La parola non è il nome
ATTO I — Il
Mostro
La
cosa curiosa era che Bruscolante e Passinbruno avevano fatto lo stesso sogno.
Se ne accorsero la mattina dopo, per caso, davanti a un caffè che nessuno dei
due aveva veramente voglia di bere.
«Stanotte
ero in un posto strano», esordì Passinbruno.
«Anch'io»,
rispose Bruscolante.
«C'era
una montagna.»
«Pure
nel mio.»
Avrebbero
potuto lasciar perdere. Due persone possono sognare una montagna senza che la
cosa debba necessariamente avere un seguito. Ma la coincidenza avviò la
discussione e, con calma, bevendo il loro caffè, cominciarono a raccontarsi i
particolari.
Passinbruno
ricordava una strada che saliva attraverso il bosco, fatta di curve e tornanti,
di tratti in cui la montagna sembrava richiudersi intorno alla carreggiata.
Ricordava soprattutto quella sensazione che ogni ciclista conosce: quando sai
che la salita è ancora lunga, ma senti che prima o poi arriverai a un punto in
cui tutto cambierà.
Nel
sogno, quel punto lo aveva raggiunto.
Bruscolante
invece ricordava poco della salita e molto di quello che veniva dopo.
Una
pietraia. Non un semplice terreno sassoso, ma una specie di deserto incastrato
dentro la montagna. C'erano guglie di roccia, alcune sottili, altre massicce,
color ocra e giallastre, come se qualcuno avesse scavato via tutto il resto lasciandole
lì. Non sembravano neppure appartenere alla montagna che aveva appena
attraversato.
«C'era
un posto», disse. «A un certo punto finivano gli alberi.»
Passinbruno
lo guardò fisso.
«E
cominciavano le pietre?»
«Sì.»
«C'erano
delle montagne strane, in fondo?»
«Non
in fondo. Erano dappertutto.»
Passinbruno
conosceva abbastanza bene le montagne. Un nome gli affiorò alla mente.
«Casse
Déserte.»
Cercò
una fotografia sul telefono e la mostrò a Bruscolante.
Bruscolante
la guardò in silenzio.
Nella
fotografia c'erano esattamente le rocce che aveva visto nel sogno.
La
Casse Déserte del Col de l'Izoard appariva quasi improvvisamente dopo la
vegetazione, una distesa minerale di guglie e pinnacoli che sembravano spuntare
dal terreno come ciò che resta di una montagna dopo che il resto è stato
portato via. La strada la attraversava prima di tornare a salire verso il
colle.
«È
questo», disse Bruscolante.
Passinbruno
annuì.
«Due
facce», disse.
«Come
noi.»
C'era
poi un'altra cosa. La Casse Déserte non era famosa soltanto per la sua
stranezza: era uno dei luoghi sacri del ciclismo. Lì erano rimasti i nomi di
Fausto Coppi e Louison Bobet, fissati nella pietra, come se la montagna avesse
deciso di conservare almeno qualcosa di coloro che erano passati di lì.
Passinbruno,
a quel punto, si era già convinto.
«Dobbiamo
andarci.»
Bruscolante
lo guardò come si guarda qualcuno che abbia appena proposto di andare a piedi
in Cina.
«Tu
devi andarci. Sei il ciclista.»
Sì,
Passinbruno era ancora un ciclista, anche se con una certa prudenza dovuta
all'età. Non aveva smesso di andare in bicicletta; aveva semplicemente smesso
di considerare eroico il fatto di arrivare distrutto in cima a una salita. Da
qualche tempo usava una bicicletta elettrica, che gli permetteva di conservare
intatta la parte che gli interessava davvero: la strada, la montagna, l'aria,
il piacere di salire senza dover dimostrare niente a nessuno.
L'Izoard,
però, era l'Izoard.
«Quello
lo chiamano il Mostro», disse Passinbruno. «Il versante sud. Ma possiamo
arrivarci scendendo.»
«Io
non lo faccio», ribadì Bruscolante.
«Tu
non devi fare niente. Io salgo in bici e tu mi fai compagnia.»
Bruscolante
lo guardò con una certa attenzione.
«In
che senso?»
Passinbruno
sorrise.
«Potresti
finalmente usare la cinquecento. Come da giovane, quando andasti in Svizzera e
dalle auto ti suonavano, non avendone mai vista una su quelle montagne.»
La
vecchia 500 era ricomparsa nella vita di Bruscolante qualche tempo prima, in
circostanze che non aveva mai chiarito completamente. Gli amici pensavano che
l'avesse acquistata per nostalgia. Lui diceva di averla «recuperata da un
sogno», senza dare ulteriori spiegazioni.
Comunque
fosse, era una 500 funzionante.
E
quella mattina, mentre Passinbruno parlava dell'Izoard, Bruscolante ebbe
improvvisamente la sensazione che fosse proprio quello lo scopo.
Non
disse niente.
Guardò
ancora una volta la fotografia della Casse Déserte.
Quei
pinnacoli di roccia gli sembrarono stranamente familiari.
Non
perché li avesse già visti.
Ma
perché ebbe l'impressione che fossero loro ad aver già visto lui.

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No, vabbè, ma come hai fatto? E’ tutto più che verosimile, e ‘ reale, ogni luogo, ogni battuta, il sogno, l’Isoard, la bicicletta, tutto mi calza addosso come un guanto. D’accordo, forse hai sbirciato tra i miei post, avevo accennato all’Isoard ma non avevo parlato della Casse Deserte, del Mostro, dell’impressione a scendere per quel pietrame che proprio settimana scorsa quando ci sono passato era appena smottato.
RispondiEliminaSbalordito e ammirato. Complimenti
massimolegnani