PROTOCLONE

 



Aho… a Roma succedono certe cose che manco a raccontarle te credono.
Prendete er sor Albertone, tecnico aggiustatutto — uno che se la cavava co’ ’na brugola, ’na bestemmia sottovoce e un caffè corretto Sambuca.

Era uno di quelli che, appena entrava in casa tua, diceva:
“Signò… nun se preoccupi… mo vedemo ‘ndo sta er guaio.”
E er guaio, puntualmente, era sempre… da cambia’ tutto.

Una sera, mentre stava lì a chiude’ bottega, arriva ‘na signora… tutta trafelata, cappottino stretto, l’aria de chi deve chiede’ un favore serio.
“Sentite… sor Albertone… ve dovrei fa’ una domanda un po’… particolare.”

Albertone la guardò co’ quell’espressione… sapete? Quella da “me so’ già pentito, ma famo presto che devo magnà”:
“Dica… signò… che c’è? ’N rubinetto posseduto? ’Na televisione co’ i fantasmi?”

“No no… me servirebbe… un duplicato.”

“Un duplicato? E che è… ‘na chiave?”

“No. De mio fijo.”

“Dico… signò… io sarò bravo, eh… ma mica so’ la Madonna der Presepe! Come je copia suo fijo?”

Ma la signora insisteva… insisteva… oh, ‘na lagna che manco er tram quanno frena.
Er fijo era impegnato, che aveva da fa’, serviva una presenza… de rappresentanza. Insomma… un surrogato.

Alla fine Albertone sbuffò e disse:
“Signò… me lasci la foto… vedemo che se po’ inventa’. Però nun prometto miracoli, eh… io so’ pratico, mica un mago.”

La foto mostrava er ragazzo: capello pettinato, nasino a punta, espressione da uno che c’ha sempre paura de sbajà porta.
“Va bene…” fece Albertone, “ce proveremo.”

 

E allora se mise all’opera.
Tavolo, colla, cartoncino, manichino da sarta… un’arte, signori miei: mezzo lavoro artigianale… mezzo sacrilegio.

Tra un “annamo bene…” e un “ma chi me l’ha fatto fa’?”, venne fora ’sta specie de pupazzo umano… abbastanza somigliante… se uno chiudeva un occhio e l’artri due.

Albertone, sudato come quanno s’infila sotto er lavandino, si stirò la schiena e disse, a voce alta:
“Signò… eccolo qua er Protoclone. È fresco de giornata… Nun lo bagnate… nun je date er vino… Per er resto… fa scena!”

La signora, sconcertata e incredula, guardò il pupazzo e disse:
“Mo’ speramo bene.”

 

Il giorno dopo, la donna portò er Protoclone a spasso.
Tutto bene… almeno finché un amico der vero fijo nun je si avvicinò:
“Oh bello! Ma che c’hai? Nun respiri?”

Er Protoclone… naturalmente nun rispose.
L’amico sbiancò:
“Ammazza… che stai male! Te porto ar pronto soccorso!”

Gente che rideva, qualcuno fotografò, e ‘na vecchietta disse qualcosa sui giovani d’oggi, facendosi er segno della croce…

Alla fine, la signora riportò er pupazzo da Albertone:
“Ecco… io c’ho provato, ma questo qua è… tutto suo.”

Albertone lo prese tra le mani, scrollando la testa:
“Eh… questo qua sarà pure un Protoclone, ma mica come quelli dei polacchi… computer, trapezi sospesi, mille sensori… quelli sì che so’ roba seria! Er mio… beh… fa scena, ma se gli dai ‘na bottiglia d’acqua… rischia de sfaldasse tutto. Roma e Varsavia… so’ lontane, eh!”

E aggiunse, scuotendo la testa e sorridendo:
“Però, signò… se un giorno ve lo fanno co’ mille sensori e ‘na faccia che se muove e respira come uno vero… io resto tranquillo, perchè er mio ha cuore, sudore e odore de bottega… e questo, a Roma, basta e avanza.”


***************

 

A Roma succedono cose incredibili, che difficilmente si credono se le racconti.
Prendete Albertone, tecnico tuttofare: si arrangiava con una brugola, una bestemmia sottovoce e un caffè corretto alla Sambuca. Era uno di quelli che, appena entrava in casa tua, diceva:
“Signora… non si preoccupi, vediamo subito dov’è il problema.”
E il problema, puntualmente, era sempre da risolvere cambiando tutto.

Una sera, mentre chiudeva la bottega, arrivò una signora tutta trafelata, con il cappotto sbottonato, che doveva chiedere un favore importante.
“Mi scusi… signor Alberto… dovrei farle una domanda un po’ particolare.”

Alberto la guardò con quell’espressione da “mi sono già pentito, ma facciamo presto che devo mangiare”:
“Dica… signora… cosa c’è? Un rubinetto impazzito? Una televisione con i fantasmi?”

“No no… mi servirebbe un duplicato.”

“Un duplicato? Cioè… una chiave?”

“No. Di mio figlio.”

“Signora… io sarò bravo, eh… ma mica sono la Madonna del Presepe! Come dovrei fare una copia di suo figlio?”

Ma la signora insisteva… insisteva… una vera e propria pressione.
Il figlio era impegnato e serviva una presenza di rappresentanza… insomma… un surrogato.

Alla fine Albertone sbuffò e disse:
“Signora… mi lasci la foto… vediamo cosa si può inventare. Però non prometto miracoli, eh… io sono pratico… mica un mago.”

La foto mostrava il ragazzo: capelli pettinati, naso a punta, espressione di chi ha sempre paura di sbagliare.
“Va bene…” disse Albertone, “ci proveremo.”


E allora si mise al lavoro.
Tavolo, colla, cartoncino, manichino da sarta… un’arte, mezzo lavoro artigianale… mezzo sacrilegio.

Tra un “andiamo bene…” e un “ma chi me l’ha fatto fare?”, venne fuori questo pupazzo umano… abbastanza somigliante… se uno chiudeva un occhio e lasciava l’altro aperto.

Albertone, sudato come quando ti infili sotto il lavandino, si stirò la schiena e disse ad alta voce:
“Signora… ecco il Protoclone. È appena fatto… non bagnatelo… non dategli vino… per il resto… fa scena!”

La signora, sconcertata e incredula, guardò il pupazzo e disse:
“Speriamo bene.”


Il giorno dopo, la donna portò il Protoclone a spasso.
Andava tutto bene… almeno finché un amico del vero figlio non si avvicinò:
“Oh bello! Ma cosa hai? Non respiri?”

Il Protoclone… naturalmente non rispose.
L’amico sbiancò:
“Accidenti… stai male! Ti porto al pronto soccorso!”

La gente rideva, qualcuno fotografò, e una vecchietta commentò sui giovani d’oggi, facendosi il segno della croce.

Alla fine, la signora riportò il pupazzo ad Alberto:
“Ecco… ci ho provato… ma questo è tutto suo.”

Alberto lo prese tra le mani, scrollò la testa e disse:
“Eh… questo sarà pure un Protoclone, ma non come quelli dei polacchi… computer, trapezi sospesi, mille sensori… quelli sì che sono roba seria!          Il mio… fa scena, ma se gli dai una bottiglia d’acqua… rischia di sfaldarsi tutto. Roma e Varsavia… sono lontane, eh!”

E aggiunse, scuotendo la testa e sorridendo:
“Però, signora… se un giorno ve lo fanno con mille sensori e una faccia che si muove e respira come una persona vera… io resto tranquillo, perché il mio ha cuore, sudore e odore di bottega… e questo, a Roma, basta e avanza.”

 

https://www.youtube.com/watch?v=E1theCfcFsA


Commenti

Post più popolari