Il vicino
Ho letto la recensione di
Piera Bertoli
(https://ilmestieredileggereblog.com/2024/12/08/marina-vujcic-il-vicino/)
de Il vicino di Marina Vujčić e mi è rimasta una considerazione che
forse va oltre il romanzo stesso.
Katarina guarda il suo
vicino. Lo vede comparire: una figura, alcuni gesti, abitudini, orari, un nome
sulla porta.
Da questi frammenti costruisce progressivamente una persona che, in realtà, non conosce. E qui, secondo me, sta uno degli aspetti più interessanti del libro.
Poiché comparire
e affiorare
non sono la stessa cosa.
Ciò che compare è davanti
ai nostri occhi. Ciò che affiora è ciò che crediamo di riconoscere dentro ciò
che vediamo. Ma non tutto ciò che affiora era necessariamente già lì, pronto
per essere scoperto. A volte siamo noi a farlo affiorare: attraverso le nostre
aspettative, i desideri, le paure, i ricordi, le interpretazioni.
Katarina non si limita
dunque a osservare il vicino: lo costruisce. Trasforma pochi elementi reali in
una storia, e quella storia finisce per acquistare una consistenza quasi pari a
quella della realtà. Il paradosso è che l'uomo che lei crede di conoscere non è
nemmeno l'uomo che lei crede che sia.
Proprio qui il romanzo
supera il semplice gioco narrativo del «niente è come sembra». Perché questo
vale per quasi ogni racconto: un romanzo, un saggio, un articolo, persino una
biografia ci consegnano sempre una realtà selezionata e interpretata.
La domanda più
interessante è un'altra: quanto di ciò che riconosciamo in una persona
appartiene davvero a quella persona e quanto appartiene a noi?
Direi che Il vicino racconta proprio quello spazio incerto che separa il comparire dall'affiorare, dove può nascere una conoscenza autentica come anche un'illusione.
Il vicino è colui che crediamo di vedere e che, prima ancora di conoscere, abbiamo cominciato a inventare. La prossimità, paradossalmente, non garantisce la conoscenza: vediamo l'altro spesso, ne raccogliamo frammenti, gesti, abitudini, parole, e con quei frammenti costruiamo una figura coerente, ma quella coerenza potrebbe essere soltanto nostra.
Il vicino diventa così un'illusione di conoscenza: più lo vediamo, più ci sembra di conoscerlo, mentre in realtà potremmo conoscere soltanto l'immagine che abbiamo costruito di lui.
Con il distante il meccanismo diventa ancora più evidente, mancando persino quei frammenti quotidiani che potrebbero contraddire l'immagine che ci siamo formati.
La distanza lascia spazio all'immaginazione che tende a riempire i vuoti, così che il distante diventa allora immaginazione in atto: non abbiamo bisogno di conoscerlo perché possiamo già attribuirgli un volto, un carattere, una storia, persino sentimenti e intenzioni.
Qui si apre la domanda più difficile:
se il vicino è l'illusione e il distante l'immaginazione in atto, chi si relaziona realmente con noi?
Non una persona particolare... una relazione comincia a diventare reale quando l'altro riesce a sottrarsi all'immagine che abbiamo costruito di lui. Quando ci sorprende, ci contraddice, non conferma ciò che avevamo previsto e, in qualche modo, resiste alla nostra interpretazione.
È proprio la resistenza dell'altro a segnare il confine fra l'immagine e la persona. Finché l'altro coincide con ciò che pensiamo di lui, la relazione rischia di essere soprattutto un rapporto con noi stessi: con i nostri desideri, le nostre paure, le nostre aspettative.
Quando invece l'altro ci costringe a modificare l'immagine che avevamo costruito, qualcosa cambia. Non stiamo più semplicemente guardando: stiamo incontrando.
Conoscere qualcuno non significa arrivare finalmente a possederne un'immagine completa e corretta.
Significa piuttosto accettare che la sua realtà continui a eccedere ogni immagine che possiamo farcene.

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