12 Appunti - aprile 2026 (Il film dimenticato)

 



Il film dimenticato 


Tra gli innumerevoli modi di suddividere le persone in categorie - materiali e di pensiero -  oggi, non a caso 1° Aprile, un giorno a forte connotazione umoristica,  ne propongo uno semplice: chi tende a chiudere le porte e chi a lasciarle aperte. Non come una scelta consapevole, bensì quale disposizione interiore difficilmente spiegabile, proprio come il senso dell’umorismo: o si è in un modo o nell’altro.

Per entrambe le categorie non si può escludere completamente (il tendere allude a ciò) la possibilità che un contenuto della realtà abituale – magari per la magia di questo 1° Aprile – appaia o si modifichi (in parte o del tutto) in qualcos’altro.

Le persone appartenenti alla prima categoria reagiranno all’evento insolito in vari modi: nel caso estremo non  riconoscendogli  neppure la dignità di un fatto; nel caso più moderato lo riporrà nella memoria-ripostiglio, dove finiscono le cose che disturbano l’ordine abituale — un po’ come la cenere sotto il tappeto.

Prima di procedere devo dirvi che questo scritto (appunto) origina dal famoso interrogativo che nelle sue numerose varianti prima o poi tutti incontrano: scegliere cosa portare/tenere con sé in una situazione di isolamento.

Per ognuno di noi le implicazioni di una così semplice domanda si rivelano  straordinariamente complesse, quando ci si lasci comprendere dalla situazione che propone, ad esempio quella classica dell’isola.

In quel contesto lasciarsi comprendere significa richiamare alla coscienza qualcosa di affine, magari già vissuto, capace di  far emergere quel senso di vuoto (inteso come assenza di riferimenti) da cui dovrebbe nascere il valore, la significatività della risposta.

A ben guardare l’isola è metafora del confine o dell’ultima frontiera e mi chiedo se sia chiaro anche a voi che rispondere a questa domanda implichi l’accettazione della fine.                                   

Quello che scegliete di portare con voi diventa allora l’ultima compagnia e, in qualche modo, la firma finale sul quadro dell’intera esistenza.

Nell’invitarvi a farlo dalla vostra parte vi racconto la mia:

mi trovavo al tavolo della cucina dove a volte rivivo il ricordo di mia madre, mentre rilassati giocavamo a carte… magari adesso lo sa che cercavo di farla vincere per vedere quel sorrisetto compiaciuto sul suo volto.   

Quando riesco a sintonizzarmi su quel ricordo, la sensazione è quasi fisica. Non nel senso che lei torni presente, ma come se quella situazione avesse scavato una specie di nicchia fuori dal tempo, uno spazio in cui ciò che è stato continua ad avere una forma.

 

Con l’attenzione completamente assorbita da quel piccolo film del ricordo che si dispiegava, per l’ennesima volta mi sono meravigliato del potere dell’immaginazione, che nell’occasione percepii strumento di un invisibile flusso interiore collegato alla (nostra e di tutti) esistenza.

Attraverso l’immaginazione ogni cosa diventa immediatamente disponibile, anche in una realtà non più del tutto materiale e neppure soltanto interiore.

Quale oggetto migliore da portare con sé nella propria ultima isola — cioè nel tempo che resta — se non proprio l’immaginazione, soprattutto se si considera che, man mano che diminuisce l’aderenza alla materialità, sembra aumentare quella con la coscienza?

Molti racconti di esperienze giunte al limite ultimo, sembrano indicare una direzione simile, quando il supporto fisico comincia a venir meno.

Restando da questa parte, mi sono sorpreso di aver collegato per la prima volta l'immaginazione a quel flusso invisibile, quasi risalendone il corso.
Non credo che sarebbe accaduto senza essermi messo a scrivere queste righe.

Collegata a quel flusso, l’immaginazione si dispiega e supporta ogni nostro movimento fisico e non, dal semplice spostare una mano fino alla creazione di interi mondi.

Qui arrivo al punto: forse quel flusso è come un film dimenticato, a cui gli eventi — personali e collettivi — continuano a rimandare.

Se è davvero un film, potrebbe essere già stato prodotto in una realtà diversa, non vincolata allo spazio e al tempo come li conosciamo. Una realtà che a volte sembra sfiorare la nostra, sovrapponendosi per un pò.

Quando accade di percepirsi come il personaggio principale di quel film dimenticato, succede qualcosa di curioso: la sensazione stessa sembra confermare l’esistenza del film.

E come accade per molte cose che avete pensato o immaginato, da quel momento diventa difficile dimenticarle.

Sarebbe interessante confrontare diverse esperienze, esplorando altri effetti di questa sensazione.
Ma se non è nel film non accadrà, pur se (i film) sono infiniti abbiamo il biglietto (personale ed unico) solo per il nostro.

 

 


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