La parola non è il nome - 2/3

 



ATTO II – L’ultima occasione

 

Una mattina della settimana seguente partirono da Briançon.

Passinbruno controllò la batteria e salì sulla mountain bike elettrica, avviandosi per primo. Bruscolante lo seguì con la vecchia Fiat 500, quella recuperata da un sogno e che ormai sembrava aver trovato, più che un proprietario, una ragione per esistere.

La strada cominciò a salire e per un po' non si parlarono. Passinbruno procedeva davanti, aiutato dal motore nei tratti più ripidi, mentre Bruscolante lo seguiva lentamente, fermandosi ogni tanto per ammirare quei luoghi e ritrovandolo poco dopo.

Dopo più di un'ora di salita, Passinbruno si fermò per aspettarlo.

«Tutto bene?»

«Benissimo. Sto solo cercando di non arrivare al rifugio prima di te.»

«Guarda che non è una gara.»

«Appunto.»

Ripartirono.

Passinbruno pedalava con il piacere di chi aveva finalmente trovato un modo per continuare a fare una cosa che amava senza dover dimostrare niente a nessuno.

Bruscolante acconsentì a seguire l'amico con la 500, evitando di sottoporre il proprio corpo a fatiche inusuali, una soluzione più che ragionevole.

Quando comparve il Refuge Napoléon, erano ormai entrambi stanchi, anche se per ragioni diverse.

Il rifugio era poco sotto il colle, Passinbruno arrivò per primo e si fermò ad aspettare.

Poco dopo arrivò la 500, Bruscolante scese, si guardò intorno e disse:

«È questo il tuo posto?»

Passinbruno guardò il rifugio, poi la strada che continuava verso la cima.

«Non ancora.»

Quella sera mangiarono al rifugio. Fu allora, davanti a qualcosa di caldo e a un bicchiere di vino, che tornarono a parlare del sogno.

Non si raccontarono tutto… la prima volta scoprirono solo di aver sognato lo stesso luogo però arrivandoci da due direzioni diverse. Passinbruno ricordava soprattutto la strada, i tornanti, il passaggio dal bosco verso una zona sempre più spoglia. Bruscolante rammentava invece le rocce, le guglie, quella specie di deserto minerale che sembrava non appartenere alle montagne che conosceva.

E c'era un altro particolare, molto più strano che entrambi avevano custodito, forse perché pronunciarlo avrebbe significato renderlo reale.

«G.» disse infine Bruscolante, poggiando il bicchiere vuoto.

Passinbruno lo guardò, potendo dissimulare la sorpresa di sentir pronunciata quella singola lettera prima di farlo a sua volta.

«G.»

Poi la ripeterono nello stesso momento, come qualcosa che già conoscevano.

Non sapevano chi fosse G., né perché pareva scontato che dovessero incontrarlo, ma  nei rispettivi sogni la cosa era sembrata assolutamente coerente.

G. sarebbe stato là, sulla Casse Déserte, senza stabilire un giorno, un'ora o un appuntamento vero e proprio. Eppure entrambi avevano la certezza che l'incontro dovesse avvenire, come era certa quella forza irresistibile che li aveva portati fin lì.

Ad una certa età si capisce che non tutte le occasioni tornano e arriverà il momento dell’ultima. Perché il corpo non sarà più capace di fare una certa cosa o svanirà la  disposizione mentale… la curiosità, forse l’incoscienza.

«E se G. non esiste?» chiese Bruscolante.

«Allora avremmo fatto tutto questo per un sogno.» rispose Passinbruno.

«Che è esattamente quello che stiamo facendo.»

Risero, ma senza allegria, perché nessuno dei due era disposto a considerare quella possibilità soltanto una battuta.

Il giorno seguente il cielo era coperto e il vento aumentato di intensità. Passinbruno guardò dalla finestra del rifugio verso il colle, figurandosi la strada che scendeva nella direzione della Casse Déserte.

«Andiamo.»

Salirono verso il colle, Passinbruno davanti sulla bicicletta e Bruscolante dietro, nella 500. In quindici minuti raggiunsero il Col d'Izoard. Il cartello indicava i 2360 metri.

Sostarono per il tempo di dividersi una tavoletta di cioccolata mentre osservavano il versante opposto, prima di iniziare i due chilometri di discesa.

La vegetazione diminuì rapidamente e la montagna cambiò aspetto. Il verde lasciò spazio alla roccia, le forme si fecero più aspre, quasi irreali. Dopo alcune curve comparvero le prime guglie della Casse Déserte e poco dopo la targa commemorativa sulla destra.

Passinbruno si fermò lì. Bruscolante arrestò la 500 nello slargo panoramico più avanti sulla sinistra e raggiunse a piedi l’amico.

Per qualche secondo nessuno dei due parlò, non c'era bisogno, erano proprio quelle le rocce del sogno.

Entrambi immersi nei propri pensieri, aspettarono. Non avevano concordato quanto, nel sogno G. era semplicemente arrivato, e quella era l'unica informazione che possedevano.

Passarono dieci minuti.

Poi venti.

Bruscolante guardò l'orologio.

«Forse è in ritardo.»

Passinbruno sorrise.

«Non sappiamo nemmeno se ha un orologio.»

D’improvviso il vento aumentò, facendo udire la sua voce in aggiunta alla forza.

Una prima raffica attraversò la Casse Déserte sollevando polvere e piccoli frammenti di roccia. Le nuvole scesero velocemente e in un minuto le montagne dall'altra parte del vallone scomparvero.

La pioggia arrivò quasi senza preavviso.

Poi la grandine.

Corsero verso la 500, appena una ventina di metri più avanti. Passinbruno si portò dietro la bicicletta e, arrivato alla macchina, la sistemò alla buona sul portabici, assicurandola con una cinghia. Non c’era tempo per fare meglio.

Poi si chiusero nell’abitacolo.

In pochi istanti il paesaggio divenne indistinto. La strada sparì sotto l'acqua mentre il vento sballottava la 500 con una violenza crescente.

Bruscolante mise in moto e avviò i tergicristalli.

Una passata.

Un'altra.

Davanti a loro c'era soltanto acqua.

Poi, per un istante, attraverso il parabrezza, Passinbruno vide qualcosa.

«Aspetta.»

Il tergicristallo tornò indietro.

Niente.

«C'era qualcuno.»

Bruscolante lo guardò.

«Dove?»

«Lì.»

Indicò la strada.

Un'altra passata del tergicristallo.

Questa volta la figura apparve.

Era ferma nella pioggia, a pochi metri dalla 500.

Non cercava riparo. Pareva aspettarli.

Il tergicristallo passò ancora.

La figura era scomparsa.


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