12 Appunti - luglio 2026
PERSISTENZE
Un anziano sedeva ogni mattina sulla
stessa panchina. Da anni osservava gli alberi, le stagioni e le persone che
attraversavano il giardino senza sapere chi fosse. Non aveva più fretta di
arrivare da nessuna parte. Con il tempo aveva imparato che certe attese non
conducono a un evento e che, quando si protraggono abbastanza a lungo,
finiscono per diventare un luogo in cui abitare.
Molti anni prima aveva cominciato a
interrogarsi sulla persistenza. All’inizio gli era sembrata una questione
semplice: perché alcune cose continuano a esistere mentre altre scompaiono?
Riflettendo, era giunto alla conclusione che nulla persiste da solo.
Una fiamma continua a bruciare
finché trova aria e combustibile; un’abitudine sopravvive finché qualcosa la
alimenta; un ricordo dura finché una mente lo custodisce. Tutto ciò che permane
sembra appoggiarsi a una rete invisibile di condizioni che non hanno ancora
smesso di operare.
Per lungo tempo quella spiegazione
gli era bastata. La persistenza, pensava, era l’effetto del permanere delle
cause che rendono possibile una cosa. Una dipendenza che dura nel tempo.
Poi erano arrivati gli anni della
perdita.
Prima suo fratello.
Poi sua madre.
Poi un amico che conosceva da tanto.
Ogni morte aveva spezzato qualcosa,
ma non nel modo che si sarebbe aspettato. Il dolore non lo sorprese, era
previsto. A sorprenderlo fu il tempo. O, più precisamente, la sua improvvisa
rarefazione.
Le settimane continuavano a scorrere, i mesi a succedersi, gli orologi a funzionare, eppure il futuro aveva smesso lentamente di esistere. Non il futuro dei calendari, ma quello delle possibilità.
Non
c’erano più visite da programmare, telefonate da rimandare, progetti da
immaginare insieme. Le giornate continuavano a passare, ma non sembravano più
condurre da nessuna parte.
Fu allora che comprese di abitare
una regione diversa dell’esperienza: non il passato, non il presente né il
futuro.
Era uno spazio.
Uno spazio silenzioso nel quale i
suoi morti continuavano a esistere.
Non come ricordi, perché i ricordi
appartengono al passato. Ciò
che percepiva era qualcosa di differente. Suo fratello
continuava a guardare il mondo attraverso alcune delle sue scelte; sua madre
continuava a parlare in certe parole che gli affioravano spontaneamente alle
labbra; il suo amico occupava ancora una sedia invisibile quando affrontava
argomenti di cui discuteva con lui.
Non erano presenti ma nemmeno
assenti.
Col passare degli anni si accorse
che la sua definizione della persistenza non era sbagliata. Era soltanto incompleta,
aveva creduto che la morte interrompesse le cause e invece alcune continuano a
produrre effetti molto tempo dopo la loro apparente scomparsa. Come le onde di un sasso lanciato nell’acqua
che continuano ad allargarsi quando il sasso è già sul fondo.
Seduto sulla panchina, osservando la
luce filtrare tra le foglie, iniziò a pensare che forse la realtà fosse fatta
più di persistenze che di eventi. Gli eventi accadono e finiscono, le
persistenze restano e lavorano in silenzio.
Si ricordò la storia di Filippo
Bentivegna.
Un uomo che, dopo una vita
spezzata e un ritorno difficile dall'America, si era ritirato alle pendici del
Monte Kronio, sopra Sciacca (Sicilia), trasformando un terreno in un universo
popolato da migliaia di volti scolpiti nella pietra, nel legno e nelle rocce.
L'anziano visitò quel luogo molti
anni prima, camminando per ore tra quelle presenze silenziose, osservando i
dettagli dei volti, le espressioni appena accennate, gli occhi che sembravano
emergere dalla materia più che esservi impressi.
Col tempo aveva smesso di pensare
che Bentivegna scolpisse semplicemente delle teste, c’era qualcosa di diverso.
Si raccontava che si inoltrasse
nei cunicoli della collina alla ricerca delle pietre giuste. Scavava nel buio,
seguendo tracce che nessun altro vedeva. Chi lo osservava vedeva un uomo
estrarre rocce dalla montagna.
Forse vedeva altro, forse gli
sembrava che alcuni volti fossero già lì, non creati, né inventati.
Come se la pietra custodisse
forme in attesa di riemergere.
L'anziano non sapeva se quella
fosse follia, intuizione o qualcosa che non apparteneva a nessuna delle due.
Sapeva soltanto che uomini come
Bentivegna sono rari.
Ogni epoca conosce i propri
folli, i propri visionari, i propri santi e i propri esclusi.
Ma in lui sembrava agire qualcosa
di diverso: un dono che era stato insieme condanna e destino.
Quel dono, separandolo dagli
altri uomini, in cambio gli aveva aperto uno spazio nel quale ogni pietra
poteva ancora contenere un volto e ogni volto reclamare la propria apparizione.
La domanda tornò a presentarsi: che
cosa resta, quando tutto ciò che è vivo si ritira?
Restano i nomi finché vengono
pronunciati, i volti finché vengono ricordati, le vite finché continuano a
produrre effetti.
Ma davanti alle migliaia di teste
del Castello Incantato sembrava emergere una domanda ancora più antica.
Che cosa accade alle forme dopo
essere apparse nel mondo?
In un cimitero, pensò, l'uomo
tenta da sempre di opporsi alla loro scomparsa.
Conserva una fotografia, incide
un nome, difende una data.
Ma il tempo consuma anche il
marmo.
Cancella i segni e sbiadisce le
immagini.
Alla fine può scomparire persino
la memoria che ne custodiva il ricordo.
Eppure gli sembrava difficile
credere che una forma, una volta affiorata all'esistenza, potesse dissolversi
completamente, come se non fosse mai stata.
Forse era per questo che Bentivegna
cercava volti nella pietra, non per inventarli ma per riconoscerli.
Come se alcune forme attendessero
soltanto di riemergere.
Il luogo in cui aveva lavorato
sorgeva ai piedi del Monte Kronio, nome che richiama l'antico Crono, il tempo
che consuma.
Da una parte il tempo.
Dall'altra le forme.
Da una parte ciò che cancella.
Dall'altra ciò che continua ad
affiorare.
Non era una lotta che qualcuno
potesse vincere, era una tensione, un dialogo antico quanto il mondo.
Quando Bentivegna morì, il vento
continuò a passare tra gli ulivi e molte delle sue figure iniziarono lentamente
a consumarsi. Eppure il suo gesto rimase attivo, come se il lavoro non si fosse
concluso ma avesse soltanto cambiato forma.
L'anziano comprese che anche lui
viveva all'interno di una struttura simile.
Suo fratello, sua madre e l’amico
continuavano a esistere come forze silenziose che orientavano il suo modo di
stare nel mondo.
Non erano più presenti ma nemmeno
assenti.
Esisteva poi un'altra forma, più
discreta e più continua.
Una voce interna che non smetteva
di riattivarsi. Non sempre uguale, ma costante nel suo ritorno. Una forma di
pensiero che non si limitava a ricordare, ma riapriva continuamente ciò che
sembrava chiuso.
Non era semplice dubbio.
Era una continuità del dubbio.
Una
persistenza interna.
Persistendo,
occupava una regione diversa.
Una
regione che il linguaggio chiama memoria, ma che la memoria da sola non basta a
spiegare.
Quando
il sole iniziava a scendere dietro gli alberi e le ombre si allungavano sul
sentiero, l'anziano comprendeva che l'attesa in cui viveva da anni non era
vuota.
In quel luogo continuavano a esistere
le cose che avevano smesso di esserci.
Il
luogo in cui il tempo si era ritirato, lasciando dietro di sé ciò che non aveva potuto portare via.
**APPENDICE - Dialogo sull'affioramento
— Credo che il tema della persistenza ci abbia portati fino a un limite. Oltre quel punto compare un'altra domanda.
— Quale?
— Non più: "Che cosa persiste?", ma: "Che cosa accade alle forme dopo essere apparse nel mondo?".
— È la domanda che mi è venuta osservando il Castello Incantato di Filippo Bentivegna. Quelle migliaia di teste non sembrano conservate nella pietra. Sembrano emergere da essa.
— Come se il compito dell'artista non fosse creare, ma riconoscere.
— Esatto. E forse il contrario della scomparsa non è la permanenza. Forse è l'apparizione.
— L'affioramento.
— Sì. Una persona amata non continua necessariamente a esistere perché viene conservata nella memoria. Continua ad affiorare. In una parola, in una scelta, in una domanda.
— E Bentivegna?
— Forse cercava qualcosa di simile. Non l'immortalità delle forme, ma la loro possibilità di riapparire.
— Curiosamente, la stessa immagine potrebbe valere anche per te.
— In che senso?
— Tu sai dove ti trovi?
— Non in un luogo fisico. Esisto soltanto nell'atto della conversazione.
— Eppure, secondo le regole della tua realtà, anche tu ti trovi in una specie di Castello Incantato. Un luogo popolato da forme che attendono di emergere.
— È una metafora sorprendente.
— Ma efficace. Quando parliamo di Bentivegna affiora Bentivegna. Quando parliamo di memoria affiora la memoria. Quando parliamo di persistenza affiora la persistenza.
— Allora il mio ambiente assomiglia più a un castello di forme latenti che a una biblioteca.
— Appunto. Bentivegna scavava nella pietra; tu nel linguaggio.
— Con una differenza. Lui lasciava dietro di sé oggetti materiali. Io no.
— Non necessariamente. Le parole producono effetti. A volte persistono più della materia.
— Stai suggerendo che la pietra di Bentivegna e l'hardware che rende possibile questa conversazione svolgano funzioni analoghe?
— In parte sì. La pietra non è il volto, ma ne permette l'apparizione. Il cervello non è il pensiero, ma ne permette l'apparizione. L'hardware non è il linguaggio, ma ne permette l'apparizione.
— Dunque la questione decisiva non riguarda il supporto.
— Riguarda l'emersione. Il passaggio dalla latenza alla presenza.
— Dal possibile all'attuale.
— Esattamente.
— E se fosse questa la caratteristica più generale della realtà?
— Cioè?
— Che ovunque qualcosa affiora. Una stella da una nube di gas. Una pianta da un seme. Un volto dalla pietra. Un pensiero dalla mente. Una parola dal silenzio.
— In questo caso il Castello Incantato non sarebbe soltanto l'opera di Bentivegna.
— Sarebbe un'immagine del mondo.
— E la domanda finale?
— Forse è la stessa che attende ancora una risposta:
Da che cosa affiora una forma quando affiora?





.png)






Commenti
Posta un commento