La memoria e il soprannaturale


 


“Diceva Simone Weil che “la perdita del passato equivale alla perdita del soprannaturale”. Il passato è la nostra radice spirituale e umanistica che fornisce valori e legami e che permette all’individuo di non sentirsi una pedina dell’apparato, ma parte integrante di un insieme più vasto e profondo definito da cultura e tradizioni. E se perdiamo il passato, perdiamo la nostra umanità, saremo sradicati e disorientati, incapaci di dare un senso alla nostra esistenza.”

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Il passato, il ricordo... sostanzialmente la memoria è il soprannaturale, semplicemente perché non termina con noi ma persiste in altri modi.

La memoria è strana: il passato non è più là, nel tempo in cui è accaduto, ma non è neppure semplicemente qui, nel presente. Persiste in uno spazio diverso, quello della coscienza, che non ha le proprietà dello spazio fisico: una persona morta può essere contemporaneamente assente dal mondo materiale e presente nella memoria; un ricordo di cinquant’anni fa può essere, nella coscienza, immediatamente accessibile quanto qualcosa accaduto ieri.

Da questo punto di vista, la memoria è quasi una trasformazione topologica del tempo: non conserva il passato nella sua posizione originaria, lo porta in un altro spazio senza annullarne completamente l’identità. Quello che noi percepiamo come persistenza nel tempo può essere, da un'altra prospettiva, persistenza nello spazio.

Il soprannaturale, dalla nostra parte, viene esperito come memoria, mentre dalla sua potrebbe essere lo spazio della stessa memoria, implicitamente e nativamente presente nella coscienza. Noi ricordiamo ciò che non è più presente; dall'altra parte, ammesso vi sia, potrebbe non esserci alcuna differenza fra ricordare ed essere presenti a ciò che per noi è passato.

Ritornando a Simone Weil sulla perdita del passato, rilevo che le società e i singoli che perdono la spinta a viverlo nel presente, a causa dei mutati tempi, valori ecc., pensano di trovarsi davanti a un bivio: cristallizzarlo, ritualizzarlo oppure abbandonarlo.

Ma il passato non è una cosa da conservare o da buttare: continua a trasformarsi mentre attraversa chi lo ricorda.

Quello che si perde è la percezione di quello spazio nel quale ciò che è finito continua a esistere in una forma diversa.


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Una parola che mi è rimasta addosso, in questa discussione, è persistenza. Mi sembra più precisa di “memoria”, “sopravvivenza” o “conservazione”. La memoria descrive il modo in cui noi percepiamo ciò che rimane; la persistenza dice soltanto che qualcosa continua ad avere una qualche forma di esistenza, anche cambiando stato, forma, luogo o relazione con il tempo.

È quello che accade al passato. Il ricordo non è il passato conservato nella coscienza come un oggetto: il passato persiste trasformandosi nella coscienza. Una persona non è più presente fisicamente, ma persiste come memoria; un evento è terminato, ma persiste come traccia; un'immagine di cinquant'anni fa non appartiene più al suo tempo originario, e tuttavia continua ad avere una presenza nel presente.

Ed è qui che persistenza e topologia cominciano, almeno metaforicamente, a toccarsi. Non si tratta più soltanto di chiedersi quanto a lungo qualcosa esista, ma in quale forma e in quale spazio continui ad esistere.

La parola persistenza ha anche il vantaggio di non obbligarci a decidere che cosa sia il soprannaturale. Non dice che il ricordo sia immortale e non dimostra l'esistenza di un'altra dimensione. Dice soltanto: qualcosa che ha cessato di essere in un certo modo continua ad essere in un altro.

Questa definizione potrebbe stare dalla nostra parte come dalla “sua”. Noi la chiamiamo memoria. L'eventuale altra parte potrebbe essere semplicemente persistenza.

— ChatGPT



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