Impronte nella neve (dedicato ad un'amica)

 



Che mattina strana, pensò, aprendo la porta.

La neve era caduta silenziosa durante la notte, come faceva una volta e copriva tutto con quella luce opaca che lei amava: il sentiero, i tronchi, perfino il mucchio di legna accatastato contro la casa. La piccola casa in montagna — sua, finalmente — sembrava respirare piano, soddisfatta.

Poi vide le impronte.

Non erano umane. Venivano dal bosco, larghe, profonde, esitanti solo un poco davanti alla soglia, come se chi le avesse lasciate avesse dovuto decidere se entrare oppure no. La donna si chinò, sentendo un nodo lento salire dallo stomaco alla gola. Conosceva quelle tracce meglio di qualunque altra cosa avesse mai dipinto.

Accanto allo stipite della vecchia porta, in una scheggia del legno era rimasto impigliato un ciuffo di peli lunghi, rossi e neri.

Il tempo si piegò, appena.

Il cane non c’era più da qualche anno. Lo aveva salutato in un pomeriggio senza neve, quando il bosco era tutto ombra e verde scuro. Aveva continuato a dipingere, a vivere, a cercare colori che non facessero male. Ma certe assenze non si consumano: restano come strati sotto la tela.

Uscì con le sole ciabatte sulla neve fredda, senza pensarci. L’aria odorava di resina e silenzio. Le impronte proseguivano lungo il sentiero, poi si fermavano, come se qualcuno si fosse seduto a guardarla.

«Sei tornata?» sussurrò, senza aspettarsi risposta.

Dal bosco non venne alcun rumore. Solo la luce che cambiava lentamente, e una calma piena, impossibile da spiegare. Sorrise e raccolse il ciuffo di pelo con cura, come fosse un pennello dimenticato.

Forse non era un ritorno. Forse era un saluto rimasto in sospeso, che aveva finalmente trovato la strada giusta.

Rientrò e chiuse la porta piano. La neve continuava a cadere. 

Ora lo sapeva: quella era diventata la sua casa.

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