La parola non è il nome - Prologo
Prologo
La prima l'aveva inventata Massimo, lo stimato blogger di Orearovescio: passinbruno, descrivendone – col suo stile letterario-poetico – alcuni possibili significati.
Non ricordo se mi abbia colpito il suono o ciò che quel suono sembrava portarsi dietro e, come accade con certe parole, aveva qualcosa di più di quello che significava: una forma, un ritmo, una piccola resistenza alla dimenticanza.
La seconda, bruscolante, la trovai quasi per gioco, desiderando rispondere – in tema – alla suggestione del post di Massimo.
Come la prima, un'altra parola che non esisteva e che poteva ancora significare qualunque cosa… o forse una molto precisa: quella parola, quell'immagine, quell'idea che, una volta incontrata, rimane da qualche parte, come un bruscolo che si infila nell'occhio o nella memoria e non si lascia togliere del tutto.
Non ci pensi e intanto è lì; poi ritorna, senza essere stata chiamata, come un pensiero non scelto.
A quel punto le due parole avevano già cominciato a fare qualcosa che le parole, di solito, non fanno: rimasero.
Non erano diventate importanti perché avessero un significato particolare, ma perché avevano preso alloggio nella memoria. Accade a volte che, quando una parola comincia a tornare da sola, il suo significato non sia più soltanto quello che le avevi dato all'inizio, ma cominci a costruirsi intorno qualcosa.
Così passinbruno e bruscolante smisero di essere soltanto parole, divenendo nomi: Passinbruno e Bruscolante.
Poi, quasi senza che me ne accorgessi (nella mente di chi scrive succedono queste cose…), hanno cominciato a comportarsi come persone: avevano acquisito un'impronta, financo una voce e un modo di stare al mondo.
E se due nomi possono arrivare fin lì, viene abbastanza naturale chiedersi che cosa accadrebbe se si incontrassero.
Il resto è venuto dopo.
È venuto fuori da frammenti di sogni, da luoghi conosciuti separatamente, senza esserci mai stati insieme, dalla Casse Déserte e dal Col de l'Izoard, da una vecchia Fiat 500 recuperata da un sogno, da una bicicletta elettrica e da una bicicletta molto più antica, da Coppi e Bobet, da Felice Gimondi e da alcune storie che appartengono alla realtà prima ancora che a questa.
Alcune delle cose che si incontrano nel racconto sono dunque reali: i luoghi esistono, le persone sono esistite, le biciclette hanno avuto una storia, e anche certe coincidenze non sono state inventate.
L'incontro, invece, sì, in una realtà romanzata.
Dove non era più possibile stabilire con precisione dove finisse ciò che era accaduto e cominciasse ciò che la storia aveva bisogno che accadesse, restava soltanto da vedere dove avrebbero portato quelle due parole, una volta lasciate libere di diventare nomi e quei nomi di diventare personaggi.
Questo il motivo del titolo, La parola non è il nome.
Perché una parola può diventare un nome senza smettere di essere una parola e un nome può finire per indicare qualcuno che prima non esisteva, o che forse esisteva già da qualche parte e aspettava soltanto di essere chiamato.
Tra la parola e il nome rimane uno spazio. È uno spazio piccolo, quasi invisibile, ma è lì che una storia può cominciare.
Questa è quella di Bruscolante e Passinbruno… due parole diventate nomi, due brave persone.

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Questo prologo, che leggo ora dopo aver letto la prima parte del racconto in tre parti, è accattivante, sincero e significativo, perché illustra bene il percorso a monte della scrittura quando questa è ancora una nebulosa che deve ancora prendere forma.
RispondiEliminaComplimenti
ml
(rientrato ora stanco e soddisfatto, domani leggerò il resto :))