3/3 - aggiornamenti dal crepuscolo permanente (dedicato al cameriere)


 

Nel Museo delle Due Realtà si inaugurava una mostra destinata a creare più discussioni che visitatori: “L’asino tra i mondi”.

Dalla sala centrale si aprivano due percorsi.

Nel primo, guidato da un curatore entusiasta, quasi sereno:

«Qui non c’è contraddizione. L’asino nella stalla è reale secondo le leggi della natura. Ma anche l’asino volante è reale: solo in un altro modo. È reale nel sogno, nell’arte, nella scultura, nell’immaginazione. Sono due livelli della stessa realtà, non due realtà che si escludono.»

Per dimostrarlo indicava una scultura sospesa a mezz’aria: un asino con ali troppo convincenti per essere ignorate e troppo impossibili per essere spiegate.

«Non chiedete se vola davvero. Chiedete dove esiste.»

Nel secondo percorso, il clima era molto diverso. Luci più fredde, tono più grave. Un altro relatore parlava come se stesse tenendo un funerale culturale:

«Questo è esattamente il problema dell’Occidente. Ha smesso di distinguere la realtà dai suoi prodotti mentali. Ha messo sullo stesso piano l’asino nella stalla e l’asino volante. Ma uno esiste, l’altro è una proiezione. E quando tutto diventa “reale a suo modo”, niente è più reale davvero.»

Indicava la stessa scultura, ma con disprezzo metodico, come se fosse un errore filosofico solidificato.

Nel pomeriggio i due relatori si incrociarono di nuovo nella sala centrale, davanti all’opera.

Il primo disse con calma: «Non stiamo negando la stalla. Stiamo solo dicendo che non è l’unico luogo dove l’asino può esistere.»

Il secondo rispose secco: «E io dico che se l’asino vola ovunque, allora non atterra più da nessuna parte. E senza terra, non c’è verità.»

Il curatore, indicando la scultura, aggiunse piano: «Per negarlo, però, devi prima guardarlo.»

Per un attimo nessuno parlò. L’asino scolpito, ovviamente, non aiutò la discussione: rimase sospeso tra le loro interpretazioni come se fosse abituato.

Alla fine il curatore concluse: «La realtà è più grande della stalla.»

E il critico, spegnendo mentalmente la mostra, replicò: «E la cultura si perde quando dimentica dove sono le stalle.»

Il museo chiuse senza decidere chi avesse ragione.

Ma nella sala centrale, l’asino volante continuò a non cadere—e quello nella stalla continuò, altrove, a non interessarsi della questione.


***

Al rinnovato “Tour du Chat Noir” il cameriere aveva imparato una regola semplice: portare il caffè caldo e non entrare nelle discussioni. Le due cose, scoprì col tempo, erano collegate.

Quando arrivarono quei due, capì subito che l’avrebbero tirata lunga... avevano ancora addosso il tono di chi poco prima distingueva tra stalle e altri luoghi dell’essere.

Si sedettero sotto lo schermo. Partì Stanlio e Ollio – I diavoli volanti. Musica, balletto, e poi le parole: “guarda gli asini che volano nel ciel”.

Il cameriere prese l’ordine. Uno disse “espresso, grazie” con tono conciliante. L’altro “lungo” come se fosse una posizione filosofica.

Tornando al bancone, li sentì:

«Vedi?» diceva il primo. «Gli asini esistono nella canzone. È un piano diverso, ma esistono.»

«No,» rispondeva l’altro. «Sono parole. Se chiami esistenza anche questa, perdi il senso di cosa esiste davvero.»

Il cameriere guardò la macchina del caffè. Funzionava. Già un buon segno ontologico.

Portò le tazze.

«Eccoli,» disse il primo indicando lo schermo. «Non nella stalla, ma qui.»

«Qui non c’è niente,» ribatté l’altro. «C’è gente che canta di qualcosa che non esiste.»

Il cameriere posò i piattini con precisione millimetrica.
Pensò: qui c’è un tavolo e due caffè… tutto il resto non entrerà nel conto.

Passò qualche minuto. Gli asini continuavano a volare — o a essere cantati mentre volavano — o a non volare affatto, a seconda del tavolo.

Il primo disse: «Tu escludi metà del mondo.»

Il secondo: «Tu raddoppi il nulla.»

Il cameriere pensò: dovrei io raddoppiare il conto… un tavolo occupato da un’ora per due semplici caffè, nell’ora di punta serale…

Quando tornò con il conto, si fermò un secondo a guardare lo schermo.
Asini che volano, ma solo nella voce.

Poi guardò le tazze vuote.

«Scusate,» disse con calma professionale, «questo invece è sicuramente successo… posso togliere le tazzine?»

I due lo fissarono, come se per un attimo sospettassero che avesse risolto qualcosa.

Ma lui era già andato via.

Aveva un altro tavolo, e nessun bisogno di distinguere troppo, bastava che qualcuno, alla fine, pagasse.


 ***

Breve guida a “Polvere di stalle”

Se qualcuno anche in questo caso volesse guardare meglio, senza togliersi il piacere di restare un po’ disorientato, può considerare che qui non si tratta di decidere cosa sia reale e cosa no, ma di osservare come le cose si stratificano.

C’è una stalla, che resta sullo sfondo come ciò che è concreto, resistente, non negoziabile.
C’è un museo, dove le stalle diventano idee e le idee prendono forma, come se potessero stare sospese senza cadere.
C’è uno schermo, dove perfino gli asini imparano a volare dentro una canzone, tra Stanlio e Ollio e una leggerezza che non chiede permesso.
E c’è infine un tavolo, dove tutto questo passa attraverso il gesto più semplice: ordinare un caffè e, alla fine, pagarlo.

Il resto è polvere: quella che si alza quando le immagini si agitano troppo, quella che resta quando le discussioni si spengono, quella che il cameriere conosce bene perché ogni sera deve comunque pulirla.

Se qualcosa unisce questi piani, non è una teoria. È piuttosto il fatto che, a fine giornata, le tazzine vanno raccolte.


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