Non ti affacci?

 



Non ti affacci?

 

Erano arrivati al parcheggio sopra la scogliera che era già buio da quasi un’ora. Il mare non si vedeva, ma saliva fin lassù con il suo rumore continuo.

C’erano altri due camper distanti, spenti, e una fila di lampioni bassi che il vento faceva vibrare. Durante il viaggio avevano parlato quasi solo di cose pratiche — “hai preso il cavo?”, “chiudi bene quel pensile”, “domani facciamo benzina” — ma tutto ciò che contava davvero era rimasto fuori dalle parole, accumulandosi dentro il camper con l’odore del caffè e dei vestiti umidi.

Quando lei si infilò sotto la coperta dicendo che era stanca, lui rimase seduto ancora qualche minuto al tavolino, senza guardare il telefono, senza leggere, con la sensazione irritante di essere arrivato in quel viaggio già consumato da qualcosa che nessuno dei due aveva avuto il coraggio di nominare. A un certo punto si alzò, prese la felpa e disse soltanto che sarebbe uscito a camminare un po’. Lei fece un piccolo verso indistinto, forse un assenso, forse già sonno.

Fuori l’aria era più fredda di quanto immaginasse. Camminò lungo la strada costiera senza una direzione precisa, ascoltando il rumore dei propri passi sull’asfalto e quello del vento che arrivava dal basso impregnato di sale. Dopo una mezz’ora aveva smesso perfino di pensare con chiarezza; procedeva soltanto, come se il movimento potesse consumare la tensione muta che si portava dentro da settimane.

Fu allora che vide la prima luce.

Per un istante gli sembrò un aereo basso sull’orizzonte, ma quasi subito capì che non poteva esserlo. Attraversava il cielo troppo velocemente, con una traiettoria obliqua e silenziosa, lasciandosi dietro una scia verdastra che pareva incidere il buio. La seguì con gli occhi fino a quando scomparve oltre le colline dell’interno e, due o tre secondi dopo, vide un bagliore lontano, breve ma nettissimo, come un lampo esploso dietro la linea nera delle montagne.

Si fermò… il vento sembrò calare all’improvviso.

Poi arrivò il rumore: un colpo sordo, profondo, talmente distante da sembrare quasi sotterraneo.

Rimase immobile ancora qualche secondo, cercando una spiegazione ragionevole, ma prima ancora di trovarla una seconda luce attraversò il cielo, questa volta in direzione opposta. Non era una meteora come quelle che si vedono d’agosto sulle spiagge; aveva qualcosa di troppo lento e insieme troppo preciso, come un oggetto enorme precipitato da altezze inconcepibili.

Gli tornò in mente un articolo di mesi prima, sulle anomalie nella coda cometaria di 3I Atlas e della possibilità che detriti sconosciuti stessero entrando nel sistema interno. Aveva sorriso leggendo quelle ipotesi, ritenendole poco più che una speculazione; eppure ricordava perfettamente una frase: “se arrivasse uno sciame, potremmo accorgercene troppo tardi”.

Una terza scia tagliò il cielo…gli intervalli erano troppo brevi perché il caso bastasse a spiegarli. Oltre le montagne in lontananza si accese un lampo rossastro e l’aria cominciò a trasportare echi irregolari.

Ritornò velocemente sui suoi passi, voltandosi continuamente verso il cielo mentre una palla di fuoco impattò sul mare all’orizzonte, ciò che stava accadendo era troppo enorme per restare da solo.

Arrivò al parcheggio senza fiato e aprì piano la porticina del camper. Dentro  c’era il tepore della stufetta e una luce gialla sopra il letto.

Lei si mosse appena sotto la coperta. “Che ore sono?”

“Non lo so,” rispose. “Puoi venire fuori un momento?”

Lei socchiuse gli occhi. “Adesso?”

“C’è una cosa… devi vederla.”

“Stavo già dormendo.” sbuffò piano.

“Potrebbe non esserci un’altra occasione così.”

“Domani ci sarà sempre qualcosa.”  

Il vento entrava nel camper muovendo appena la tendina sopra il lavello. In lontananza un altro bagliore accese il cielo, più intenso dei precedenti.

“Non ti affacci?”

 

***

 

“Affacciarsi” non è solo guardare fuori.
È esporsi, accettare che ciò che si vede ci riguarda.
È uscire dal bordo sicuro del proprio spazio, anche solo con lo sguardo.





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