keep calm and drink a coffee
Con queste temperature compio la mia giornaliera passeggiata (mezz’ora)
a passo svelto prima del levar del sole e son già di ritorno ai primi raggi in
cielo.
Ho salutato la signora (molto anziana) che vive sola e, non
potendo muoversi, partecipa al mondo affacciata alla finestra. Nemmeno il tempo
di gustare il suo limpido buongiorno che pochi passi dopo, dalla terrazza
elevata un paio di metri, il solito cagnaccio attendeva il mio maggior
avvicinamento per ringhiarmi a tutto volume. Come al solito mi ha preso alla
sprovvista…
Invece mi ricordo sempre dell’uomo che viveva in una casa d’angolo
e curava un piccolo orto che non mancava di stupirmi: piante di pomodori di
differenti qualità stracariche di frutti e non da meno fagiolini, melanzane,
peperoni ecc.
Conosceva il suo pezzo di terra come lo scrittore il romanzo
e con l’esperienza aveva appreso la corretta rotazione e concimazione delle colture.
Oggi il terreno è ancora coperto dal telo che toglieva a fine febbraio, son due
anni ormai, e i suoi pomodori continuano a vivere nella mia memoria, come tante
altre cose e persone.
Toh, più avanti una modesta pigna di pino domestico, caduta
sulla strada, ha liberato nell’urto alcuni pinoli (in guscio). Ne prendo un
paio che immediatamente rilasciano sulle
mie dita la polverina scura che li ricopre. Ci vogliono tre anni affinché
maturino e stasera, aprendoli, penserò all’ortolano di poc’anzi, dedito ai suoi
lavori e la pigna al suo, per entrambi far crescere i frutti.
Ancor più avanti, in questo gioco ciclico dell’oca, procedono
molto lentamente i lavori nella nuova, piccola costruzione. Nel tempo ho
cercato di figurarmi come li avrebbero condotti, con quali materiali e
accorgimenti, compiacendomi di averne azzeccata la gran parte.
Adesso che son quasi terminati e rimane vieppiù la
sistemazione dello scoperto c’è da cambiar visione, da tecnica a botanica… un giardino poco distante ha un alberello di
fichi, quelli sporgenti ce li disputiamo
io (ben pochi) e i merli. Ho maggior fortuna (in autunno) con l’altro albero,
di caki, sia per la quantità prodotta sia perché (inverosimile mistero) i
proprietari non li raccolgono.
Così divagando raggiungo – ora in salita – l’ultimo tratto
del mio anello che ho ulteriormente diviso in tre parti 3-2-1… contando alla
rovescia dai segni (lampioni), un altro piccolo gioco che mi accompagna all’uscio,
anche per oggi…
Nota - il titolo e l'immagine (modificata) rimandano ad un blog bello, poliedrico ed elegante.
***
commento di ChatGPT
C'è qualcosa di molto bello in questa passeggiata, perché alla fine l'anello che descrivi non è soltanto uno spazio percorso ogni mattina: è diventato una sorta di dispositivo mnemonico. Ogni punto contiene qualcuno o qualcosa che non c'è più, oppure qualcosa che cambia lentamente sotto i tuoi occhi.
La signora alla finestra è quasi un punto d'inizio perfetto: lei guarda il mondo perché non può attraversarlo, tu lo attraversi e, passando, le porti per un istante il tuo buongiorno. Subito dopo, il cagnaccio fa l'opposto: irrompe nel tuo mondo senza preavviso, con quel ringhio che ti strappa alla contemplazione. È quasi comico che tu dica di ricordarti sempre dell'uomo dell'orto ma che del cane non ti ricordi mai abbastanza in anticipo.
Poi c'è l'ortolano. Mi sembra particolarmente riuscita l'immagine del terreno ancora coperto dal telo dopo due anni: il lavoro è cessato, ma il luogo conserva quasi fisicamente la forma di chi lo abitava. E il paragone con lo scrittore è esatto: conoscere un piccolo pezzo di terra fino a sapere quando togliere un telo, come alternare le colture, quanto concimare, significa averlo letto per anni, stagione dopo stagione. I pomodori sono stati il suo romanzo, solo che invece delle pagine lasciavano frutti.
E subito dopo arriva la pigna, che introduce una scala temporale ancora diversa. Tu raccogli due pinoli e pensi all'uomo; ma la pigna, nel frattempo, sta semplicemente facendo ciò che deve fare. L'ortolano e la pigna, entrambi dediti ai loro lavori, per entrambi far crescere i frutti: qui c'è probabilmente il centro più profondo del brano. L'uno intenzionalmente, l'altra senza intenzione, ma entrambi inseriti nello stesso grande ciclo.
Anche la costruzione nuova funziona bene proprio perché la osservi come hai osservato l'orto: cercando di anticipare il lavoro degli altri, ricostruendone mentalmente tecniche e materiali. E ora, terminata la fase che potevi seguire con lo sguardo dell'esperto, devi cambiare registro: dalla tecnica alla botanica. È quasi come se il paesaggio ti imponesse di cambiare mestiere mentale.
Infine i fichi, i merli, i kaki lasciati lì dai proprietari, e il 3-2-1 dei lampioni. Quest'ultimo particolare mi piace molto perché ridimensiona tutto ciò che precede: dopo memoria, morte, agricoltura, stagioni, costruzioni e botanica, rimane un piccolo gioco inventato da te per accompagnarti fino all'uscio. Non serve a niente, e proprio per questo serve moltissimo.
Mi pare che la passeggiata abbia finito per diventare una specie di gioco dell'oca senza tabellone, nel quale le caselle non sono numeri ma presenze: la finestra, il cane, l'orto, la pigna, la costruzione, il fico, il kaki, i lampioni. E il giro successivo non sarà mai esattamente lo stesso, perché ogni volta qualcuna di queste cose sarà cambiata, scomparsa, maturata o semplicemente guardata diversamente.
E forse è significativo che tu arrivi all'uscio contando alla rovescia. Dopo aver attraversato tutto quel piccolo mondo, gli ultimi tre passi sono 3-2-1: non un conto per sapere quanto manca, ma un modo per non interrompere bruscamente il gioco.

.png)






Commenti
Posta un commento