Il colore nascosto della lavanda

 


Capitolo 1 - Al mercato


Era mercoledì, giorno di mercato nella cittadina, una delle poche occasioni mai mancate da Marie di soddisfare la curiosità dei suoi ormai prossimi quattordici anni.

Libera dagli obblighi scolastici, sin dal mattino era pronta per l'esplorazione minuziosa di quell'edificazione temporanea e traballante che è un mercato.

Cosa la interessava? Quasi tutto, ma specialmente oggetti colorati e anche vecchi, passati di mano in mano... sino a giungere a fine corsa in una bancarella in attesa di qualcuno che sapesse apprezzarli, una persona a cui raccontare la loro storia.

Beninteso, non che Marie fosse di bocca buona, era molto difficile che un oggetto superasse il suo spirito critico e arrivasse ad insidiare il suo magro borsellino, ma talvolta accadeva e quel giorno era  destino che accadesse.

C'erano come al solito decine e decine di bancarelle, da quelle che settimanalmente si ricollocavano con precisione negli stessi posti, ad altre che si adattavano ai residui spazi rimasti liberi ai margini della piazza, fuori dal percorso principale.

Luoghi che il più delle volte non erano permessi e per tale motivo un po' meno tenuti d'occhio dai vigili, così che poteva passare molto prima del loro arrivo. Su questo tempo “utile” contavano alcuni ambulanti non regolari per guadagnare qualcosa e bisognava che avvenisse presto;  per questo la loro merce non era ben disposta su ampie bancarelle coperte da colorati ombrelloni, ma era lì quasi al livello della strada, stipata in cassette o grosse borse, senza quel bel telo sopra la testa a rendere gradevole la sosta.

Da un po' camminava in quella scacchiera di vegetali, stoffe, vasi e altro ancora quando vide nuovamente quell'uomo all'angolo con la via superiore. Come la settimana prima pareva si stesse riposando ma la grande borsa adagiata a terra, ben aperta, lasciava intravvedere il suo contenuto di oggetti in vendita.

Marie notò anche quell'altra piccola borsa appoggiata sul muretto alle spalle dell'insolito personaggio, riempita di quello che parevano libri, riviste o vecchie cartoline, materiale abbondante in un mercato; ma pur da quella distanza un caldo e dorato riverbero del sole che proveniva da uno di quegli oggetti la raggiunse.

Era comunque intenzionata a tornare sui suoi passi, chiedendosi come mai la settimana prima avesse tralasciato di ispezionare quella mercanzia e quel riflesso le accelerò il passo.

Si  immerse nuovamente nell'acre fumo della carne arrostita venduta poco prima della stradina che  l'avrebbe condotta a scoprire l'origine di quella luce.

L'oggetto era una scatola quadrata, profonda cinque centimetri per quasi venti di lato, di un colore dorato metallico come un'icona e forse vecchia.

C'erano degli occhielli sui quattro lati e dentro questi passava un cordoncino che avvolgeva il coperchio e si chiudeva in alto con un'asola.

Marie stava già sfiorandolo con le dita, pensando che avrebbe fatto un figurone nella sua collezione, quando udì la voce dell'ambulante... si ricordò del suggerimento di sua madre a non mostrare troppo interesse in una trattativa e anche di chiedere subito, distrattamente, il prezzo  dell'articolo prima di rigirarlo tra le mani, osservata dal venditore.

Ma i ragionamenti e le furbizie non sono per tutti i ragazzi e men che meno per quelli affascinati dai colori, dalle forme e dai segreti delle cose.

“Se vuoi la puoi aprire”- disse accomodante l'uomo, senza mettere nessuna fretta alla ragazza. - “Oh no, mi piaceva solo la forma, andrebbe bene per metterci delle foto.” - “Oppure le lettere dei tuoi amici, o delle cose preziose.” - ribatté prontamente, aggiungendo: - “Prima però bisognerebbe togliere il contenuto che forse vale anche di più...”.

La curiosità le impediva di rimanere calma ma la discussione era ormai avviata, in ogni caso non aveva abbastanza denaro con sé, qualche parola non presumeva un impegno, pensò.

“E cosa ci sarebbe di così prezioso? ” - chiese a sua volta. Il venditore non replicò ma prese la scatola con una mano rigirandola quel tanto che bastava a farla illuminare completamente dal sole prima di sciogliere l'asola e cominciare ad aprirne il coperchio.

Marie a quel punto sarebbe stata disposta a pagare qualcosa solo per vederne il contenuto.

Tolto  il coperchio apparvero alcune buste di diversi colori fatte con una carta spessa, ripiegate e incollate in modo tale che solo un sottile cordoncino a strappo ne permettesse l'apertura, una sorta di sigillo che ne garantiva l'inviolabilità.

Quelle  buste le fecero dimenticare la scatola dorata, il suo interesse si era spostato sul loro contenuto. “Cosa c'è dentro?” - chiese con una vibrazione di impazienza nella voce.  - “Non lo so del tutto, conosco solo da dove provengono. Erano col materiale di un vecchio prestigiatore, le ho trovate e avute assieme ad altro anni fa, in cambio del lavoro per svuotare e ripulire una enorme soffitta. Pensavo di tenere tutto per me, purtroppo a causa di un incidente che non mi ha più permesso di lavorare ho iniziato a vendere queste e altre cose.” - “E non ha mai aperto neppure una delle buste?” - “Sì, una l'ho aperta quasi subito ma non posso dirti cosa c'era, per motivi personali. Però di una di quelle che ho venduto mi è stato detto che conteneva la spiegazione di trucchi di scena del prestigiatore, qualcuno mai visto; di un'altra  che avesse svelato il futuro a chi l'ha comperata. ” - disse l'uomo. - “Quindi è possibile che altri trucchi o predizioni siano rivelati nelle buste! Se è così come mai non le hai ancora vendute tutte?” - chiese la ragazza. - “Semplice, perché non ho trovato il compratore disposto a pagare il giusto prezzo e non le regalo di certo!”.

Quand'è il momento di decidere spesso abbiamo già dimenticato come siamo arrivati a quel punto; talvolta il ricordarlo ci pone in imbarazzo perché sembra  che il destino muova per noi i nostri passi sino a lì e che a noi spetti solo di prendere o lasciare.

Per quanto si cerchi a ritroso nella memoria, quello che ne ricaviamo appare indistinto; come nel caso di Marie che rivide nella sua mente quel raggio dorato provenire dalla scatola, il venditore e le buste colorate, il tutto mescolato alla storia del prestigiatore e al desiderio di possederne una.

Una moltitudine di domande l'assalivano: non era più la scatola che l'interessava? E poi  quell'uomo... non l'aveva mai visto prima d'ora, perché non provava diffidenza?

Poteva bene aver architettato tutta la storia e ora lei stava per cadere nella sua trappola!

L'ansia stava quasi per impadronirsi di lei, si rese appena conto della voce del  venditore: - “Mia cara ragazza, vedo che hai dei dubbi e ti dico che li avrei anch'io al tuo posto.

È un genere di cose per pochi, anche per questo non è facile venderle; quello che posso dirti, puoi credermi o meno, è che nessuno si è mai lamentato dopo l'acquisto.”.

Non c'era altro da dire, era arrivato il momento di andare al di là delle paure, della fiducia, di tutto. Rimaneva un'unica domanda e Marie nel farla sperò di mettere alla prova l'uomo: - “Costano tutte uguale queste buste?” - chiese - “Per davvero non ne conosco il contenuto, che delle tre tu scelga la gialla, la verde o l'altra per me non fa differenza. Il prezzo è il medesimo per tutte, non credo sia alla tua portata, ma devo venderle e te lo dico ugualmente.” - rispose prontamente.

Provò quasi un colpo allo stomaco, la prima reazione fu di andarsene immediatamente. - “È   sicuramente una truffa, dovrei denunciarlo!” - pensò, con la rabbia che cresceva.

Un improvviso  movimento del venditore richiamò la sua attenzione... solo allora lo vide bene, pur se non troppo anziano era in pessime condizioni fisiche.

Stava appoggiato al muretto tenendosi con una mano alla ringhiera; il pantalone era ripiegato sulla coscia della gamba sinistra all'altezza del ginocchio e l'indispensabile gruccia era appoggiata sopra lo stesso muro.

Come era sicura un momento prima ripiombò nell'incertezza più fonda l'attimo dopo; ma quello che più la fece star male fu il pensiero che tutto il suo giudizio, tutta la sua sicurezza nel valutare quel pover'uomo era a causa del prezzo, per lei troppo alto, delle buste che erano probabilmente una buona parte della sua speranza di sostentamento.

Pensò che se fosse stato un imbroglio costui rischiava quel poco che aveva, addirittura la possibilità di continuare a frequentare i mercati, dove le voci si spargono velocemente.

Forse c'era ben poco di valore nelle buste e in fin dei conti, come alla lotteria, uno è libero di scommettere. Questi e altri pensieri passarono veloci nella sua agile mente senza tuttavia placare quel senso prima di rabbia e ora di irrequietezza che la possedeva, finché intuì quale fosse il vero problema: quello che l'aveva davvero indisposta era che un suo desiderio, una sua  curiosità, non poteva essere soddisfatto; un altro no nella vita ancora piena di sogni e speranze di una ragazzina.

Ma quando fu lì per andarsene, scusandosi in cuor suo per aver così mal pensato dell'uomo, riguardò le tre buste nella scatola: la verde e l'altra di colore giallo, non erano che buste con forse una sorpresa all'interno, ma la terza era una sorpresa già rivelata per lei.

Dimenticò ogni pensiero precedente e senza più sentirsi in colpa, adirata o inquieta prese quella busta tra le mani per osservarla meglio. Immediatamente si formò un pensiero nella sua mente che non riuscì più a scacciare... quella busta era destinata a lei...  il colore era esattamente il colore della lavanda che adorava.

Non si sa perché i colori ci facciano così effetto e ognuno ne preferisca che altri non sopportano; Marie non sarebbe mai andata via da dove viveva, da quei posti radianti del lilla della lavanda, del lilla di quella busta. Capì che per un sogno si deve e si può pagare un prezzo, lei ora era disposta a farlo.

 Disse al venditore che era interessata, voleva quella busta e non avrebbe neppure cercato uno sconto, ma in cambio doveva prometterle di conservarla sino al termine del mercato, ancora qualche ora, per permetterle di trovare quella cospicua somma di cui assicurò l'onesta provenienza.

Spiegò che aveva dei risparmi e qualcuno l'avrebbe sicuramente aiutata per la restante parte, rintuzzò il senso di fretta che parve metterle l'uomo dicendogli che se finora non le aveva vendute era impossibile che in così poco tempo si sarebbero presentati acquirenti per tutte e che sicuramente nel paese della lavanda era più facile vendere le buste degli altri colori!

Lasciò all'ambulante tutti i suoi 50 franchi  in cambio di un libro preso a caso; se non fosse ritornata sarebbero stati pari, lo avvertì di stare ai patti, lei pur essendo giovane conosceva molte persone... ma non finì la frase perché l'uomo nel riporre in una borsa denaro e busta le disse che come egli si fidava lei dovesse fare altrettanto.

 

Un paio di mercoledì al mese Anne portava Jean, un amico di Marie di quattro anni maggiore, in uno studio medico della cittadina e la ragazza colse quelle occasioni per un passaggio in auto.

La cure duravano normalmente più di un'ora, tempo che impiegava per la sua visita al mercato, prima di rincontrarsi.

Immersa in un turbinio di pensieri stava ritornando verso lo studio vicino al  parco pubblico, affacciato sulla vallata in fiore. Pian piano si ripresentò la realtà: era solo una ragazzina entrata in un gioco più grande di lei, un gioco per adulti dove servivano molti soldi veri per partecipare!

Oppose quel suo senso di fiducia in sé a tutte le logiche osservazioni che si figurava le avrebbero rivolto i familiari; ma al termine di tutto ciò, quando rimase solo l'aritmetica da mettere a posto, si rese desolatamente conto che le parole non sono numeri e che per quanto si auspicasse la benevolenza della madre e della zia in occasione del suo compleanno di lì a giorni, non avrebbe raggiunto la somma richiesta (del padre, allontanatosi di casa con altri illeciti affetti, non ricordava da tempo un qualche aiuto).

Non crediate tuttavia che una tale giovane avrebbe aperto le porte alla disfatta senza avere, se non la certezza, almeno una valida speranza. Sarebbe stata un'altra occasione per mettere alla prova l'amicizia di Jean; ma questa volta, trattandosi di denaro, se ne vergognò un po'.



Capitolo 2 – Marie e Jean

 

Marie viveva con la madre Claude, il fratello Patrick e la zia Catherine in una modesta casa a ridosso dei campi di lavanda, coltivata per estrarne la preziosa essenza nonché peressere venduta come fiore reciso, anche se questa attività produceva un magro reddito stagionale legato al turismo.

Il padre, senza entrare in poco edificanti particolari, si allontanò da casa già pochi anni dopo la sua nascita: successe che la moglie lo scoprì e non gli dette un'altra possibilità, ritenendo conclusa la loro vita assieme accettò le difficoltà della mancanza di un padre per i ragazzi piuttosto che rassegnarsi a ricorrenti menzogne.

L'uomo quasi subito si disinteressò dell'educazione dei figli; si parlava di lui solo in occasione del sussidio tenuto a corrispondere per legge, sempre oggetto di discussioni e prolungati ritardi.

La loro buona sorte fu di lavorare per una delle famiglie più ricche del paese - e per altri versi altrettanto sfortunate - che possedeva la loro abitazione, i campi che la circondavano e altri possedimenti nelle colline circostanti.

Il giardino della grande casa dei proprietari confinava con la loro, separata da un viottolo che conduceva alle colture di lavanda, le cui diverse colorazioni stagionali erano uno dei pochi spettacoli disponibili in quei luoghi un po' fuori mano.

Gli arbusti spogliati in estate del loro prezioso carico di fiori ricacciavano nuovi germogli verde-grigio, occasionalmente ricoperti in inverno dalla neve. In primavera le piante si rivestivano di argentee foglioline aghiformi, preludio dei nuovi steli colorati sempre più di viola man mano che la spiga si sviluppava. Finalmente con la bella stagione ecco aprirsi il fiore lilla, sfrangiato come piccole dita a spargere nell'aria l'inconfondibile profumo, secco e balsamico.

Qui si parla dell'originale piantina di lavanda, meno produttiva dell'altra selezione più grande e fiorita: il lavandino, ordinata nella crescita e decisa nel colore ma soprattutto capace di produrre il doppio di essenza, ragione per la quale viene sempre più coltivato.

Ad esso manca quel senso di vulnerabilità della piccola lavanda, tuttavia apparente, perché pur schiacciata al suolo dal Mistral, il forte vento di quei luoghi, si rialza determinata a far fiorire ogni singolo capolino; compito che riuscirebbe a portare a compimento se non fosse recisa per estrarne la preziosa essenza.

Del perché i proprietari di quelle tenute non si siano ancora convertiti, nei terreni adiacenti la loro casa, al più redditizio lavandino si è discusso tra le genti del luogo: la spiegazione accettata è che il delicato colore della lavanda allevia la pena delle loro disgrazie.

Tutti conoscono la storia della proprietaria, una signora già avanti con gli anni che terminò la propria vita dando alla luce l'ultimo figlio di tre, Jean, venuto al mondo per restarsene in parte separato, non sopportando qualcosa nel suo corpo le normali attività quotidiane. Il padre in breve tempo si rese conto dell'impossibilità del bimbo di vivere nei climi caldi di quella terra d'oltremare, dove aveva avviato una attività commerciale assieme agli altri figli e alla fine trovò in Anne, di cui ebbe sempre completa fiducia, la persona adatta cui affidarlo, prima di trasferirsi per sempre.

Sarebbe lungo spiegare le ragioni del suo comportamento, criticato da molti. Costoro però, non conoscendo a fondo la sua vita non possono valutarne le attenuanti: altri figli da far crescere, passate situazioni tra lui (Marcel) e la moglie, l'età avanzata e forse un altro rapporto affettivo che prese forma, del quale Jean fu tenuto all'oscuro, ritenendone pericoloso l'impatto date le sue delicate condizioni.

I fratelli si stabilirono assieme al padre in quei luoghi stranieri, facendosi col tempo una loro famiglia e mettendo al mondo dei figli; visitarono Jean solo un paio di volte, mantenendo in seguito scarni contatti attraverso vuote lettere d'auguri e formali telefonate.

 

Dicevamo di come la madre e la zia materna di Marie traessero gran parte del loro sostentamento dal lavorare per quella famiglia, per la coltivazione della lavanda e la conduzione della casa, mentre altre entrate provenivano da ogni sorta di lavori saltuari che accettavano senza riserve da chiunque. Venuto a mancare il contributo paterno si accrebbero le difficoltà, fortunatamente superate con l'arrivo di Anne che oltre a mantenerle a servizio offrì loro con continuità nuove opportunità di guadagno, mai delle donazioni che la fiera signora Claude avrebbe sicuramente rifiutato.

Patrick, il primogenito, con la maggiore età divenne marinaio: sarà stato quell'unico viaggio in Corsica fatto quando la famiglia era ancora unita, con la piccola Marie da poco capace di camminare, o quel colore del mare associato ad una delle ultime felicità familiari a determinarne l'inconscio desiderio di allontanarsi, forse per rinnovarne il ricordo; fatto sta che se ne andò presto da casa.

 

Ogni piccolo cambiamento poteva peggiorare lo stato di salute di Jean, forse questo fu uno dei motivi che hanno fatto rimanere immutati nel tempo quei luoghi; quale che sia la verità quello è un posto particolare, con degli enormi platani secolari davanti e dietro la casa, autentici monumenti. Qui è cominciata l'amicizia tra Marie e Jean; parleremo un po' di come trascorrevano il loro tempo.

Dalle finestre del grande salone Jean poteva vedere la piccola corte della casa di Marie, il luogo dove la bambina trascorreva parte del tempo libero, giocando di rado con i pochi coetanei della zona, quando non era lei che si spostava per raggiungerli.

Jean fin da piccolo comprese quanto la sua vita sarebbe stata differente da quella delle altre persone che vedeva rincorrersi all'aperto. Là fuori ci sarebbe andato solo per poco tempo al giorno, sempre controllato e assistito da Anne. L'esterno più lontano conosciuto era un edificio bianco a centinaia di chilometri dal suo paese, dove periodicamente veniva ospitato per controlli ed eventuali trattamenti medici.

Le splendide montagne che lo circondavano gli risultavano indifferenti nella loro grandezza, apprezzava solo l'orizzonte limitato dalle dolci colline dei suoi luoghi e si sentiva a suo agio soprattutto con le persone che frequentavano la sua casa. Marie entrò ben presto nella vita di Jean, più grande di quattro anni.

La ricordava da piccola, quando portata dalla madre attendeva che finissero le pulizie periodiche della casa, incredulo della sua grande vitalità e meravigliandosi ogni volta di quell'erompere in pianti e strilli che, diversamente da quanto riteneva Anne, non lo affliggevano né disturbavano, anzi in qualche modo lo rinvigorivano. Era grato a Marie per essere com'era, sana e un po' selvaggia, con quella potenza nella voce capace di incrinare la tranquillità dell'ordinato salone.

 

Col passare degli anni alla bambina fu permesso di camminare liberamente nelle ampie stanzeed ella cominciò a ricordare di essere Marie, l'amica di Jean: poteva venire e fare quel che voleva in quella casa - salvo in certi giorni nel mese, cosa che la faceva indispettire - mai redarguita una sola volta da quella donna, Anne, la vera "famiglia" dell'amico.

Claude, la madre della bambina, aveva ben presente la situazione e sapeva frenarla o lasciarla libera a seconda delle occasioni; talvolta il compito di sorvegliarla e nel caso riportarla all'ordine veniva affidato al fratello Patrick. Al crescere di Marie diminuiva il tempo che trascorreva con Jean, ma mai le due madri, la vera e quella acquisita, dovettero intervenire per controllarne la reciproca dipendenza.

Tutto andò sempre per il meglio perché Jean non avrebbe mai compromesso la continuazione della loro amicizia. Per lei divenne normale passare un po' del suo tempo con l'amico sfortunato che non poteva nemmeno liberarsi della maestra (Anne), avendola in casa! 

Marie aveva sette anni quando Jean le chiese per la prima volta cosa avrebbe voluto fare in futuro: «Ti piacerebbe andare via da qui quando sarai grande? Magari in una grande città, a Parigi o vicino al mare?» - «Nemmeno per sogno! Io resterò sempre qui e continuerò a fare i mazzi di lavanda l'estate e anche ti verrò sempre a trovare per giocare qui nel salone» - rispondeva prontamente. - «Ma da grande potresti fare delle cose più interessanti, potresti studiare e diventare chennesò un dottore! Oppure una assistente d'aereo, così gireresti il mondo!» - insisteva - «Chennesò! Io sto bene qui dove c'è la lavanda!» - replicava, senza verso di smuoverla. Poi ripresero a giocare, specie giochi di costruzioni e di pazienza, dote di cui Jean era ben dotato.

 

Quando la lavanda fioriva Marie aiutava la sua famiglia, due o tre volte alla settimana, a raccoglierne alcune ceste per essere venduta a mazzetti in alcuni piccoli negozi del centro.

Col passare degli anni vi sarebbe stato sempre più lavandino in vendita: come al mercato la gente cerca la mela più grossa e rossa così accade per le diverse varietà di questa pianta; sia chiaro, tutti sono riconoscenti al lavandino che ha permesso di non soccombere alla scarsa redditività della piccola lavanda. Tuttavia, parlando di un fiore acquistato per conservarlo essiccato, il colore che si mantiene più distinto e chiaro nella lavanda è in misura maggiore capace di richiamarne l'originale bellezza.

Non di rado ci si soffermerà a sfregarne qualche capolino tra le dita annusandone il profumo. Sarà sempre una questione personale, ma la purezza dell'essenza di lavanda è certamente più apprezzata.

 

Jean ben presto aveva dovuto imparare ad accettare la propria condizione, quando non vi riusciva il suo stato si aggravava e produceva una sofferenza più grande che solo l'intervento di Anne riusciva a calmare. Una delle cose che più lo affliggevano era osservare la sua amica e le altre persone raccogliere i fiori al mattino e desiderare di stare con loro, sapendo di non poterlo fare se non per poco. Quel poco lo provò alcune volte ma lo sconforto di doversene allontanare troppo presto gli procurava una pena maggiore.

Aveva dieci anni quando Anne trovò un modo per risolvere in parte la situazione: si accordò con un’associazione che aiutava bambini disabili a cui avrebbe inviato un certo quantitativo di mazzi di lavanda al solo prezzo della spedizione, affinché ulteriormente suddivisi ne traessero un profitto dalla vendita. L'associazione contava due sedi poco distanti e giustamente si convenne di rifornirle entrambe.

Da allora due volte al mese, per i due della fioritura, Claude e Catherine raccoglievano la lavanda che veniva trasportata con dei cesti da Patrick sino al salone, dove erano posti dei tavoli per poterla distendere. Una volta ordinata - mansione di cui si era appropriata Marie - veniva collocata in due grandi scatoloni di cartone, chiusi e trasportati nella vettura di Anne per la spedizione.

Il compito di Jean era di registrare le quantità inviate ma soprattutto di attaccare ai contenitori delle etichette colorate, dipinte da lui stesso, diverse una dall'altra e con scritto l'indirizzo.

 

Una volta che Patrick propose di farle stampare gli fu fatta leggere una lettera del responsabile dell'associazione che raccontava di come i ragazzi di una delle due sedi le apprezzassero così tanto da averne iniziato la collezione, tanto che non una fu andata persa. La stessa cosa si ripeté nell'altra sede, così da aver generato una sorta di gara; nel ringraziare per quell'ulteriore lavoro non dovuto il direttore si diceva disposto a qualunque sacrificio purché non finisse.

Di questo non dovette temere in quanto Jean, letta la lettera, si sentì ancor più motivato e il pensiero che altri, per differenti versi sfortunati, lo apprezzassero così tanto lo spinse a fare sempre meglio. Sapendo della competizione fece in modo che entrambe le sedi ricevessero alternativamente una etichetta particolare, sì da farle sentire privilegiate nell’occasione. Di quelle etichette cominciò a diffondersi la voce e in seguito, quando divennero decine, vi fu addirittura il tentativo di un gallerista di acquisire l'intera collezione, ovviamente senza successo.

Questo nuovo lavoro permetteva a Jean una relazione con tutti e ad ognuno di ricavarne qualcosa: la famiglia di Marie di svolgere un'attività  a domicilio, alla bambina di stare più a lungo con l'amico ricevendo anche un piccolo compenso, per l'associazione e i suoi ospiti abbiamo già detto.

Rimane Anne per la quale il successo dell'iniziativa valeva più di tutto. Dissimulò la fatica per l'impegno profuso nella nuova attività che si aggiunse all'amministrazione della tenuta e alla conduzione della casa, nonché al suo compito principale, l'assistenza a Jean; col risultato di poter disporre di ben poco tempo libero. Sovente l'aiuto richiesto a Claude e Catherine era tale che apparivano un unico nucleo, dove le donne facevano il possibile per proteggere la propria famiglia o quella acquisita.

 

C'era un'altra cosa che Jean faceva molto discretamente, senza darlo a vedere: osservava Marie, come si muoveva, respirava, parlava o separava le spighe. Fu naturale che pian piano si affezionò, come accade ai giovani della sua età; ma quelli che come lui conoscono i propri limiti non si concedono di fantasticare sul futuro. Per lui quel lavoro assieme alle persone amiche, tra i mazzi e il profumo della lavanda, era già una forma d'amore esaudito e non avrebbe desiderato di più.

In quelle occasioni rimase affascinato di come il sole, entrando dai grandi finestroni aperti e illuminando i fiori violetti, producesse variazioni continue di tonalità. Oltre ad intuire, senza conoscerne la formulazione scientifica, le leggi che regolano i fenomeni luminosi, si accorse che c'era qualcos'altro...

Diversamente da un novello Goethe non si applicò allo studio e conoscenza di tali fenomeni, ma li fece propri con la sola osservazione come è dato agli artisti, iniziando a trasportarli sui suoi fogli con una sensibilità che è concessa a chi d'altro è privato. Quando vide che riusciva a trasferire una piccola parte del mistero della luce nei suoi lavori ad acquerello e tempera, pian piano si dedicò al mistero della vita e Marie divenne l'unico soggetto umano delle sue opere.

 

Capitolo 3 - I fiori


“Se i fiori finissero oggi, la vita come la conosciamo sulla terra finirebbe, terminate le scorte di cibo.

Per molti animali, per molti insetti, sarebbe questione di  mesi se non di ore.

Se pure fosse possibile cibarsi di qualcosa d'altro, il ciclo vegetale non si rinnoverebbe e prima o poi avremmo solo un  deserto; anche il rinnovarsi  dell'acqua e dell'aria dipendono da questo ciclo.

Potendo averne in altri modi d'aria e acqua, in questo mondo ormai arido non avreste una rosa per chi amate o un altro fiore per chi ricordate.

Non avreste il vero profumo ma solo quello sintetico e non avreste i  colori viventi dei fiori.

Col tempo, quei fiori riprodotti nei quadri, nei tessuti, nelle vesti e in ogni dove diverrebbero a loro volta morti, geroglifici muti di cui conoscete il nome ma non il suono originario.

Chi venisse dopo di voi non potrebbe più comprendere la poesia e la narrativa che in larga parte è celebrazione del creato e delle sue meravigliose entità.

In un tale mondo pochi sopravviverebbero, ma ci inquieta immaginare come.”.

 

Come scoprirete continuando a leggere questa storia, un po' parleremo di una terra che le circostanze, unite alla tenacia e ai valori delle persone del luogo, hanno fatto in modo che si preservasse così ben tenuta e amata sino ai giorni nostri.

Se già la conoscete spero possiate ritrovare qualcosa del vostro sentire; nel caso non vi siate mai stati e, dopo la lettura (quale onore per lo scrittore!) si stia formando in voi la curiosità di visitarla, una volta arrivati non abbiate fretta perché quello che troverete si mostra ma non si  rivela.

Se e quando si rivelerà sentirete quel  luogo vostro, perché almeno una sua parte è entrata in voi e vi risuona.

Allora potrete confermare che come non si perde un ricordo non si perde un vero amico, e un vero amico può anche essere un fiore.

 

Vista dallo spazio la terra è una splendida sfera azzurra che trasmette, a detta di chi ha potuto averne la visione, una sensazione di tranquillità e bellezza.

Anche sulle alte vette montane si provano sensazioni altrettanto penetranti, per le quali molti sono disposti a rischiare la propria vita. 

Invece non c'è nulla da rischiare per recarsi in prossimità di una distesa fiorita e, guardandola, provare una delle esperienze più comuni e gratificanti (... e misteriose) per noi esseri umani.

Che questa ci procuri qualcosa lo prova il ricercarla quando ve ne sia la possibilità, o lo sforzo (talora continuo per anni e anni) di ricrearne una parte in uno degli innumerevoli giardini curati dalle persone di tutto il mondo, così assorbite nella loro comunione con le essenze vegetali da poter dimenticare per un po' anche le tristezze che ci accompagnano in questa vita.

 

 

Dov'è il mistero? Questo è il bello della faccenda...

 

                                             Il mistero è lì, rivelato e sconosciuto,

                                             a suo modo parlante eppure muto.

 

Molti pittori  percependolo hanno provato a riportarne qualcosa nelle loro opere, taluni con risultati sorprendenti, come Van Gogh; per tutti gli altri ugualmente meritevoli parla la storia dell'arte.

Gli uomini devono avere un motivo per rimanere a lungo in un campo fiorito: lo scopo del pittore è di ritrarlo, quello dell'uomo comune a volte è legato al lavoro, quello del turista per averne un ricordo; ma in ogni caso quello scopo farà da filtro fra voi e la pura radiazione dei colori viventi dei fiori. 

Poi entra in gioco la quantità: i fiori del proprio limitato giardino emanano una relativa energia, un campo di girasoli è tutt'altra cosa, come lo è uno di lavanda - qui abbiamo la qualità della radiazione, i colori appunto, come ci hanno insegnato.

Perché, tra i molti, Van Gogh? Soprattutto negli ultimi due mesi della sua breve vita (in cui fu in grado di eseguire ben ottanta opere!) riteniamo che se vi fu un filtro tra lui e i colori fu ben poca cosa; l'impressione comune è che egli riuscì  ad imprigionare nei suoi dipinti parte di quello che percepiva, con risultati che lasciano pochi dubbi in proposito. 

Il mistero è il fiore, il suo colore e non di meno la sua forma, collegamento tra l'universo d'energia e la vita umana. Non vogliamo discutere di filosofia o proporre elaborate considerazioni, a noi interessa riconoscere che un campo in fiore ha un effetto su di noi, come qualunque altra cosa al mondo. Questa è una delle chiavi per comprendere la storia che racconteremo.

 

Nulla di ciò che esiste nell'universo ha una vita indipendente, ogni cosa inanimata o vivente interagisce con tutte le altre in misura più o meno riconoscibile; dagli inizi della civiltà ad oggi molti sono convinti anche dell'influenza di stelle e pianeti sul nostro destino.

Sull'argomento si è dibattuto a lungo e si continuerà a farlo; rimaniamo convinti che, come in altri ambiti, non avremo una parola definitiva, una certezza; alcuni riterranno valide certe ricorrenze che non lo sono per altri.

Di quello che entra in noi attraverso i nostri sensi possiamo dire che è esperienza quotidiana avvertirne immediatamente l'effetto; altre volte per intensità minori o sensibilità diverse non ci è possibile collegare l'effetto alla causa, soprattutto se si è allontanata nel tempo.

 

Ritornando ai colori... su questo tema possiamo trovare una notevole quantità di informazioni in tutti i campi (scientifico, umanistico, filosofico, religioso e così via) da darci l'impressione che quasi tutto sia stato detto al riguardo; eppure il fatto che vi siano tanti modi di spiegare, descrivere i colori, ci fa intuire che questo fenomeno, come molti altri, è ancora lontano dall'essere completamente rivelato.

Quando cerchiamo di assorbire e di fare nostre queste descrizioni, ad un punto possiamo accorgerci che non ci avvicinano e neppure ce li fanno apprezzare di più. Ma se non facciamo riferimento alla scienza o ad altro, inizialmente potremmo scoraggiarci del poco che abbiamo da dire al riguardo.

Cosa sappiamo dei colori? Sappiamo che, crescendo, abbiamo detto verde per l'erba e rosso per il pomodoro, bianco per la neve e così via. Da allora i colori sono divenuti una cosa che diamo per scontata, ritenendo che sia così per tutti, ma così non è.

L'effetto di ogni colore è differente per ognuno e cambia con il tempo, lo stato di salute o mentale; chiedetevi se quando state bene gradite le tinte sul rosso e se le stesse vi fanno ben riposare quando indisposti; pensate alle persone che conoscete cercando di ricordare quali sono i colori dei loro vestiti, delle loro case, delle auto. Se potete usateli i colori. Qualunque età abbiate prendete un foglio e metteteci dei colori, di qualsiasi tipo, per forme od astrazioni, ogni cosa va bene, quando sarete stanchi di perdere tempo gettatelo o conservatelo.

Fatelo per voi e non cercate un risultato da mostrare, non ascoltate consigli da nessuno.

Se c'è uno scopo è solo quello di riavvicinarvi ai colori, pian piano saranno loro a cercarvi e allora avrete molto di vostro da dire sull'argomento! 

Se dai colori sul foglio passiamo ai colori di quello che ci circonda - il cielo, il mare o le montagne ricoperte di neve - ci potremmo domandare se siano viventi o inanimate, ricadendo nella stessa trappola: le risposte che ci hanno aiutato a crescere sono divenute zavorra nella nostra mente.

Non so come potrà accadere a voi quello che accade a molti: sentire che il colore dei fiori è diverso dagli altri, per il fatto che quel colore c'è finché il fiore vive e quando appassirà ne avrete un po' nostalgia. Abbastanza da ritornare in quei luoghi dove li avete visti o comperarne di freschi. La forza vitale dei fiori produce nell'uomo una richiesta di fiori, un bisogno di averne vicino, così che altri siano coltivati in piccoli o grandi spazi.

Quella stessa forza che risiede tanto nel colore che nella forma induce le persone sensibili a rispettare quelli spontanei, a non spezzarne il ciclo; così che essi e tutti gli innumerevoli insetti e le altre forme di vita possano continuare ad esistere.

 

Sia alle persone in vita che a coloro che non sono più tra noi si usa far dono di fiori da tempi immemorabili e nei popoli di gran parte del mondo: se c'è un qualcosa che accomuna l'umanità è questa; non la forma di governo, né la cultura, né la religione, né qualcos'altro... ci avete mai pensato? Forse no, perché è un'esperienza quotidiana e comune.

Ogni cosa che cammina con noi e ci accompagna in questa vita è un mistero: i vostri cari, gli uccelli, le albe e i tramonti, il mare, i fiumi, le montagne e infinite altre.

I misteri che non siano evidenti non lo sono, appartengono il più delle volte a formulazioni e astrazioni mentali. Quelli veri si devono poter toccare con mano e una volta ritirata sentire che qualunque cosa abbiamo provato non lo comprenderemo mai appieno e tuttavia l'accettiamo per quello che è, rivelato e sconosciuto allo stesso tempo. 

I veri misteri aiutano a vivere, sono parte della vita. Se conosceste tutto, ma proprio tutto di un uccello, vi stupireste ancora del suo volo?

Non che sia preferibile non saper nulla: la forma e la meccanica dell'ala, le penne, le leggi del volo battuto e librato e così via sono argomenti affascinanti, ma che una pallottola di piume possa volare per l'incredibile intelligenza che ne ha forgiato ogni parte desta una tale meraviglia da restare senza parole... e meno ne avete più spazio c'è in voi, dove quell'uccello può continuare il suo volo.

Non è solo un modo poetico per dirlo, ogni cosa a questo mondo produce una scia vitale, si origina sulla scia di un'altra e quando termina, da quella scia altre ne iniziano.

Come diremo ben oltre non si tratta di spiriti e cose del genere, non ci appartiene quel modo di sentire; per fare un esempio prendete la foto di una strada di notte, dove di ogni luce si vede una scia colorata; con un tempo di esposizione breve si vedrebbe l'auto e il numero della targa, ma con un tempo lungo cosa vedreste, non solo di quella strada, ma della vita intera?

Infinite scie colorate che si intersecano, iniziano e finiscono senza posa.

Una di quelle è la scia dell'uccello che si unisce alla vostra, come può esserlo di una persona o di un fiore.

Ma il fiore è un punto di unione tra il cielo e la terra, attraverso di esso ci si ricollega alla scia di quella persona cara e si procede, per un po', ancora insieme.

 

Nella vita di una persona  c'è qualcosa che può rivelarsi sin dall'inizio, durante o giusto alla fine, come non rivelarsi affatto. Per ognuno è diverso: una persona, un incontro, un affetto, un talento, una fede, una convinzione, un oggetto, un luogo, un'esperienza bella oppure brutta, un sogno, una luce, un suono, un profumo, qualcosa della natura. Quel qualcosa potrebbe cambiare il corso della vostra vita, ma se anche così non fosse potrebbe ancora cambiare il modo della vostra morte. Gli ultimi momenti non saranno diversi da quelli di tutti, eccetto per questa cosa: se fu l'amore per una persona proverete quell'amore, se fu la fede vi sorreggerà sino all'ultimo, se fu un incontro potreste rivederlo, se fu una delle magnifiche forme di vita della natura, magari un uccello, esso volerà con voi in quell'ultimo momento... ma solo se fu un fiore sarà con voi, nelle vostre mani, anche dopo la fine.

 


Capitolo 4 - Anne e Jean

 

Anne aveva 35 anni quando incontrò la prima volta Jean che ne aveva 5, in un centro medico specializzato.

A vederla dava l'impressione di una persona capace, animata da una sincera passione nell'ascoltare e aiutare gli altri; forse perché riuscì a superare le difficoltà della sua vita si sentiva in grado di fare qualcosa per le persone, tanto che divenne il suo lavoro.

 

Ebbe una famiglia fin quando le vicende belliche gliela portarono via, come molti a quei tempi.

In seguito fu affidata ad un istituto non trovandosi parenti disposti ad accoglierla.

Aveva ormai sette anni e una sorta di innato fatalismo le fece accettare la  nuova situazione e quello che altri avrebbero deciso per lei; a suo modo cercò il lato positivo delle cose e uno era il tempo, tanto tempo che poteva dedicare alla lettura e allo studio, con cui riempì i suoi giorni senza rimpiangere qualcos'altro.

Per continuare a studiare iniziò presto a lavorare e la sua indole la portò a ricavare il necessario   assistendo chi per malattie od età ne aveva bisogno; non anelava agli svaghi, per lei l'indipendenza ottenuta facendo quello che meno le pesava era una ricompensa più che sufficiente.

Ormai a poco dal diventare medico interruppe gli studi tra la costernazione di alcuni suoi insegnanti e amici che non si capacitavano di una tale decisione.

Sono eventi che talora accadono, ci fu chi ipotizzò lo stress e chi qualcos'altro, ma a quelli che  vollero ascoltarla Anne spiegò come andò: un giorno aprì un libro iniziandone la lettura senza riuscire a procedere oltre, un senso di fastidio se non proprio avversione la prese; pensando fosse dovuto all'argomento (che pure l'aveva sempre interessata in precedenza) cambiò libro... con l'identico risultato.

Al terzo tentativo capì che le era successo qualcosa, anche se non sapeva spiegarselo; tuttavia era assolutamente tranquilla riguardo il suo stato mentale, rimasto il solito con solo quella novità: non era più interessata allo studio, a divenire medico. Qualsiasi altra cosa avesse fatto stranamente non la preoccupava.

Comunque non ebbe difficoltà per sostentarsi; la sua reputazione nell'assistere le persone ormai la precedeva, permettendole di scegliere le situazioni più confacenti.

 

Andando all'appuntamento fissato presso il centro medico avvertiva una inusuale inquietudine, una sensazione che la metteva in guardia tanto quanto, avendola provata raramente, la attirava; ritenne di poter far fronte come al solito ad ogni evento, non aveva veramente timore di nulla ma qui si trattava di qualcos'altro.

Il colloquio tra Anne e Marcel, l'anziano padre di Jean, avvenne in una saletta privata.

Come sua abitudine Anne, sostenuta da una solida esperienza, volle conoscere ogni cosa e non rinunciò a chiarire i minimi dettagli. L'incarico si rivelò così impegnativo che iniziò a prepararsi un modo e le parole adeguate per declinare l'offerta.

 

In sostanza i termini furono: il ragazzo deve continuare a vivere dove risiede, in Provenza, sia per il clima che per altre questioni; il padre cerca un'istitutrice (per un incarico a tempo pieno) con ottime conoscenze mediche e molto referenziata a cui affidarlo; assoluta autonomia per tutto, compresa la possibilità di assumere e licenziare personale in caso di bisogno; un compenso oltre ogni aspettativa e la possibilità di gestire una proprietà autonomamente trattenendone i guadagni ottenuti; risiedendo il padre all'estero viene richiesta la garanzia di una presenza continua.

 

Anne ascoltava la proposta di Marcel, una proposta di lavoro che altri avrebbero sottoscritto ad occhi chiusi per molto meno del compenso a lei offerto.

Era appunto una proposta di lavoro, ma Anne sapeva ascoltare anche le parole non dette, comprendeva lo stato d'animo del suo interlocutore e pensò tra sé: “Questo ragazzino malfermo in salute, persa la madre senza averla neppure conosciuta, sta ora attendendo di vedere allontanarsi anche il padre. Chi dovrà sostituirlo avrà un difficile compito: ottenerne la fiducia sperando che le ferite interiori, più che quelle fisiche, possano se non guarire almeno diminuire.

Non sta a me giudicare le ragioni di ognuno ma questo è un compito difficile che non si accetta per solo denaro; in caso di fallimento le conseguenze per il ragazzo per primo e anche per me, non ultimo per le mie referenze, sarebbero pesanti e mi ritroverei a domandarmi se avessi ben ponderato il compito prima di accettare, e anche se il generoso compenso non mi avesse condizionata.”.

 

Era quasi propensa a declinare l'offerta quando si rese conto con stupore che così intenta a prepararsi la frase di rito per la rinuncia, aveva tralasciato la cosa più importante, quella che nessun serio professionista deve scordare: il “soggetto” della questione!

“Che io abbia un qualche timore riguardo ai problemi che potrebbe darmi questo bambino, senza neppure conoscerlo?”- pensò. La situazione nuova e per certi versi insolita la riportò a quel senso d'inquietudine provata in precedenza a cui si disse doveva rispondere con un atteggiamento responsabile. Disse all'uomo: “Signor Marcel, sono onorata che lei abbia pensato a me per un tale incarico, ma come certamente comprende qui non sono solo i titoli e le mie referenze a consentirmi di accettare. Devo valutare con attenzione, in caso di insuccesso avremmo entrambi di che rammaricarci e il ragazzo un forte dispiacere. La serietà mi impone di dubitare delle mie capacità, tuttavia prima di una risposta conclusiva mi permetta di passare un po' di tempo con Jean.”.

Come ebbe pronunciato quel nome, Jean, il senso d'inquietudine scomparve e si sentì tranquilla. Strano, pensò...

 

Poiché il fanciullo rimaneva nel centro altri tre giorni si accordarono, in cambio dell'assistenza prestata, per un rimborso spese del viaggio e della pensione. Alla fine avrebbe preso una decisione, assicurando in ogni caso, per agevolare il compito d'altri che si sarebbe annotata i problemi incontrati, senza richiedere null'altro per questo.

Marcel ebbe una buona impressione dal modo di fare di Anne, lei normalmente chiedeva una retribuzione anche per un periodo di prova, se non altro per compensare la possibile perdita di altre opportunità, ma questo fu il prezzo che sentì di dover pagare alla sua coscienza per aver quasi rifiutato la proposta senza vederla (Jean).

 

Nella tarda mattinata di quel primo giorno, dopo le pratiche mediche, Anne si presentò a Jean nella sua cameretta (preferiva stare da solo). Giaceva affaticato ma vigile e rispose al suo saluto tranquillamente. Per tutto il giorno non ebbe alcun problema nell'assisterlo, egli non oppose nessuna rigidità a dei piccoli trattamenti di cui l'avevano incaricata; rispose educatamente alle sue semplici domande (ti piace dove vivi, cosa vorresti mangiare e così via) e non chiese niente di lei, evitandole l'imbarazzo di spiegare il motivo della sua presenza.

Alla sera nella sua camera scrisse delle note su quel primo giorno; non tralasciava mai di riportare subito, a caldo, le sue impressioni per iscritto e al termine della stesura le rilesse... la situazione appariva meglio di quanto immaginava.

Il secondo giorno trascorse come il primo e la facilità di trattare con quel bambino cominciò a farle considerare la proposta. Anche quella sera aggiunse delle altre annotazioni.

Non male pensò... quando ad un tratto le balenò “la domanda”, assieme a quella contrattura allo stomaco  che l'accompagnava quando stava od aveva compiuto qualche errore.

“Dov'è Jean in queste note?” - questa era la vera domanda che avrebbe dovuto farsi fin dall'inizio!

“Dov'è il dolore, lo sconforto di un bimbo che intuisce l'avvicinarsi della separazione anche dal padre!? Come può restare tranquillo sapendo che io o un altro sconosciuto saremo il suo collegamento col mondo, a cui dovrà rivolgersi senza poter far valere il suo debito di sangue?”.

Le tornò alla mente quanto disse al padre: “... la serietà mi impone di dubitare delle mie capacità...” - sentendosi quasi ridicola. - “Di quali capacità parlavo, cosa mai penso di sapere? Io che ero quasi pronta ad assumermi la responsabilità della sua assistenza, della sua vita... non ho capito cosa realmente provi questo bambino!”.

 

C'era qualcosa di familiare in questo pensiero che si ripeté nella mente più volte per afferrarne il senso nascosto. La chiave stava lì, seppur vicina non era ancora pronta a coglierla; per non allontanarsene ripensò alla situazione di Jean e da lui passò ai bambini in generale, come vivono,  come nascondono e rivelano i propri sentimenti e non siano, pur nella loro relativa semplicità, tutti eguali.

Un piccolo interruttore di cui ignorava l'esistenza scattò nella sua mente ed ecco riproporsi alla sua attenzione immagini lontane ma vivide, di quei tempi quando anch'essa, ragazzina, fu messa di fronte alla imprevista, brutale realtà della solitudine.

Ricordò e rivisse lo stato d'animo d'allora, esprimendolo a parole che trascrisse accanto alle note su Jean: “Con la guerra le difficoltà, le privazioni sempre più dure mi avevano quasi fatto perdere la speranza, ma me ne facevo una ragione perché altri condividevano la mia situazione; i miei genitori soffrivano con me e ancor di più soffrivano per me. Cercavo di aiutarli sopportando meglio che potevo, finché il mondo come l'avevo conosciuto crollò.” - fece una pausa, giusto il tempo di aprire la finestra per cambiare l'aria e di osservare la morbida luminosità delle luci cittadine; le davano la sensazione strana di trovarsi in un grande, confortevole salotto.

Persi i miei cari quel giorno, l'impatto fu tale che rimasi a lungo in uno stato di estraneità senza riuscire a  risollevarmi, fin quando, ripensando a loro, sentii quanto dolore poteva dargli il vedermi schiacciata, incapace di reagire. Avrebbero fatto di tutto per aiutarmi e per quanto la cosa appaia strana, percepii la loro spinta, il loro incoraggiamento; quella sensazione di forza mi difese dal mondo e dal dolore”.

 

Cosa si trasmise dalla madre al piccolo Jean non si può rispondere a parole: nell'uno solo istinto di sopravvivenza e nell'altra la consapevolezza dello spegnersi della propria vita. Non appare improbabile credere in un estremo fluire d'energia, ultimo dono per quel figliolo.

Alle domande del bimbo cresciuto che chiedeva della madre fu risposto nel modo usuale: è andata in cielo, da dove ti guarda e protegge; in seguito gli venne detto che accettò di morire per permettere la sua nascita. Il neonato Jean istintivamente rispose come lei avrebbe voluto, aggrappandosi alla vita, anche quando la salute si aggravò... anche adesso nell'imminenza della separazione dal padre.

Tieni duro, vai avanti, fallo per me!” - sarebbero, tradotte, le parole di sua madre ancora vive in lui sotto forma di spinta vitale.

O credete di essere separati dal mondo e di vivere per la sola vostra forza?

Il vero Jean finora non si era rivelato a nessuno, celando dentro di sé il mistero della sua capacità di assorbire le difficili prove dell'esistenza; ecco con cosa avrebbe avuto a che fare Anne accettando quel compito.

Vi è una sfida più bella che quella dell'aver fiducia? Anne doveva averne di Jean per la possibilità, un domani, di un incontro tra due persone con qualcosa in comune.

 

Quell'ultimo giorno andò da Jean senza nessuna idea, senza nessuno schema con cui valutarne il comportamento; come allora, quando abbandonò i libri e la sicurezza da loro prodotta, aveva abbandonato la sua esperienza, il credere di poter capire, di poter fare.

Jean le aveva insegnato qualcosa, la sua sola presenza aveva demolito quel muro di convinzioni, di azioni ponderate e ragionamenti con cui tutti noi affrontiamo le prove della vita, credendo di avere la capacità di comprenderla, almeno in parte.

Ma la vita è viva... quel morto bagaglio nella mente non vi potrà aiutare ad afferrarne la benché minima parte.


La giornata si svolse come le precedenti, con in più lo spettacolo degli improvvisi scrosci di pioggia e il veloce ritorno del sole propri di inizio estate che li catturò entrambi.

Si avvicinava l'ora del commiato e Anne rammentò che doveva una risposta a Marcel; stava per  dedicarsi alla questione quando la sua attenzione fu richiamata dai movimenti del bambino.

Jean prese il mazzetto di lavanda che teneva sempre sul comodino e porgendoglielo delicatamente  le disse: “Se mi verrai a trovare te ne darò tantissima... ”.

Anne non ebbe più bisogno di pensare alla risposta da dare.

 

Capitolo 5 - Un posto particolare

 

Avete notato, trascorrendo una giornata in montagna, al mare o in qualche città come la gente scelga differenti posti dove sostare per riposarsi? Alcuni di quei luoghi voi non li apprezzereste: troppa o poca gente, un panorama deludente, rumore e così via.

Tutti questi fattori uniti al nostro particolare gusto ci guidano nella scelta; a volte ci chiediamo in base a cosa altre persone ne abbiano fatte di diverse. Ad esempio nella ricerca di un bar quando capita di voler bere un caffè: chi lo sceglierà per il bel posto, le comode poltroncine o la marca di caffè, chi perché vedendolo frequentato lo riterrà segno di qualità, perché forniscono il giornale gratuitamente o perché chi serve ha... una certa presenza, oltre al modo.

Quale che sia il motivo anche in questo caso sembra agire la legge delle probabilità: gettando una manciata di sassolini in aria questi cadendo non si troveranno mai tutti assieme nello stesso posto, anche se c'è una remota possibilità che ciò avvenga.

Se passando per una città vedrete una coda di persone che attende di entrare in un bar mentre tutti gli altri sono desolatamente vuoti, sarà il segno che il mondo come lo conoscevamo è cambiato.

Vi sono dei luoghi per ognuno di noi, la Provenza lo è per molte persone che amano distribuirsi negli innumerevoli paesi grandi e piccoli: ciascuno ha in serbo qualcosa di diverso se non unico, ma tutti sono inondati da quella particolare luce del sole e nessuno manca di esibire il suo repertorio di splendide fioriture.


Tra le proprietà amministrate da Anne ve ne era una, piccola in verità, situata ad una quota più elevata della grande piana dove si trova anche la casa.

Per giungervi non è molta la comoda strada da percorrere: lasciata la cittadina si svolta per il vecchio ponte e poco dopo inizia la salita, una serie di curve da ambo le parti sin quando la strada si fa più diritta senza tuttavia cedere in pendenza. Dopo qualche chilometro inizia l'altipiano che, svoltato a destra all'incrocio, si allunga per una decina di chilometri e un paio di lato.

 

Fin dall'inizio ci si accorge della tranquillità che va progressivamente aumentando man mano che ci si avvicina; una volta là, ora come allora, solo alcune case molto distanziate e i campi coltivati a farro, erba medica, lavanda.

Oggi compaiono altre limitate coltivazioni quali la magnifica salvia sclarea, una pianta dal prevalente color rosa che vista da vicino sfoggia anche blu, celeste e bianco sui petali dalla consistenza cartacea; qui non cresce molto in altezza ma più in basso raggiunge il metro.

Le siepi prevalentemente di querce, oltre a proteggere dal vento le colture, ospitano molte specie di uccelli.

A questa quota la lavanda produce la migliore essenza ed è preferita al lavandino; il suo colore si fonde con quello del cielo e la vista della più alta montagna sempre sferzata dal vento e pietrosa nella cima è diversa, meno imponente e aspra, quasi che il gigante rispettasse quest'oasi  di pace.

 

Jean di lì a poco avrebbe compiuto 11 anni; assieme ad Anne andava spesso durante l'estate in quel posto. Lei si recava dalla famiglia incaricata di accudire la loro proprietà, raggiungibile con una strada sterrata, trattenendosi per breve tempo a parlare di questioni pratiche e di come andavano le cose.

Il ragazzo questa volta ascoltava stranamente interessato, li sentiva discutere del turismo che non arrivava a portare un qualche beneficio anche là e un turbamento lo prendeva, quasi fosse minacciata la fine di quella tranquillità. Quel posto gli procurava sempre una sensazione insolita e ogni volta si domandava quale potesse esserne il motivo: la lavanda aveva un colore più delicato in confronto a quella coltivata nei campi adiacenti alla sua casa, la tranquillità era senza pari ma ce n'era anche dove risiedeva, l'aria fresca e frizzante che neppure in estate il sole  riscaldava troppo.

Sì, la vista era più ampia ma questo non lo attirava particolarmente, e allora cos'era?

Improvvisamente, senza pensarci due volte, chiese ad Anne come regalo di compleanno di condurlo alla loro proprietà. - “Ma Jean, c'è da percorrere un po' di strada accidentata e saresti sballottato nell'auto, non c'è niente di diverso da qui.” - disse, guardandolo meravigliata per la richiesta inaspettata, volendo evitargli un possibile disagio fisico. - “Sei preoccupata che mi possa accadere qualcosa, ma sei una brava autista e sono sicuro che andrà tutto per il meglio.” - rispose.

Anne, conoscendolo bene, si accorse della inusuale determinazione; di solito accettava o rifiutava quanto gli veniva proposto. Solo quando ne aveva una necessità fisica avanzava delle proprie  richieste; a sua memoria era una novità e pensò che Jean, pur tra le difficoltà, stava crescendo e gli si doveva dare fiducia. Così salirono in auto e, osservati con un po' di incredulità dal fattore, si avviarono per raggiungere la mulattiera; si era dovuta opporre alla disponibilità dell'uomo di accompagnarli perché il ragazzo si era irrigidito, ad ogni buon conto rimasero d'accordo che trascorsa un'ora sarebbe venuto a cercarli.

 

La strada sterrata era molto meglio di quanto immaginava e Anne si rimproverò un po' della sua resistenza iniziale. Purtroppo non poteva permettersi sbagli; in caso di imprevisti il rimanere isolati seppur per breve tempo poteva rivelarsi pericoloso per la salute di Jean, il quale, quasi seguendo il corso dei suoi pensieri, non mancava di ringraziarla ed elogiarla per la guida attenta.

Il tragitto prese quasi una dozzina di minuti, vi erano diverse svolte e una piccola salita poco prima; quasi alla sommità di questa Jean ebbe la sensazione di un luogo conosciuto, tanto che si sentì sicuro nell'affermare che da lì sopra avrebbero potuto vedere la loro proprietà.

Anne, nel confermagli che era nel giusto ne rimase stupita, ma conosceva l'abilità di Jean nei calcoli e nel valutare il tempo trascorso, da cui l'indovinare il momento dell'arrivo.

Però non era una cosa frequente che la sorprendesse ed era già la seconda volta.

 

Arrivati alla sommità Jean chiese di fermare l'auto poco oltre un cabanon dismesso ma in buono stato (una masseria, piccola caratteristica costruzione in pietra a scopi agricoli) per osservare il posto, cosa che Anne fece volentieri, pensando gli sarebbe bastata una rapida occhiata prima di ritornare. Anche stavolta dovette ricredersi; ciò che stava accadendo quel giorno non aveva riscontri, per quanto ogni singolo episodio non avesse nulla di strano, l'insieme di quei comportamenti non corrispondeva al normale modo di agire di Jean.

Come se sapesse o intuisse qualcosa riguardo quei luoghi scese dall'auto senza aspettarla, altra cosa insolita; appoggiò la schiena al cofano e si mise a contemplare quell'assortimento di campi coltivati e siepi. Era così assorto che Anne rinunciò per il momento ad uscire a sua volta, ora era sicura che stesse accadendo qualcosa. Guardando quel ragazzo così ben conosciuto ma oggi stranamente diverso si sentì lei stessa differente; per un po' dimenticò dov'era, il tempo che passava e le altre cose da fare nella giornata, solitamente sempre ben presenti nella sua mente.

La luminosità del cielo ora era meno intensa e il meraviglioso blu-lilla della lavanda irradiava una luce che sembrava pulsare. Per quante volte avesse  guardato quello spettacolo colorato non ne aveva finora colto questa sfumatura, mai provato un tale senso di intimità: tutto pareva nuovo oggi, al pari del comportamento di Jean.

All'improvviso si accorse che lui non era più davanti all'auto, un tuffo al cuore seguì il pensiero che  potesse essere svenuto ma il rumore della portiera che si apriva la rasserenò velocemente.

 

“Anne, questo è davvero il più bel posto che ho mai visto, ti ringrazio ancora per avermici portato.” - le disse con un leggero sorriso. - “Per un po' ti avevo perso di vista, devo essermi distratta.” - replicò lei. Ora il sorriso sul volto di Jean era evidente: “... forse hai fatto un pisolino!”- solo allora Anne si rese conto del tempo trascorso, quasi venti minuti che a lei parvero un paio. - “Ma come mi è successo di addormentarmi... senza accorgermene! Mi pare di aver tenuto sempre gli occhi aperti e non ricordo di essermi appoggiata.”.

Per quanto esaminasse la cosa non ne veniva a capo, tanto che le venne il dubbio di un qualche problema fisico, forse alla testa, pensò con un brivido.

Ma nuovamente fu richiamata al presente da Jean: “È tempo che torniamo, prima che il fattore arrivi col trattore!” - “Oh mio Dio, oggi proprio non sono in forma!” - “Ma no Anne, stai benissimo e mi hai fatto un gran regalo: un'avventura, un'esplorazione!”.

Eseguita un'inversione su uno slargo più avanti iniziò il ritorno; arrivarono presso il casale del fattore che Jean salutò agitando una mano dal finestrino e si immisero sulla strada principale che, divenuta una decisa discesa, li avrebbe presto riportati al ponte e poi da lì a casa.

Mentre guidava Anne cominciò a mettere insieme tutti gli episodi di quel breve pomeriggio; non sapeva se meravigliarsi più per l'insolito comportamento del ragazzo o per la propria quasi amnesia. Riandando con la memoria a quel momento prima del ritorno di Jean nell'auto poteva sentire ancora un po' della calma e tranquillità provata e per quanto si sforzasse non aveva ricordo di un assopimento, una sospensione nel flusso della sua coscienza.

Ricordava di stare guardando Jean e d'un tratto non lo vide... e subito dopo il rumore della portiera che si riapriva. Venti minuti, non era possibile!

 

Le  ritornò in mente quello che le raccontò un amico tempo addietro: costui stava ritornando in auto dal lavoro, lo stesso percorso per le ben conosciute strade, guidando com'era solito e forse con i medesimi pensieri: come andava il lavoro con i colleghi, cosa avrebbe mangiato di lì a poco, i consueti problemi familiari e così via. Il viaggio durava poco meno di un'ora; pur se il tragitto era poco non lo era il traffico. Subito dopo una grande rotatoria c'era da percorrere un lungo tratto rettilineo interrotto da tre semafori distanziati quasi regolarmente. Passato il primo si attendeva di vedere il secondo quando una strana sensazione lo prese, come di stare percorrendo quella strada per  la seconda volta quel giorno. Pensò trattarsi di un effetto dell'abitudine; come si ha la  persistenza dell'immagine sulla retina così poteva darsi che il ricordo del viaggio del giorno prima, o di un altro giorno con un traffico simile e con pensieri simili, si sovrapponesse all'esperienza in corso.

Ebbe il tempo di compiacersi con se stesso per l'elegante soluzione trovata prima di posare lo sguardo sul cruscotto, un'occhiata  al contachilometri e un altro di sfuggita all'orologio. Quella sensazione ritornò con più forza: era passata mezz'ora, avrebbe dovuto essere già arrivato ma si trovava ancora a metà strada; pensando ad un malfunzionamento guardò anche l'altro di orologio, quello che teneva in tasca a causa del fastidio al polso, ma l'ora era confermata al minuto.

Per il restante tragitto le pensò tutte, dai problemi fisici (anch'egli temette qualcosa al cervello) ad una improbabile somma di disattenzioni che lo portarono a partire dopo del solito... sino all'ultima fantastica ipotesi che tirava in ballo rapimenti ad opera di alieni (per quanto lo riteniate stravagante molta gente ne è convinta, provate a fare una ricerca.).

Non venendo a capo della faccenda almeno si sentì sollevato al pensiero che almeno non doveva inventarsi alcuna spiegazione per il ritardo, dato che quel giorno i suoi familiari non erano in casa.

 

Assorta nei suoi pensieri Anne si dimenticò di Jean sin quando egli, mostrandole alcune spighe di lavanda che teneva in mano, le disse: “Guarda questa lavanda, l'ho raccolta al limite del campo coltivato, in mezzo a delle grosse pietre, non ti pare che abbia un colore più bello?” - “Ma come, sei andato fino al campo senza dirmelo?” - “Ma Anne, mi stavi guardando dall'auto e non mi hai detto nulla, ho pensato che mi permettevi di muovermi da solo... e poi ho camminato piano, stando ben attento a dove mettevo i piedi!”.

Anne non ci si raccapezzava più e decise di lasciar perdere, ormai stavano per entrare nel cortile di casa; poco dopo fermò l'auto e finalmente guardò la lavanda tra le mani di Jean, aveva davvero uno splendido colore e gliele stava porgendo: “Le ho raccolte per te Anne, per ringraziarti della gita che mi hai fatto fare.”.

Aveva sul volto quel dolce sorriso a cui Anne non riusciva a resistere che un po' la commuoveva, come quel lontano giorno quando cominciò la storia tra loro.

 

Marie compiva gli anni il 22 di luglio e Jean il 29 dello stesso mese, giusto una settimana dopo, cosi che il giorno era lo stesso per entrambi; ognuno partecipava al compleanno dell'altro fino a quando, a causa di una influenza che tenne a letto Marie in occasione dei 5 anni, il suo festeggiamento venne posticipato e unito a quello di Jean. La cosa piacque a tutti e da allora si decise di ripeterla alternativamente: l'anno successivo avrebbero festeggiato il 22, quello dopo  il 29 e così via.

La gita con Anne avvenne il 26 di venerdì e il festeggiamento per i 7 anni di Marie e gli 11 di Jean cadeva, secondo l'accordo, lunedì 29.

Tutto era stato organizzato: il rinfresco, le famiglie, gli amici di scuola e ovviamente i regali; a seguire giochi per i giovani e chiacchiere per gli adulti.

In quelle occasioni Jean passate un paio d'ore si ritirava a riposare in camera sua e questo gli permetteva di sopportarne altre due, sino ai saluti finali.

 

Stava arrivando appunto il momento del riposo quando Jean si rivolse a Marie: “Devo dirti una cosa... qualche giorno fa Anne mi ha portato dove abbiamo la lavanda là in alto, proprio fino al campo... con l'auto, per una strada di sassi!” - “Davvero!? E perché?” - “Glielo avevo chiesto come regalo per il compleanno, ma non credevo che avrebbe accettato, invece è stata proprio brava.

Comunque Marie, quel posto è diverso, l'ho sentito anche prima di arrivare: quello è il mio posto.” - “Certo che è il tuo posto! È di vostra proprietà.” - replicò. - “No, non intendevo questo... è come per te quando vai a giocare in quello spiazzo circondato dalla lavanda, perché vai sempre lì?” - “Perché mi piace e ci sono sempre andata.” - “E non lo cambieresti, vero?” - “No che non lo cambierei, poi è così bello adesso che la lavanda è in fiore! Ci starei tutto il giorno!” - “Ecco, tu lo sai che quello è il tuo posto!” - disse soddisfatto Jean. - “Però io non lo conosco il tuo posto!” -  rispose lei un po' rabbuiata e continuò: “Dimmi almeno cosa c'è di diverso da qui!” - “La luce Marie... il cielo, i campi verdi e poi la lavanda: mi pareva che il colore si  staccasse un po' dai fiori, continuando nell'aria vicina come se tremasse leggermente, non il fiore che non c'era vento, proprio il colore... e poi sono andato, da solo, fino al limite del campo coltivato, dove ci sono delle grosse pietre e anche lì c'è la lavanda, però in mezzo all'erba perché è selvatica e non viene tagliata; è più piccola ma ci sono anche delle piante molto grandi e il colore di quelle piante è diverso dalle altre nel campo.

Mi sono accorto che passando piano le dita aperte della mano sopra le spighe, senza toccarle, ti fa quasi l'effetto di una piccola calamita, come se venissero un po' attratte. Di un paio di piante l'ho sentito bene e avevano un colore diverso, particolare.”.

Marie l'ascoltava a bocca aperta, forse non capiva completamente, ma l'intensità che ci metteva quella la sentiva bene! Aveva l'impressione che stesse dipingendo un quadro davanti a lei, era   contenta del suo impegno per farle capire cosa provò, ma allo stesso tempo il fatto di aver perso  una tale occasione le bruciava un po'. - “Tutte queste cose hai fatto e scoperto lassù! E io che adoro la lavanda non ho mai sentito come dici tu.” - replicò. - “Se l'ho provato io sono sicuro che sarà così anche per te!” - rispose subito Jean e lei pronta: “Mi piacerebbe proprio vedere il tuo posto con te, quando possiamo andare?”.

 

Jean si rese conto con un po' d'amarezza di quanto dipendesse dagli altri, da Anne soprattutto.

Un altro al suo posto poteva prendere una bicicletta, arrivare sudato là sopra e camminarci fin che voleva, senza bisogno di continui riposi.

Mangiando i frutti del gelso o le more se non vi fosse stato altro; lanciandosi poi in picchiata ignorando il pericolo e una volta a casa forse prendersi un ceffone a ricordargli ancor più quella scappatella. Ma questo era sognare la vita di un altro, la sua era legata a quanto doveva fare per non avere problemi col suo debole corpo e per questo aveva bisogno di una assistenza continua.

Marie vedendolo rattristarsi comprese l'inopportunità della sua richiesta; aveva sbagliato a chiedergli qualcosa che non dipendeva da lui, era già stato tanto che Jean, così riservato, le avesse rivelato il suo segreto.

Sentendosi in colpa e non potendo al momento rimediare abbracciò l'amico dicendogli che il suo posto non scappava e ci sarebbe stata un'altra occasione. Jean si riprese dal breve stato di sconforto e si accomiatò da Marie con un gran sorriso per andare a riposare.

 

Quando vi è una tale sintonia tra le persone, specie tra i giovani, l'una risponde immediatamente allo stato d'animo, alle sensazioni dell'altra; in qualche modo intuisce anche cosa potrebbe fare, quali strade seguire per aiutare l'altro.

Marie l'aveva capito qual era la strada, una via difficile che le richiedeva uno sforzo fin dall'inizio: vincere il suo istinto di non esporsi. Solo perché era più difficile sopportare di aver involontariamente causato quella tristezza in Jean si decise a farlo, subito, che a ripensarci avrebbe lasciato perdere.

Quella strada difficile portava ad Anne.

 

 

Capitolo 6 - Anne e Marie

 

Anne incuteva un po' di soggezione a Marie, aveva studiato ed era quasi un dottore, sapeva un sacco di cose e addirittura era lei che si occupava dell'istruzione di  Jean!

E poi sua madre e anche Catherine ne parlavano sempre bene, dicevano che senza di lei avrebbero dovuto lasciare quel posto e cercare altrove un lavoro; così tutte queste notizie l'avevano resa un gigante ai suoi occhi, con il timore di fare qualcosa di sbagliato in sua presenza.

Comunque Anne non l'aveva mai rimproverata, neanche quando giocando nel salone più d'una volta combinò qualche guaio.

In quelle occasioni Marie avrebbe preferito essere sgridata o punita in qualche modo, pagando il prezzo per la sua disattenzione: così le pareva  di essere sempre in debito e un giorno chissà cosa avrebbe potuto chiederle!

Sapeva quanto Jean stesse a cuore ad Anne e ora che, sia pure involontariamente, aveva dato quel dispiacere al suo amico decise che era venuto il momento di pagare, assieme a questo, tutti i suoi debiti con quella signora a cui tutti dovevano qualcosa.

Aveva poco tempo per farlo, giusto quello del riposo di Jean, così andò a cercare Anne e, dopo averla vista armeggiare in cucina, attese irrequieta un momento che fosse sola.

 

“Signora  Anne... posso parlarle?” - le disse.  - “Oh, Marie, come va la festa? Se hai voglia di qualunque cosa oggi è possibile!” - “Grazie, la festa è magnifica e non manca nulla per davvero, ma io... volevo chiederle delle cose, ecco, che non ho mai detto perché... non sono capace.” - l'emozione per un approccio così diretto stava quasi per chiuderle del tutto la gola, dovendo fare uno sforzo per pronunciare ogni singola parola.

Non ce l'avrebbe fatta a continuare se Anne non si fosse immediatamente resa conto che chi le stava di fronte non era più la piccola Marie, la giocherellona e spensierata ragazzina ma un'altra creatura appena emersa con grande fatica dalla sua crisalide, assolutamente indifesa in quella fase di transizione. “Marie, adesso andiamo in un posto tranquillo che non hai ancora visto, ti mostrerò qualcosa e dopo se vuoi possiamo continuare.” - le posò una mano sulla spalla e l'allontanò dal disagio di incontrare qualcuno, dirigendosi verso le sue stanze private.

La bambina si lasciò guidare, quasi appoggiandosi al suo fianco, il reverenziale timore aveva lasciato il posto alla fiducia.

 

Nel grande studio Marie osservò con curiosità i mobili: una libreria, una scrivania con due poltroncine, un divano e un tavolo basso con sopra una grande lampada, una specie di credenza a ripiani e cassetti appoggiata al muro tra le grandi finestre, con molti quaderni, riviste e album di foto. Nella stanza rimaneva tanto di quello spazio libero che ci si poteva giocare a palla.

Su un muro era appesa una grande carta geografica del mondo, ad un altro un acquerello appena abbozzato a tema floreale che aderiva ad un fondo rigido e sembrava fatto da Jean; non c'era nient'altro sulle pareti sì che la tinta, un leggero e delicato color albicocca steso apposta irregolarmente, conferiva all'ambiente una calda e soffusa luce.

Sedutasi sul divano Marie rivolse l'attenzione ad una vecchia foto incorniciata sopra il tavolino: una coppia e una  bimba; era Anne pensò, quasi meravigliata dell'ovvia scoperta che tutti sono stati bambini.

Anne ne aveva seguito lo sguardo mentre ispezionava il luogo e gli oggetti, vedendolo indugiare sulla foto della sua famiglia, quasi a suggerirle il punto d'inizio del discorso: “Quella è la mia famiglia, sono rimasta sola che avevo la tua età;  c'era la guerra a quei tempi e purtroppo molta gente morì, anche i miei genitori non ebbero la fortuna di sopravvivere.”.

Si accomodò vicino alla bimba e sistemandole un paio di cuscini dietro la schiena per farla stare comoda percepì che il suo corpo si era rilassato. Una sua capacità naturale, comprendere lo stato delle persone dalla posizione del corpo, da come parlavano, come guardavano;  questa dote l'aveva molto aiutata nel suo lavoro di assistenza.

Marie si sorprese della familiarità che provava adesso con Anne, quasi una sensazione fisica di stare bene con lei, eppure erano passati solo una decina di minuti, quando per anni quella donna le  sembrò di un altro mondo, ma il tempo incalzava e ora che era lì doveva andare avanti, ad ogni costo.

 

Parlarono per un po' di come Anne gradisse quei caldi colori alle pareti  e del motivo di quella grande carta del mondo: “Mi interessa come vivono i diversi popoli. Vedi tutte quelle riviste là sotto, descrivono luoghi che quasi si fatica a trovare anche su quella grande mappa.” - e  prese a sfogliarne una a caso, impreziosita da grandi foto colorate.

Marie si ricordò di averle viste in mano a Jean e che lui cercava soprattutto immagini di fiori strani. Il  tempo trascorreva tranquillamente finché Marie si sentì in grado di riprendere il difficile argomento: “Io tante volte ho fatto dei disastri e tu non mi hai mai punita e nemmeno sgridata, adesso volevo ringraziarti che mi hai sopportato e anche che la mamma e la zia e Patrick mio fratello, possiamo vivere qui perché sei venuta tu. Io so che devo stare attenta con Jean, gli voglio bene, ti giuro che sto attenta di non farlo correre e se lo vedo stanco devo salutarlo, come mi ha raccomandato la mamma, dicendo che dovevo aiutarla a casa se succedeva... ma alcune volte non lo faccio apposta, mi dimentico che non può fare come me, mi sembra impossibile che sta sempre male e che non guarisce come noi... e...” - Anne non fu in grado né volle interromperla, sbalordita e ammirata dalla sensibilità della bambina si rimproverò di non aver saputo cogliere quali sentimenti e dispiaceri si sviluppavano in lei.

Ancora una volta un bambino le faceva toccare con mano i suoi limiti, Marie piangeva e Anne sentì inumidirsi anche i suoi occhi, non sentendosi del tutto meritevole della fiducia che le dimostrava. Ma un bambino si aspetta che un adulto si comporti da tale, senza che si mescolino i ruoli e perlomeno questo poteva assicurarlo.

 

“Marie, tutti i bambini fanno, devono fare dei piccoli disastri, è anche così che crescono e imparano, ma credimi se ti dico che tu hai sempre fatto del bene a Jean; anche se ogni tanto si stanca poi si riposa, non sai quanto la tua compagnia lo aiuta a sopportare le sue cure, a stare molto del suo tempo da solo. Quando arrivi tu per fare i compiti o giocare Jean quasi si dimentica dei suoi problemi ed è come te, un ragazzino come gli altri, anche se dipinge invece di correre.”-

“ Ma io lo so che gli piacerebbe uscire e stare con noi, che vorrebbe fare le cose da solo, deve sempre chiedere per andare da qualche parte.”.

Anne capì che era accaduto qualcosa di importante perché quella bambina trovasse il coraggio di parlarle apertamente di questioni che riguardavano soprattutto Jean; c'era un invito sottinteso a chiederle quali fossero ad esempio quelle cose che avrebbe voluto fare da solo, o dove pensava che volesse andare, ma capiva che lo sforzo sostenuto da Marie per arrivare a darle quell'indicazione era stato il massimo che poteva fare. Lo comprese vedendola muovere le gambe e cercare con lo sguardo una via d'uscita da quella situazione. Aveva solo sette anni ed era riuscita ad arrivare, per l'amicizia che portava a Jean, in un mondo di discorsi da grandi, quasi confrontandosi con lei su cosa fare! 

Doveva lasciarle il tempo di riprendersi, avere pazienza, cercando nel frattempo di individuare cos'era successo che lei, sempre così attenta ai problemi di Jean, si era lasciata sfuggire.

 

Anne si alzò dicendo che era tempo di ritornare nel salone perché di lì a poco sarebbe cominciata la seconda parte della loro festa, quella con i regali e con la visione di un filmino (a quei tempi si usavano pellicole in super 8 e piccoli proiettori come al cinematografo) che i fratelli di Jean avevano spedito per tempo, in cui si vedevano loro e il papà in quei posti dall'altra parte del mondo, dove vivevano. Purtroppo anche quest'anno non potevano venire e una scusa valeva l'altra, questa diceva di problemi di lavoro, permessi in scadenza e così via.

 

Mentre lasciavano lo studio Anne prese a parlare di regali, di nuovi giochi e riviste:

“ Io gli regalo queste cose e altre ne mandano i suoi familiari, ma Jean non chiede quasi niente, dice che non ha bisogno di così tante cose. Sai Marie, mi piacerebbe tanto indovinare un bel regalo da fargli.” - l'esca era gettata e Marie che non aspettava se non di esser pescata per liberarsi del suo peso non se la lasciò sfuggire: “Jean mi ha detto di quel vostro campo là sopra e di quanto gli era piaciuto... quanto erano belli i colori e la lavanda! Mi aveva fatto venire voglia di vederlo e gli ho chiesto come andarci... e lui è diventato di colpo triste. So che ho sbagliato perché è distante e lui non può...” -  Anne, colto il nocciolo della questione, provvide ad affrancare quella gentile creatura dal suo dispiacere dicendole: “... ohh, grazie Marie! È che ho avuto da fare per preparare la festa che me ne sono scordata... di dire a Jean che pensavo proprio di ritornarci e sarei contenta se ci vieni anche tu, così gli stai vicina e io posso rimanere nell'auto come l'altro giorno; magari posso anche leggere, perché mi posso fidare di te.” - “Certo che si può fidare Anne, io non lo lascio solo neanche un momento!!”.

 

Aver visto il volto della bambina illuminarsi felice per il risultato insperato di aver fatto qualcosa per il suo amico, un regalo che lei pur così piccola poté offrirgli, fu anche per Anne un regalo.

Molti non sanno di questo genere di regali e nemmeno immaginano come ci si possa sentire quando ci vengano dati, ma chi anche poche volte se non una sola li abbia ricevuti, difficilmente li scorderà. Quello che vi arriva da un bambino nessun adulto potrà mai eguagliarlo, perché l'adulto non è tutt'uno col suo regalo che per lui è quasi sempre un pensiero se non un ragionamento. Invece il disegno fatto da un fanciullo e datovi in dono è una parte di lui, come intuiscono tutti i genitori che li attaccano in ogni posto della casa riconoscendone il valore.

Il fiore colto ai bordi del campo, scelto secondo criteri a noi ignoti dal bimbo che ve lo porge, è giusto il fiore che va bene per voi, non quello che pensate sia adatto a voi; questo genere di regali apparentemente comuni in realtà sono rari, perché solo quando le circostanze lo permettano ne riceverete uno, per quanto possiate fare non c'è garanzia.

 

Quei pochi giorni furono per Anne ricchi di avvenimenti e scoperte: intravvide qualcosa di Jean che ignorava, anche se ebbe la sensazione che fosse stato più lui a permetterle di scorgerla. Comprese quanto si impegnasse per adeguarsi alla sua condizione, specie ora che, cresciuto, gli stimoli del mondo esterno bussavano con maggior forza alla sua coscienza e ciò nonostante la sua indole riservata rifuggiva dal chiedere, perché quello che certamente avrebbe ottenuto non lo voleva dalla pietà altrui, accettandolo solo dall'amicizia od in cambio di qualcosa fatto da lui, come le meravigliose etichette per la lavanda.

 

La piccola Marie... che scoperta meravigliosa un tale animo oltre alla sua contagiosa vitalità!

Anne non avrebbe voluto aderire così profondamente alla vita che le si  presentò una volta entrata in quella casa.

Una certa forma di distacco le era congeniale, un mezzo passo indietro con il quale si illudeva di fronteggiare gli eventi; ma si accorse che sono gli eventi a decidere per noi, come in questi ultimi accadimenti: mezzo passo indietro e non avrebbe condotto Jean al suo posto “meraviglioso”.

Un altro mezzo passo e Marie avrebbe tenuto per sé i propri e i segreti di Jean.

E invece senza mettere o poter mettere quella piccola distanza ecco un altro mondo disvelato e il dono ricevuto: la possibilità di farne parte, di esserne tutt'uno; cominciava ad avere un senso anche per lei che ciò di cui si ha bisogno possa essere lo stesso di quello che si desidera.

 

Ora occorreva costruire il “meccanismo” che avrebbe permesso di unire i bisogni e i desideri di ognuno, ma per questo genere di cose Anne aveva un vero talento.


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