Il colore nascosto della lavanda

 


Capitolo 1 - Al mercato


Era mercoledì, giorno di mercato nella cittadina, una delle poche occasioni mai mancate da Marie di soddisfare la curiosità dei suoi ormai prossimi quattordici anni.

Libera dagli obblighi scolastici, sin dal mattino era pronta per l'esplorazione minuziosa di quell'edificazione temporanea e traballante che è un mercato.

Cosa la interessava? Quasi tutto, ma specialmente oggetti colorati e anche vecchi, passati di mano in mano... sino a giungere a fine corsa in una bancarella in attesa di qualcuno che sapesse apprezzarli, una persona a cui raccontare la loro storia.

Beninteso, non che Marie fosse di bocca buona, era molto difficile che un oggetto superasse il suo spirito critico e arrivasse ad insidiare il suo magro borsellino, ma talvolta accadeva e quel giorno era  destino che accadesse.

C'erano come al solito decine e decine di bancarelle, da quelle che settimanalmente si ricollocavano con precisione negli stessi posti, ad altre che si adattavano ai residui spazi rimasti liberi ai margini della piazza, fuori dal percorso principale.

Luoghi che il più delle volte non erano permessi e per tale motivo un po' meno tenuti d'occhio dai vigili, così che poteva passare molto prima del loro arrivo. Su questo tempo “utile” contavano alcuni ambulanti non regolari per guadagnare qualcosa e bisognava che avvenisse presto;  per questo la loro merce non era ben disposta su ampie bancarelle coperte da colorati ombrelloni, ma era lì quasi al livello della strada, stipata in cassette o grosse borse, senza quel bel telo sopra la testa a rendere gradevole la sosta.

Da un po' camminava in quella scacchiera di vegetali, stoffe, vasi e altro ancora quando vide nuovamente quell'uomo all'angolo con la via superiore. Come la settimana prima pareva si stesse riposando ma la grande borsa adagiata a terra, ben aperta, lasciava intravvedere il suo contenuto di oggetti in vendita.

Marie notò anche quell'altra piccola borsa appoggiata sul muretto alle spalle dell'insolito personaggio, riempita di quello che parevano libri, riviste o vecchie cartoline, materiale abbondante in un mercato; ma pur da quella distanza un caldo e dorato riverbero del sole che proveniva da uno di quegli oggetti la raggiunse.

Era comunque intenzionata a tornare sui suoi passi, chiedendosi come mai la settimana prima avesse tralasciato di ispezionare quella mercanzia e quel riflesso le accelerò il passo.

Si  immerse nuovamente nell'acre fumo della carne arrostita venduta poco prima della stradina che  l'avrebbe condotta a scoprire l'origine di quella luce.

L'oggetto era una scatola quadrata, profonda cinque centimetri per quasi venti di lato, di un colore dorato metallico come un'icona e forse vecchia.

C'erano degli occhielli sui quattro lati e dentro questi passava un cordoncino che avvolgeva il coperchio e si chiudeva in alto con un'asola.

Marie stava già sfiorandolo con le dita, pensando che avrebbe fatto un figurone nella sua collezione, quando udì la voce dell'ambulante... si ricordò del suggerimento di sua madre a non mostrare troppo interesse in una trattativa e anche di chiedere subito, distrattamente, il prezzo  dell'articolo prima di rigirarlo tra le mani, osservata dal venditore.

Ma i ragionamenti e le furbizie non sono per tutti i ragazzi e men che meno per quelli affascinati dai colori, dalle forme e dai segreti delle cose.

“Se vuoi la puoi aprire”- disse accomodante l'uomo, senza mettere nessuna fretta alla ragazza. - “Oh no, mi piaceva solo la forma, andrebbe bene per metterci delle foto.” - “Oppure le lettere dei tuoi amici, o delle cose preziose.” - ribatté prontamente, aggiungendo: - “Prima però bisognerebbe togliere il contenuto che forse vale anche di più...”.

La curiosità le impediva di rimanere calma ma la discussione era ormai avviata, in ogni caso non aveva abbastanza denaro con sé, qualche parola non presumeva un impegno, pensò.

“E cosa ci sarebbe di così prezioso? ” - chiese a sua volta. Il venditore non replicò ma prese la scatola con una mano rigirandola quel tanto che bastava a farla illuminare completamente dal sole prima di sciogliere l'asola e cominciare ad aprirne il coperchio.

Marie a quel punto sarebbe stata disposta a pagare qualcosa solo per vederne il contenuto.

Tolto  il coperchio apparvero alcune buste di diversi colori fatte con una carta spessa, ripiegate e incollate in modo tale che solo un sottile cordoncino a strappo ne permettesse l'apertura, una sorta di sigillo che ne garantiva l'inviolabilità.

Quelle  buste le fecero dimenticare la scatola dorata, il suo interesse si era spostato sul loro contenuto. “Cosa c'è dentro?” - chiese con una vibrazione di impazienza nella voce.  - “Non lo so del tutto, conosco solo da dove provengono. Erano col materiale di un vecchio prestigiatore, le ho trovate e avute assieme ad altro anni fa, in cambio del lavoro per svuotare e ripulire una enorme soffitta. Pensavo di tenere tutto per me, purtroppo a causa di un incidente che non mi ha più permesso di lavorare ho iniziato a vendere queste e altre cose.” - “E non ha mai aperto neppure una delle buste?” - “Sì, una l'ho aperta quasi subito ma non posso dirti cosa c'era, per motivi personali. Però di una di quelle che ho venduto mi è stato detto che conteneva la spiegazione di trucchi di scena del prestigiatore, qualcuno mai visto; di un'altra  che avesse svelato il futuro a chi l'ha comperata. ” - disse l'uomo. - “Quindi è possibile che altri trucchi o predizioni siano rivelati nelle buste! Se è così come mai non le hai ancora vendute tutte?” - chiese la ragazza. - “Semplice, perché non ho trovato il compratore disposto a pagare il giusto prezzo e non le regalo di certo!”.

Quand'è il momento di decidere spesso abbiamo già dimenticato come siamo arrivati a quel punto; talvolta il ricordarlo ci pone in imbarazzo perché sembra  che il destino muova per noi i nostri passi sino a lì e che a noi spetti solo di prendere o lasciare.

Per quanto si cerchi a ritroso nella memoria, quello che ne ricaviamo appare indistinto; come nel caso di Marie che rivide nella sua mente quel raggio dorato provenire dalla scatola, il venditore e le buste colorate, il tutto mescolato alla storia del prestigiatore e al desiderio di possederne una.

Una moltitudine di domande l'assalivano: non era più la scatola che l'interessava? E poi  quell'uomo... non l'aveva mai visto prima d'ora, perché non provava diffidenza?

Poteva bene aver architettato tutta la storia e ora lei stava per cadere nella sua trappola!

L'ansia stava quasi per impadronirsi di lei, si rese appena conto della voce del  venditore: - “Mia cara ragazza, vedo che hai dei dubbi e ti dico che li avrei anch'io al tuo posto.

È un genere di cose per pochi, anche per questo non è facile venderle; quello che posso dirti, puoi credermi o meno, è che nessuno si è mai lamentato dopo l'acquisto.”.

Non c'era altro da dire, era arrivato il momento di andare al di là delle paure, della fiducia, di tutto. Rimaneva un'unica domanda e Marie nel farla sperò di mettere alla prova l'uomo: - “Costano tutte uguale queste buste?” - chiese - “Per davvero non ne conosco il contenuto, che delle tre tu scelga la gialla, la verde o l'altra per me non fa differenza. Il prezzo è il medesimo per tutte, non credo sia alla tua portata, ma devo venderle e te lo dico ugualmente.” - rispose prontamente.

Provò quasi un colpo allo stomaco, la prima reazione fu di andarsene immediatamente. - “È   sicuramente una truffa, dovrei denunciarlo!” - pensò, con la rabbia che cresceva.

Un improvviso  movimento del venditore richiamò la sua attenzione... solo allora lo vide bene, pur se non troppo anziano era in pessime condizioni fisiche.

Stava appoggiato al muretto tenendosi con una mano alla ringhiera; il pantalone era ripiegato sulla coscia della gamba sinistra all'altezza del ginocchio e l'indispensabile gruccia era appoggiata sopra lo stesso muro.

Come era sicura un momento prima ripiombò nell'incertezza più fonda l'attimo dopo; ma quello che più la fece star male fu il pensiero che tutto il suo giudizio, tutta la sua sicurezza nel valutare quel pover'uomo era a causa del prezzo, per lei troppo alto, delle buste che erano probabilmente una buona parte della sua speranza di sostentamento.

Pensò che se fosse stato un imbroglio costui rischiava quel poco che aveva, addirittura la possibilità di continuare a frequentare i mercati, dove le voci si spargono velocemente.

Forse c'era ben poco di valore nelle buste e in fin dei conti, come alla lotteria, uno è libero di scommettere. Questi e altri pensieri passarono veloci nella sua agile mente senza tuttavia placare quel senso prima di rabbia e ora di irrequietezza che la possedeva, finché intuì quale fosse il vero problema: quello che l'aveva davvero indisposta era che un suo desiderio, una sua  curiosità, non poteva essere soddisfatto; un altro no nella vita ancora piena di sogni e speranze di una ragazzina.

Ma quando fu lì per andarsene, scusandosi in cuor suo per aver così mal pensato dell'uomo, riguardò le tre buste nella scatola: la verde e l'altra di colore giallo, non erano che buste con forse una sorpresa all'interno, ma la terza era una sorpresa già rivelata per lei.

Dimenticò ogni pensiero precedente e senza più sentirsi in colpa, adirata o inquieta prese quella busta tra le mani per osservarla meglio. Immediatamente si formò un pensiero nella sua mente che non riuscì più a scacciare... quella busta era destinata a lei...  il colore era esattamente il colore della lavanda che adorava.

Non si sa perché i colori ci facciano così effetto e ognuno ne preferisca che altri non sopportano; Marie non sarebbe mai andata via da dove viveva, da quei posti radianti del lilla della lavanda, del lilla di quella busta. Capì che per un sogno si deve e si può pagare un prezzo, lei ora era disposta a farlo.

 Disse al venditore che era interessata, voleva quella busta e non avrebbe neppure cercato uno sconto, ma in cambio doveva prometterle di conservarla sino al termine del mercato, ancora qualche ora, per permetterle di trovare quella cospicua somma di cui assicurò l'onesta provenienza.

Spiegò che aveva dei risparmi e qualcuno l'avrebbe sicuramente aiutata per la restante parte, rintuzzò il senso di fretta che parve metterle l'uomo dicendogli che se finora non le aveva vendute era impossibile che in così poco tempo si sarebbero presentati acquirenti per tutte e che sicuramente nel paese della lavanda era più facile vendere le buste degli altri colori!

Lasciò all'ambulante tutti i suoi 50 franchi  in cambio di un libro preso a caso; se non fosse ritornata sarebbero stati pari, lo avvertì di stare ai patti, lei pur essendo giovane conosceva molte persone... ma non finì la frase perché l'uomo nel riporre in una borsa denaro e busta le disse che come egli si fidava lei dovesse fare altrettanto.

 

Un paio di mercoledì al mese Anne portava Jean, un amico di Marie di quattro anni maggiore, in uno studio medico della cittadina e la ragazza colse quelle occasioni per un passaggio in auto.

La cure duravano normalmente più di un'ora, tempo che impiegava per la sua visita al mercato, prima di rincontrarsi.

Immersa in un turbinio di pensieri stava ritornando verso lo studio vicino al  parco pubblico, affacciato sulla vallata in fiore. Pian piano si ripresentò la realtà: era solo una ragazzina entrata in un gioco più grande di lei, un gioco per adulti dove servivano molti soldi veri per partecipare!

Oppose quel suo senso di fiducia in sé a tutte le logiche osservazioni che si figurava le avrebbero rivolto i familiari; ma al termine di tutto ciò, quando rimase solo l'aritmetica da mettere a posto, si rese desolatamente conto che le parole non sono numeri e che per quanto si auspicasse la benevolenza della madre e della zia in occasione del suo compleanno di lì a giorni, non avrebbe raggiunto la somma richiesta (del padre, allontanatosi di casa con altri illeciti affetti, non ricordava da tempo un qualche aiuto).

Non crediate tuttavia che una tale giovane avrebbe aperto le porte alla disfatta senza avere, se non la certezza, almeno una valida speranza. Sarebbe stata un'altra occasione per mettere alla prova l'amicizia di Jean; ma questa volta, trattandosi di denaro, se ne vergognò un po'.



Capitolo 2 – Marie e Jean

 

Marie viveva con la madre Claude, il fratello Patrick e la zia Catherine in una modesta casa a ridosso dei campi di lavanda, coltivata per estrarne la preziosa essenza nonché peressere venduta come fiore reciso, anche se questa attività produceva un magro reddito stagionale legato al turismo.

Il padre, senza entrare in poco edificanti particolari, si allontanò da casa già pochi anni dopo la sua nascita: successe che la moglie lo scoprì e non gli dette un'altra possibilità, ritenendo conclusa la loro vita assieme accettò le difficoltà della mancanza di un padre per i ragazzi piuttosto che rassegnarsi a ricorrenti menzogne.

L'uomo quasi subito si disinteressò dell'educazione dei figli; si parlava di lui solo in occasione del sussidio tenuto a corrispondere per legge, sempre oggetto di discussioni e prolungati ritardi.

La loro buona sorte fu di lavorare per una delle famiglie più ricche del paese - e per altri versi altrettanto sfortunate - che possedeva la loro abitazione, i campi che la circondavano e altri possedimenti nelle colline circostanti.

Il giardino della grande casa dei proprietari confinava con la loro, separata da un viottolo che conduceva alle colture di lavanda, le cui diverse colorazioni stagionali erano uno dei pochi spettacoli disponibili in quei luoghi un po' fuori mano.

Gli arbusti spogliati in estate del loro prezioso carico di fiori ricacciavano nuovi germogli verde-grigio, occasionalmente ricoperti in inverno dalla neve. In primavera le piante si rivestivano di argentee foglioline aghiformi, preludio dei nuovi steli colorati sempre più di viola man mano che la spiga si sviluppava. Finalmente con la bella stagione ecco aprirsi il fiore lilla, sfrangiato come piccole dita a spargere nell'aria l'inconfondibile profumo, secco e balsamico.

Qui si parla dell'originale piantina di lavanda, meno produttiva dell'altra selezione più grande e fiorita: il lavandino, ordinata nella crescita e decisa nel colore ma soprattutto capace di produrre il doppio di essenza, ragione per la quale viene sempre più coltivato.

Ad esso manca quel senso di vulnerabilità della piccola lavanda, tuttavia apparente, perché pur schiacciata al suolo dal Mistral, il forte vento di quei luoghi, si rialza determinata a far fiorire ogni singolo capolino; compito che riuscirebbe a portare a compimento se non fosse recisa per estrarne la preziosa essenza.

Del perché i proprietari di quelle tenute non si siano ancora convertiti, nei terreni adiacenti la loro casa, al più redditizio lavandino si è discusso tra le genti del luogo: la spiegazione accettata è che il delicato colore della lavanda allevia la pena delle loro disgrazie.

Tutti conoscono la storia della proprietaria, una signora già avanti con gli anni che terminò la propria vita dando alla luce l'ultimo figlio di tre, Jean, venuto al mondo per restarsene in parte separato, non sopportando qualcosa nel suo corpo le normali attività quotidiane. Il padre in breve tempo si rese conto dell'impossibilità del bimbo di vivere nei climi caldi di quella terra d'oltremare, dove aveva avviato una attività commerciale assieme agli altri figli e alla fine trovò in Anne, di cui ebbe sempre completa fiducia, la persona adatta cui affidarlo, prima di trasferirsi per sempre.

Sarebbe lungo spiegare le ragioni del suo comportamento, criticato da molti. Costoro però, non conoscendo a fondo la sua vita non possono valutarne le attenuanti: altri figli da far crescere, passate situazioni tra lui (Marcel) e la moglie, l'età avanzata e forse un altro rapporto affettivo che prese forma, del quale Jean fu tenuto all'oscuro, ritenendone pericoloso l'impatto date le sue delicate condizioni.

I fratelli si stabilirono assieme al padre in quei luoghi stranieri, facendosi col tempo una loro famiglia e mettendo al mondo dei figli; visitarono Jean solo un paio di volte, mantenendo in seguito scarni contatti attraverso vuote lettere d'auguri e formali telefonate.

 

Dicevamo di come la madre e la zia materna di Marie traessero gran parte del loro sostentamento dal lavorare per quella famiglia, per la coltivazione della lavanda e la conduzione della casa, mentre altre entrate provenivano da ogni sorta di lavori saltuari che accettavano senza riserve da chiunque. Venuto a mancare il contributo paterno si accrebbero le difficoltà, fortunatamente superate con l'arrivo di Anne che oltre a mantenerle a servizio offrì loro con continuità nuove opportunità di guadagno, mai delle donazioni che la fiera signora Claude avrebbe sicuramente rifiutato.

Patrick, il primogenito, con la maggiore età divenne marinaio: sarà stato quell'unico viaggio in Corsica fatto quando la famiglia era ancora unita, con la piccola Marie da poco capace di camminare, o quel colore del mare associato ad una delle ultime felicità familiari a determinarne l'inconscio desiderio di allontanarsi, forse per rinnovarne il ricordo; fatto sta che se ne andò presto da casa.

 

Ogni piccolo cambiamento poteva peggiorare lo stato di salute di Jean, forse questo fu uno dei motivi che hanno fatto rimanere immutati nel tempo quei luoghi; quale che sia la verità quello è un posto particolare, con degli enormi platani secolari davanti e dietro la casa, autentici monumenti. Qui è cominciata l'amicizia tra Marie e Jean; parleremo un po' di come trascorrevano il loro tempo.

Dalle finestre del grande salone Jean poteva vedere la piccola corte della casa di Marie, il luogo dove la bambina trascorreva parte del tempo libero, giocando di rado con i pochi coetanei della zona, quando non era lei che si spostava per raggiungerli.

Jean fin da piccolo comprese quanto la sua vita sarebbe stata differente da quella delle altre persone che vedeva rincorrersi all'aperto. Là fuori ci sarebbe andato solo per poco tempo al giorno, sempre controllato e assistito da Anne. L'esterno più lontano conosciuto era un edificio bianco a centinaia di chilometri dal suo paese, dove periodicamente veniva ospitato per controlli ed eventuali trattamenti medici.

Le splendide montagne che lo circondavano gli risultavano indifferenti nella loro grandezza, apprezzava solo l'orizzonte limitato dalle dolci colline dei suoi luoghi e si sentiva a suo agio soprattutto con le persone che frequentavano la sua casa. Marie entrò ben presto nella vita di Jean, più grande di quattro anni.

La ricordava da piccola, quando portata dalla madre attendeva che finissero le pulizie periodiche della casa, incredulo della sua grande vitalità e meravigliandosi ogni volta di quell'erompere in pianti e strilli che, diversamente da quanto riteneva Anne, non lo affliggevano né disturbavano, anzi in qualche modo lo rinvigorivano. Era grato a Marie per essere com'era, sana e un po' selvaggia, con quella potenza nella voce capace di incrinare la tranquillità dell'ordinato salone.

 

Col passare degli anni alla bambina fu permesso di camminare liberamente nelle ampie stanzeed ella cominciò a ricordare di essere Marie, l'amica di Jean: poteva venire e fare quel che voleva in quella casa - salvo in certi giorni nel mese, cosa che la faceva indispettire - mai redarguita una sola volta da quella donna, Anne, la vera "famiglia" dell'amico.

Claude, la madre della bambina, aveva ben presente la situazione e sapeva frenarla o lasciarla libera a seconda delle occasioni; talvolta il compito di sorvegliarla e nel caso riportarla all'ordine veniva affidato al fratello Patrick. Al crescere di Marie diminuiva il tempo che trascorreva con Jean, ma mai le due madri, la vera e quella acquisita, dovettero intervenire per controllarne la reciproca dipendenza.

Tutto andò sempre per il meglio perché Jean non avrebbe mai compromesso la continuazione della loro amicizia. Per lei divenne normale passare un po' del suo tempo con l'amico sfortunato che non poteva nemmeno liberarsi della maestra (Anne), avendola in casa! 

Marie aveva sette anni quando Jean le chiese per la prima volta cosa avrebbe voluto fare in futuro: «Ti piacerebbe andare via da qui quando sarai grande? Magari in una grande città, a Parigi o vicino al mare?» - «Nemmeno per sogno! Io resterò sempre qui e continuerò a fare i mazzi di lavanda l'estate e anche ti verrò sempre a trovare per giocare qui nel salone» - rispondeva prontamente. - «Ma da grande potresti fare delle cose più interessanti, potresti studiare e diventare chennesò un dottore! Oppure una assistente d'aereo, così gireresti il mondo!» - insisteva - «Chennesò! Io sto bene qui dove c'è la lavanda!» - replicava, senza verso di smuoverla. Poi ripresero a giocare, specie giochi di costruzioni e di pazienza, dote di cui Jean era ben dotato.

 

Quando la lavanda fioriva Marie aiutava la sua famiglia, due o tre volte alla settimana, a raccoglierne alcune ceste per essere venduta a mazzetti in alcuni piccoli negozi del centro.

Col passare degli anni vi sarebbe stato sempre più lavandino in vendita: come al mercato la gente cerca la mela più grossa e rossa così accade per le diverse varietà di questa pianta; sia chiaro, tutti sono riconoscenti al lavandino che ha permesso di non soccombere alla scarsa redditività della piccola lavanda. Tuttavia, parlando di un fiore acquistato per conservarlo essiccato, il colore che si mantiene più distinto e chiaro nella lavanda è in misura maggiore capace di richiamarne l'originale bellezza.

Non di rado ci si soffermerà a sfregarne qualche capolino tra le dita annusandone il profumo. Sarà sempre una questione personale, ma la purezza dell'essenza di lavanda è certamente più apprezzata.

 

Jean ben presto aveva dovuto imparare ad accettare la propria condizione, quando non vi riusciva il suo stato si aggravava e produceva una sofferenza più grande che solo l'intervento di Anne riusciva a calmare. Una delle cose che più lo affliggevano era osservare la sua amica e le altre persone raccogliere i fiori al mattino e desiderare di stare con loro, sapendo di non poterlo fare se non per poco. Quel poco lo provò alcune volte ma lo sconforto di doversene allontanare troppo presto gli procurava una pena maggiore.

Aveva dieci anni quando Anne trovò un modo per risolvere in parte la situazione: si accordò con un’associazione che aiutava bambini disabili a cui avrebbe inviato un certo quantitativo di mazzi di lavanda al solo prezzo della spedizione, affinché ulteriormente suddivisi ne traessero un profitto dalla vendita. L'associazione contava due sedi poco distanti e giustamente si convenne di rifornirle entrambe.

Da allora due volte al mese, per i due della fioritura, Claude e Catherine raccoglievano la lavanda che veniva trasportata con dei cesti da Patrick sino al salone, dove erano posti dei tavoli per poterla distendere. Una volta ordinata - mansione di cui si era appropriata Marie - veniva collocata in due grandi scatoloni di cartone, chiusi e trasportati nella vettura di Anne per la spedizione.

Il compito di Jean era di registrare le quantità inviate ma soprattutto di attaccare ai contenitori delle etichette colorate, dipinte da lui stesso, diverse una dall'altra e con scritto l'indirizzo.

 

Una volta che Patrick propose di farle stampare gli fu fatta leggere una lettera del responsabile dell'associazione che raccontava di come i ragazzi di una delle due sedi le apprezzassero così tanto da averne iniziato la collezione, tanto che non una fu andata persa. La stessa cosa si ripeté nell'altra sede, così da aver generato una sorta di gara; nel ringraziare per quell'ulteriore lavoro non dovuto il direttore si diceva disposto a qualunque sacrificio purché non finisse.

Di questo non dovette temere in quanto Jean, letta la lettera, si sentì ancor più motivato e il pensiero che altri, per differenti versi sfortunati, lo apprezzassero così tanto lo spinse a fare sempre meglio. Sapendo della competizione fece in modo che entrambe le sedi ricevessero alternativamente una etichetta particolare, sì da farle sentire privilegiate nell’occasione. Di quelle etichette cominciò a diffondersi la voce e in seguito, quando divennero decine, vi fu addirittura il tentativo di un gallerista di acquisire l'intera collezione, ovviamente senza successo.

Questo nuovo lavoro permetteva a Jean una relazione con tutti e ad ognuno di ricavarne qualcosa: la famiglia di Marie di svolgere un'attività  a domicilio, alla bambina di stare più a lungo con l'amico ricevendo anche un piccolo compenso, per l'associazione e i suoi ospiti abbiamo già detto.

Rimane Anne per la quale il successo dell'iniziativa valeva più di tutto. Dissimulò la fatica per l'impegno profuso nella nuova attività che si aggiunse all'amministrazione della tenuta e alla conduzione della casa, nonché al suo compito principale, l'assistenza a Jean; col risultato di poter disporre di ben poco tempo libero. Sovente l'aiuto richiesto a Claude e Catherine era tale che apparivano un unico nucleo, dove le donne facevano il possibile per proteggere la propria famiglia o quella acquisita.

 

C'era un'altra cosa che Jean faceva molto discretamente, senza darlo a vedere: osservava Marie, come si muoveva, respirava, parlava o separava le spighe. Fu naturale che pian piano si affezionò, come accade ai giovani della sua età; ma quelli che come lui conoscono i propri limiti non si concedono di fantasticare sul futuro. Per lui quel lavoro assieme alle persone amiche, tra i mazzi e il profumo della lavanda, era già una forma d'amore esaudito e non avrebbe desiderato di più.

In quelle occasioni rimase affascinato di come il sole, entrando dai grandi finestroni aperti e illuminando i fiori violetti, producesse variazioni continue di tonalità. Oltre ad intuire, senza conoscerne la formulazione scientifica, le leggi che regolano i fenomeni luminosi, si accorse che c'era qualcos'altro...

Diversamente da un novello Goethe non si applicò allo studio e conoscenza di tali fenomeni, ma li fece propri con la sola osservazione come è dato agli artisti, iniziando a trasportarli sui suoi fogli con una sensibilità che è concessa a chi d'altro è privato. Quando vide che riusciva a trasferire una piccola parte del mistero della luce nei suoi lavori ad acquerello e tempera, pian piano si dedicò al mistero della vita e Marie divenne l'unico soggetto umano delle sue opere.

 

Capitolo 3 - I fiori


“Se i fiori finissero oggi, la vita come la conosciamo sulla terra finirebbe, terminate le scorte di cibo.

Per molti animali, per molti insetti, sarebbe questione di  mesi se non di ore.

Se pure fosse possibile cibarsi di qualcosa d'altro, il ciclo vegetale non si rinnoverebbe e prima o poi avremmo solo un  deserto; anche il rinnovarsi  dell'acqua e dell'aria dipendono da questo ciclo.

Potendo averne in altri modi d'aria e acqua, in questo mondo ormai arido non avreste una rosa per chi amate o un altro fiore per chi ricordate.

Non avreste il vero profumo ma solo quello sintetico e non avreste i  colori viventi dei fiori.

Col tempo, quei fiori riprodotti nei quadri, nei tessuti, nelle vesti e in ogni dove diverrebbero a loro volta morti, geroglifici muti di cui conoscete il nome ma non il suono originario.

Chi venisse dopo di voi non potrebbe più comprendere la poesia e la narrativa che in larga parte è celebrazione del creato e delle sue meravigliose entità.

In un tale mondo pochi sopravviverebbero, ma ci inquieta immaginare come.”.

 

Come scoprirete continuando a leggere questa storia, un po' parleremo di una terra che le circostanze, unite alla tenacia e ai valori delle persone del luogo, hanno fatto in modo che si preservasse così ben tenuta e amata sino ai giorni nostri.

Se già la conoscete spero possiate ritrovare qualcosa del vostro sentire; nel caso non vi siate mai stati e, dopo la lettura (quale onore per lo scrittore!) si stia formando in voi la curiosità di visitarla, una volta arrivati non abbiate fretta perché quello che troverete si mostra ma non si  rivela.

Se e quando si rivelerà sentirete quel  luogo vostro, perché almeno una sua parte è entrata in voi e vi risuona.

Allora potrete confermare che come non si perde un ricordo non si perde un vero amico, e un vero amico può anche essere un fiore.

 

Vista dallo spazio la terra è una splendida sfera azzurra che trasmette, a detta di chi ha potuto averne la visione, una sensazione di tranquillità e bellezza.

Anche sulle alte vette montane si provano sensazioni altrettanto penetranti, per le quali molti sono disposti a rischiare la propria vita. 

Invece non c'è nulla da rischiare per recarsi in prossimità di una distesa fiorita e, guardandola, provare una delle esperienze più comuni e gratificanti (... e misteriose) per noi esseri umani.

Che questa ci procuri qualcosa lo prova il ricercarla quando ve ne sia la possibilità, o lo sforzo (talora continuo per anni e anni) di ricrearne una parte in uno degli innumerevoli giardini curati dalle persone di tutto il mondo, così assorbite nella loro comunione con le essenze vegetali da poter dimenticare per un po' anche le tristezze che ci accompagnano in questa vita.

 

 

Dov'è il mistero? Questo è il bello della faccenda...

 

                                             Il mistero è lì, rivelato e sconosciuto,

                                             a suo modo parlante eppure muto.

 

Molti pittori  percependolo hanno provato a riportarne qualcosa nelle loro opere, taluni con risultati sorprendenti, come Van Gogh; per tutti gli altri ugualmente meritevoli parla la storia dell'arte.

Gli uomini devono avere un motivo per rimanere a lungo in un campo fiorito: lo scopo del pittore è di ritrarlo, quello dell'uomo comune a volte è legato al lavoro, quello del turista per averne un ricordo; ma in ogni caso quello scopo farà da filtro fra voi e la pura radiazione dei colori viventi dei fiori. 

Poi entra in gioco la quantità: i fiori del proprio limitato giardino emanano una relativa energia, un campo di girasoli è tutt'altra cosa, come lo è uno di lavanda - qui abbiamo la qualità della radiazione, i colori appunto, come ci hanno insegnato.

Perché, tra i molti, Van Gogh? Soprattutto negli ultimi due mesi della sua breve vita (in cui fu in grado di eseguire ben ottanta opere!) riteniamo che se vi fu un filtro tra lui e i colori fu ben poca cosa; l'impressione comune è che egli riuscì  ad imprigionare nei suoi dipinti parte di quello che percepiva, con risultati che lasciano pochi dubbi in proposito. 

Il mistero è il fiore, il suo colore e non di meno la sua forma, collegamento tra l'universo d'energia e la vita umana. Non vogliamo discutere di filosofia o proporre elaborate considerazioni, a noi interessa riconoscere che un campo in fiore ha un effetto su di noi, come qualunque altra cosa al mondo. Questa è una delle chiavi per comprendere la storia che racconteremo.

 

Nulla di ciò che esiste nell'universo ha una vita indipendente, ogni cosa inanimata o vivente interagisce con tutte le altre in misura più o meno riconoscibile; dagli inizi della civiltà ad oggi molti sono convinti anche dell'influenza di stelle e pianeti sul nostro destino.

Sull'argomento si è dibattuto a lungo e si continuerà a farlo; rimaniamo convinti che, come in altri ambiti, non avremo una parola definitiva, una certezza; alcuni riterranno valide certe ricorrenze che non lo sono per altri.

Di quello che entra in noi attraverso i nostri sensi possiamo dire che è esperienza quotidiana avvertirne immediatamente l'effetto; altre volte per intensità minori o sensibilità diverse non ci è possibile collegare l'effetto alla causa, soprattutto se si è allontanata nel tempo.

 

Ritornando ai colori... su questo tema possiamo trovare una notevole quantità di informazioni in tutti i campi (scientifico, umanistico, filosofico, religioso e così via) da darci l'impressione che quasi tutto sia stato detto al riguardo; eppure il fatto che vi siano tanti modi di spiegare, descrivere i colori, ci fa intuire che questo fenomeno, come molti altri, è ancora lontano dall'essere completamente rivelato.

Quando cerchiamo di assorbire e di fare nostre queste descrizioni, ad un punto possiamo accorgerci che non ci avvicinano e neppure ce li fanno apprezzare di più. Ma se non facciamo riferimento alla scienza o ad altro, inizialmente potremmo scoraggiarci del poco che abbiamo da dire al riguardo.

Cosa sappiamo dei colori? Sappiamo che, crescendo, abbiamo detto verde per l'erba e rosso per il pomodoro, bianco per la neve e così via. Da allora i colori sono divenuti una cosa che diamo per scontata, ritenendo che sia così per tutti, ma così non è.

L'effetto di ogni colore è differente per ognuno e cambia con il tempo, lo stato di salute o mentale; chiedetevi se quando state bene gradite le tinte sul rosso e se le stesse vi fanno ben riposare quando indisposti; pensate alle persone che conoscete cercando di ricordare quali sono i colori dei loro vestiti, delle loro case, delle auto. Se potete usateli i colori. Qualunque età abbiate prendete un foglio e metteteci dei colori, di qualsiasi tipo, per forme od astrazioni, ogni cosa va bene, quando sarete stanchi di perdere tempo gettatelo o conservatelo.

Fatelo per voi e non cercate un risultato da mostrare, non ascoltate consigli da nessuno.

Se c'è uno scopo è solo quello di riavvicinarvi ai colori, pian piano saranno loro a cercarvi e allora avrete molto di vostro da dire sull'argomento! 

Se dai colori sul foglio passiamo ai colori di quello che ci circonda - il cielo, il mare o le montagne ricoperte di neve - ci potremmo domandare se siano viventi o inanimate, ricadendo nella stessa trappola: le risposte che ci hanno aiutato a crescere sono divenute zavorra nella nostra mente.

Non so come potrà accadere a voi quello che accade a molti: sentire che il colore dei fiori è diverso dagli altri, per il fatto che quel colore c'è finché il fiore vive e quando appassirà ne avrete un po' nostalgia. Abbastanza da ritornare in quei luoghi dove li avete visti o comperarne di freschi. La forza vitale dei fiori produce nell'uomo una richiesta di fiori, un bisogno di averne vicino, così che altri siano coltivati in piccoli o grandi spazi.

Quella stessa forza che risiede tanto nel colore che nella forma induce le persone sensibili a rispettare quelli spontanei, a non spezzarne il ciclo; così che essi e tutti gli innumerevoli insetti e le altre forme di vita possano continuare ad esistere.

 

Sia alle persone in vita che a coloro che non sono più tra noi si usa far dono di fiori da tempi immemorabili e nei popoli di gran parte del mondo: se c'è un qualcosa che accomuna l'umanità è questa; non la forma di governo, né la cultura, né la religione, né qualcos'altro... ci avete mai pensato? Forse no, perché è un'esperienza quotidiana e comune.

Ogni cosa che cammina con noi e ci accompagna in questa vita è un mistero: i vostri cari, gli uccelli, le albe e i tramonti, il mare, i fiumi, le montagne e infinite altre.

I misteri che non siano evidenti non lo sono, appartengono il più delle volte a formulazioni e astrazioni mentali. Quelli veri si devono poter toccare con mano e una volta ritirata sentire che qualunque cosa abbiamo provato non lo comprenderemo mai appieno e tuttavia l'accettiamo per quello che è, rivelato e sconosciuto allo stesso tempo. 

I veri misteri aiutano a vivere, sono parte della vita. Se conosceste tutto, ma proprio tutto di un uccello, vi stupireste ancora del suo volo?

Non che sia preferibile non saper nulla: la forma e la meccanica dell'ala, le penne, le leggi del volo battuto e librato e così via sono argomenti affascinanti, ma che una pallottola di piume possa volare per l'incredibile intelligenza che ne ha forgiato ogni parte desta una tale meraviglia da restare senza parole... e meno ne avete più spazio c'è in voi, dove quell'uccello può continuare il suo volo.

Non è solo un modo poetico per dirlo, ogni cosa a questo mondo produce una scia vitale, si origina sulla scia di un'altra e quando termina, da quella scia altre ne iniziano.

Come diremo ben oltre non si tratta di spiriti e cose del genere, non ci appartiene quel modo di sentire; per fare un esempio prendete la foto di una strada di notte, dove di ogni luce si vede una scia colorata; con un tempo di esposizione breve si vedrebbe l'auto e il numero della targa, ma con un tempo lungo cosa vedreste, non solo di quella strada, ma della vita intera?

Infinite scie colorate che si intersecano, iniziano e finiscono senza posa.

Una di quelle è la scia dell'uccello che si unisce alla vostra, come può esserlo di una persona o di un fiore.

Ma il fiore è un punto di unione tra il cielo e la terra, attraverso di esso ci si ricollega alla scia di quella persona cara e si procede, per un po', ancora insieme.

 

Nella vita di una persona  c'è qualcosa che può rivelarsi sin dall'inizio, durante o giusto alla fine, come non rivelarsi affatto. Per ognuno è diverso: una persona, un incontro, un affetto, un talento, una fede, una convinzione, un oggetto, un luogo, un'esperienza bella oppure brutta, un sogno, una luce, un suono, un profumo, qualcosa della natura. Quel qualcosa potrebbe cambiare il corso della vostra vita, ma se anche così non fosse potrebbe ancora cambiare il modo della vostra morte. Gli ultimi momenti non saranno diversi da quelli di tutti, eccetto per questa cosa: se fu l'amore per una persona proverete quell'amore, se fu la fede vi sorreggerà sino all'ultimo, se fu un incontro potreste rivederlo, se fu una delle magnifiche forme di vita della natura, magari un uccello, esso volerà con voi in quell'ultimo momento... ma solo se fu un fiore sarà con voi, nelle vostre mani, anche dopo la fine.

 


Capitolo 4 - Anne e Jean

 

Anne aveva 35 anni quando incontrò la prima volta Jean che ne aveva 5, in un centro medico specializzato.

A vederla dava l'impressione di una persona capace, animata da una sincera passione nell'ascoltare e aiutare gli altri; forse perché riuscì a superare le difficoltà della sua vita si sentiva in grado di fare qualcosa per le persone, tanto che divenne il suo lavoro.

 

Ebbe una famiglia fin quando le vicende belliche gliela portarono via, come molti a quei tempi.

In seguito fu affidata ad un istituto non trovandosi parenti disposti ad accoglierla.

Aveva ormai sette anni e una sorta di innato fatalismo le fece accettare la  nuova situazione e quello che altri avrebbero deciso per lei; a suo modo cercò il lato positivo delle cose e uno era il tempo, tanto tempo che poteva dedicare alla lettura e allo studio, con cui riempì i suoi giorni senza rimpiangere qualcos'altro.

Per continuare a studiare iniziò presto a lavorare e la sua indole la portò a ricavare il necessario   assistendo chi per malattie od età ne aveva bisogno; non anelava agli svaghi, per lei l'indipendenza ottenuta facendo quello che meno le pesava era una ricompensa più che sufficiente.

Ormai a poco dal diventare medico interruppe gli studi tra la costernazione di alcuni suoi insegnanti e amici che non si capacitavano di una tale decisione.

Sono eventi che talora accadono, ci fu chi ipotizzò lo stress e chi qualcos'altro, ma a quelli che  vollero ascoltarla Anne spiegò come andò: un giorno aprì un libro iniziandone la lettura senza riuscire a procedere oltre, un senso di fastidio se non proprio avversione la prese; pensando fosse dovuto all'argomento (che pure l'aveva sempre interessata in precedenza) cambiò libro... con l'identico risultato.

Al terzo tentativo capì che le era successo qualcosa, anche se non sapeva spiegarselo; tuttavia era assolutamente tranquilla riguardo il suo stato mentale, rimasto il solito con solo quella novità: non era più interessata allo studio, a divenire medico. Qualsiasi altra cosa avesse fatto stranamente non la preoccupava.

Comunque non ebbe difficoltà per sostentarsi; la sua reputazione nell'assistere le persone ormai la precedeva, permettendole di scegliere le situazioni più confacenti.

 

Andando all'appuntamento fissato presso il centro medico avvertiva una inusuale inquietudine, una sensazione che la metteva in guardia tanto quanto, avendola provata raramente, la attirava; ritenne di poter far fronte come al solito ad ogni evento, non aveva veramente timore di nulla ma qui si trattava di qualcos'altro.

Il colloquio tra Anne e Marcel, l'anziano padre di Jean, avvenne in una saletta privata.

Come sua abitudine Anne, sostenuta da una solida esperienza, volle conoscere ogni cosa e non rinunciò a chiarire i minimi dettagli. L'incarico si rivelò così impegnativo che iniziò a prepararsi un modo e le parole adeguate per declinare l'offerta.

 

In sostanza i termini furono: il ragazzo deve continuare a vivere dove risiede, in Provenza, sia per il clima che per altre questioni; il padre cerca un'istitutrice (per un incarico a tempo pieno) con ottime conoscenze mediche e molto referenziata a cui affidarlo; assoluta autonomia per tutto, compresa la possibilità di assumere e licenziare personale in caso di bisogno; un compenso oltre ogni aspettativa e la possibilità di gestire una proprietà autonomamente trattenendone i guadagni ottenuti; risiedendo il padre all'estero viene richiesta la garanzia di una presenza continua.

 

Anne ascoltava la proposta di Marcel, una proposta di lavoro che altri avrebbero sottoscritto ad occhi chiusi per molto meno del compenso a lei offerto.

Era appunto una proposta di lavoro, ma Anne sapeva ascoltare anche le parole non dette, comprendeva lo stato d'animo del suo interlocutore e pensò tra sé: “Questo ragazzino malfermo in salute, persa la madre senza averla neppure conosciuta, sta ora attendendo di vedere allontanarsi anche il padre. Chi dovrà sostituirlo avrà un difficile compito: ottenerne la fiducia sperando che le ferite interiori, più che quelle fisiche, possano se non guarire almeno diminuire.

Non sta a me giudicare le ragioni di ognuno ma questo è un compito difficile che non si accetta per solo denaro; in caso di fallimento le conseguenze per il ragazzo per primo e anche per me, non ultimo per le mie referenze, sarebbero pesanti e mi ritroverei a domandarmi se avessi ben ponderato il compito prima di accettare, e anche se il generoso compenso non mi avesse condizionata.”.

 

Era quasi propensa a declinare l'offerta quando si rese conto con stupore che così intenta a prepararsi la frase di rito per la rinuncia, aveva tralasciato la cosa più importante, quella che nessun serio professionista deve scordare: il “soggetto” della questione!

“Che io abbia un qualche timore riguardo ai problemi che potrebbe darmi questo bambino, senza neppure conoscerlo?”- pensò. La situazione nuova e per certi versi insolita la riportò a quel senso d'inquietudine provata in precedenza a cui si disse doveva rispondere con un atteggiamento responsabile. Disse all'uomo: “Signor Marcel, sono onorata che lei abbia pensato a me per un tale incarico, ma come certamente comprende qui non sono solo i titoli e le mie referenze a consentirmi di accettare. Devo valutare con attenzione, in caso di insuccesso avremmo entrambi di che rammaricarci e il ragazzo un forte dispiacere. La serietà mi impone di dubitare delle mie capacità, tuttavia prima di una risposta conclusiva mi permetta di passare un po' di tempo con Jean.”.

Come ebbe pronunciato quel nome, Jean, il senso d'inquietudine scomparve e si sentì tranquilla. Strano, pensò...

 

Poiché il fanciullo rimaneva nel centro altri tre giorni si accordarono, in cambio dell'assistenza prestata, per un rimborso spese del viaggio e della pensione. Alla fine avrebbe preso una decisione, assicurando in ogni caso, per agevolare il compito d'altri che si sarebbe annotata i problemi incontrati, senza richiedere null'altro per questo.

Marcel ebbe una buona impressione dal modo di fare di Anne, lei normalmente chiedeva una retribuzione anche per un periodo di prova, se non altro per compensare la possibile perdita di altre opportunità, ma questo fu il prezzo che sentì di dover pagare alla sua coscienza per aver quasi rifiutato la proposta senza vederla (Jean).

 

Nella tarda mattinata di quel primo giorno, dopo le pratiche mediche, Anne si presentò a Jean nella sua cameretta (preferiva stare da solo). Giaceva affaticato ma vigile e rispose al suo saluto tranquillamente. Per tutto il giorno non ebbe alcun problema nell'assisterlo, egli non oppose nessuna rigidità a dei piccoli trattamenti di cui l'avevano incaricata; rispose educatamente alle sue semplici domande (ti piace dove vivi, cosa vorresti mangiare e così via) e non chiese niente di lei, evitandole l'imbarazzo di spiegare il motivo della sua presenza.

Alla sera nella sua camera scrisse delle note su quel primo giorno; non tralasciava mai di riportare subito, a caldo, le sue impressioni per iscritto e al termine della stesura le rilesse... la situazione appariva meglio di quanto immaginava.

Il secondo giorno trascorse come il primo e la facilità di trattare con quel bambino cominciò a farle considerare la proposta. Anche quella sera aggiunse delle altre annotazioni.

Non male pensò... quando ad un tratto le balenò “la domanda”, assieme a quella contrattura allo stomaco  che l'accompagnava quando stava od aveva compiuto qualche errore.

“Dov'è Jean in queste note?” - questa era la vera domanda che avrebbe dovuto farsi fin dall'inizio!

“Dov'è il dolore, lo sconforto di un bimbo che intuisce l'avvicinarsi della separazione anche dal padre!? Come può restare tranquillo sapendo che io o un altro sconosciuto saremo il suo collegamento col mondo, a cui dovrà rivolgersi senza poter far valere il suo debito di sangue?”.

Le tornò alla mente quanto disse al padre: “... la serietà mi impone di dubitare delle mie capacità...” - sentendosi quasi ridicola. - “Di quali capacità parlavo, cosa mai penso di sapere? Io che ero quasi pronta ad assumermi la responsabilità della sua assistenza, della sua vita... non ho capito cosa realmente provi questo bambino!”.

 

C'era qualcosa di familiare in questo pensiero che si ripeté nella mente più volte per afferrarne il senso nascosto. La chiave stava lì, seppur vicina non era ancora pronta a coglierla; per non allontanarsene ripensò alla situazione di Jean e da lui passò ai bambini in generale, come vivono,  come nascondono e rivelano i propri sentimenti e non siano, pur nella loro relativa semplicità, tutti eguali.

Un piccolo interruttore di cui ignorava l'esistenza scattò nella sua mente ed ecco riproporsi alla sua attenzione immagini lontane ma vivide, di quei tempi quando anch'essa, ragazzina, fu messa di fronte alla imprevista, brutale realtà della solitudine.

Ricordò e rivisse lo stato d'animo d'allora, esprimendolo a parole che trascrisse accanto alle note su Jean: “Con la guerra le difficoltà, le privazioni sempre più dure mi avevano quasi fatto perdere la speranza, ma me ne facevo una ragione perché altri condividevano la mia situazione; i miei genitori soffrivano con me e ancor di più soffrivano per me. Cercavo di aiutarli sopportando meglio che potevo, finché il mondo come l'avevo conosciuto crollò.” - fece una pausa, giusto il tempo di aprire la finestra per cambiare l'aria e di osservare la morbida luminosità delle luci cittadine; le davano la sensazione strana di trovarsi in un grande, confortevole salotto.

Persi i miei cari quel giorno, l'impatto fu tale che rimasi a lungo in uno stato di estraneità senza riuscire a  risollevarmi, fin quando, ripensando a loro, sentii quanto dolore poteva dargli il vedermi schiacciata, incapace di reagire. Avrebbero fatto di tutto per aiutarmi e per quanto la cosa appaia strana, percepii la loro spinta, il loro incoraggiamento; quella sensazione di forza mi difese dal mondo e dal dolore”.

 

Cosa si trasmise dalla madre al piccolo Jean non si può rispondere a parole: nell'uno solo istinto di sopravvivenza e nell'altra la consapevolezza dello spegnersi della propria vita. Non appare improbabile credere in un estremo fluire d'energia, ultimo dono per quel figliolo.

Alle domande del bimbo cresciuto che chiedeva della madre fu risposto nel modo usuale: è andata in cielo, da dove ti guarda e protegge; in seguito gli venne detto che accettò di morire per permettere la sua nascita. Il neonato Jean istintivamente rispose come lei avrebbe voluto, aggrappandosi alla vita, anche quando la salute si aggravò... anche adesso nell'imminenza della separazione dal padre.

Tieni duro, vai avanti, fallo per me!” - sarebbero, tradotte, le parole di sua madre ancora vive in lui sotto forma di spinta vitale.

O credete di essere separati dal mondo e di vivere per la sola vostra forza?

Il vero Jean finora non si era rivelato a nessuno, celando dentro di sé il mistero della sua capacità di assorbire le difficili prove dell'esistenza; ecco con cosa avrebbe avuto a che fare Anne accettando quel compito.

Vi è una sfida più bella che quella dell'aver fiducia? Anne doveva averne di Jean per la possibilità, un domani, di un incontro tra due persone con qualcosa in comune.

 

Quell'ultimo giorno andò da Jean senza nessuna idea, senza nessuno schema con cui valutarne il comportamento; come allora, quando abbandonò i libri e la sicurezza da loro prodotta, aveva abbandonato la sua esperienza, il credere di poter capire, di poter fare.

Jean le aveva insegnato qualcosa, la sua sola presenza aveva demolito quel muro di convinzioni, di azioni ponderate e ragionamenti con cui tutti noi affrontiamo le prove della vita, credendo di avere la capacità di comprenderla, almeno in parte.

Ma la vita è viva... quel morto bagaglio nella mente non vi potrà aiutare ad afferrarne la benché minima parte.


La giornata si svolse come le precedenti, con in più lo spettacolo degli improvvisi scrosci di pioggia e il veloce ritorno del sole propri di inizio estate che li catturò entrambi.

Si avvicinava l'ora del commiato e Anne rammentò che doveva una risposta a Marcel; stava per  dedicarsi alla questione quando la sua attenzione fu richiamata dai movimenti del bambino.

Jean prese il mazzetto di lavanda che teneva sempre sul comodino e porgendoglielo delicatamente  le disse: “Se mi verrai a trovare te ne darò tantissima... ”.

Anne non ebbe più bisogno di pensare alla risposta da dare.

 

Capitolo 5 - Un posto particolare

 

Avete notato, trascorrendo una giornata in montagna, al mare o in qualche città come la gente scelga differenti posti dove sostare per riposarsi? Alcuni di quei luoghi voi non li apprezzereste: troppa o poca gente, un panorama deludente, rumore e così via.

Tutti questi fattori uniti al nostro particolare gusto ci guidano nella scelta; a volte ci chiediamo in base a cosa altre persone ne abbiano fatte di diverse. Ad esempio nella ricerca di un bar quando capita di voler bere un caffè: chi lo sceglierà per il bel posto, le comode poltroncine o la marca di caffè, chi perché vedendolo frequentato lo riterrà segno di qualità, perché forniscono il giornale gratuitamente o perché chi serve ha... una certa presenza, oltre al modo.

Quale che sia il motivo anche in questo caso sembra agire la legge delle probabilità: gettando una manciata di sassolini in aria questi cadendo non si troveranno mai tutti assieme nello stesso posto, anche se c'è una remota possibilità che ciò avvenga.

Se passando per una città vedrete una coda di persone che attende di entrare in un bar mentre tutti gli altri sono desolatamente vuoti, sarà il segno che il mondo come lo conoscevamo è cambiato.

Vi sono dei luoghi per ognuno di noi, la Provenza lo è per molte persone che amano distribuirsi negli innumerevoli paesi grandi e piccoli: ciascuno ha in serbo qualcosa di diverso se non unico, ma tutti sono inondati da quella particolare luce del sole e nessuno manca di esibire il suo repertorio di splendide fioriture.


Tra le proprietà amministrate da Anne ve ne era una, piccola in verità, situata ad una quota più elevata della grande piana dove si trova anche la casa.

Per giungervi non è molta la comoda strada da percorrere: lasciata la cittadina si svolta per il vecchio ponte e poco dopo inizia la salita, una serie di curve da ambo le parti sin quando la strada si fa più diritta senza tuttavia cedere in pendenza. Dopo qualche chilometro inizia l'altipiano che, svoltato a destra all'incrocio, si allunga per una decina di chilometri e un paio di lato.

 

Fin dall'inizio ci si accorge della tranquillità che va progressivamente aumentando man mano che ci si avvicina; una volta là, ora come allora, solo alcune case molto distanziate e i campi coltivati a farro, erba medica, lavanda.

Oggi compaiono altre limitate coltivazioni quali la magnifica salvia sclarea, una pianta dal prevalente color rosa che vista da vicino sfoggia anche blu, celeste e bianco sui petali dalla consistenza cartacea; qui non cresce molto in altezza ma più in basso raggiunge il metro.

Le siepi prevalentemente di querce, oltre a proteggere dal vento le colture, ospitano molte specie di uccelli.

A questa quota la lavanda produce la migliore essenza ed è preferita al lavandino; il suo colore si fonde con quello del cielo e la vista della più alta montagna sempre sferzata dal vento e pietrosa nella cima è diversa, meno imponente e aspra, quasi che il gigante rispettasse quest'oasi  di pace.

 

Jean di lì a poco avrebbe compiuto 11 anni; assieme ad Anne andava spesso durante l'estate in quel posto. Lei si recava dalla famiglia incaricata di accudire la loro proprietà, raggiungibile con una strada sterrata, trattenendosi per breve tempo a parlare di questioni pratiche e di come andavano le cose.

Il ragazzo questa volta ascoltava stranamente interessato, li sentiva discutere del turismo che non arrivava a portare un qualche beneficio anche là e un turbamento lo prendeva, quasi fosse minacciata la fine di quella tranquillità. Quel posto gli procurava sempre una sensazione insolita e ogni volta si domandava quale potesse esserne il motivo: la lavanda aveva un colore più delicato in confronto a quella coltivata nei campi adiacenti alla sua casa, la tranquillità era senza pari ma ce n'era anche dove risiedeva, l'aria fresca e frizzante che neppure in estate il sole  riscaldava troppo.

Sì, la vista era più ampia ma questo non lo attirava particolarmente, e allora cos'era?

Improvvisamente, senza pensarci due volte, chiese ad Anne come regalo di compleanno di condurlo alla loro proprietà. - “Ma Jean, c'è da percorrere un po' di strada accidentata e saresti sballottato nell'auto, non c'è niente di diverso da qui.” - disse, guardandolo meravigliata per la richiesta inaspettata, volendo evitargli un possibile disagio fisico. - “Sei preoccupata che mi possa accadere qualcosa, ma sei una brava autista e sono sicuro che andrà tutto per il meglio.” - rispose.

Anne, conoscendolo bene, si accorse della inusuale determinazione; di solito accettava o rifiutava quanto gli veniva proposto. Solo quando ne aveva una necessità fisica avanzava delle proprie  richieste; a sua memoria era una novità e pensò che Jean, pur tra le difficoltà, stava crescendo e gli si doveva dare fiducia. Così salirono in auto e, osservati con un po' di incredulità dal fattore, si avviarono per raggiungere la mulattiera; si era dovuta opporre alla disponibilità dell'uomo di accompagnarli perché il ragazzo si era irrigidito, ad ogni buon conto rimasero d'accordo che trascorsa un'ora sarebbe venuto a cercarli.

 

La strada sterrata era molto meglio di quanto immaginava e Anne si rimproverò un po' della sua resistenza iniziale. Purtroppo non poteva permettersi sbagli; in caso di imprevisti il rimanere isolati seppur per breve tempo poteva rivelarsi pericoloso per la salute di Jean, il quale, quasi seguendo il corso dei suoi pensieri, non mancava di ringraziarla ed elogiarla per la guida attenta.

Il tragitto prese quasi una dozzina di minuti, vi erano diverse svolte e una piccola salita poco prima; quasi alla sommità di questa Jean ebbe la sensazione di un luogo conosciuto, tanto che si sentì sicuro nell'affermare che da lì sopra avrebbero potuto vedere la loro proprietà.

Anne, nel confermagli che era nel giusto ne rimase stupita, ma conosceva l'abilità di Jean nei calcoli e nel valutare il tempo trascorso, da cui l'indovinare il momento dell'arrivo.

Però non era una cosa frequente che la sorprendesse ed era già la seconda volta.

 

Arrivati alla sommità Jean chiese di fermare l'auto poco oltre un cabanon dismesso ma in buono stato (una masseria, piccola caratteristica costruzione in pietra a scopi agricoli) per osservare il posto, cosa che Anne fece volentieri, pensando gli sarebbe bastata una rapida occhiata prima di ritornare. Anche stavolta dovette ricredersi; ciò che stava accadendo quel giorno non aveva riscontri, per quanto ogni singolo episodio non avesse nulla di strano, l'insieme di quei comportamenti non corrispondeva al normale modo di agire di Jean.

Come se sapesse o intuisse qualcosa riguardo quei luoghi scese dall'auto senza aspettarla, altra cosa insolita; appoggiò la schiena al cofano e si mise a contemplare quell'assortimento di campi coltivati e siepi. Era così assorto che Anne rinunciò per il momento ad uscire a sua volta, ora era sicura che stesse accadendo qualcosa. Guardando quel ragazzo così ben conosciuto ma oggi stranamente diverso si sentì lei stessa differente; per un po' dimenticò dov'era, il tempo che passava e le altre cose da fare nella giornata, solitamente sempre ben presenti nella sua mente.

La luminosità del cielo ora era meno intensa e il meraviglioso blu-lilla della lavanda irradiava una luce che sembrava pulsare. Per quante volte avesse  guardato quello spettacolo colorato non ne aveva finora colto questa sfumatura, mai provato un tale senso di intimità: tutto pareva nuovo oggi, al pari del comportamento di Jean.

All'improvviso si accorse che lui non era più davanti all'auto, un tuffo al cuore seguì il pensiero che  potesse essere svenuto ma il rumore della portiera che si apriva la rasserenò velocemente.

 

“Anne, questo è davvero il più bel posto che ho mai visto, ti ringrazio ancora per avermici portato.” - le disse con un leggero sorriso. - “Per un po' ti avevo perso di vista, devo essermi distratta.” - replicò lei. Ora il sorriso sul volto di Jean era evidente: “... forse hai fatto un pisolino!”- solo allora Anne si rese conto del tempo trascorso, quasi venti minuti che a lei parvero un paio. - “Ma come mi è successo di addormentarmi... senza accorgermene! Mi pare di aver tenuto sempre gli occhi aperti e non ricordo di essermi appoggiata.”.

Per quanto esaminasse la cosa non ne veniva a capo, tanto che le venne il dubbio di un qualche problema fisico, forse alla testa, pensò con un brivido.

Ma nuovamente fu richiamata al presente da Jean: “È tempo che torniamo, prima che il fattore arrivi col trattore!” - “Oh mio Dio, oggi proprio non sono in forma!” - “Ma no Anne, stai benissimo e mi hai fatto un gran regalo: un'avventura, un'esplorazione!”.

Eseguita un'inversione su uno slargo più avanti iniziò il ritorno; arrivarono presso il casale del fattore che Jean salutò agitando una mano dal finestrino e si immisero sulla strada principale che, divenuta una decisa discesa, li avrebbe presto riportati al ponte e poi da lì a casa.

Mentre guidava Anne cominciò a mettere insieme tutti gli episodi di quel breve pomeriggio; non sapeva se meravigliarsi più per l'insolito comportamento del ragazzo o per la propria quasi amnesia. Riandando con la memoria a quel momento prima del ritorno di Jean nell'auto poteva sentire ancora un po' della calma e tranquillità provata e per quanto si sforzasse non aveva ricordo di un assopimento, una sospensione nel flusso della sua coscienza.

Ricordava di stare guardando Jean e d'un tratto non lo vide... e subito dopo il rumore della portiera che si riapriva. Venti minuti, non era possibile!

 

Le  ritornò in mente quello che le raccontò un amico tempo addietro: costui stava ritornando in auto dal lavoro, lo stesso percorso per le ben conosciute strade, guidando com'era solito e forse con i medesimi pensieri: come andava il lavoro con i colleghi, cosa avrebbe mangiato di lì a poco, i consueti problemi familiari e così via. Il viaggio durava poco meno di un'ora; pur se il tragitto era poco non lo era il traffico. Subito dopo una grande rotatoria c'era da percorrere un lungo tratto rettilineo interrotto da tre semafori distanziati quasi regolarmente. Passato il primo si attendeva di vedere il secondo quando una strana sensazione lo prese, come di stare percorrendo quella strada per  la seconda volta quel giorno. Pensò trattarsi di un effetto dell'abitudine; come si ha la  persistenza dell'immagine sulla retina così poteva darsi che il ricordo del viaggio del giorno prima, o di un altro giorno con un traffico simile e con pensieri simili, si sovrapponesse all'esperienza in corso.

Ebbe il tempo di compiacersi con se stesso per l'elegante soluzione trovata prima di posare lo sguardo sul cruscotto, un'occhiata  al contachilometri e un altro di sfuggita all'orologio. Quella sensazione ritornò con più forza: era passata mezz'ora, avrebbe dovuto essere già arrivato ma si trovava ancora a metà strada; pensando ad un malfunzionamento guardò anche l'altro di orologio, quello che teneva in tasca a causa del fastidio al polso, ma l'ora era confermata al minuto.

Per il restante tragitto le pensò tutte, dai problemi fisici (anch'egli temette qualcosa al cervello) ad una improbabile somma di disattenzioni che lo portarono a partire dopo del solito... sino all'ultima fantastica ipotesi che tirava in ballo rapimenti ad opera di alieni (per quanto lo riteniate stravagante molta gente ne è convinta, provate a fare una ricerca.).

Non venendo a capo della faccenda almeno si sentì sollevato al pensiero che almeno non doveva inventarsi alcuna spiegazione per il ritardo, dato che quel giorno i suoi familiari non erano in casa.

 

Assorta nei suoi pensieri Anne si dimenticò di Jean sin quando egli, mostrandole alcune spighe di lavanda che teneva in mano, le disse: “Guarda questa lavanda, l'ho raccolta al limite del campo coltivato, in mezzo a delle grosse pietre, non ti pare che abbia un colore più bello?” - “Ma come, sei andato fino al campo senza dirmelo?” - “Ma Anne, mi stavi guardando dall'auto e non mi hai detto nulla, ho pensato che mi permettevi di muovermi da solo... e poi ho camminato piano, stando ben attento a dove mettevo i piedi!”.

Anne non ci si raccapezzava più e decise di lasciar perdere, ormai stavano per entrare nel cortile di casa; poco dopo fermò l'auto e finalmente guardò la lavanda tra le mani di Jean, aveva davvero uno splendido colore e gliele stava porgendo: “Le ho raccolte per te Anne, per ringraziarti della gita che mi hai fatto fare.”.

Aveva sul volto quel dolce sorriso a cui Anne non riusciva a resistere che un po' la commuoveva, come quel lontano giorno quando cominciò la storia tra loro.

 

Marie compiva gli anni il 22 di luglio e Jean il 29 dello stesso mese, giusto una settimana dopo, cosi che il giorno era lo stesso per entrambi; ognuno partecipava al compleanno dell'altro fino a quando, a causa di una influenza che tenne a letto Marie in occasione dei 5 anni, il suo festeggiamento venne posticipato e unito a quello di Jean. La cosa piacque a tutti e da allora si decise di ripeterla alternativamente: l'anno successivo avrebbero festeggiato il 22, quello dopo  il 29 e così via.

La gita con Anne avvenne il 26 di venerdì e il festeggiamento per i 7 anni di Marie e gli 11 di Jean cadeva, secondo l'accordo, lunedì 29.

Tutto era stato organizzato: il rinfresco, le famiglie, gli amici di scuola e ovviamente i regali; a seguire giochi per i giovani e chiacchiere per gli adulti.

In quelle occasioni Jean passate un paio d'ore si ritirava a riposare in camera sua e questo gli permetteva di sopportarne altre due, sino ai saluti finali.

 

Stava arrivando appunto il momento del riposo quando Jean si rivolse a Marie: “Devo dirti una cosa... qualche giorno fa Anne mi ha portato dove abbiamo la lavanda là in alto, proprio fino al campo... con l'auto, per una strada di sassi!” - “Davvero!? E perché?” - “Glielo avevo chiesto come regalo per il compleanno, ma non credevo che avrebbe accettato, invece è stata proprio brava.

Comunque Marie, quel posto è diverso, l'ho sentito anche prima di arrivare: quello è il mio posto.” - “Certo che è il tuo posto! È di vostra proprietà.” - replicò. - “No, non intendevo questo... è come per te quando vai a giocare in quello spiazzo circondato dalla lavanda, perché vai sempre lì?” - “Perché mi piace e ci sono sempre andata.” - “E non lo cambieresti, vero?” - “No che non lo cambierei, poi è così bello adesso che la lavanda è in fiore! Ci starei tutto il giorno!” - “Ecco, tu lo sai che quello è il tuo posto!” - disse soddisfatto Jean. - “Però io non lo conosco il tuo posto!” -  rispose lei un po' rabbuiata e continuò: “Dimmi almeno cosa c'è di diverso da qui!” - “La luce Marie... il cielo, i campi verdi e poi la lavanda: mi pareva che il colore si  staccasse un po' dai fiori, continuando nell'aria vicina come se tremasse leggermente, non il fiore che non c'era vento, proprio il colore... e poi sono andato, da solo, fino al limite del campo coltivato, dove ci sono delle grosse pietre e anche lì c'è la lavanda, però in mezzo all'erba perché è selvatica e non viene tagliata; è più piccola ma ci sono anche delle piante molto grandi e il colore di quelle piante è diverso dalle altre nel campo.

Mi sono accorto che passando piano le dita aperte della mano sopra le spighe, senza toccarle, ti fa quasi l'effetto di una piccola calamita, come se venissero un po' attratte. Di un paio di piante l'ho sentito bene e avevano un colore diverso, particolare.”.

Marie l'ascoltava a bocca aperta, forse non capiva completamente, ma l'intensità che ci metteva quella la sentiva bene! Aveva l'impressione che stesse dipingendo un quadro davanti a lei, era   contenta del suo impegno per farle capire cosa provò, ma allo stesso tempo il fatto di aver perso  una tale occasione le bruciava un po'. - “Tutte queste cose hai fatto e scoperto lassù! E io che adoro la lavanda non ho mai sentito come dici tu.” - replicò. - “Se l'ho provato io sono sicuro che sarà così anche per te!” - rispose subito Jean e lei pronta: “Mi piacerebbe proprio vedere il tuo posto con te, quando possiamo andare?”.

 

Jean si rese conto con un po' d'amarezza di quanto dipendesse dagli altri, da Anne soprattutto.

Un altro al suo posto poteva prendere una bicicletta, arrivare sudato là sopra e camminarci fin che voleva, senza bisogno di continui riposi.

Mangiando i frutti del gelso o le more se non vi fosse stato altro; lanciandosi poi in picchiata ignorando il pericolo e una volta a casa forse prendersi un ceffone a ricordargli ancor più quella scappatella. Ma questo era sognare la vita di un altro, la sua era legata a quanto doveva fare per non avere problemi col suo debole corpo e per questo aveva bisogno di una assistenza continua.

Marie vedendolo rattristarsi comprese l'inopportunità della sua richiesta; aveva sbagliato a chiedergli qualcosa che non dipendeva da lui, era già stato tanto che Jean, così riservato, le avesse rivelato il suo segreto.

Sentendosi in colpa e non potendo al momento rimediare abbracciò l'amico dicendogli che il suo posto non scappava e ci sarebbe stata un'altra occasione. Jean si riprese dal breve stato di sconforto e si accomiatò da Marie con un gran sorriso per andare a riposare.

 

Quando vi è una tale sintonia tra le persone, specie tra i giovani, l'una risponde immediatamente allo stato d'animo, alle sensazioni dell'altra; in qualche modo intuisce anche cosa potrebbe fare, quali strade seguire per aiutare l'altro.

Marie l'aveva capito qual era la strada, una via difficile che le richiedeva uno sforzo fin dall'inizio: vincere il suo istinto di non esporsi. Solo perché era più difficile sopportare di aver involontariamente causato quella tristezza in Jean si decise a farlo, subito, che a ripensarci avrebbe lasciato perdere.

Quella strada difficile portava ad Anne.

 

 

Capitolo 6 - Anne e Marie

 

Anne incuteva un po' di soggezione a Marie, aveva studiato ed era quasi un dottore, sapeva un sacco di cose e addirittura era lei che si occupava dell'istruzione di  Jean!

E poi sua madre e anche Catherine ne parlavano sempre bene, dicevano che senza di lei avrebbero dovuto lasciare quel posto e cercare altrove un lavoro; così tutte queste notizie l'avevano resa un gigante ai suoi occhi, con il timore di fare qualcosa di sbagliato in sua presenza.

Comunque Anne non l'aveva mai rimproverata, neanche quando giocando nel salone più d'una volta combinò qualche guaio.

In quelle occasioni Marie avrebbe preferito essere sgridata o punita in qualche modo, pagando il prezzo per la sua disattenzione: così le pareva  di essere sempre in debito e un giorno chissà cosa avrebbe potuto chiederle!

Sapeva quanto Jean stesse a cuore ad Anne e ora che, sia pure involontariamente, aveva dato quel dispiacere al suo amico decise che era venuto il momento di pagare, assieme a questo, tutti i suoi debiti con quella signora a cui tutti dovevano qualcosa.

Aveva poco tempo per farlo, giusto quello del riposo di Jean, così andò a cercare Anne e, dopo averla vista armeggiare in cucina, attese irrequieta un momento che fosse sola.

 

“Signora  Anne... posso parlarle?” - le disse.  - “Oh, Marie, come va la festa? Se hai voglia di qualunque cosa oggi è possibile!” - “Grazie, la festa è magnifica e non manca nulla per davvero, ma io... volevo chiederle delle cose, ecco, che non ho mai detto perché... non sono capace.” - l'emozione per un approccio così diretto stava quasi per chiuderle del tutto la gola, dovendo fare uno sforzo per pronunciare ogni singola parola.

Non ce l'avrebbe fatta a continuare se Anne non si fosse immediatamente resa conto che chi le stava di fronte non era più la piccola Marie, la giocherellona e spensierata ragazzina ma un'altra creatura appena emersa con grande fatica dalla sua crisalide, assolutamente indifesa in quella fase di transizione. “Marie, adesso andiamo in un posto tranquillo che non hai ancora visto, ti mostrerò qualcosa e dopo se vuoi possiamo continuare.” - le posò una mano sulla spalla e l'allontanò dal disagio di incontrare qualcuno, dirigendosi verso le sue stanze private.

La bambina si lasciò guidare, quasi appoggiandosi al suo fianco, il reverenziale timore aveva lasciato il posto alla fiducia.

 

Nel grande studio Marie osservò con curiosità i mobili: una libreria, una scrivania con due poltroncine, un divano e un tavolo basso con sopra una grande lampada, una specie di credenza a ripiani e cassetti appoggiata al muro tra le grandi finestre, con molti quaderni, riviste e album di foto. Nella stanza rimaneva tanto di quello spazio libero che ci si poteva giocare a palla.

Su un muro era appesa una grande carta geografica del mondo, ad un altro un acquerello appena abbozzato a tema floreale che aderiva ad un fondo rigido e sembrava fatto da Jean; non c'era nient'altro sulle pareti sì che la tinta, un leggero e delicato color albicocca steso apposta irregolarmente, conferiva all'ambiente una calda e soffusa luce.

Sedutasi sul divano Marie rivolse l'attenzione ad una vecchia foto incorniciata sopra il tavolino: una coppia e una  bimba; era Anne pensò, quasi meravigliata dell'ovvia scoperta che tutti sono stati bambini.

Anne ne aveva seguito lo sguardo mentre ispezionava il luogo e gli oggetti, vedendolo indugiare sulla foto della sua famiglia, quasi a suggerirle il punto d'inizio del discorso: “Quella è la mia famiglia, sono rimasta sola che avevo la tua età;  c'era la guerra a quei tempi e purtroppo molta gente morì, anche i miei genitori non ebbero la fortuna di sopravvivere.”.

Si accomodò vicino alla bimba e sistemandole un paio di cuscini dietro la schiena per farla stare comoda percepì che il suo corpo si era rilassato. Una sua capacità naturale, comprendere lo stato delle persone dalla posizione del corpo, da come parlavano, come guardavano;  questa dote l'aveva molto aiutata nel suo lavoro di assistenza.

Marie si sorprese della familiarità che provava adesso con Anne, quasi una sensazione fisica di stare bene con lei, eppure erano passati solo una decina di minuti, quando per anni quella donna le  sembrò di un altro mondo, ma il tempo incalzava e ora che era lì doveva andare avanti, ad ogni costo.

 

Parlarono per un po' di come Anne gradisse quei caldi colori alle pareti  e del motivo di quella grande carta del mondo: “Mi interessa come vivono i diversi popoli. Vedi tutte quelle riviste là sotto, descrivono luoghi che quasi si fatica a trovare anche su quella grande mappa.” - e  prese a sfogliarne una a caso, impreziosita da grandi foto colorate.

Marie si ricordò di averle viste in mano a Jean e che lui cercava soprattutto immagini di fiori strani. Il  tempo trascorreva tranquillamente finché Marie si sentì in grado di riprendere il difficile argomento: “Io tante volte ho fatto dei disastri e tu non mi hai mai punita e nemmeno sgridata, adesso volevo ringraziarti che mi hai sopportato e anche che la mamma e la zia e Patrick mio fratello, possiamo vivere qui perché sei venuta tu. Io so che devo stare attenta con Jean, gli voglio bene, ti giuro che sto attenta di non farlo correre e se lo vedo stanco devo salutarlo, come mi ha raccomandato la mamma, dicendo che dovevo aiutarla a casa se succedeva... ma alcune volte non lo faccio apposta, mi dimentico che non può fare come me, mi sembra impossibile che sta sempre male e che non guarisce come noi... e...” - Anne non fu in grado né volle interromperla, sbalordita e ammirata dalla sensibilità della bambina si rimproverò di non aver saputo cogliere quali sentimenti e dispiaceri si sviluppavano in lei.

Ancora una volta un bambino le faceva toccare con mano i suoi limiti, Marie piangeva e Anne sentì inumidirsi anche i suoi occhi, non sentendosi del tutto meritevole della fiducia che le dimostrava. Ma un bambino si aspetta che un adulto si comporti da tale, senza che si mescolino i ruoli e perlomeno questo poteva assicurarlo.

 

“Marie, tutti i bambini fanno, devono fare dei piccoli disastri, è anche così che crescono e imparano, ma credimi se ti dico che tu hai sempre fatto del bene a Jean; anche se ogni tanto si stanca poi si riposa, non sai quanto la tua compagnia lo aiuta a sopportare le sue cure, a stare molto del suo tempo da solo. Quando arrivi tu per fare i compiti o giocare Jean quasi si dimentica dei suoi problemi ed è come te, un ragazzino come gli altri, anche se dipinge invece di correre.”-

“ Ma io lo so che gli piacerebbe uscire e stare con noi, che vorrebbe fare le cose da solo, deve sempre chiedere per andare da qualche parte.”.

Anne capì che era accaduto qualcosa di importante perché quella bambina trovasse il coraggio di parlarle apertamente di questioni che riguardavano soprattutto Jean; c'era un invito sottinteso a chiederle quali fossero ad esempio quelle cose che avrebbe voluto fare da solo, o dove pensava che volesse andare, ma capiva che lo sforzo sostenuto da Marie per arrivare a darle quell'indicazione era stato il massimo che poteva fare. Lo comprese vedendola muovere le gambe e cercare con lo sguardo una via d'uscita da quella situazione. Aveva solo sette anni ed era riuscita ad arrivare, per l'amicizia che portava a Jean, in un mondo di discorsi da grandi, quasi confrontandosi con lei su cosa fare! 

Doveva lasciarle il tempo di riprendersi, avere pazienza, cercando nel frattempo di individuare cos'era successo che lei, sempre così attenta ai problemi di Jean, si era lasciata sfuggire.

 

Anne si alzò dicendo che era tempo di ritornare nel salone perché di lì a poco sarebbe cominciata la seconda parte della loro festa, quella con i regali e con la visione di un filmino (a quei tempi si usavano pellicole in super 8 e piccoli proiettori come al cinematografo) che i fratelli di Jean avevano spedito per tempo, in cui si vedevano loro e il papà in quei posti dall'altra parte del mondo, dove vivevano. Purtroppo anche quest'anno non potevano venire e una scusa valeva l'altra, questa diceva di problemi di lavoro, permessi in scadenza e così via.

 

Mentre lasciavano lo studio Anne prese a parlare di regali, di nuovi giochi e riviste:

“ Io gli regalo queste cose e altre ne mandano i suoi familiari, ma Jean non chiede quasi niente, dice che non ha bisogno di così tante cose. Sai Marie, mi piacerebbe tanto indovinare un bel regalo da fargli.” - l'esca era gettata e Marie che non aspettava se non di esser pescata per liberarsi del suo peso non se la lasciò sfuggire: “Jean mi ha detto di quel vostro campo là sopra e di quanto gli era piaciuto... quanto erano belli i colori e la lavanda! Mi aveva fatto venire voglia di vederlo e gli ho chiesto come andarci... e lui è diventato di colpo triste. So che ho sbagliato perché è distante e lui non può...” -  Anne, colto il nocciolo della questione, provvide ad affrancare quella gentile creatura dal suo dispiacere dicendole: “... ohh, grazie Marie! È che ho avuto da fare per preparare la festa che me ne sono scordata... di dire a Jean che pensavo proprio di ritornarci e sarei contenta se ci vieni anche tu, così gli stai vicina e io posso rimanere nell'auto come l'altro giorno; magari posso anche leggere, perché mi posso fidare di te.” - “Certo che si può fidare Anne, io non lo lascio solo neanche un momento!!”.

 

Aver visto il volto della bambina illuminarsi felice per il risultato insperato di aver fatto qualcosa per il suo amico, un regalo che lei pur così piccola poté offrirgli, fu anche per Anne un regalo.

Molti non sanno di questo genere di regali e nemmeno immaginano come ci si possa sentire quando ci vengano dati, ma chi anche poche volte se non una sola li abbia ricevuti, difficilmente li scorderà. Quello che vi arriva da un bambino nessun adulto potrà mai eguagliarlo, perché l'adulto non è tutt'uno col suo regalo che per lui è quasi sempre un pensiero se non un ragionamento. Invece il disegno fatto da un fanciullo e datovi in dono è una parte di lui, come intuiscono tutti i genitori che li attaccano in ogni posto della casa riconoscendone il valore.

Il fiore colto ai bordi del campo, scelto secondo criteri a noi ignoti dal bimbo che ve lo porge, è giusto il fiore che va bene per voi, non quello che pensate sia adatto a voi; questo genere di regali apparentemente comuni in realtà sono rari, perché solo quando le circostanze lo permettano ne riceverete uno, per quanto possiate fare non c'è garanzia.

 

Quei pochi giorni furono per Anne ricchi di avvenimenti e scoperte: intravvide qualcosa di Jean che ignorava, anche se ebbe la sensazione che fosse stato più lui a permetterle di scorgerla. Comprese quanto si impegnasse per adeguarsi alla sua condizione, specie ora che, cresciuto, gli stimoli del mondo esterno bussavano con maggior forza alla sua coscienza e ciò nonostante la sua indole riservata rifuggiva dal chiedere, perché quello che certamente avrebbe ottenuto non lo voleva dalla pietà altrui, accettandolo solo dall'amicizia od in cambio di qualcosa fatto da lui, come le meravigliose etichette per la lavanda.

 

La piccola Marie... che scoperta meravigliosa un tale animo oltre alla sua contagiosa vitalità!

Anne non avrebbe voluto aderire così profondamente alla vita che le si  presentò una volta entrata in quella casa.

Una certa forma di distacco le era congeniale, un mezzo passo indietro con il quale si illudeva di fronteggiare gli eventi; ma si accorse che sono gli eventi a decidere per noi, come in questi ultimi accadimenti: mezzo passo indietro e non avrebbe condotto Jean al suo posto “meraviglioso”.

Un altro mezzo passo e Marie avrebbe tenuto per sé i propri e i segreti di Jean.

E invece senza mettere o poter mettere quella piccola distanza ecco un altro mondo disvelato e il dono ricevuto: la possibilità di farne parte, di esserne tutt'uno; cominciava ad avere un senso anche per lei che ciò di cui si ha bisogno possa essere lo stesso di quello che si desidera.

 

Ora occorreva costruire il “meccanismo” che avrebbe permesso di unire i bisogni e i desideri di ognuno, ma per questo genere di cose Anne aveva un vero talento.


                                                              Capitolo 7 - Vacanze


Passarono una decina di giorni dalla festa di compleanno e quel pomeriggio Jean si trovava nel salone, seduto vicino ad una delle grandi finestre; aveva smesso di sfogliare una rivista, ora abbandonata sulle ginocchia, preferendo la vista della distesa di lavanda sferzata dal vento.

Lo affascinava il formarsi e disfarsi veloce delle increspature che ricordano quelle del mare, non molto diverse da quelle che si vedono anche nei campi di cereali.

Ogni coltura produce le sue peculiari forme ma la lavanda e il lavandino oltre al colore hanno la caratteristica forma a cupola dei filari, dovuta al taglio annuale ed è quella forma che aumenta la profondità del fenomeno.

Jean pareva ipnotizzato da quel rincorrersi di onde colorate che di colpo cessavano in una zona per riprendere in un'altra, un effetto che durava il tempo della raffica. Mentre si domandava come poter riprodurre in un dipinto quel vibrare di colori comparve Marie, diretta verso la sua casa;  pur da quella distanza le sembrò leggermente diversa.

 

L'amica cresceva a vista d'occhio come i suoi ondulati capelli castano chiaro, biondi d'estate, che ora le arrivavano alle spalle. La sua vitalità le permetteva, dopo la scuola, di aiutare in casa, incontrare alcuni amici e non ultimo di passare del tempo con Jean che con pazienza l'aiutava nei compiti, oppure le riassumeva notizie lette in varie riviste, anche se lei preferiva dedicarsi a quei giochi di abilità che Anne gli comperava in continuazione.

Mentre lei giocava Jean disegnava o dipingeva un po' in disparte, ma solo dopo che lei glielo avesse chiesto le permetteva di vedere i suoi lavori; questo Marie lo sopportava malvolentieri, perché non aveva nessun imbarazzo e si aspettava la stessa cosa da lui.

Il motivo della restrizione è che Jean oltre a produrre le sue caratteristiche etichette usate per le spedizioni di lavanda, di quando in quando, in altri fogli sotto a quelli in esecuzione aveva preso a ritrarla. Questo non lo disse mai temendo che la cosa potesse essere mal interpretata; fin che lo teneva per sé, una specie di studio sulla figura, non c'erano problemi, anche se gli sarebbe piaciuto mostrare quei lavori all'amica.

 

Mentre si avvicinava all'entrata pensò a cosa fare con lei, forse era il caso di aiutarla a riprendere confidenza con i compiti per la vacanze, oppure... ma  il filo dei suoi pensieri si interruppe al vedere Anne raggiungere Marie e lei salutarla amichevolmente, quasi senza quel senso di rispetto, di distanza che lui conosceva bene.

Era sempre stato molto attento a come si comportava con lei, cercando di cogliere il momento giusto per qualche attività o prendere commiato; pur così giovane aveva sviluppato un'intuizione rispetto alle altre persone, per proteggersi a volte dall'invadenza, dall'insensibilità, o per non dipendere da loro.

Ma accadevano tante cose e così velocemente quell'estate che Jean ne provò un misto di timore e di eccitazione. In quello stato andò ad aprire la porta, attendendosi di vedere la sua amica, ma ebbe una sorpresa, c'era Anne!

 

“Ciao Jean, scusa se ti rubo un po' del tuo tempo ma devo parlare con te di alcune cose.” - “Proprio adesso, Anne?” - e si sentì nella voce il timore che potesse essere accaduto qualcosa, o peggio che si dovesse parlare delle sue cure. - “Niente di cui preoccuparsi”- lo rincuorò in fretta. - “Però non voglio tirarla per le lunghe e vengo subito al dunque, a patto che tu mi ascolti.” - “Ma io ti ascolto sempre!” - intervenne Jean. - “... mi ascolti e mi dia una mano.” - “Per  cosa, Anne?” - domandò. - “Per fare un po' di vacanza!” - gli rispose con un bel sorriso Anne. - “Un po' di vacanza? Per andare dove? ” - “Ecco, qui devi darmi una mano, perché non riguarda solo noi, ma anche Marie e ovviamente la sua famiglia se sarà d'accordo.” - Jean ascoltò sorpreso Anne riferirgli del colloquio con l'amica e di come aveva pensato di unire gli interessi di tutti.

Man mano che ascoltava nascevano in lui diversi stati d'animo: riconoscenza per la fiducia che Anne dimostrava nei suoi confronti parlandogli apertamente di altre persone, stupore per la forma presa dai suoi desideri, ma al di sopra di  tutto lo pervadeva quella sensazione così sfuggevole di  felicità!

 

Anne si era data proprio da fare, in una sola settimana aveva affittato dal fattore il cabanon vicino alla loro proprietà e come prima cosa fece livellare la strada sterrata, sì che divenne agevole da percorrere. La piccola costruzione fu risistemata completamente: l'unica stanza fu ripulita, ridipinta e divisa con un tramezzo di legno. In una metà trovò posto un tavolo con delle seggiole e in un angolo un ripiano con un piccolo lavabo e delle stoviglie; nell'altra due piccole brandine e una mensola fissata al muro.

Volutamente non c'era altro, sarebbe stata la fantasia dei ragazzi a personalizzare il posto.

Per l'acqua era stata posizionata sul solaio, non agibile per via dell'altezza, una piccola cisterna; non mancava neppure l'illuminazione garantita da una batteria d'auto ed era stata riattivata la fossa per gli usi igienici addossata alla costruzione, sul retro, installando un servizio moderno. Pareti con nuove assi di legno e una porta garantivano la necessaria riservatezza.

 

Forse uno dei desideri più comuni per tutti i ragazzi è quello di avere un proprio luogo, magari costruito da sé, oppure adattando allo scopo un ripostiglio, una soffitta od almeno un angolo di una stanza. Ma l'importante è che sia confacente alle loro misure.

Quel cabanon sperduto tra i campi con nessun'altra costruzione in vista era un avamposto ideale, ai confini del mondo conosciuto.

Anne andò più volte a visionare la costruzione, per renderla adatta ad ospitare Jean in condizioni di sicurezza e si sentì sempre più attratta dal posto, tanto che si domandò se quel lavoro venisse fatto solo per lui. Si rese conto che non solo bisogni e desideri a volte diventano una cosa sola,  ma anche che quelli altrui possono divenire propri e viceversa.

 

Claude (la madre di Marie) fu informata di tutto il progetto;  Anne le disse di ritenere una buona cosa per la salute di Jean allontanarsi da casa ogni tanto e non per andare in quell'altro solo luogo che purtroppo era costretto a frequentare.

La compagnia di Marie, sempre che fosse d'accordo, permetteva ad entrambi di continuare a fare le cose quotidiane, magari in presenza anche di altre persone della famiglia, quando possibile.

L'idea iniziale era di andarci qualche volta durante la settimana, specie d'estate e in uno di quei giorni raccogliere sul posto la lavanda per le cooperative, comunque i problemi sarebbero stati risolti man mano.

Mentre tutta la faccenda prendeva forma Anne per la prima volta realizzò che la sua vita, quella di Jean e di tutte le altre persone della famiglia ruotava intorno a quella pianta, la lavanda: Juliette, la madre di Jean, l'adorava e aveva dato disposizioni affinché nella proprietà prospiciente la casa non venisse mai sostituita; Jean associava quelle distese colorate alla madre e a sua volta ne era più che attratto, una vera passione.

Anche se non furono le spighe di lavanda datele da Jean nel centro medico a farla decidere,  ebbero comunque una parte. Gli stessi familiari di Marie grazie a quelle colture poterono continuare a vivere in quei posti.

Per giunta, pensò Anne, le risposte che seppe trovare a situazioni difficili avevano ancora a che fare con quel fiore.

Adesso comprendeva anche esperienze diverse, ad esempio il rispetto e la gratitudine per il mare provate dalle persone che vivevano delle sue risorse; per le quali non era solo una parola o un magazzino da svuotare, ma un'entità viva con cui andare d'accordo.

Oggi che in quasi tutto il mondo si è rotto l'equilibrio per il troppo sfruttamento, a troppe di quelle genti è venuto a mancare il senso del loro vivere.

 

Finalmente venne il giorno di andare a visitare quel posto per le vacanze: Anne e Claude sui sedili anteriori, i ragazzi dietro con un cesto contenente una merenda a base di formaggi di capra, pane e frutta di tutti i tipi. Purtroppo non ci fu verso di convincere Patrick a seguirli: ritornato per le vacanze da Marsiglia, dove studiava e viveva da una zia paterna, si sentiva ormai grande per la compagnia della madre e dei ragazzini.

 

Nel breve viaggio in auto crebbe l'eccitazione dei ragazzi, impegnati ad immaginarsi com'era quel posto. Mentre Marie già pensava a cosa poterci fare all'interno, a Jean non pareva vero di tornare a rivedere i gialli campi di cereali e la pura lavanda, che la prima volta gli aveva rivelato qualcosa.

Le aspettative furono ampiamente superate dalla realtà: il vento aveva ripulito il cielo da ogni altra cosa che non fosse il suo originario color blu; il calore era gradevole e il silenzio assorbiva l'insistente richiamo delle cicale. Un senso di pace li avvolse indistintamente e anche Claude, di solito sempre indaffarata, sedette tranquilla all'esterno del cabanon all'ombra di una giovane quercia, cresciuta per suo conto addossata al muro laterale senza aperture.

Pian piano scivolò nei ricordi della sua vita, rivedendo anche quanto di bello le offrì, cosa che non le accadeva spesso.

 

Marie entrava e usciva dalla casetta per verificare la possibilità di realizzare le molte idee che le frullavano in testa, ma poi si quietò e sedette vicino alla madre giocando col niente di qualche stelo e alcune foglie, mentre Anne che si era accomodata su una sedia nella cucina prese a sbrigare del lavoro amministrativo arretrato.

Jean camminò attorno alla costruzione rientrando dopo poco per parlare con Anne: “Hai capito che qui mi sento bene e hai realizzato tutto questo senza che te lo chiedessi. Non ho conosciuto mia madre, ma quanto fai per me credo solo lei ne sarebbe stata capace.” - Anne fu quasi sopraffatta da quella dichiarazione e non potendo sottrarsi alla commozione lo abbracciò dolcemente, ricambiata dal ragazzo, insolitamente commosso.

Qualcosa nel tono e nelle parole le dettero la sensazione di un cambio di registro, come se, giunto il momento, avesse aperto per lei una porta sul proprio mondo interiore.

Ma non era tempo di approfondire la questione, nell'ora che ancora rimaneva era previsto uno spuntino e una piccola passeggiata tutti assieme.

 

Da quel giorno Jean accettò senza riserve la propria condizione, smise di confrontare il suo stato di salute con quello degli altri e quando stava male attendeva paziente che passasse.

Non mancava di ringraziare in cuor suo quanti lo aiutavano e gli volevano bene.

In lui iniziò a svilupparsi un forte  desiderio di ricambiare, la sua riservatezza e il timore di un contatto troppo stretto con le persone scomparvero.

Pur conoscendo da anni tutti loro quello che sentiva adesso era una cosa nuova; esprimendolo in metafora era come se un anello di una catena improvvisamente potesse vedere tutti gli altri,  rendendosi conto di come un suo movimento influiva su essi e viceversa, dovunque andasse e cosa accadesse a quella catena riguardava tutti gli anelli che condividevano un medesimo destino.

 

Capitolo 8 - Un'ombra nel giardino

 

Da allora quel luogo divenne familiare ad ognuno, compresa la discreta zia Catherine che  preferiva andarci solo nel giorno di raccolta della lavanda, non  lasciandosi convincere a perdere tempo senza un qualsiasi lavoro da svolgere .

Marie aveva personalizzato (come diceva Anne) il posto e nessuno ebbe a dire qualcosa dei suoi mazzetti e nastrini sparsi ovunque.

La ragazzina chiese insistentemente a Jean di dipingere il tramezzo di legno fra le due stanzette, dalla parte della cucina. Non fu un'impresa facile perché, da perfezionista qual era, comprendeva l'inadeguatezza dell'acquerello per quel compito e il passare ad altri colori senza padroneggiarne la tecnica lo imbarazzava; inoltre non poteva usare quelli ad olio per via dell'acquaragia che gli aveva dato problemi.

Rimase indeciso sull'uso delle tempere fino alla riscoperta delle cere a pastello in grado di coprire  quel fondo grezzo senza doverlo prima preparare e senza perdere in luminosità.

Dopo interminabili prove finalmente cominciò ad impostare l'opera, esattamente quello che si vedeva dalla  finestra: lavanda, cereali, siepi, alberi e la montagna sullo sfondo.

Marie rimase meravigliata della sua capacità di delineare ogni particolare con sensibilità e precisione; se ne stava lì a guardarlo mentre le sue dita delicate ma ferme tracciavano segni o riempivano sfondi  man mano rinforzati con successive passate, quasi come una tempera.

Il risultato si coglieva appieno da un paio di metri di distanza e sbalordì Anne, Claude e la stessa Catherine, la quale ammise che quello non era stato perdere tempo.

Si decise di non parlare con altri del quadro perché la bellezza e il grande formato, uniti alle voci del talento del ragazzo che già circolavano a causa delle etichette, lo avrebbero reso appetibile a qualche malintenzionato.

 

A Jean piacevano gli animali ma gli era stato consigliato, con suo disappunto, di non avvicinarsi troppo. Durante quel lavoro, osservando dalla finestra il suo soggetto, alcune volte gli parve di vedere una massa scura muoversi ai confini della proprietà, dove la lavanda selvatica cresceva tra le rocce. Tuttavia la distanza era troppa pur per la sua buona vista e chiese all'amica di guardare a sua volta: “Dove devo guardare?” - “In fondo tra le due grandi rocce, con la lavanda che copre parte di quella a destra.” - “Sì Jean, sembra ci sia qualcosa di nero che si sposta piano, se esco e mi avvicino da un'altra parte forse lo vedo meglio.” - “Eh! No, no... se fosse pericoloso, un cinghiale, un cane selvatico... non possiamo correre rischi, potremmo non tornare finché pensano che ci sia pericolo!” - “Ma Jean, è troppo piccolo per essere quello che dici, pare più un gatto.” - “Chatnoir!” - esclamò Jean e Marie lo guardò stupita per l'eccitazione con cui lo disse. - “È un gatto! Forse sente che non deve avvicinarsi, perché sono sensibile, allora rimane distante e intanto si fa appena vedere, ma solo da noi. Dobbiamo fargli capire che l'abbiamo visto, prima di andarcene andremo a mettere un po' di formaggio tra quelle rocce.”.

Marie che sapeva del problema di Jean con gli animali fu contenta della possibilità, anche se per lei quella era ancora un'ombra nera, e anche fosse stato un gatto forse era di passaggio, ma ugualmente Jean gli aveva già dato un nome!

In alcune situazioni la certezza del suo amico la impressionava, lei era sempre così indecisa.

Fecero quanto progettato, anche se a Marie quell'intero tomino di capra lasciato sulle rocce parve uno spreco; ma Jean fu irremovibile e non le consentì di ridimensionarlo!

 

Il timore che si verificassero situazioni incontrollabili teneva Anne sulle spine; per quanto possibile ogni evenienza e i conseguenti provvedimenti erano stati ben studiati, ma solo dopo diversi soggiorni lassù si sentì finalmente tranquilla.

Jean trascorreva la maggior parte del tempo all'interno del cabanon; quando ne sentiva il bisogno si riposava sulla brandina proprio davanti a una finestra che dava sulla lavanda.

Ogni tanto usciva e si sedeva all'ombra della quercia. Un paio di volte faceva una passeggiata sino al margine della coltivazione: la più lunga accompagnato quasi sempre da Marie, quella breve - mai più di una dozzina di minuti - volle sempre farla da solo.

La cosa  veniva interpretata in vari modi, ma Anne era sicura che nessuno di questi fosse quello giusto.

 

Nel giardino della grande casa Anne iniziò a coltivare varie specie di fiori, una vecchia passione  mai soddisfatta prima di arrivare in quel posto, per la mancanza dell'ingrediente fondamentale: un giardino od almeno una terrazza.

Qui di terra ne aveva quanta voleva e i suoi fiori contribuivano al colore del luogo, precedendo e seguendo la fioritura della lavanda. Per prime scelse le rose tra le quali prediligeva le varietà profumate e antiche anche se non rifiorenti, trovò la giusta collocazione per una splendida rosa Alba che ricoprì un basso muretto in mezz’ombra.

A chi non ha mai avuto modo di odorare i suoi splendidi fiori colmi di petali rosa tenue lo consigliamo vivamente; dal canto suo Anne poteva farlo anche per un minuto di seguito e man mano che i recettori del naso si saturavano dell'essenza principale riusciva a distinguerne anche le altre componenti. Il mondo degli odori, dei profumi, è altrettanto meraviglioso di quello dei colori.

Via via aggiunse altre rose finché Jean le chiese perché non provasse anche altre specie, mostrandole una rivista con foto di innumerevoli piante.

Già, pensò Anne, perché solo rose? Ed ecco diversi tipi di aquilegie, viole, salvie, timo, lamio, semprevivi...  digitali, zinnie, muscari, crochi, giacinti, iris, tulipani, anemoni, ellebori; l'umile pulmonaria che tollera le zone in ombra fiorendo abbondantemente dove la maggior parte non vi riesce e la borragine dai fiori azzurri che pare non finiscano mai.

La fusione di forme e colori crearono un'armonia che è l'ambizione di ogni giardiniere.

 

Un giorno d'estate Anne e Jean camminavano nel giardino facendo qualche sistemazione l'una e osservando minuzioso l'altro.

“Anne, guarda questi insetti (bombi). Pur così pesanti con le loro piccole ali volano precisi tra i fiori e competono con le api a cui tutta la lavanda sembra non bastare!”. Anne li vide indaffararsi   

soprattutto sulla bordura di nepeta che già si diffondeva da sé prediligendo, con suo disappunto, le fessure tra i mattoni usati per il sentiero, semplicemente appoggiati su ghiaino.

Poiché le piantine crescevano bene e le dispiaceva eliminarle, cominciò quel lavoro senza fine di estrarle delicatamente e metterle nei vasetti, facendole ben sviluppare prima di ricollocarle.

In una zona aveva messo le aromatiche tra cui la maggiorana, pianta non appariscente se non quando, fiorendo, si slancia in steli ricchissimi di fiorellini rosa che si aprono senza sosta per lungo tempo, formandone ancora alle ascelle quando sembra giunta al termine.

Anch'essa trovò l'ambiente ideale diffondendosi per metri, tanto che pensò di contenerla drasticamente salvo rinunciarvi vedendo Jean in contemplazione di quell'universo di api, bombi e di molte specie più piccole, nonché innumerevoli farfalle giallo chiare, azzurrine e altre ancora, tutte a vivere del nutrimento prodotto dalla generosa pianta.

Anne adesso vedeva i fiori per quello che erano, un anello di una più ampia catena che unisce tutta la vita; non fosse stato per Jean starebbe ancora a ricercare eleganti geometrie fiorite, tuttavia incapaci di sostenere quella piccola meravigliosa comunità di insetti volanti che si ripresentava puntuale ad ogni stagione.

Alla maggiorana, alla nepeta e a tutte le altre specie che vide loro gradite fu permesso di espandersi; l'armonia del giardino divenne di un ordine superiore, ben oltre la semplice assonanza di forme e colori.

Anne e Jean trascorrevano diverso tempo ad osservare, seduti su una panca di legno, quella vita volante; se ne sentivano responsabili e non l'avrebbero scambiata col più bel giardino al mondo.

 

Jean non aveva potuto verificare se il presunto gatto avesse accettato la sua offerta, perché quella settimana ripercorse la strada del suo personale calvario per i consueti accertamenti medici.

Anche stavolta, come le altre, sopportò la confidenza che altri avevano col suo corpo a cui non riuscì mai d'abituarsi; sapeva che era necessario, ma da tanto non si sentiva così bene, come rivelarono anche i risultati degli esami, per una volta decisamente migliorati.

Anne ne fu felice quanto lui, temeva che un riscontro negativo potesse associarsi alle loro gite, certo brevi e in un ambiente sicuro, ma i medici avevano pur sempre sconsigliato ogni movimento se non indispensabile.

A quella parola, “indispensabile”, si era aggrappata per l'ultima decisione in merito al  lieu de vacances, come l'avevano chiamato; la decisione fu giusta, gli altri fattori non farmacologici che concorrono alla salute avevano funzionato, almeno per il momento.

La prospettiva di un periodo sereno fu una novità che quasi le fece mancare le forze; la responsabilità di cui si era fatta carico, fidandosi della propria intuizione, era stata al limite delle sue capacità. Anche se non doveva render conto a nessuno delle sue azioni un tale errore di valutazione non sarebbe passato inosservato.

Fortunatamente tutto andò più che bene e Jean prima del ritorno (un viaggio inframezzato dalla sosta in una pensione) non mancò di dirle che per tante cose lei ne sapeva più di loro, les médecins...

 

Ogni volta che Jean partiva calava sull'altra famiglia, quella di Marie, un'atmosfera di preoccupata attesa; nei fatti erano un'unica famiglia che solo le abitudini e le convenzioni portavano a vivere separatamente, ma quando uno aveva dei problemi tutti ne condividevano ansie e timori.

A Claude, già separata dal  marito e senza il figlio Patrick allontanatosi presto da casa per seguire la sua strada, quell'unico maschio - Jean - riusciva a trasmetterle la sensazione di unità familiare a cui teneva più d'ogni altra cosa. Senza dirlo conviveva con quella stretta continua allo stomaco sino al liberatorio ritorno del ragazzo.

Catherine dal canto suo metteva in pratica quanto cristianamente le avevano suggerito per propiziarsi la benevolenza dei santi nei confronti di un sofferente.

Marie non sarebbe diventata la ragazzina di adesso senza il rapporto costante con l'amico, da cui ricavava la sicurezza che non trovava nella sua famiglia segnata da troppe difficoltà.

Così il suo ritorno e le buone notizie furono simili ad una benedizione per tutti loro.

 

Tuttavia decisero di attendere dei giorni prima di un'altra gita al lieu de vacances, così Jean trascorse più tempo nel giardino. Un pomeriggio era lì con Marie che gli chiedeva cosa mai gli facessero nel posto dove andava, ma egli evitava sempre i particolari dicendo solamente che una macchina gli faceva delle analisi e che doveva aspettare, aspettare... sfogliando riviste per far passare il tempo.

Stavolta la ragazzina era determinata a saperne di più e stava per ritornare a chiedere, quando fu zittita da un gesto repentino di Jean che si portò l'indice alla bocca nel segno di non parlare, contemporaneamente con l'altra mano gli indicò un punto sul fondo del giardino, dove una siepe lo separava dalla stradina in salita.

Marie si accorse di un movimento senza riuscire a distinguere cosa fosse. “Che cosa hai visto, Jean?” - gli bisbigliò all'orecchio. - “Chatnoir!” - rispose lui sicuro. - “Ma Jean, se quello al lieu  de vacances era davvero un gatto non può essere venuto fin qua!” - “Perché no?” - “Perché è troppo distante, non può conoscere la strada!” - “Noi sappiamo poco degli animali, ho letto che anche quelli domestici fanno delle cose incredibili, di quelli quasi selvatici sappiamo ancora meno.” - “No Jean, non ci credo.” - rispose, ma intanto quella massa ora si delineava chiaramente nella forma di un gatto nero che si accovacciò continuando a fissare lo sguardo nella loro direzione.

Un leggero movimento fece incontrare un raggio di luce filtrata dagli alberi al suo occhio giallo che lampeggiò nell'ombra; anche Marie lo vide, ma avrebbe preferito due gatti piuttosto di uno che li poteva seguire.


Capitolo 9 - Colori

 

Le migliorate condizioni di salute di Jean gli permisero per gli anni seguenti una maggiore autonomia e un certo grado di libertà; non avendo bisogno di un controllo continuo poté muoversi, seppur entro i confini della propria isola, decidendo luogo e tempo per farlo.

Era una novità nella sua vita e stette bene attento a non abusarne per non vedersela sfuggire. 

Non s'illudeva sul futuro, aveva dodici anni ma pensava e ragionava ben oltre la sua età; ora che il destino gli permetteva quanto non avrebbe mai sperato, era giunto il momento di conoscere fin nei minuti particolari la sua isola.

Fu un sollievo per Marie non dover rammentare troppe cose quando stava con l'amico, era sufficiente tenerne a mente solo alcune: non correre, attenzione agli oggetti appuntiti, chiamare subito in caso di problemi.

Quella normalità nelle amicizie e in casa contribuirono a rinforzarne la mente; vecchi traumi legati al comportamento del padre persero molta della loro forza e acquistò maggior fiducia in sé e negli altri.

Anne poté disporre di più tempo che dedicò, oltre alla cura del giardino, ad approfondire argomenti che il procedere dell'età presenta alle persone interessate al senso dell'esistenza.

Una parte di quel tempo lo impiegò in qualcosa che non si sarebbe aspettata, ma non stava a lei decidere se all'interesse per gli altri potesse unire l'interesse degli altri per lei. Quando qualcuno nei modi e nei tempi opportuni glielo rivelò, pur sorpresa dall'entrata dei sentimenti nella sua vita, seppe trovare un punto d'equilibrio che manteneva l'uno senza escludere l'altro.

 Claude e la sorella Catherine non desideravano altro che quella tranquillità e il ripetersi, mese dopo mese, stagione dopo stagione, delle ricorrenti attività di lavoro e vita quotidiana.

Quello che viene fatto abitudinariamente per lunghi periodi di tempo, quando si ha l'occasione di ricordarlo lascia un po' disorientati: vien da chiedersi se davvero non c'è stato altro che quell'avvicendarsi di impegni, lavori e gesti conosciuti e così poca traccia nella memoria.

La vita che non ricordiamo è quella che abbiamo vissuto.

Quella che ricordiamo è fatta di desideri non realizzati quanto di esauditi, di speranze in attesa o già deluse, di spostamenti e pause.

In un solo giorno se non in un'ora siamo impegnati in molte cose: sensazioni e gesti a volte estremi, viaggi e incontri di ogni tipo, amicizie, rancori, amori, sforzi.

Di questa vita e del suo indelebile ricordo nella memoria abbiamo bisogno quando non viviamo, quando il nostro sentirci bene od almeno tranquilli non è qui ma da un'altra parte, in un tempo passato o da venire.

È la vita che quasi tutti noi conduciamo normalmente, non rendendoci conto che preclude quella vera, dove qualsiasi cosa  stiamo facendo non porta con sé il pensiero che potrebbe essere meglio e non ci preoccupa che passi il giorno senza aver letto, scritto, fatto o amato.

Il giorno è passato e avete fatto solo quello che dovevate, avete bevuto un caffè al mattino e non ricorderete domani com'era; non ce n'è bisogno, ci sarà un altro caffè oppure qualcosa di diverso, non serve ricordare i mille caffè bevuti per gustare quello che berrete adesso.

 

Jean si alzava molto presto: riposandosi ad intervalli durante il giorno, la notte gli erano sufficienti non più di sei ore. Beveva un po' di the leggero e addolcito mantenuto caldo in un grande thermos dotato di rubinetto, accompagnandolo con qualche biscotto secco.

Una comoda poltrona vicino alla finestra che dava ad est era il suo posto preferito in attesa del risveglio di Anne, raggiungibile nel caso con un campanello elettrico.

Durante i mesi della fioritura della lavanda attendeva da lì che il sole la illuminasse: era quello il mare che circondava la sua isola.

L'alba è sempre uno spettacolo in un ambiente che sia stato rispettato dall'uomo ma, stranamente, pochi ne fruiscono. Dei fortunati che si trovano nel posto adatto solo alcuni ne hanno il tempo a causa del lavoro o del riposo; a quasi tutti loro sono i problemi quotidiani a togliere l'interesse e ai rimanenti ci pensa l'abitudine.

Accade lo stesso per un cielo stellato. In questi posti circondati da campi, siepi e colline quante se ne voglia, fortunatamente l'uomo ha risparmiato il suo desiderio di luce notturna così che quella delle stelle, anche in virtù di un'aria ripulita da un vento quasi quotidiano, vi giunge nitida e di una profondità senza pari, cosa assai apprezzata dagli osservatori astronomici presenti.

Eppure per gli stessi motivi quest'altro grandioso spettacolo, completamente gratuito, conta meno spettatori di una qualsiasi pubblicità televisiva.

Qui la poca umidità dell'aria riesce raramente durante la notte a condensare sulla vegetazione, nonostante il forte abbassamento della temperatura. Al mattino le piante oltre a non aver potuto  assorbire dalle radici la preziosa acqua, non ne sono neppure rimaste inumidite nella parte aerea e senza alcuno scudo sono via via investite dalla crescente radiazione solare.

La lavanda dà il meglio di sé dove le altre piante iniziano a cedere. La sua lunga fioritura negli aridi mesi estivi non ha rivali; forse tale resistenza si può spiegare con gli oli essenziali che trasudano diffondendosi nell'aria circostante, con le cere e resine che proteggono lo stelo e le filiformi foglioline, o forse c'è dell'altro ancora da comprendere.

Ma vi è un'altra cosa stupefacente, per chi si sia dato il tempo e la pazienza di osservarla attentamente: la risposta della lavanda alla luce solare, sia quando ne viene investita che quando ne viene abbandonata; laddove le aree coltivate sono estese l'effetto è esaltato.

Questo era lo spettacolo preferito di Jean che attendeva con pazienza l'arrivo del sole, cercando di  afferrare il momento in cui il colore dei fiori cambiava.

Detta così pare una cosa semplice, ma volendo anche questo fenomeno ha una interpretazione scientifica: diversa inclinazione dei raggi solari nell'attraversare l'atmosfera, differente assorbimento delle frequenze luminose e altro ancora.

Ma c'è un problema con le spiegazioni, scientifiche o di altro tipo: quando le abbiate comprese e fatte vostre tanto da poterle esporre correttamente, avrete finito di osservare e forse di essere ancora interessati ad approfondire.

La spiegazione filtrerà l'esperienza dandole il suo proprio colore, come lo fa un vetro colorato per la luce bianca. Diventerà difficile accorgervi delle variazioni dovute alla diversa maturazione delle spighe o di come i colori cambino durante il giorno.

Qualcuno dice che l'osservare qualcosa (un fenomeno) influisce su di esso: come, tanto o poco non  possiamo saperlo, perché non conosciamo come sarebbe senza quell'osservazione.

Questo enunciato, conosciuto come principio di indeterminazione di Heisenberg e validato come teorema per il mondo dell'infinitamente piccolo (particelle e onde), forse ha un suo riscontro, tutto da dimostrare, anche alla nostra scala di misura.

L'esempio che useremo non ha niente di scientifico, prendetelo come un gioco: se  usiamo una torcia elettrica per illuminare un gatto di notte capiamo bene come quella luce abbia un effetto sull'animale, se non su tutta la sua massa (il gatto si sposta) almeno sulla sua pupilla, o sul manto di cui distinguerete il colore. Bene, levate la torcia e riguardatelo (magari con difficoltà); forse il gatto anche questa volta si muove e voi giustamente pensate che in qualche modo, pur senza il disturbo della luce, si è accorto della vostra presenza. Se invece rimane? Potreste dire che non si è accorto di voi e che non l'avete influenzato... e se invece il gatto rimane proprio perché si è accorto di voi? Non ne verrete a capo, proprio come Marie per Chatnoir. 

Anche quel mattino Jean preparò il suo comodo posto in prima fila davanti alla finestra; mancava ancora una mezz'ora al levar del sole e si accingeva ad aprire le spesse tende oscuranti, trattenendosi questa volta dal farlo completamente.

L'ampia prospettiva cui era abituato comprendeva parte della corte della casa con la cappella privata sulla sinistra, la zona del giardino che si prolungava verso est, l'ampio declivio coltivato a lavanda proprio davanti e molto più in là un tratto pianeggiante attraversato dalla strada. Quindi  le colline riprendevano a salire sino al cielo da cui sorgeva il sole.

Dell'intero quadro la distesa fiorita ne occupava un quarto.

Era chiaro e non ebbe difficoltà a regolare a destra e a sinistra le tende quel tanto che bastava ad inquadrare la visione del solo campo di lavanda; per i margini superiore e inferiore usò del cartoncino bristol nero che assicurò ai drappi con delle mollette.

Ora su quell'approssimato schermo l'unica cosa che poteva vedere era un ritaglio della distesa fiorita, una chiazza colorata che a causa della distanza appariva quasi omogenea.

Regolò con cura la posizione della poltrona e, un po' affaticato da quella preparazione, si accomodò. Il sole stava quasi per sorgere ma qualcosa ancora non lo convinceva... 

Il vetro della finestra toglieva luce e non era proprio liscio, si distinguevano zone con differenti densità; si convinse che era meglio aprirla, ma dovette combattere contro il desiderio di riposo del suo corpo per alzarsi e compiere gli ulteriori aggiustamenti.

Per lui fu un notevole sforzo: togliere i cartoncini appena fissati, spostare le pesanti tende facendole scorrere sui loro bastoni, aprire la grande finestra e riposizionare tende e cartoncini, controllando la lama di luce del sole che cominciava a scendere dalla collina velocemente.

Fece appena in tempo e soddisfatto del risultato quasi si lasciò cadere sulla poltrona, pronto ad  immergersi in quella visione senza altre distrazioni, favorito dalla tranquillità che regnava nella casa e all'esterno.


Ora il nostro compito diviene arduo perché dobbiamo parlare di colori, pur tenendo conto della sensibilità di ognuno e anche della differente risposta dei due occhi; ma prima ancora dovremo intenderci sul colore.

Anche se con differenti graduazioni quelli che ci sono stati spiegati come i componenti della luce - rosso, arancione, giallo, verde, blu -  sono nomi che quasi tutti noi associamo concordemente ai rispettivi colori percepiti, ma oltre il blu si apre il mistero dell'indaco e in parte del violetto.

Per quest'ultimo riusciremo a metterci d'accordo, ma per l'indaco?

Cercandone la descrizione potrete trovare: come il cielo di notte senza luna. Anche un'indagine approfondita, usando scale cromatiche comparative ricche di innumerevoli gradazioni, ci lascerà interdetti, quasi non ci fosse un'interpretazione comune.

La  storia della ricerca di pigmenti per ottenere questo inafferrabile e prezioso colore è  interessante: dall'India di 4000 anni fa, alla Cina, Giappone, Corea, Indonesia, America del nord e Francia per finire con la chimica di Baeyer del 1900 che ha permesso di produrne di sintetico a basso prezzo.

Ma queste tinte, ottenute in passato e ancor oggi dalle piante, per quello che possiamo osservare sono dei magnifici, splendidi blu (salvo forse l'indaco lavorato dai Tuareg africani).

Non trovate strano che ancor oggi - pur con l'incredibile sviluppo di mezzi tecnici  che permettono di espandere e manipolare immagini e colori all'infinito - uno dei magnifici 7 colori sfugga ad una precisa definizione? (Non intendiamo definizione tecnica, quella ad esempio basata sui rispettivi valori nella scala RGB rosso-verde-blu, che andrebbe sostituita con RGV rosso-verde-violetto se ci riferiamo, come dovrebbe essere, ai recettori nell'occhio per il quale il blu non è un colore primario, mentre lo è il violetto.).

Anche se potete visualizzare 32 milioni di colori in uno schermo avrete sempre a che fare col vostro occhio, per il quale una così ampia possibilità è senza significato.

Le spiegazioni scientifiche del fenomeno della vista ci raccontano di come l'evoluzione abbia prodotto complessi apparati organici che permettono l'esperienza di quel meraviglioso senso. Servirebbe un altro libro solo per aggiungere una goccia d'acqua all'oceano di quanto finora scritto sull'argomento; per i nostri scopi ci è sufficiente evidenziare che il vedere, al pari di ogni altra esperienza, è soggettivo, essendo il risultato di un processo, di un'interazione tra voi e quello che osservate.

Di questa interazione scrisse Goethe nella sua teoria dei colori.

L'occhio ricrea il colore opposto (complementare) a quello percepito: se guardate per un certo tempo un disco nero e spostate lo sguardo vi apparirà un disco bianco e viceversa; così per i colori: un disco giallo produrrà un'immagine violetta, uno azzurro l'arancio, per il verde avrete il porpora (viola) e viceversa.

Egli interpretava il fenomeno come la risposta dell'occhio per riformare la totalità (della luce).

In precedenza, nel XVII secolo Newton, uno dei più grandi scienziati di tutti i tempi, elaborò la famosa teoria corpuscolare della luce che considerò costituita da minuscole particelle.

Come tutte le teorie anch'essa non fu definitiva, dovette confrontarsi con quella ondulatoria (la luce che si propaga è paragonata ad un'onda simile a quelle del mare), in seguito con la teoria elettromagnetica e quindi quella quantistica. Quest'ultima in qualche modo integra le precedenti, sciogliendone alcune ambiguità e indicando la duplice natura della luce che può considerarsi sia particella (materia) che onda (energia).

Ma Goethe, insigne umanista del  XVIII secolo, seppe interpretare in modo molto diverso e originale il fenomeno luminoso.

Quello che scrisse (la teoria dei colori) ancor oggi è poco conosciuto, seppur presenti una successione di elementi interpretati con coerenza. Chi fosse interessato dovrebbe vedere da sé cosa vi sia di valido. Riteniamo interessante anche il solo inizio dell'opera, che luce e oscurità nella loro inscindibilità originino i colori, con l'occhio parte attiva in questo processo: è significativo che all'organo della vista venga riconosciuta la sua importanza.

Un organo tanto studiato quanto misterioso.

Ad esempio oggi la scienza conosce che ad ogni energia (lunghezza d'onda) della radiazione luminosa è associabile un colore percepito dall'occhio, ma non è vero il contrario.

Infatti, a causa dei recettori cellulari della retina (i coni) diversamente sensibili alle componenti colorate della luce, due diverse energie colorate che li sollecitino allo stesso tempo vengono interpretate dal cervello (che li somma) come un nuovo colore!

Si possono fare esempi riguardanti l'udito (e chissà, forse anche gli altri sensi).

Goethe non considerava, data la sua epoca, il ruolo del cervello umano che se da un lato complica la faccenda dall'altro la semplifica, perché oggi iniziamo a comprendere l'interazione tra chi guarda e la cosa vista,  non risultando più inverosimile l'influenza  reciproca.

Se davvero è così - non solo nell'esperienza visiva ma in tutte - ci saranno per ognuno delle differenze, benché minime, nello sperimentare la stessa cosa.

Ad esempio un colore, in particolare l'indaco.

Ognuno lo descrive diversamente, c'è chi non ci riesce affatto e chi non sa della sua esistenza.

È un colore al confine tra la concretezza del mondo materiale (dal blu al rosso) e quello energetico e immateriale (violetto e oltre).

Ci sono colori che sono stati usati nel tempo per connotare particolari qualità e l'iconografia che appartiene alle varie tradizioni religiose nell'usarli vi si attiene. A titolo di riferimento citiamo una sola opera (importante) della tradizione cristiana che rappresenta perfettamente quello che intendiamo: l'icona della trinità di Rublev.

Nella splendida opera sono disposti in un ordine rigoroso e simbolico tre angeli che raffigurano la trinità:

- il padre indossa una tunica blu, colore associato alla divinità, sopra a questa un mantello lilla connotato al mistero e alla trascendenza (quest'ultimo colore non facilmente distinguibile nell'originale riappare aumentando in una riproduzione il tono blu);

- il figlio veste una tunica ocra a significare la sua natura umana e ha appoggiato solo su una spalla un mantello blu, segno della natura divina;

- lo spirito santo anch'egli con una tunica blu  e un mantello verde, colore che rappresenta la vita e la forza dello spirito.

Che sia arbitraria o meno l'associazione di questi colori con certe qualità non sta a noi dirlo, ma se avrete modo di osservare quest'icona, oggi facilmente accessibile con internet (si intende l'originale, non le rielaborazioni dai colori accesi) non è facile individuare l'indaco a cui non viene associata una qualità particolare; se c'è, il nostro colore è nascosto tra le pieghe dei mantelli.

In un quadro di  Chagall,  fiori blu (fleurs bleues), alcune tonalità che richiamano l'indaco sono  distinguibili nei fiori stessi; nell'opera, dove i blu la fanno da padrone, quei fiori danno allo stesso tempo l'impressione di armonizzarsi alla perfezione e tuttavia di esserne separati... ma ovviamente sono valutazioni soggettive che lasciamo a voi confermare o rifiutare.

Questi esempi servono solo per richiamare la vostra attenzione sull'uso dell'indaco nella pittura, certi che ne troverete di migliori.

 

Jean non ne sapeva nulla di tutta la faccenda, era guidato solo dalla sua sensibilità e intuizione; da sempre sentiva che si celava qualcosa in quel cambiar di tinta della lavanda, ma solo quella prima volta al lieu si manifestò apertamente, coinvolgendo la stessa Anne.

Lo cercava senza l'aiuto di alcuna mappa o descrizione scritta da qualche parte (non ne trovò né allora né in seguito), un fenomeno sconosciuto che appariva a certe condizioni ai confini della sua isola fiorita. Nel tentativo di focalizzarlo la fantasia gli suggerì diversi accorgimenti; la ricerca, condotta sempre senza altre persone presenti, gli portava via parecchio tempo. Si rese conto che non ne avrebbe avuto a sufficienza per conoscere anche tutti gli altri dettagli del suo mondo.

Non dovette scegliere tra approfondire quell'unica cosa o conoscerne superficialmente molte, perché quell'unica cosa aveva scelto lui.

Seguì man mano la strada che gli si apriva dinanzi e nessuno seppe dove camminasse realmente quel ragazzo, pur procedendo con loro.

Anne, una volta di più che quell'impressione la colse, ebbe a ricordarsi le parole di Thoreau: “Se un uomo non tiene il passo dei suoi compagni, forse sta udendo un ritmo diverso.”.

 

Capitolo 10 - Prime riprese

 

Nell'ultima settimana di giugno cominciavano a fiorire lavanda e lavandino; ci sarebbe stato  ancora molto tempo per ammirare quello spettacolo che terminava quasi alla fine di agosto.

Per allora sarebbe stata tutta tagliata e distillata; le piante così ridimensionate avrebbero dovuto lottare con l'aridità persistente per riuscire a ricacciare abbastanza vegetazione e al contempo cicatrizzare le ferite. 

Jean aveva fatto comperare un proiettore per i filmini mandati dai fratelli; fu appunto riguardandoli che gli venne un'idea di cui parlò con Anne: “Credi che sarebbe possibile anche per noi realizzare un film?” - “Beh, non mi intendo della tecnica, quello che so è che serve una cinepresa e la pellicola, per come usarla conosco qualcuno a cui potrei chiedere; che cosa vorresti fare?” - gli domandò a sua volta, anche se immaginava la possibile risposta. - “Quello che mi interessa è come cambia il colore della lavanda con la luce, avrei la possibilità di rivedere quell'effetto con calma, specie durante l'inverno. Siamo appena all'inizio della fioritura, iniziando presto forse si riuscirebbe a fare qualcosa.”. Nelle sue parole si avvertiva un senso di urgenza che non era l'impazienza dei ragazzi per un nuovo gioco, piuttosto la consapevolezza di chi, intuendone la limitata quantità, non vuole sprecare il proprio tempo.

Quando Jean chiedeva qualcosa gli riusciva naturale rendere importante la persona che l'ascoltava, quasi che senza la sua approvazione, o meglio ancora il suo coinvolgimento, non se ne potesse far nulla. Le due cose, l'accennare al  prezioso tempo e il desiderio di una collaborazione, lasciavano poche possibilità di sottrarsi alla richiesta. “Puoi star sicuro che ci riusciremo e toccherà a te stavolta mandare un film ai tuoi fratelli!” - rispose Anne. - “Questo non l'avevo pensato, mi pare proprio una bella idea! Solo... fai già così tanto, questa cosa ti impegnerà e...” - non fece a tempo a terminare la frase che Anne replicò: “Ci sono cose che faccio perché fanno parte del mio lavoro e altre solo per amicizia; chissà perché quasi tutto quello che facciamo assieme, dalla lavanda per le cooperative, al giardino, al Lieu (come presero a chiamarlo) sono le cose che mi piacciono di più, sai che sono sincera con te.”. Senza ragionarci sopra gli parlava ormai da pari a pari.

Anne non avrebbe immaginato che il suo lavoro sarebbe diventato la sua vita, avrebbe voluto conoscere il mondo, viaggiare.

Il suo rapporto con Jean la faceva viaggiare in un altro modo, dentro di sé e più intimamente nell'ambiente che la circondava. Se ce ne fosse stato bisogno avrebbe seguito il ragazzo... l'amico,  sino in capo al mondo.

Quanto poco era quello che le chiedeva adesso e a guardarla bene questa faccenda della cinematografia la incuriosiva parecchio; già pensava dove rivolgersi per la cinepresa, guarda caso per gli aspetti tecnici quel suo più che amico, Gerard, ne sapeva molto al riguardo.

Aveva recitato con diverse compagnie teatrali prima di lavorare come assistente in campo cinematografico, riuscendo anche ad ottenere delle discrete parti. Le sue qualità non passarono inosservate; era sulla via giusta per affermarsi quando dovette abbandonare l'attività a causa di un grave infortunio.

Il colpo subito, pur se forte fisicamente, lo fu ancor più psicologicamente; tanto che dall'uno riuscì a riprendersi ma dall'altro mai completamente. Anche se non ha senso rimproverare il destino, Gerard ritenne che il suo avrebbe dovuto attendere almeno un po', almeno un po' di successo e anche un po' di denaro messo da parte, prima di chiudere la partita con la fortuna.

Dei dettagli dell'incidente che gli cambiò la vita non volle mai parlare a nessuno, nemmeno ad Anne che comprese la profondità di quel dolore mai assorbito.

Ora si arrangiava con una piccolissima rendita e un altro po' di denaro lo ricavava aiutando un amico apicoltore; in aggiunta curava delle proprie arnie che gli permettevano una modesta produzione.

Il destino tanto disprezzato però non si era dimenticato di lui: dopo un lungo periodo di vita solitaria gli aveva fatto incontrare Anne, l'unica capace di vedere anche l'altro Gerard sotto la scorza delle abitudini a difesa della propria fragilità. Queste sono difficili a cambiarsi: neppure con le persone vicine parlava di cosa aveva fatto in precedenza, ma ora che Anne aveva bisogno proprio delle esperienze di quella vita sarebbe stato difficile negarsi, anche per lui stava arrivando il momento di ricambiare.

 

Anne era una persona apprezzata da tutti, soprattutto per la pazienza e disponibilità, ma come tutte le persone c'erano aspetti meno edificanti del suo carattere che venivano a galla in certe circostanze: quando si trattava di denaro diventava puntigliosa e intransigente.

Annotava ogni cosa riguardante la gestione delle proprietà e le spese connesse alle cure e all'assistenza di Jean. Nel  contratto stipulato con Marcel volle fosse evidenziata la pressoché totale libertà di azione; si premurò di farlo acquisire da un notaio e richiese da subito che fosse sottoscritto anche dai fratelli di Jean.

Pur non avendo obblighi di sorta faceva registrare periodicamente dallo stesso notaio, divenuto suo amico, ogni documento, ogni spesa fatturata o meno che la riguardava. Quanto spendeva per questo servizio lo ritenne sempre un investimento.

Una volta pattuito e scritto un prezzo non c'era verso di spuntarla con lei. Coloro che pensarono di approfittarsi di lei si ricredettero ben presto; uno che volle metterla alla prova fu prontamente trascinato in giudizio dovendo pagare oltre al pattuito anche i costi legali.

Ma le spese per i regali che faceva a Jean, per il giardino, per il Lieu, non furono mai registrate se non nel suo cuore.

 

Un'altra cosa che Anne prima o poi faceva era di mettere alla prova le persone che si ritenevano suoi amici; sapeva essere generosa oltre il normale e aspettare i tempi altrui, ma quando arrivava il suo di tempo era come l'oste con il conto.

Inutile dire che dei molti possibili, pochi rimasero suoi veri amici, di questi ebbe sempre fiducia e dette loro più del ricevuto.

Quando Jean chiese di fare un film Anne avrebbe potuto arrangiarsi da sola, ma ancora una volta per quello che riguardava la sua vita sentì che alcune cose non avvengono a caso. All'istante decise di chiedere la collaborazione di Gerard e dalla sua risposta avrebbe compreso anche il destino del loro rapporto.

Si frequentavano da un paio d'anni, entrambi furono d'accordo nel tenere la loro relazione al di fuori di dove vivevano; così si trovavano per un caffè in qualche bar o si incontravano nei pressi dei campi di lavanda (l'uno per accudire le arnie e l'altra per controllare le piante).

Talora frequentavano qualche mercato o si recavano presso le città più grandi per un film o una cena al ristorante. Anne si premurava di far in modo che durante la sua assenza Jean fosse sempre in compagnia di Claude o Catherine, a cui lasciava detto dove andava e telefonava ad intervalli.

Jean ovviamente si era accorto che c'era del tenero con l'amico apicoltore e ne era contento per lei.

Gli piaceva scambiare qualche parola con le persone che passavano per casa e avrebbe voluto conoscere anche il fantomatico Gerard, ma ci sarebbe voluto del tempo e qualcos'altro per ammorbidire la granitica riservatezza della sua istitutrice.

 

Come suo solito Anne non perse tempo: si fece dare da un rivenditore una lista delle cineprese disponibili con le loro caratteristiche tecniche, accessori, pellicole e il prezzo di tutto; contemporaneamente telefonò a Gerard dicendogli che sarebbe passata ad acquistare del miele e per chiedergli un consiglio.

Era inusuale che si recasse da lui, certo il miele era un valido motivo, ma quando accennò al “consiglio” una sensazione di disagio lo pervase. Avendo recitato poteva capire abbastanza dal modo e dal tono della voce; avrebbe voluto sbagliarsi ma temeva che stesse proprio per arrivare il conto dell'oste.

Fu quasi sul punto di  accampare una scusa per rinviare... e dopo, quando mai sarebbe stato pronto?

Uscì per controllare alcuni melari (la parte superiore rimovibile dell'arnia dove viene depositato il miele che sarà raccolto e venduto dall'apicoltore), si protesse il volto e accese l'affumicatore. 

Lo aiutarono molto quei meravigliosi insetti: l'averne cura per un lecito ricavo mise un po' d'ordine nelle sue giornate e pian piano riuscì a moderare la consuetudine di rifugiarsi nel bere. Aveva eseguito innumerevoli volte quelle operazioni e ancora rammentava l'iniziale senso di meraviglia che provò nell'avere a che fare con le migliaia d'api di una casetta.

Vien detto che un alveare è come un'unica entità, la regina dipende dalle sue operaie come loro da essa. A vederlo da fuori potreste pensare al privilegio della vita più lunga della regina e alle sue relative comodità, rispetto alla spola continua tra fiore e alveare delle operaie e alla loro breve esistenza. Come per i loro parenti, i bombi, il privilegio dell'ape operaia è nel volo e nell'adempiere il proprio dovere, sino alla fine.

Non crediamo valga meno di quello regale; talora a qualcuno di questi insetti è concesso di terminare la propria esistenza sul fiore che li accolse. Chi li abbia osservati così ridotti allo stremo dall'incessante lavoro, ricoperti di dorato polline, può essersi chiesto se vi sia un luogo migliore per accomiatarsi dal mondo.

Alla meraviglia del lavoro con le api Gerard ne poteva associare solo un'altra, ben più grande, quella di una persona che lo aveva accettato per quello che era.

Nella sua vita era apparso un sole a cui cercava di armonizzare la propria orbita; ora sembrava che quell'astro lo chiamasse più a sé. Quale che sia il prezzo dopo aver provato il sole vorreste vivere senza?

    

Quando Anne arrivò ebbe una sorpresa assolutamente inaspettata.

Sul tavolino del piccolo soggiorno dove venne fatta accomodare trovò ben allineati dei raccoglitori di foto, vecchi giornali e altro materiale. Riguardavano la breve carriera d'attore di Gerard che finalmente affrontò il ricordo del suo passato.

Forse l'uomo si sbagliava e non gli sarebbe stato chiesto nulla. Poco importa, aveva atteso e fatto attendere fin troppo; voleva smetterla con quel rancore verso il destino, sentiva che non ce n'era più motivo, mentre adesso ce n'era per ringraziarlo quel destino.

Grazie alla comprensione e pazienza di Anne accumulò abbastanza energia per sfidare una volta per tutte le sue abitudini distruttive, recuperò tutto quel materiale da dove l'aveva riposto e mettendolo sul tavolo alla mercé della sua compagna pensò: “Io ero quell'uomo, la vita di allora mi pareva l'unica desiderabile per me; dopo tutto questo tempo non mi importa più nulla di cos'ero e cosa potevo diventare. Come sia accaduto non so, ma non sarebbe successo senza Anne.

Ho quasi gettato via la mia vita e quella che mi rimane giuro sarà diversa...”.

Anche un attore che può piangere a comando riesce difficile trattenere l'emozione quando si tratta della vita reale, specialmente quando si tratta della propria.

Provò un'amarezza profonda per non aver reagito alla cattiva sorte, sempre a dirsi che non se lo meritava, isolandosi dal mondo; certo era riuscito a riemergere conducendo una vita tutto sommato decente, ma sempre con quella corda attaccata al piede e il peso del passato a riportarlo a fondo. Periodicamente cedeva a quel peso e si lasciava stordire dal bere per dimenticarsi di sé.

 

Un essere umano ha un coraggio insospettato, molti vivendo ne hanno lasciato prova e la gran parte di coloro che muoiono lo manifestano nell'accettazione del loro destino. È il coraggio che viene dal riconoscersi soli di fronte all'ignoto, a non averne paura, sia quel che sia.

Rimane una traccia nelle persone che l'hanno vissuto, ma non saranno loro a dirvelo, sarete voi ad accorgervene perché qualcosa è differente nel loro modo di fare, di parlare o di guardare.

Anne trovò un segno di quel coraggio sopra il tavolino del soggiorno, riconoscendolo all'istante.

Altri segni li avrebbe scoperti in seguito; non era presente quando egli svuotò tutte le sue bottiglie nello scarico... da quel giorno Gerard non toccò più alcool per il resto della vita.

Il primo passo è sempre il più difficile, poi si vede sempre più avvicinarsi la meta.

Per Anne quello fu un giorno in un altro mondo; per quanto aperta all'inatteso non pensava potesse avvenire così velocemente. Gerard era un'altra persona, come spiegare altrimenti  la differenza tra l'aver bisogno di un appoggio e divenire il proprio appoggio?

Per quanto emozionato nel raccontarle della sua vita, di quando accadde quel brutto incidente e di come fu abbandonato al suo destino, senza che i vecchi amici gli offrissero l'opportunità di qualche lavoro, era come se parlasse di qualcun  altro.

Anzi, pareva desiderasse terminare il racconto non per allontanarsene, ma per parlare del presente: “Anne, hai detto che potevo consigliarti, dimmi di cosa hai bisogno.” Lei gli parlò del desiderio di Jean di realizzare un film, dandogli il preventivo del commerciante.

Era incredibile che lui, usualmente così reticente a impegnarsi in qualcosa di nuovo, su due piedi si mettesse a rovistare tra le sue carte, promettendole che in breve tempo avrebbe preparato tutto quello che occorreva, addirittura offrendosi di andare personalmente nei negozi per ottenere il massimo sconto possibile.

Fino al giorno prima evitava come il fuoco di parlare di sé e ora ci scherzava sopra dicendo che poteva andargli pure peggio.

Fu talmente sconcertata dal cambiamento che non riuscì a reggere oltre l'ondata di energia positiva che si sprigionava dall'uomo; mentre stava pensando a una scusa  per accomiatarsi si accorse che lui le aveva già letto l'intenzione e si alzò per accompagnarla alla porta, parlando di trattamenti urgenti alle api e così via.

Salì in auto e avendo tempo andò al Lieu, per stare sola e piangere di non sapeva cosa, ma qualunque cosa fosse era troppo grande per lei.

Le ci volle un po' a riprendersi, ma finalmente riconobbe nel tentativo della sua mente di analizzare l'accaduto il tratto distintivo e tranquillizzante del ritorno alla sua consueta personalità.

Si stava sempre più convincendo che Jean non fosse estraneo agli accadimenti; quasi che quanto toccava si tramutasse in oro, quello vero, il tramite dell'energia della vita.

Forse erano parole troppo grandi da usare, ma se non lei testimone, chi ne aveva titolo?

 

Gerard fu di parola, in una sola settimana si era già procurato un'ottima cinepresa, il proiettore, gli accessori, uno schermo estensibile e la pellicola. In più aveva preparato diversi schemi tecnici per l'uso con una lista di consigli per i principianti che comprendeva una scaletta delle operazioni da farsi per acquisire via via dimestichezza con il mezzo.

A seguire delle piccole sceneggiature sulla traccia di quello che Anne le raccontò, con suggerimenti per esposizioni e inquadrature.

Per ottenere tutto ciò non esitò a ripresentarsi da alcuni vecchi conoscenti i quali, nella speranza di mitigare il loro senso di colpa per non averlo mai cercato, gli assicurarono il loro aiuto qualunque cosa avesse bisogno. Aiuto che concretizzarono subito vendendogli dell'ottimo usato a molto, molto meno del reale valore.

Nell'occasione valutò che il formato 8 mm non avrebbe reso a sufficienza i dettagli e la ricchezza del colore nelle riprese dei campi di lavanda, così decise per il 16 mm, anche se meno agevole da manovrare.

La sua Renault 4 era piena di scatoloni quando si incontrò con Anne in quel bar con i tavolini quasi sulla strada principale, così poco tranquillo eppure forse per questo scelto da tante persone; i proprietari, René e Viviane, erano diventati loro buoni amici e seppero in anteprima del progetto in corso, assicurando nel caso il loro aiuto.

 

“Gerard, cos'è tutta questa merce?! Ti avevo chiesto delle informazioni, non già di procedere all'acquisto!” - “Le informazioni sono tutte qui” - disse accennando alla voluminosa cartellina tenuta sottobraccio. - “Per l'acquisto non devi preoccuparti perché non hai da pagare nulla, questo è un mio regalo per te e per...  Jean.” - “Perché hai fatto una cosa del genere? Anche se non me ne intendo immagino che avrai speso una fortuna, non te lo puoi permettere.” - “Ho speso  molto meno di quanto pensi e credimi, io sono il vero fortunato, se il tuo ragazzo non ti avesse domandato questa cosa tu non l'avresti chiesta a me e non avrei provato l'eccitazione, la gioia di  fare un dono importante; non ricordo più quando fu l'ultima volta!”.

C'era una bella luce nei suoi occhi, non quella che premia molti attori al di là dei loro meriti artistici, che riguarda riflessione e fotogenia, ma del tipo che proviene dall'essere in pace con sé stessi. Una cosa che non provava da troppo tempo per porsi dei limiti, costasse tutto quello che aveva non lo preoccupava. Anne l'aveva sempre considerato un bell'uomo, di qualche anno più di lei che si era troppo trascurato quanto aveva ecceduto nel bere.

Ma ora lo sentiva un buon uomo, anche la voce aveva un tono diverso e persino le rughe prima profonde ai lati del viso si erano distese. “Gerard, con calma ci spiegheremo cosa succede; accetto il tuo regalo con tutto il cuore e se lo desideri ti farò conoscere le persone che vivono con me e che considero la mia famiglia.” - “Ne sarei felice, ma non è il momento, devo mettere a posto ancora dei pezzi della mia vita prima di entrare in quella degli altri. Comunque se hai bisogno d'aiuto chiama o vieni quando vuoi.”.

Trasferirono gli scatoloni da un'auto all'altra, entrambi assorti nel proprio dialogo interno eppure perfettamente presenti alla situazione. Finito il lavoro si salutarono, ma non fu come al solito, il loro guardarsi indugiò quel tanto da produrre un appiattimento della reciproca prospettiva, i confini dell'uno si fusero con quelli dell'altro e il respiro si sincronizzò all'istante.

La mente, allentata la presa, permise l'esperienza dell'unità.

Ognuno aveva dato qualcosa in quei giorni e per la legge dell'equilibrio qualcos'altro ne aveva preso il posto.

 

Dopo aver trasportato tutto a casa con l'aiuto di Claude e Marie finalmente Anne iniziò a leggere il contenuto della cartellina con le istruzioni. Le ci volle poco per capire quanto ci avesse lavorato: era tutto ordinato e descritto con cura, addirittura suddiviso in sezioni e capitoli, per giunta scritto  a macchina e arricchito da disegni illustrativi.

Lei stessa avrebbe impiegato, ammesso di aver ben chiaro l'argomento, almeno una decina di giorni. Gerard lo fece in una settimana, compresa la ricerca e l'acquisto di materiali e attrezzature. Dovette per forza impiegare le notti per riuscirci, quello era un regalo ancora più grande.

Stava pensando a tutto questo quando arrivò Jean che si stupì del gran numero di imballaggi, chiedendole: “Serve tutta questa attrezzatura per fare un film sulla lavanda? Se lo sapevo non l'avrei chiesto!” - “No, penso che sarebbe bastato molto meno ma qualcuno - Gerard - ha voluto che tu disponessi del meglio per il tuo progetto, tutto questo è un suo regalo... per noi, adesso dobbiamo per forza far qualcosa di buono per meritarcelo!” - “Deve volerti davvero bene per aver fatto una cosa del genere. E poi neanche mi conosce e ci fa un tale regalo, mentre i miei fratelli mi hanno mandato un paio di filmini... e abbiamo anche dovuto prenderci il proiettore per vederli!”.

Anche se altre volte Jean aveva fatto intuire il suo dispiacere per la latitanza della propria famiglia non si era mai espresso in tal modo, cogliendo l'occasione per farle capire che era perfettamente consapevole di come stavano le cose e capace di misurare dai fatti e non dalle parole.

Anne, pur parlandogli senza reticenze, istintivamente cercò di difendere ai suoi occhi l'immagine della famiglia: “Purtroppo hanno dei seri problemi di lavoro e tuo padre non è più in salute; ci sono dei validi motivi se agiscono così, ma hanno sempre fatto in modo che non ti  mancasse mai nulla.” - “Sì,  ci sono delle buone ragioni...” - rispose, guardando gli scatoloni in parte aperti sul grande tavolo del soggiorno, quasi a domandare quali fossero quelle di Gerard.

A tale domanda Anne non avrebbe saputo rispondere, perché un'azione che parta dal cuore non ne ha bisogno di ragioni.

 

Era la fine di luglio e Jean aveva appena compiuto 13 anni.

Anne si dedicò con passione al nuovo compito; dovette recarsi spesso da Gerard per farsi spiegare ciò che non riusciva a comprendere e imparò quello che c'era da imparare, finché giunse il giorno delle prime riprese.

Il giardino della grande casa pareva un piccolo set cinematografico e tutti ebbero assegnato un compito, con  Anne alla macchina da presa.

La sceneggiatura prevedeva la presentazione della casa di Jean e quella di Marie con delle piccole interviste ad ognuno, mentre la cinepresa si spostava dalla persona allo sfondo della lavanda in fiore per ritornare ad inquadrarne un'altra. L'audio, registrato in presa diretta, sarebbe stato in seguito arricchito da un sottofondo musicale.

Molte riprese riguardavano la raccolta della lavanda e la spedizione alle cooperative, altre l'esplorazione del grande giardino.

Jean ne aveva inserito ancora di nuove, in particolare della distesa di lavanda vista da varie angolazioni in diversi momenti del giorno, occupandosi personalmente della cosa e lasciandoli stupiti per la determinazione dimostrata; si capiva che aveva ben chiaro in mente quanto voleva ottenere.

Non potendo trattenersi troppo all'esterno per le riprese lontano dalla casa, dava indicazioni e osservava dalle finestre dei piani alti la troupe al lavoro.

Al ritorno da una di queste chiese se fosse possibile ripeterla spostando la cinepresa di una ventina di metri più a lato, cambiandone anche l'inclinazione.

Delle quattro donne e Patrick solo Anne si trattenne dal protestare (faceva caldo là fuori...), gli altri pensarono che si fosse montato un po' la testa e tentarono un  ammutinamento, ma rimasero interdetti quando Jean promise un buon compenso.

“Di quale compenso stai parlando? Mica lo facciamo per denaro!” - fu la repentina risposta di Patrick, seguito a ruota da Marie: “Lo facciamo perché ci piace e ti vogliamo bene e...” - “Ehh, non parlo di denaro! Il compenso sarà il tempo! Vi daremo una settimana libera e voi tutti potrete riaccompagnare Patrick a Marsiglia, vedere dove vive e stare un po' con lui, è l'ultima occasione, il prossimo anno si imbarcherà e non lo vedrete per un bel pezzo! Anne, ce la faremo da soli per una settimana?”. Lei ormai non si meravigliava più del ragazzo, accettava il fatto di non essere alla sua altezza, non c'era confronto quanto a  sensibilità e chi avesse da imparare dall'altro.

Jean aveva ben presente la situazione di tutti loro; questa cosa del tempo quale compenso, detta al momento giusto con tutti presenti... un capolavoro!

Ad Anne servirono due secondi per sincronizzarsi con la visione di Jean e prontamente, sorridendo, rilanciò: “Ma Jean, una settimana era quello che io pensavo per loro! Questa è la tua promessa, adesso dobbiamo dargliene due!” - “È giusto! Una per te e una per me! Due!”.

Per come si sviluppò il dialogo venne a tutti da ridere fin alle lacrime, non distinguibili da quelle di riconoscenza difficili da trattenere.

Con una sola mossa toccò i cuori di tutti: Patrick, vergognandosi di essersi subito “scaldato”, si ripromise di essere più umile ringraziandolo silenziosamente, che purtroppo a parole non ci riusciva; quanto alla signora Claude, immaginate da voi cosa possa essere stato per una madre un tale regalo. Catherine da tempo aveva notato che, lui presente, le cose andavano per il meglio e quell'ulteriore dimostrazione aggiunse un altro tassello all'immagine che ne aveva.

A Marie quel gesto che permetteva un bel viaggio a tutta la famiglia, fece tornare in mente il sogno in cui suo padre la salutava promettendole di tornare, ricordava ancora la sensazione di felicità provata, proprio come adesso... ma questa era realtà. 

 

È quasi inutile dire che le riprese fatte ripetere da Jean vennero eseguite con il più grande scrupolo, tanto che in seguito non ci fu più alcun bisogno di rifarne alcuna, tale la sintonia che si venne a creare tra il regista e la sua squadra.

 

Le prime pellicole furono subito sviluppate per vedere come era venuto il lavoro. In una stanza si allestì lo schermo e, avviato il proiettore la piccola troupe rimase a bocca aperta: pur nell'inesperienza, nei movimenti a volte troppo veloci della camera e le inevitabili sovra e sottoesposizioni, le immagini trasudavano vita vera e ognuno appariva come nella realtà.

Il parlato era nitido e tutti furono d'accordo con Marie di usare quale colonna sonora le vecchie canzoni semplici e allegre di Trénet che parlavano del buon caffè di Provenza, o del cuore che fa boum! Perbacco, ce n'era una che parlava di un giardino e provarono a farla andare mentre  rivedevano le riprese del loro giardino; Jean disse che non si poteva farne a meno, ma che serviva una mano esperta per rendere vivo quel mondo volante di api e bombi, di farfalle e libellule, vespe, grilli e rare sfingi colibrì... sospeso tra i colori dei fiori e i viottoli invasi dalle piante, in un disordine che era un ordine naturale.

Per farlo occorreva un bagaglio tecnico che non possedevano. 

Invece la parte che riguardava la raccolta della lavanda, la sua preparazione e spedizione alle cooperative era stata resa al meglio, sì da togliere il dubbio che non fossero momenti reali; inoltre tra una scena e l'altra erano stati inseriti dei primi piani delle famose etichette, il tutto non pareva certo opera di principianti.

Le riprese dei campi di lavanda forse erano troppo lunghe, un continuo meraviglioso colore, ma poi si veniva catturati dall'effetto del vento sui fiori, i quali ondeggiando producevano increspature evidenziate dalle differenti tonalità della spiga.

Altre riprese riguardavano il cambiamento di colore della lavanda illuminata al mattino e riconsegnata all'ombra al tramonto; anche se era uno spettacolo quotidiano per loro, quale emozione vederlo proiettato sullo schermo! 

 

Anne intuiva in quelle riprese il tentativo di cogliere qualcosa: “Cosa cerchi in quei colori? Cosa c'è nella lavanda che noi non riusciamo a vedere?” - pensava, guardando Jean completamente assorto nella visione.

Della ripresa fatta ripetere tutti constatarono come la nuova angolazione permise di eliminare l'effetto di parallelismo dei filari così da non essere distratti dalla loro geometria; la fioritura ora  appariva una vibrante massa colorata omogenea.

Jean non accennò mai al Lieu e nessuno glielo menzionò, era lui il regista e andò bene a tutti di scampare ad altre riprese sotto il sole.

Il materiale appariva interessante e si decise di aggiungere altre scene della cittadina, del suo mercato e della distillazione della lavanda, aiutati anche da René e Viviane, contenti che il loro bar venisse immortalato nel film.

Terminate anche queste venne il tempo di salutare Marie e la sua famiglia. Quanto era passato dall'ultimo viaggio tutti assieme! Pur nell'evidente felicità erano un po' dispiaciuti di separarsi da Jean e Anne, ma sarebbe stato solo per un paio di settimane e avrebbero avuto molto da raccontarsi al ritorno.

 

Rimasti soli Jean chiese: “Pensi che Gerard accetterebbe di venire da noi a vedere quello che abbiamo fatto e magari consigliarci per come metterlo assieme? Ci terrei proprio a ringraziarlo di persona.” - “Non so, glielo avevo già proposto, non frequenta molte persone e ultimamente aveva tanto da fare.” - “Forse adesso è meno impegnato, siamo rimasti solo noi due, se lo sapesse...”.

Ancora una volta ebbe bisogno di un paio di secondi per arrivarci: nel suo particolare modo che aveva cominciato a comprendere, in realtà non le stava chiedendo se Gerard sarebbe venuto, per lui la cosa era già fatta.

Era la storia dei bisogni e desideri... per qualche motivo che forse nemmeno Jean conosceva appieno doveva incontrare Gerard e la situazione evolveva sino al punto da renderlo possibile.

Non le chiedeva un parere, nelle sue parole c'era un sottinteso suggerimento a fare la sua parte, semplicemente chiamare Gerard.

 

Naturalmente Gerard non poté rifiutare l'invito di Jean, non poteva neppure rinviarlo, perché il fatto che vi fossero solo lui e Anne era praticamente irripetibile.

Si preparò per bene all'appuntamento stabilito per il primo pomeriggio; mise uno dei pochi buoni vestiti e con un mazzo di fiori unito a quel rinomato, dolce torrone del luogo, andò da loro.

Jean vide che zoppicava, immaginando fosse quello il problema di cui  Anne gli accennò gli si fece subito incontro, stringendogli la mano e ringraziandolo per gli splendidi regali.

Gerard  al momento non seppe trovare parole in risposta e stava quasi per dare a lui il mazzo di fiori e a Anne il torrone, a volte era meno preparato alla normalità che alle complicazioni.

“Ho sentito da René del gran lavoro fatto, in così poco tempo, ne sono veramente meravigliato.” - esordì l'uomo ancora in piedi. - “Non avremmo neppure cominciato senza il tuo aiuto.” - rispose Anne, prendendogli dalle mani fiori e dolce e accompagnandolo al comodo divano del soggiorno. 

Jean nell'attesa di sedersi a sua volta lo osservava discretamente; gli accadeva raramente di vedere qualche volto nuovo e questo gli piaceva, non c’entravano i regali che ne avevano rivelato la generosità. Mescolata alla sensazione di vulnerabilità che proveniva da quella persona ne percepiva la forza d'animo e dignità.

C'era qualcosa di affine tra i due, quasi lo sentirono ancor prima di incontrarsi e ora ne ebbero conferma; l'amicizia che cominciava avrebbe portato bei momenti e prove difficili, ma sarebbe stata per entrambi una delle cose più importanti della loro vita.

 

Ognuno conosceva la storia degli altri così non ci si mise molto ad arrivare alle pizze dei film che attendevano nella saletta predisposta.

A Gerard parve un tuffo nel passato, ma lo spazio della nostalgia fu presto occupato dall'ammirazione per la maestria acquisita da Anne nelle regolazioni tecniche.

Disse che prima di commentare avrebbe preferito visionare l'intero materiale, così parlò molto poco, solo per chiedere alcuni dettagli; a Jean andava bene, si rituffò in quei colori e quasi non ci si accorse della sua presenza.

 

Anne, alla presenza delle due persone che più amava, negò alla sua mente di pensare alcunché, avrebbe avuto tempo in seguito per ricordare quello come uno dei momenti più belli.  Quando le proiezioni si conclusero Gerard disse: “Se non conoscessi la storia non ci crederei, penserei che mi state facendo uno scherzo e il materiale provenga da qualcun altro: un regista di tredici anni e un'operatrice alle prime armi non possono ai primi tentativi realizzare cose del genere!” - “Non eravamo soli! Hai visto che validi aiutanti avevamo, capaci di rifare alcune di quelle riprese sotto il sole!” - replicò Jean. - “E dimentichi che è per merito tuo se abbiamo raggiunto questo risultato.” - si inserì Anne. - “Oh no, l'avreste ottenuto comunque.” - “No, Gerard, con una piccola cinepresa super 8 non sarebbe stata la stessa cosa, tu l'hai resa possibile perché ci hai dato fiducia oltre le nostre capacità. Abbiamo seguito passo passo quanto ci hai scritto, hai fatto davvero un gran bel lavoro e dimmi, quanto hai dormito quella settimana?” - continuò Anne. - “Beh, lo ammetto, ci abbiamo creduto tutti!” - rispose l'uomo. - “Sì! Ma ora bisogna migliorarlo e metterlo assieme!” - disse Jean. - “Ohilà! Signor regista, cosa dobbiamo migliorare?” - “Io credo che l'hai visto bene, il giardino... è peggio di una cartolina!”.

Gerard pensò che come ci furono musicisti che iniziarono dopo pochi anni di vita a rivelare il loro talento, non lo doveva meravigliare valesse la stessa precocità anche per i registi.

 

Non glielo avrebbe mai detto, ma aveva ragione, quelle scene (le uniche, tuttavia) erano appena accettabili come ricordo e non sarebbe bastata la musica a dar loro vita.

Occorreva entrare piano, senza la minima scossa, in quel mondo diverso, bisognava montare la cinepresa su una rotaia e spostarla man mano, cercando di girare abbastanza pellicola per avere delle buone immagini del maggior numero possibile di insetti, volanti o meno.

Fare delle riprese rallentate, cambiare di livello... riprenderli di lato, di sopra, di sotto, fino agli ultimi insetti in movimento prima del ritiro serale. Avrebbe pagato per avere delle lucciole, anche una sola, ma avevano concluso il loro ciclo!

Jean lo guardava con il mezzo sorriso che sfoggiava quando era in sintonia con qualcuno; Anne,  vedendoli entrambi aveva la sensazione che si parlassero senza parole.

Ovviamente non era così, ma quando l'uomo riemerse dai suoi pensieri si trovò diritto lo sguardo del ragazzo che gli chiese: “E allora, cosa serve per far meglio?” - “... beh, occorre predisporre una rotaia... obiettivi diversi, qualche altro accessorio e dell'altra pellicola, abbastanza pellicola direi.” - “Lo sapevo che si poteva! E che ci avresti aiutato!” - come avrebbe potuto non farlo, anche lui non vedeva l'ora di cominciare!


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