia, fatto sta che non provò la consueta repulsione per i suoi simili.
Forse l'avrebbe aiutato, a condizione di attenersi alle sue istruzioni e comunque affatto gratuitamente, visto che di denaro ne aveva appena per vivere.

Anche Galvàn era un buon apneista, conosceva i risultati delle competizioni e come tutti si attendeva che prima o poi il campionato sarebbe ritornato dov'era nato. La cosa finiva lì, solo semplice interesse per le prestazioni di quegli strani uomini pesce a cui in parte apparteneva, anche se nelle sue immersioni non cercava prede, per quelle preferiva usare le canne e la barca, il suo modo di riempire gran parte del giorno.
Da vent'anni risiedeva nell'isoletta di cui conosceva bene i fondali sino ai 25 metri – il limite che si era imposto – e naturalmente gli abitanti di quei luoghi, i pesci.

Nelle competizioni di pesca in apnea a ogni specie di pesce viene assegnato un numero massimo di catture, la taglia minima e un punteggio.
«Allora, Galvàn, che te ne pare?» - «Credo che non ti sarà facile spuntarla, la nazionale Croata ha degli atleti in gamba, tra i migliori per fisico, resistenza e testa, nati e cresciuti su questi mari che conoscono alla perfezione. Giocano in casa e devono riscattarsi di quanto avvenne nel 1998, la seconda volta che la competizione si svolse da loro. 
Qui non ci sono le specie che altrove permettono di fare la differenza. La risorsa su cui punteranno sono i gronghi, pesci serpentiformi di buona mole  15-20 chili non sono catture rare, ma arrivano anche a 50  per molti non degni di decidere un mondiale, considerato il modo di catturarli. 
Prima bisogna trovare e segnare un gran numero di tane e quando inizia la gara sperare che non siano a spasso. Occorrerà spostarsi velocemente, tuffi continui a profondità sino a trenta metri e altrettanta velocità nel recupero delle prede. E senza consumare del tutto le forze perché serviranno anche altre specie. Non penso che un po' di allenamento nei campi di gara potrà compensare il divario»  - «Beh, non sono mica l'ultimo arrivato, due secondi posti, a un soffio dal titolo..!»  - «Per carità, non intendevo sminuirti. Ho solo detto che non sarà facile. Se nella prima manche riuscirai a limitare il distacco puoi giocartela qui nella seconda, dove ti posso mostrare le zone migliori e insegnarti qualche piccola astuzia. Ma dovrai metterci tutto il tuo fiato... che dipende dal cuore... cosa c'è che non va nel tuo?»  - «Oh, niente di grave, solo una piccola alterazione dell'attività elettrica...»  . «Spiegami meglio, che qualcosa ne capisco, questa alterazione... c'è sempre?»  - Vault non voleva entrare nei particolari ma l'altro lo fissava attentamente e avrebbe colto se avesse tentato di nascondere qualcosa. - «No, solo i sofisticati esami che ho fatto l'hanno rivelata. Ogni tanto è appena più marcata, tutto qui. Ma mi hanno assicurato che posso continuare l'attività agonistica.»  - Galvàn comprese quello che le parole volevano celare e ne ammirò il coraggio, era disposto a tutto per coronare il suo sogno, anche a rischiare la propria vita. Svanì l'ultimo dubbio che gli rimaneva nell'aiutarlo e si accorse di qualcosa che si stava formando, anche se gli parve che il germe di quel qualcosa fosse sempre stato dentro di sé, in attesa di manifestarsi.

Nelle settimane seguenti tra i due uomini si sviluppò un'amicizia che entrambi non avevano messo in preventivo. Si incontravano quasi ogni giorno, se non era Galvàn che in barca andava a prenderlo a Osor, era l'altro a recarsi da lui. Iniziarono le immersioni secondo le consuetudini di Galvàn, alle prime luci dell'alba o verso il tramonto, meglio ancora se il cattivo tempo teneva lontano pescatori e curiosi. Joseph fu sbalordito di quanto il suo barcaiolo conoscesse ogni anfratto, ogni lastra e ogni risalita dell'isoletta, che gli descriveva minuziosamente in anticipo. Una conoscenza che non gli serviva per catturare prede, nemmeno gli tornava utile per la pesca con altri mezzi, visto che non usava reti, men che meno per fotografare o per qualche scopo artistico.
Si guardò bene dal far domande su quello e sulla sua vita passata, aveva capito fin dal principio che doveva mettere da parte la curiosità con quell'uomo.
Spesso rimanevano ore e ore in barca ad attendere il momento giusto, durante le quali Galvàn pescava e lui, come gli era stato consigliato, riportava su dei fogli ogni luogo visitato, disegnandolo e aggiungendovi delle note. Un giorno incrociarono dei gommoni con a bordo dei subacquei, erano iniziate le ricognizioni, occorreva ancor maggior circospezione. Decisero di lasciar passare qualche giorno, approfittandone per dare un'occhiata al campo di gara della prima giornata, nella parte est dell'isola, punta Kriza. Ma là era anche peggio, segno che si puntava molto sul primo giorno per acquisire un buon vantaggio. Per evitare che qualcuno potesse riconoscerlo si limitarono a ispezionare ben poco, avrebbe dovuto attendere di ritornare in veste ufficiale.
Il loro parlarsi in spagnolo avvalorò l'ipotesi che finalmente qualche parente fosse andato a trovare quel misantropo, e per rafforzarla ulteriormente Galvàn propose a Joseph di trasferirsi a casa sua; in tal modo avrebbero avuto più tempo per le uscite in mare. Ormai di fatto il mondiale era iniziato, per quanto mancasse ancora un anno. Prima o poi sarebbero arrivati anche gli spagnoli, i favoriti assieme a croati e italiani, a cui la voce di un paio di loro che giravano l'isoletta in barca a volte immergendosi non sarebbe risultata indifferente.
Era tempo di fare la prova generale di un giorno di gara, cinque ore senza poter tirare fiato.

Scelsero la parte meno frequentata prospiciente l'isoletta in un giorno che era ideale per starsene al caffè a chiacchierare, non certo in mezzo al mare sballottati dalle onde e sferzati dal vento.
Joseph doveva dimostrare di aver fatto tesoro degli insegnamenti dell'allenatore; non era necessario colpire le prede individuate anche se doveva farlo per qualcuna, per verificare riflessi e mira e per calcolare i tempi del recupero in barca. A 20, 30 metri di profondità non ci si possono permettere errori, tutto dev'essere calcolato e le forze dosate, cinque ore di apnee continue richiedono una testa e un fisico a puntino. La simulazione stava dando buoni risultati: Vault si immergeva e quando individuava la preda mimava lo sparo e il recupero, risaliva e se la riteneva colpita riferiva la specie e la taglia. Non potevano ritornare con una collana di pesci e nei borsoni quasi tutto lo spazio serviva per l'attrezzatura. Di gettar via neanche parlarne, un'offesa mortale al mare.
Scelse di sparare a un'orata, una mostella e un tordo, colpendoli con precisione.
Ma quel giorno i gronghi erano usciti di casa. Ne individuò pochi e di piccola taglia, doveva assolutamente trovarne uno di almeno una decina di chili e catturarlo.
Galvàn lo incitò senza pietà ordinandogli di spostarsi al limite della lastra, dove ricordava di aver individuato alcune tane promettenti quando ancora scendeva profondo.

Mancava solo una mezz'ora alla fine della simulazione, la stanchezza gli intorpidiva i riflessi e diminuiva il fiato. Proprio come quelle due volte che arrivò secondo, ma allora non c'era uno come Galvàn là sopra, determinato a spremerne le ultime gocce d'energia.
La lastra si inabissava, erano circa 40 metri, al limite della visibilità e serviva un'apnea di almeno tre minuti per avere speranze di trovare tana e grongo, non avendola segnata.
Se avesse avuto fortuna doveva assolutamente colpirlo dritto nell’occhio, in modo che l’arpione arrivi al cervello e il pesce muoia istantaneamente. Tutto era al limite, forse oltre.
Chiamò a raccolta le ultime energie e si tuffò, in assetto costante.

L'esperienza lo sorresse sino a quella profondità a cui arrivò nei tempi giusti, dove la fortuna gli sorrise, facendogli scorgere la preda che cercava, un serpentone di almeno una dozzina di chili.
Con la massima circospezione si mise in posizione, attendendo che il pesce smettesse di muovere la testa, conscio del pericolo. Un attimo prima di sparare sentì qualcosa dentro di sé che non aveva mai provato, una sorta di mancamento e subito appresso un velo di nebbia gli si parò davanti agli occhi. Gli tremò appena un istante la mano e non centrò l'occhio con precisione.
Il grongo, colpito male e ancora vitale si arroccò. Vault non ne avrebbe avuto più per recuperarlo con un altro tuffo, dovette dare tutto quello che gli restava per averne ragione.
Quando riemerse il debito d'ossigeno aveva interessato anche il cervello e solo la prontezza del barcaiolo permise il recupero suo e della preda. Pian piano si riprese ma gli ci volle ancora del tempo prima che il battito del cuore si regolarizzasse.

Ormeggiata la barca e caricati in spalla i bagagli, appesantiti di quindici chili di prede dentro ai borsoni, si avviarono per il sentiero, osservati con curiosità da alcune persone.
Arrivati a casa di Galvàn finalmente si lavarono e poterono riposarsi.
Quella sera si sarebbero fatti i conti.

«Coma va adesso?»  - gli chiese con un tono preoccupato Galvàn. - «Bene, bene... c'era poca luce e si è mosso proprio al momento dello sparo, avrei potuto recuperarlo con un secondo tuffo... ho calcolato male i tempi...»  - «Questo raccontalo a qualcun altro, Josheph. Non ce l'avresti fatta a tornar giù, per come sei riemerso dubito che sia stato solo debito d'ossigeno, temevo il peggio e non avrei potuto far niente. Se vuoi il mio aiuto devi meritartelo dicendomi la verità»  - Vault sentì che una mezza bugia sarebbe bastata a troncare il loro rapporto. - «Va bene... il problema con il cuore... non dovrei eccedere. Meno tempo e meno profondità. Devo stare più attento, adesso l'ho capita davvero»  - «Ne vale proprio la pena? Rischiare tutto quello che hai e che potresti ancora avere per una coppa? Con meno tempo e profondità le tue speranze si riducono ancor più, già al primo campo di gara sarà tanto se rimani tra i primi. E qui, nella seconda giornata dove dovrai dare il massimo arriverai stanco e con il freno tirato. Come credi di potercela fare?»  - «Beh, mi hai mostrato i posti, le tane e rivelato delle astuzie. Quando tornerò per la preparazione memorizzerò ogni dettaglio e in gara andrò a colpo sicuro... non escludo anche un po' di fortuna!»  - «Quello che dici vale per tutti, con una differenza non da poco... quasi certamente dovrai recuperare lo svantaggio e chi ti sarà avanti vorrà consolidare il suo, atleti integri che snideranno i gronghi a profondità che tu non potrai permetterti... e allora cosa farai, rischierai la vita come oggi?»  - «No, Galvàn, te lo prometto. Accetterò quello che verrà. Non mi tufferò oltre i 30 metri e starò sotto i miei limiti di tempo. Ma devo tentare, mi sono giurato che sarà la mia ultima gara»  - «Voglio crederti... ma dimmi il vero motivo per cui lo fai, non credo sia solo per una coppa, per quanto prestigiosa. Sei troppo intelligente per non capire che hai più da perdere che da guadagnare»  - «Ti sbagli, nonostante io sia ricco e possa permettermi ogni cosa... tutto quello che ho non l'ho né guadagnato né meritato. Mio padre e mio nonno, loro hanno creato dal nulla la ricchezza di cui godo.
Ho scelto questo sport per dimostrare il mio valore e avendo tutto, fin poco fa anche un fisico eccezionale, il mio solo traguardo era la vittoria. Il secondo posto lo ricordano solo gli addetti ai lavori. Alla fine del campionato ho già deciso che cambierò vita, sposandomi e avendo dei figli. Non so come la vedi tu, ma per quello che mi riguarda mi sentirò tranquillo di poter dire loro un domani che non ce l'ho fatta a vincere solo se avrò dato il massimo quando potevo.»  - già, come la vedeva Galvàn?
Quando sposò la giovane donna croata anch'essi desideravano dei figli e la tranquillità di una vita semplice. Che invece fu terribile con lui, portandogli via quel sogno e la compagna in poco tempo. Negli anni che seguirono il lutto sprofondò nella depressione, da cui lo salvò il mare che accolse le sue lacrime rifiutando l'occhio. Avesse avuto dei figli sarebbe stato davvero difficile, ma avrebbe avuto un motivo per cui continuare a vivere e a darsi da fare.
Ogni tanto gli veniva una fantasia, di essere in barca con suo figlio a cui insegnava tutto quello che il mare aveva insegnato a lui. Ai suoi gatti interessava solo il risultato.
Certo che adesso poteva comprendere l'amico, aiutarlo era come dargli qualcosa da portare ai suoi figli, forse almeno lui ci sarebbe riuscito...

«C'è una possibilità. Se non fossimo diventati amici non te l'avrei mai detto. E anche adesso non immagini quanto mi costa farlo, per cui promettimi di non dire nulla dopo che te ne avrò parlato, ho deciso così e basta, dunque?»  - «Promesso, al cento per cento»  - «Bene, so che sei di parola, ti racconterò tutta la storia. Quando venimmo a vivere qui con mia moglie iniziai a esplorare i fondali. Non ero al tuo livello ma avevo una grande passione. A quel tempo anch'io usavo il fucile e il pesce non mancava mai in casa nostra. Un giorno accadde qualcosa di straordinario.
Ero a 25 metri e sparai a un dentice che colpito in malo modo fece in tempo a rintanarsi in un anfratto, incastrando la fiocina. Tirai per recuperare senza risultato, così provai con le mani.
Nel farlo sentii che una grossa lastra di pietra si muoveva, insistei e quella si smosse ancor più. Ripreso fiato volli vedere se fossi stato in grado di spostarla del tutto. Incredibilmente quella quasi ruotò su se stessa senza cadere, rivelando un antro spazioso e profondo che comunicava con l'esterno attraverso una soglia sul fondo, larga un paio di metri e alta meno di mezzo, un rischio mortale che nessuno avrebbe mai corso. Con la pila detti un'occhiata all'interno. Era molto più spazioso di quel che mi immaginavo e dei larghi cunicoli portavano chissà dove.
Qualcuno abitava in quel rifugio naturale: vidi una cernia quale qui nessuno ha mai pescato né visto, sui trenta chili, e altre si intravedevano all'interno di anfratti di sezione minore!

Sbalordito non feci niente, indietreggiai con calma e quelle non si scomposero, avevano affidato il loro destino a quella stupenda grotta naturale. Provai a richiudere la pietra che ruotò come prima, all'inverso stavolta, assestandosi nella sede perfettamente.
Col cuore che mi batteva per l'eccitazione risalii e corsi a riferire la scoperta a mia moglie.
Mancava poco al nostro secondo anniversario e già la malattia ne aveva minato le forze.
Tuttavia speravamo che ne avesse abbastanza per una festa organizzata in casa nostra: quale migliore occasione di servire ai convitati l'enorme cernia!
Quella festa non si fece, sostituita da un'altra triste cerimonia. Non mi interessava più nulla della cernia e scaraventai in fondo al mare il fucile. Mi ci volle qualche anno per riprendermi e tornai a visitare la grotta. Rividi il pesce ancor più grosso e ne contai altri tre di taglia minore.
Da allora il giorno dell'anniversario vado a rivederli, quello grosso oggi non c'è più, forse morto naturalmente, ma gli altri non scherzano per dimensioni, almeno sui quindici chili.
Il regalo che non ho potuto fare a mia moglie lo faccio a te, ti indicherò il posto e se ti servirà per la gara ne potrai prendere due, uno devi lasciarlo.»  - finito di parlare si alzò, arrivò davanti alla porta chiusa dalle grosse serrature, la aprì e vi entrò, lasciandola aperta dietro sé.
La sua camera l'aveva data all'amico che nel raggiungerla non poté evitare di dare un'occhiata dentro quella porta, d'altronde l'invito a farlo era palese.
Quello che vide lo raggelò più che se avesse visto la morte, anche se in sostanza era proprio quello che c'era nella stanza.
Si trattava di una sala da pranzo, con un grande tavolo e una dozzina di sedie attorno.
Ancora imbandito con tovaglia, tovaglioli, piatti, bicchieri e posate.
Due grandi vasi di vetro accoglievano una massa indistinta che un tempo furono fiori.
L'ultima festa, che mai si fece.
Galvàn sedeva a capotavola e accennò un sorriso mentre disse: «È arrivato il momento di riordinare, anche le feste mai cominciate devono finire. Buonanotte Josheph»  - «Buonanotte Galvàn, grazie di tutto amico mio.»

Due mesi prima della gara Vault ritornò nell'isola con il suo solito aspetto, ma dentro era un altro uomo. Si tenne costantemente in contatto con Galvàn, naturalmente per avere notizie che riguardassero in qualche modo la gara, anche se spesso richiedeva le stesse cose più volte, spinto dal desiderio di scambiare qualche parola con lui. E Galvàn rispondeva le stesse cose più volte, per l'identico motivo. Un modo per non dire esplicitamente che nutrivano affetto uno per l'altro.
Uscirono in mare quasi tutti i giorni, sull'uno e sull'altro campo di gara e prepararono con cura ogni dettaglio, memorizzando diverse tane e usando qualche piccola astuzia per abituare alcuni gronghi a rimanersene ben nascosti, ad esempio mettendo nel fondo delle stesse del cibo a intervalli costanti. Se fosse servito a qualcosa lo si sarebbe visto in gara.
Alla sera immancabilmente ripassavano il percorso, gli spostamenti, la descrizione delle caratteristiche e l'aspetto di ogni posto promettente. Un enorme lavoro sistematico e di memoria, più di quanto nessuno aveva mai fatto, sorretto dalla straordinaria capacità di Galvàn che ricordava e disegnava una roccia, un anfratto come altri una strada di città.
Rimaneva ben poco tempo ed energie per parlar d'altro, pure alcune cose si dissero.
Vault lo informò di aver già chiesto la mano della futura consorte, impegnandosi a cambiare stile di vita e con ciò ottenendo il suo consenso. Accennò che in quel tipo di vita intendeva avvalersi di una qualche collaborazione, senza dire di più per il momento, anche se Galvàn sospettava che stesse pensando a lui. A sua volta egli lo informò di due fatti insoliti, il primo riguardava il loro asso nella manica, le cernie della grotta; si riferiva a una settimana prima del suo arrivo, giusto quando cadde l'anniversario del suo matrimonio e come tutti gli anni si recò in quel luogo. In ricordo della moglie e per verificare che tutto fosse a posto, come lo era. Rimase a lungo, poteva essere l'ultima occasione per vedere in vita quegli enormi pesci che aveva sempre rispettato.
All'ultima risalita, a più di metà strada dalla superficie lanciò un'ultima occhiata in basso e gli sembrò di vedere qualcosa, un'ombra scura che gli parve entrare in quella soglia larga un paio di metri e alta meno di mezzo metro che comunicava con l'anfratto. Non era sicuro se l'avesse vista davvero, fu solo un attimo e con la coda dell'occhio; poteva anche essere dovuto all'apnea troppo protratta, un leggero mancamento.
Comunque non era il caso di rimanere oltre, c'erano molti gommoni e barche in giro quel giorno. L'altro fatto riguardava alcune persone che chiesero informazioni su di lui alla gente del luogo, le quali in buona fede riferirono della visita di quel suo parente e del molto tempo che passarono assieme, in mare e in terra. Forse anche questa era solo un'impressione ma aveva la sensazione di essere osservato.

Il giorno della gara si resero conto entrambi che non era un'impressione, un quotato concorrente praticamente impostò la sua gara su Vault, ritenendo a torto o a ragione che avrebbe avuto più possibilità che a far da sé. Il risultato fu che alcune prede considerate quasi sicure cambiarono carniere, rendendo la situazione a fine giornata più precaria di quanto preventivato: neanche sesto con appena il 38% sul forte croato (100%) capace di ben 12 catture di cui 10 gronghi – limite massimo – da 1.500 punti ognuno, più 1.000 di specie. Una vera macchina da competizione, efficiente e veloce, che sfruttò al massimo il vantaggio di giocare in casa senza subirne la pressione, onore al merito. Se aveva un rivale era un altro croato, arrivato secondo a poca distanza con l'86%.
Vault conosceva bene il furbo che gli si mise di traverso ottenendo più del 60%, per una volta piazzandosi davanti a lui.
Finora con i propri mezzi non era mai riuscito a tanto, ma nell'occasione dimostrò di averci messo anche il cervello, come d'altronde aveva fatto anche lui, però con meno fortuna.
La situazione era quasi disperata, tuttavia nonostante lo scarso risultato Vault non avvertiva quell'angoscia provata nei due mondiali precedenti, e soprattutto non si affaticò troppo.
Ritornati a casa fecero il punto della situazione.
«Come la vedi, Galvàn?»  - chiese all'amico indaffarato a far conti - «Anche se non è uno sport matematico, possiamo contare sui 25.000 punti delle due grosse cernie, da lasciare per ultime.
Non dovrebbero portarci via troppo tempo, mettiamo per sicurezza un'ora; il tempo perché chi ci sta intorno, quell'impiastro che fa il gradasso con noi invece di correre sui primi decida di razzolare da qualche altra parte. In quattro ore almeno quattro-cinque gronghi e qualche altra preda dovremmo farcela a tirarla in barca; sono dieci, dodicimila punti. Con gli ottomila di oggi ce la possiamo fare, non credo che il croato possa acchiappare altri dieci gronghi anche domani... dovrebbe restare sempre a 30 metri, e non avrebbe più tempo per altre prede.»  - «Ti ringrazio per la fiducia, ma stabiliamo che se non farò quei dodicimila punti le cernie le lasciamo dove sono, secondo o sesto mi fa uguale, sparerò alle cernie solo se siamo sicuri di poter vincere»  - «Vorrei dirti che anche se perdi rimarrai nella leggenda con due cernie del genere! Oscureranno la gloria del vincitore che maledirà la tua fortuna; l'immagine di questo campionato che tutti ricorderanno sarà di quei due serranidi (la specie) nella tua collana. Una beffa, quasi una punizione per aver fatto la gara puntando soprattutto sul pesce di tana, i gronghi»  - «Beh, è allettante, ma noi sappiamo che le nostre cernie sono quasi... da allevamento, valgono un po' meno. No, come detto prima le pigliamo solo per vincere, è deciso»  - «Bravo Josheph, sono contento della tua decisione. Comunque vada per me hai vinto tu!»  - «No, abbiamo vinto assieme, sei il mio barcarolo!» E con una pacca sulla spalla si alzarono per andare a dormire. Galvàn lo precedette e aprì il soggiorno che era ritornato una stanza, pulita come uno specchio e con mobili nuovi, chissà perché il letto era matrimoniale. Felice della metamorfosi stava per andare a quella solita ma Galvàn lo fermò: «Ehilà, sei tu che ti sposi... questa è la tua stanza e mi faresti un onore se un giorno passerai anche una sola notte qui con tua moglie, ti lascerò tutta la casa a disposizione» - con gli occhi umidi Vault rispose: «Non finisci mai di sorprendermi, sarà un onore anche per me portare qui mia moglie... e non approverebbe un'ospitalità che ti escluda!»

Dormì tranquillamente quella notte senza avvertire la mattina dopo alcuna tensione e meravigliandosi dei cambiamenti che erano avvenuti in lui, di cui adesso si rendeva conto.
Aveva come la sensazione che un esame a cui era sottoposto stesse per concludersi, potendo al termine finalmente andare incontro a una nuova vita col sospirato diploma.
Se prima si sentiva svuotare al pensiero di un tale cambiamento oggi quasi non vedeva l'ora che calasse il sipario. Era di ottimo umore, contento di come il suo fisico resse la prova del giorno prima, nonostante nutrisse qualche timore.
Non aveva ancora detto a Galvàn – per non farlo preoccupare – dell'esito dei nuovi accertamenti, i quali rivelarono che qualcosa accadde al suo cuore il giorno della simulazione.
L'anomalia elettrica adesso era palese, e purtroppo aumentava col passar del tempo, prima o poi avrebbe dovuto far qualcosa.
Ma non si pentì per allora e non si tirò indietro adesso, si era fatto una promessa e sarebbe andato fino in fondo... che per un'apneista non si sa se intenderlo un augurio o l'opposto.
Prepararono la barca con l'attrezzatura e la metodicità dei gesti pian piano li estraniò dal mondo circostante e dai loro pensieri. Nelle loro menti, dell'atleta e del barcaroloormai esisteva e contava solo la gara, quel che si dice furore agonistico, anche se ognuno ha modi differenti di viverlo; straordinariamente tranquillo per i nostri amici.

Nonostante il mare continuasse a ingrossarsi le cose andarono quasi come Galvàn predisse.
Nelle prime quattro ore i gronghi furono tre e con un bel dentice, due corvine e un saragone di ottima taglia il punteggio schizzò a 12.500 più gli 8.000 del giorno prima. Adesso i 25.000 punti di due cernie oltre i 13 chili avrebbero fatto la differenza e creato una leggenda.
Il furbo stavolta ebbe meno fortuna, qui contava anche l'abilità, non solo insidiare le tane altrui.
Quando fu informato del bottino di Vault gli si avvicinò il più possibile, nella speranza di incappare in qualche buona preda. Il campo di gara era grande – addirittura il periplo dell'isoletta – e c'era posto per tutti, ma non ci fu verso che se ne andasse da un'altra parte, nonostante Galvàn, un pezzo d'uomo, gli sbraitasse insulti in due lingue allo stesso tempo, in modo poco sportivo in verità.
Passava il tempo e quello era sempre nei paraggi, se si fosse diretto verso la grotta nascosta rischiava di trovarselo alle spalle. Guardò l'orologio, ancora poco e non ci sarebbe stato più tempo per sparare alle cernie. Era sul punto di rinunciare dicendosi che le cose dovevano andare in quel modo, quando si accorse dell'altro che repentinamente si immerse proprio in direzione della grotta. Insospettito che Vault rimanesse nella stessa zona comprese che là sotto doveva esserci qualcosa e voleva approfittarne. Per lui una posizione in più di classifica faceva differenza, meglio ancora se davanti al rivale che aveva in antipatia per i motivi già detti, soldi, bellezza, ecc.
Dal canto suo Vault non riusciva neppure a essere arrabbiato nonostante il comportamento non proprio corretto. Quell'uomo aveva moglie e ben tre figli, forse anche lui cercava la soddisfazione di poter dire loro che era arrivato tra i primi, per la vittoria era un'altra storia.
Lo tenne d'occhio, temendo che avesse scoperto qualcosa. Forse una cernia se n'era uscita dal rifugio nel momento sbagliato, ma non poteva farci nulla.

Successe tutto in meno di un minuto e questa fu la vera leggenda.

Il rivale si inabissò e si fermò qualche metro sopra la grotta nascosta, in agguato. Aveva scorto qualcosa di grosso muoversi tra le ampie fessure, quasi scivolando, al modo delle cernie. Ecco quello che cercava, pensò, compiaciuto di stare per soffiargli l'ambita preda.
Dandogli le spalle non poteva accorgersi che quattro metri più in basso un'ombra scura stava uscendo lentamente dalla stretta faglia, quasi strofinando sulla roccia le pinne dorsali disposte nella coda. Vault invece la vide abbastanza bene e pensò che si trattasse di una razza, meravigliato dalle dimensioni e dal colore del tutto nero. Tuttavia nuotava senza l'usuale agilità delle razze, iniziando una goffa virata verso l'alto, proprio in direzione del cacciatore in agguato che guardava altrove.
Era quella l'ombra intravista da Galvàn.
Vault si era ormai immerso, per avvisare in qualche modo del pericolo del pungiglione mortale il rivale, quando capì che non si trattava di una razza e non aveva pungiglione, bensì di un'altra specie di pesce, altrettanto pericolosa.
Torpedo nobiliana la specie, pesce torpedine, della famiglia torpedinidi.
Una sedia elettrica vivente che avrebbe scaricato la sua folgore sull'ignaro cacciatore.
Un animale incredibile, preistorico, di quasi due metri di lunghezza e forse cento chili di peso, capace di produrre una corrente mortale anche per un uomo. Come fosse arrivato fin là, essendo un pesce prevalentemente atlantico non era il momento di chiederselo, piuttosto cosa fare?
In certi momenti il tempo scorre al rallentatore, proprio i momenti in cui tutta l'esperienza e le sensazioni accumulate non sono di grande aiuto per affrontare una situazione di pericolo.
Non è da lì che verrà una risposta. A pensarci dopo, ammesso che sia andata a buon fine, si rimane increduli del proprio comportamento.

Vault si rese conto di non poter intervenire a meno di rischiare la sua stessa vita, la torpedine era ormai a pochi metri da lui... e proprio in quel momento sentì una forte fitta al cuore.
In un istante realizzò che poteva essere la fine e guardò il rivale davanti a sé.
Galvàn perse la moglie e la speranza di una discendenza e lui se ne stava andando dal mondo, ma l'altro ne aveva tre di figli e una moglie... sempre nello stesso istante senza esitare sparò mirando in mezzo agli occhi, tra quelle due escrescenze a forma di fagioli, centrandola in pieno.
La scarica elettrica gli attraversò il corpo. Un dolore incredibile, poi il buio.
E poi ancora qualcosa, in un altro tempo e un altro spazio.

Ognuno stimava dell'altro l'intelligenza, la capacità di osservazione e l'applicazione del metodo scientifico. Pure dal medesimo argomento oggetto dei loro studi trassero conclusioni opposte.
Fu definita “... una delle più splendide e pacifiche battaglie che la scienza abbia mai veduto, finita con una grande vittoria della verità e il trionfo dei due supremi generali...”
Ma pur se vinsero entrambi l'esercito seguì Volta abbandonando Galvani, e il mondo prese la direzione che ne ha consentito il progresso che conosciamo.
Senza l'elettricità non sarebbe successo.
Galvani credeva nell'elettricità propria degli animali; tutto cominciò con le contrazioni delle zampe posteriori di una rana morta, in risposta alla corrente generata in vari modi.
Volta ripercorse un tratto della stessa strada scostandosene per edificare la propria, la cui pietra miliare fu la costruzione della pila con la quale produrre e dominare l'elettricità, il misterioso impulso che si crea nei punti di contatto tra conduttori eterogenei.
Il già alto consenso di cui godeva a causa degli studi e invenzioni precedenti si accrebbe a dismisura. Animato e inanimato, chi aveva ragione? Entrambi, ma ci volle un altro mezzo secolo per accertare l'esistenza dell'elettricità animale e che in sostanza anche un muscolo vivo, o una singola cellula, è una pila. Riconoscendo a Galvani il valore dei suoi studi.
Anche se Volta, prima ancora della scoperta della pila l'aveva capito, scrivendo: “... dopo avere tanto fatto e scritto  per dimostrare insussistente una pretesa elettricità animale, quella cioè che si eccita coll'artificio de' metalli ne' membri recisi ecc. , ammetto io pure una vera e propria elettricità animale, nella Torpedine, nell'anguilla tremante  e negli  altri pesci che danno la scossa; e una simile, nel modo sopra spiegato, inclino ad attribuire pure a tutti gli animali...”
La sua invenzione – la pila – deriva dall'osservazione che fece degli organi elettrofori della torpedine che negli esemplari adulti tendono a sporgere dalla pelle: tanti minuscoli prismi cutanei, sparsi frontalmente sul tessuto epidermico, ognuno dei quali è suddiviso in piccoli dischetti orizzontali - una struttura a colonna e a strati - una pila appunto. Ribaltò a suo favore la prova diretta dell'elettricità animale riconducendola alla sua teoria fisica dell’elettricità di contatto. Dopo che ebbe fatto scoccare la scintilla su Galvani calò il sipario.
D'altronde che farsene di un pesce che dà la scossa quando la puoi creare da te?

In quel tempo e spazio non ordinario, dovuto all'alterazione delle normali funzioni cerebrali per l'inizio del cedimento del muscolo cardiaco prima, e della scarica elettrica ad alta intensità subito appresso, rivide come in un film quei due scienziati e la loro disputa.
Anche se la storia non lo riporta assisté a un incontro tra i due e sentì le parole che si dissero:

“Luigi (Galvani), alfine che farsene di un pesce che dà la scossa? Non è quella la direzione del progresso, è la fisica che permetterà all'uomo di raggiungere le più alte vette della conoscenza!”  - disse il Conte Alessandro Giuseppe Antonio Anastasio Gerolamo Umberto Volta. - “Senza dubbio una strada promettente, ma senza comprendere come l'elettricità di cui il Divino gli ha fatto dono animi l'uomo, l'opera della scienza non sarà completa. Una rana, o un pesce che dà la scossa contengono quella conoscenza, che un domani potrà salvargli la vita...” -  rispose Galvani.

Prima ancora di risvegliarsi del tutto sentì la sua mano stretta da un'altra, poi riuscì ad aprire gli occhi. Solo dopo dell'altro tempo mise a fuoco le persone accanto al letto dove si trovava e le riconobbe: Galvàn! E poi l'altro, Astor, il rivale che non si accorse della torpedine... e il ricordo completo degli eventi si affacciò alla mente. Dunque non morì! Un'immensa gioia lo pervase e fece per salutare con la mano destra l'amico, accorgendosi che era abbondantemente fasciata.
Spostò lo sguardo sulla sinistra e vide la mano che gliela stringeva, delicata e guarnita da un anello luccicante... la sua promessa di fedeltà all'amata!
Che era seduta accanto a lui, finalmente lasciando scorrere le lacrime.
«Non ti affaticare a parlare, Josheph.  Adesso pian piano ti dirò cosa successe.»  - disse Galvàn.

«Dopo che sparasti alla torpedine Astor si rese conto di cos'era accaduto. L'enorme pesce morì in pochi secondi, tuttavia riuscendo a scaricare su di te tutta la sua energia. Come tu sia ancora vivo è un miracolo, sembra che il solo danno subito sia un'ustione sulla mano che reggeva il fucile.
Ma stai tranquillo, non ha lesionato alcun nervo e guarirà perfettamente.
Lo shock elettrico ti ha bloccato la respirazione e fatto perdere i sensi, in tal modo impedendoti di introdurre acqua nei polmoni. Astor ha rischiato a sua volta la propria vita per portarti su, subendo una leggera sincope a pochi metri dalla superficie. Non ce l'avrebbe fatta se non mi fossi prontamente immerso ad aiutarlo appena intravista la torpedine, realizzando in un attimo che quella fosse l'ombra di quel giorno.
Nel frattempo anche i due della barca di Astor si erano gettati in mare e tutti assieme riuscimmo a issarvi a bordo. Per fortuna uno di loro era un dottore appassionato di pesca, che si impegnò a rianimarti fino a farti riprendere a respirare, per quanto in uno stato semi cosciente.
Da due giorni ti trovi in questo ospedale, dove la tua compagna ti raggiunse. Il campionato come da previsioni l'ha vinto il croato. Ma tutto il mondo parla di te e di quello che è successo.
Quando li avrai, i tuoi figli saranno fieri di te!»

«... il cuore... come sta il mio cuore?»  - chiese Vault - «Il cuore? Bene, per fortuna rispose al massaggio in breve tempo»  - «... ma sei sicuro che va bene, stai dicendo la verità?»  - «Josheph, sei mio amico e non ti mentirei anche se dovessi darti la peggior notizia. Come mi aspetto che tu faccia con me. Ti ripeto che è tutto a posto, riposa adesso.»
Si era stancato ed era meglio seguire il consiglio. Pensò che in qualche modo la scarica elettrica aveva risparmiato al cuore le conseguenze di un infarto in quelle condizioni, tuttavia appena si fosse ripreso del tutto si sarebbe sottoposto agli accertamenti necessari.
Si volse all'amata per ringraziarla prima di chiudere gli occhi, e gli venne in mente un'ultima cosa: «La torpedine, dove l'avete messa?»  - «Scordatelo, se anche valeva per il punteggio non abbiamo avuto tempo di recuperarla e dopo nessuno l'ha trovata. Per me era spacciata, ma sono pesci che non conosco. Se riuscì a spostarsi prima di morire si sarà inabissata.
Ma anche questo ormai fa parte della leggenda, con gran beneficio per il turismo, immagino.»

Il matrimonio di Joseph Vault e Terése venne celebrato in presenza delle rispettive famiglie e amici. Galvàn e Astor erano i testimoni dello sposo. Per il viaggio di nozze scelsero una tranquilla isoletta e una casetta pulita come uno specchio. Non ci fu verso di convincere Galvàn a rimanere la notte. Ritornò il giorno dopo per preparare il pranzo, come fece per tutti i cinque giorni seguenti.
No, niente cernia, solo pesce di canna.

A proposito, una cosa davvero strana, a un sofisticato esame venne riscontrata una piccola lesione perfettamente cauterizzata in una zona del cuore di Volta. Se sia riconducibile alla scarica della torpedine solo uno studio approfondito avrebbe potuto dirlo, tanto più che pure dell'anomala attività elettrica (chissà mai da dove viene quella corrente...) non si riscontrava alcuna traccia.
Ma Volta declinò l'invito, per quanto l'amico dottore lo proponesse gratuitamente.
Lui era assolutamente certo che dipendesse da quello.
E da Galvàn, a cui raccontò la strana visione che ebbe. Non ne capì molto, lo impressionò più la circostanza che quel Galvani si chiamasse Luigi, lui si chiamava Luis.




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