Le assaggiatrici: quando sarà l'ultima volta?
Le assaggiatrici, dal
romanzo di Rosella Postorino al film di Silvio Soldini, può essere letto come
il racconto di una situazione estrema: alcune donne sono costrette a mangiare
il cibo destinato a Hitler per verificare che non sia avvelenato. Ogni pasto
potrebbe essere l'ultimo. Mangiano, aspettano, sopravvivono. Poi arriva il
pasto successivo.
Questo particolare mi ha
portato fuori dal romanzo e dal film, verso qualcosa di molto più semplice e,
forse, molto più inquietante: anche nella vita di tutti i giorni uno dei nostri
pasti sarà inevitabilmente l'ultimo.
Mangiamo dando per
scontato che ci sarà una colazione domani, un altro pranzo, un'altra cena, un
altro caffè. Ogni pasto contiene implicitamente la certezza del successivo, ma
uno di quei pasti sarà l'ultimo della nostra vita e, nella maggior parte dei
casi, non sapremo quale.
Mi è tornata in mente
un'espressione apparentemente lontana: l'Ultima Cena.
Al di là del suo
significato religioso, quelle due parole implicano la consapevolezza che non ce ne sarà un'altra.
Nella vita reale esiste
una situazione in cui questa consapevolezza è particolarmente evidente: quella
del condannato a morte. In diversi sistemi penitenziari, e con modalità che
variano a seconda del luogo e dell'epoca, al condannato è stata concessa la
possibilità di scegliere il proprio ultimo pasto. E la scelta, proprio perché
conosce il limite, assume un significato completamente diverso.
Uno studio ha analizzato
247 richieste di ultimi pasti di persone effettivamente giustiziate negli Stati
Uniti, non è tanto importante sapere se prevalgano hamburger, patatine o
pollo fritto, quanto la possibilità di aver potuto scegliere.
Esiste anche un'altra
situazione, molto diversa e dolorosa, nella quale una persona può sapere che
quello sarà il proprio ultimo pasto: quando ha deliberatamente deciso di
togliersi la vita. Non tutti i suicidi sono preceduti da una preparazione
consapevole dell'ultimo pasto, e sarebbe sbagliato generalizzare. Ma il caso
limite rende ancora più evidente quanto la consapevolezza possa modificare il
significato di una scelta.
Se sapessimo che il
prossimo pasto sarà l'ultimo, che cosa sceglieremmo?
Un cibo amato da sempre, qualcosa
di semplice o il piatto che sappiamo preparare meglio... forse vorremmo soprattutto condividerlo con
qualcuno, ma a quel punto ci accorgeremmo che con quel cibo finisce la
possibilità di ripetere.
Nella vita quotidiana
quasi tutto è costruito sulla ripetizione: torneremo in quel posto, rivedremo
quella persona, berremo ancora quel caffè, mangeremo ancora quel piatto. La
normalità consiste precisamente nel non pensare all'ultima volta.
Ma l'ultima volta arriva
comunque e non riguarda soltanto il mangiare: ci sarà un'ultima passeggiata,
un'ultima telefonata, un ultimo viaggio, un'ultima volta in una determinata
casa, l'ultima volta che sentiremo una voce, l'ultima volta che qualcuno ci
chiamerà per nome.
Il paradosso è che
l'ultima volta, mentre accade, è quasi sempre indistinguibile da tutte le
precedenti, soltanto dopo diventa «l'ultima».
Questa riflessione non mi
sarebbe venuta in mente con la stessa forza se non avessi vissuto qualcosa che
non avevo compreso a fondo.
Mentre cenavamo uno dei
commensali aveva già deciso che quella stessa notte si sarebbe tolta la vita.
Lo temevamo, ma riuscì a depistarci.
Quella cena trascorse
quindi come tante altre: si mangiò, parlando del quotidiano.
Per lui fu l’ultima. Soltanto
dopo ho capito che, in un altro senso, lo era stata anche per me: l'ultima
volta che avrei mangiato con lui.
L'aspetto più difficile da
comprendere è che l'ultima volta non si presenta mai come tale. Mentre accade,
è semplicemente una volta come tutte le altre.
È soltanto dopo che
scopriamo che era l'ultima.
Ed è qui che Le assaggiatrici mi ha portato molto più
lontano della storia che racconta.
Le donne mangiavano
sapendo che ogni pasto avrebbe potuto essere l'ultimo. Noi mangiamo senza
saperlo.
Loro aspettavano che il prossimo
pasto potesse ucciderle. Noi aspettiamo semplicemente il prossimo pasto.
Eppure, senza saperlo, stiamo tutti mangiando verso l'ultimo
(uno qualunque di quei pasti che consideriamo uguali agli altri, finché non ne
rimane più nessuno).
A questo punto, Le
assaggiatrici smette di appartenere soltanto alla
storia della Germania di Hitler e diventa una domanda sulla nostra vita:
come cambierebbe
il significato di ciò che fai oggi se sapessi che non ci sarà un'altra volta?
**
Nota – penso vi sarete
accorti delle numerose ripetizioni di concetti, frasi e parole… le ho fatte
volutamente per evidenziare come, quando incontriamo la parola “ultimo”
in tutte le sue accezioni, qualcosa nella nostra mente dovrebbe scattare… e
invece, proprio davanti a questa parola, la memoria, così solerte a registrare, sembra quasi ritrarsi.

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