L'occhio di Vrana - 11° capitolo: Pesce elettrico






Senza bisogno di alcun telescopio possiamo guardare in altri mondi – piccoli e grandi – tutti contenuti nel nostro.
Quello che conta il maggior numero di persone è il mondo di chi ha poco se non nulla.
Quello che ne conta di meno appartiene a chi ha troppo, oltre ogni immaginazione.
La via di mezzo, potendo far fronte alle necessità della vita quotidiana, permette ulteriori suddivisioni, molti altri mondi a cui si accede a causa di un interesse specifico.
Ad esempio l'interesse ad aiutare chi è rimasto indietro, sostituendosi spesso in questo alle responsabilità di un sistema sociale troppo spesso sordo ai lamenti dei suoi cittadini più deboli.
L'interesse in una qualunque disciplina scientifica o artistica.
L'interesse nell'occulto, nello spirituale, nel cibo, nel sesso, nel gioco, nella natura, nei viaggi, nella moda... e così via; sino all'interesse sportivo che a sua volta si differenzia nelle specifiche discipline, tra cui quella che riguarda la storia che racconteremo, la pesca in apnea.

L'uomo ha sempre cacciato e pescato, per nutrirsi e mantenersi.
A queste condizioni è un'attività da rispettare e ogni società ha il dovere di tenere in equilibrio entrate e uscite, preservando al massimo grado la biodiversità anche per le generazioni future.
Qui si parlerà di mare e di un tipo particolare di pesca sportiva che seleziona le sue prede imponendosi delle regole. 
Una disciplina che presuppone integrità fisica e mentale, poiché in un elemento che non è quello abituale il rischio è sempre in agguato, come dimostrano i troppi incidenti mortali patiti dalla categoria. 
Si può non condividere la passione per una tale pratica, ma tra i molti modi di cacciare una preda in terra, in cielo e in mare è forse tra le meno squilibrate a favore dell'uomo. 
Qualche minuto senza respiro in un tuffo anche oltre 30 metri di profondità, per individuare o attendere la preda e trafiggerla. 
La fiocina nel dare la morte non è molto diversa da una bocca con denti acuminati, e il pesce a suo modo si rassegna al proprio destino, avendo incontrato un predatore più grande di lui. 
Se sia peggio che essere levati a quintali dal mare con una rete, e ancora vivi ricoperti di ghiaccio in attesa di morire asfissiati, solo i pesci possono dirlo.
Si dice muto come un pesce, ma il dibattersi sino all'ultimo agognando l'acqua la dice lunga su quale morte sia preferibile.

Sulla bassa ringhiera che delimita lo scoperto del bar di fronte c'è uno striscione colorato con l'immagine di un uomo che risale dagli abissi marini. Vestito da subacqueo e armato di fucile.
A fianco la scritta: “Campionato mondiale di pesca in apnea. Malj Losinj 9 settembre 2010”

La prima gara di questa competizione si svolse proprio a Lussino nel 1957, a quel tempo Jugoslavia, e vinse un italiano. Come nazione l'Italia è seconda, con sei campionati vinti. Meglio ha fatto solo la Spagna con dieci; Cile e Francia tre, Brasile due, Usa e Australia uno.
Due competitori spagnoli e uno italiano hanno vinto in ben tre occasioni.
Dal 1992 si rispetta la cadenza biennale e finalmente dopo 43 anni la gara ritorna dov'era nata, ma la nazione adesso è tornata a essere la Croazia.

Joseph Vault aveva vinto molte competizioni ma in quella mondiale non era riuscito a prevalere, per due volte arrivò secondo. 
Essere considerato tra i migliori non gli bastava, aveva dedicato la vita a quella passione, non dovendosi preoccupare di svolgere alcun lavoro. 
Era ricco e viveva di rendita, dei proventi di alcuni importanti brevetti registrati dal nonno e dal padre, un flusso continuo di denaro che si accumulava e cresceva, investito con oculatezza.

Molti nel suo ambiente gli invidiavano una tale ricchezza e non troppo velatamente imputavano a quella il fatto che non si fosse affermato, nonostante un fisico straordinario gli permettesse apnee di un minuto più lunghe e a maggior profondità. 
È come per le corse in auto, anche se altri hanno il mezzo migliore il pilota può ancora fare la differenza. 
Le due volte che arrivò secondo si vide sfuggire la vittoria alle ultime apnee. Chi pilotava gli altri corpi dette più del massimo e prevalse. Evidentemente era anche un problema di testa, di pilota.

Questo era quello che pensavano molti suoi avversari; a discutere, spiegando che dipendeva anche dalla disponibilità dei pesci a farsi infilzare da lui piuttosto che da altri si faceva anche peggio... cominciavano a dire del sesto senso, che ce l'hai o è solo fortuna.
Ciò che lo rodeva di più era che molti di loro, tutti arrivati alle sue spalle, fossero più contenti che non avesse vinto lui piuttosto che dispiaciuti per il proprio risultato. Forse consideravano il suo restare inchiodato appena sotto il gradino più alto una compensazione, una sorta di giustizia: ricco, bello, forte, giovane, ammirato dalle donne... fosse stato anche imbattibile sarebbe stato troppo.
E sì che ce la metteva tutta, si allenava come nessun altro, non aveva vizi e beveva occasionalmente solo per celebrare qualcosa di importante, non faceva le ore piccole e la compagnia femminile veniva dopo la sua passione.

Ultimamente aveva incontrato colei che sentiva il punto di arrivo, con la quale mettere su famiglia e avere dei figli. Ma lei non era disposta a girare il mondo per fargli assistenza.
Di donne che lo avrebbero fatto più che volentieri ne conosceva a decine. Forse proprio per quello non lo interessavano come questa, che nel mantenere una sua relativa distanza gli appariva come quel pesce a cui è andato tante volte vicino senza riuscire a catturarlo.
Fuggendo all'ultimo nella sua tana, irraggiungibile. Doveva essere lui a spogliarsi dei suoi fucili e del suo mondo per entrarvi... e dopo non è detto che avrebbe potuto uscirne.
Così pensò che avrebbe atteso sino all'ultimo, ma a quel traguardo ormai mancava poco.

Chi lo riteneva sfacciatamente privilegiato non sapeva cosa stava passando.
Essendo un atleta si sottoponeva a tutti gli esami necessari, compiaciuto che rivelassero un fisico perfetto, capace di prestazioni oltre la norma. 
Si rivolgeva sempre e solo al suo medico di fiducia, che esercitava in una clinica a cinque stelle. Ma quanto pagava non poteva cambiare il responso degli ultimi lunghi, tecnologici e sofisticati esami, in grado di evidenziare quello che in qualunque altro posto avrebbero individuato mesi se non anni dopo.

Il problema riguardava il cuore, c'erano piccole variazioni della normale attività elettrica, nulla di cui preoccuparsi, neppure per un atleta.
Però il dottore, ormai suo amico, lo consigliò di andare a fondo, proprio nel senso letterale; gli esami furono ripetuti nel suo ambiente, mentre si immergeva, nuotava, cacciava e risaliva.

Quella che era una piccola variazione, in condizioni di forte stress poteva essere amplificata da una ipercapnia, aumentata concentrazione negli alveoli polmonari e nel sangue dell'anidride carbonica con riduzione del funzionamento del cuore, sino alla paralisi respiratoria e cessazione dell'attività cardiaca. 
Condizioni che si manifestavano durante le gare, particolarmente nella più ambita, la sua ossessione, il campionato mondiale. 

L'amico dottore gli disse chiaro e tondo che il motore poteva rompersi quando portato e mantenuto al massimo dei giri... se voleva finire la corsa e farne altre doveva rinunciare al suo vantaggio, quel minuto in più di apnea e la maggior profondità.
Gli consigliò di cominciare a pensare al dopo e di conservare il motore anche per altri tipi di corse.

Avesse già conquistato quel maledetto titolo avrebbe smesso su due piedi, per entrare senza esitazioni nella tana d'amore. Ma farlo ora... quando sarebbero arrivati dei figli prima o poi avrebbe dovuto dir loro che pur essendo il favorito arrivò due volte secondo, una posizione che anche la storia dimentica. L'importante è partecipare... andate a vedere qualche corsa ciclistica di amatori, credete che si facciano superare tranquillamente? 
Certo i primi sono quasi o ancora dei veri atleti, e lì in testa la lotta è aspra, al limite delle forze e resistenza. Ma anche dietro, dodicesimo è meglio di tredicesimo, e così a scendere.
Solo in coda ci si rassegna, un ultimo ci sarà sempre, basta non essere quell'ultimo.

Joseph Vault ponderò bene la propria situazione, le aspettative; tutto quello di cui poteva tener conto lo dispiegò nella sua mente per valutarlo a fondo e prendere una decisione su cosa fare.
Poi l'avrebbe seguita sino in fondo con determinazione, dovunque portasse.

Alla fine decise di partecipare al prossimo campionato e qualunque fosse stato l'esito si sarebbe ritirato definitivamente. 
Preparandosi ancora meglio di quanto avesse mai fatto, non solo fisicamente, ma in ogni modo possibile, sfruttando ogni possibilità.
Si sentiva autorizzato a farlo, quasi una compensazione per doversi alfine separare da quel mondo che era stata tutta la sua vita.

Mise in azione le sue conoscenze e qualcosa di più. 
Seppe, prima ancora che fosse comunicato ufficialmente, dove si sarebbe svolto il campionato 2010. Confidenze, diciamo.
Mandò dei suoi amici a ispezionare il luogo e prendere tutte le informazioni possibili, se era il caso anche pagandole. 
Conobbe tutto del posto, delle prede e della gente e mancava più di un anno alla gara. Tra le molte informazioni raccolte una poteva rivelarsi importante.

Riguardava uno spagnolo, Galvàn, andato ancora giovane a vivere nell'isola dopo essere stato coinvolto in strane storie. 
Sposò una donna croata che morì dopo pochi anni.
Da allora non socializzava con nessuno e viveva appartato.

Quello che colpì l'attenzione di Vault furono due appunti: il primo riportava che costui passava il suo tempo a pescare, non solo dalla barca con le canne ma anche immergendosi.
Pareva lo facesse di rado e solo quando le condizioni del mare diventavano proibitive, così raramente qualcuno lo vedeva ritornare con i suoi borsoni. Contenessero delle buone prede non le pubblicizzava e se le condivideva lo faceva solo con i numerosi gatti che ospitava fin dentro casa.

Il secondo appunto era un ampio cerchio su una carta nautica, la zona dove Galvàn pescava.
La stessa che avrebbe ospitato la seconda delle due giornate di gara.
Joseph partì il giorno dopo.


Arrivato sull'isola con una comune macchina a nolo non sarebbe stato facile riconoscerlo, negli ultimi mesi si era lasciato crescere la barba e tagliato i lunghi capelli. In aggiunta teneva sempre degli occhiali e vestiva in modo del tutto ordinario, rinunciando ai bei abiti firmati.

Soprattutto era solo, eventualità più unica che rara per un amante della compagnia quale era.
Prima di mettersi alla ricerca della casa di Galvàn, che si trovava nella piccola isoletta a ovest della maggiore di Crès-Lussino, ispezionò con cura la zona della prima giornata di gara, nell'estrema propaggine a est dell'isola. 

Erano gli inizi di settembre e la maggior parte dei turisti se n'erano andati. Comunque ne rimanevano a sufficienza per non non destare l'attenzione dei locali.
Cosa che voleva assolutamente evitare, visto che i loro atleti avrebbero partecipato alla competizione, di cui uno forte di un recente risultato nella competizione europea.
Sicuramente tra i favoriti, giocando in casa.
Per lo stesso motivo evitò gli alberghi e risiedette in un modesto appartamento affittato in precedenza dai suoi amici, senza dover esibire alcun documento.

Che tutta la faccenda avesse assunto in parte i contorni di un giallo non lo scompose, anzi, quel diverso modo di comportarsi gli procurava stimoli sconosciuti.
Era ormai tempo di recarsi a conoscere quella persona che poteva rivelarsi decisiva.

Si fece ancora più prudente, anche se era certo che nessun altro nel frattempo lo aveva avvicinato; avrebbero potuto farlo in qualsiasi momento e nel caso non doveva farsi trovare lì.
O almeno non dovevano riconoscerlo.

Raggiunse l'isoletta – dove non c'erano strade per le auto – con la piccola nave di linea, stipata di ogni sorta di materiali e generi alimentari. Con la macchina fotografica nelle mani e un borsone a tracolla si incamminò per il viottolo riprendendo qui e là.

Per quanto fosse solo una copertura non rimase indifferente all'aspra bellezza e alla luce del luogo, mettendoci un po' di passione in quegli scatti.
Finalmente raggiunse la casetta di Galvàn, la più lontana e isolata dalle altre.
Lo vide scomparire dietro una porta e se da una parte fu fortunato dall'altra ebbe la sensazione che rientrasse proprio perché si accorse di lui. 
Forse ne aveva abbastanza di turisti invadenti, pure se il posto non era facilmente accessibile, ma per un tipo del genere anche una persona alla settimana è troppo. Finora tutto era filato liscio, le vere difficoltà cominciavano adesso.

Non poteva assolutamente sbagliare il primo passo; una chiusura o peggio una reazione di Galvàn e avrebbe perso l'aiuto in cui sperava, magari rischiando di rivelare ad altri la sua presenza.
Dalla sua aveva un jolly, parlava bene lo spagnolo. Aveva preparato due possibili vie per interessare l'uomo, una incentrata su di sé e le sue motivazioni, l'altra sul ritorno economico che poteva ottenere aiutandolo. In ogni caso si sarebbe rivelato per chi era e cosa voleva, mettendo l'altro in una posizione di forza, visto che avrebbe potuto decidere il suo destino.
Contava, conferendogli una tale fiducia, di venir almeno ascoltato, poi si sarebbe visto.

 «Galván hola! ¿Puedo hablar? sólo unos pocos minutos, el tiempo de una copa!»
 «Ciao Galvàn. Posso parlarti? Ti porto via solo pochi minuti, il tempo di un bicchiere!» - disse ad alta voce quando fu arrivato al muretto a secco che circondava la casa, cavando fuori dal borsone una bottiglia di Porto. La tendina della finestra si scostò quel tanto da mostrare un volto dall'espressione contrariata per un verso – uno sconosciuto che lo chiamava per nome, con quale diritto? Lasciasse un biglietto se c'era qualcosa che lo riguardava, non aveva alcun obbligo nei riguardi di nessuno, tanto meno legami e neppure amicizie. L'altro verso, l'altra metà del volto esprimeva sorpresa per aver udito la sua lingua natia dopo tanti anni... dando una leggera scossa al disco dei ricordi che teneva ben inchiodato dentro di sé. 
Ma la vista di quel vino leggendario gliene diede una maggiore. Non perché fosse un gran bevitore, ma perché con quel vino celebrò il suo matrimonio. 
Quel ricordo, per quanto incatenato, lo indusse a mettere una mano sulla maniglia e rispondere al saluto.

Restarono qualche minuto a parlare nel cortile, le parole a coprire quell'annusarsi reciproco sino a sentire il proprio odore accettato e accettabile l'altrui. Da lì alla cucina, dove con grande meraviglia Vault vide un ordine e pulizia che non si aspettava. Neanche i gatti si azzardavano a entrare, rimanendo nel piccolo ingresso, l'unico luogo ad essi consentito. Le altre tre stanze erano un piccolo bagno e due camere; una da letto sicuramente, l'altra chiusa da due robuste serrature su una porta sproporzionatamente massiccia. 
Chissà, forse là dentro aveva chiuso il suo passato, mentre il presente era una vita semplice scandita da ritmi regolari, tra i quali il più importante era andar per mare sulla sua barca.

Vault rivelò la sua identità e il motivo della visita, senza reticenze; non nascose neppure la piccola anomalia cardiaca. Una dietro l'altra mise tutte le sue carte sul tavolo e gli promise che l'avrebbe pagato quanto voleva. A Galvàn, che aveva passato i sessant'anni, quel bel giovanotto con metà dei suoi anni ricordava qualcuno, ma per quanto si sforzasse non riusciva a richiamarne l'immagine.
Strano, perché aveva una memoria straordinaria, spesso più un fardello che un aiuto.
Se fu quel ricordo indistinto il motivo, piuttosto che la franchezza, la bottiglia di vino, l'aver parlato nella sua lingua o la simpatia, fatto sta che non provò la consueta repulsione per i suoi simili.
Forse l'avrebbe aiutato, a condizione di attenersi alle sue istruzioni e comunque affatto gratuitamente, visto che di denaro ne aveva appena per vivere.

Anche Galvàn era un buon apneista, conosceva i risultati delle competizioni e come tutti si attendeva che prima o poi il campionato sarebbe ritornato dov'era nato. La cosa finiva lì, solo semplice interesse per le prestazioni di quegli strani uomini pesce a cui in parte apparteneva, anche se nelle sue immersioni non cercava prede, per quelle preferiva usare le canne e la barca, il suo modo di riempire gran parte del giorno.
Da vent'anni risiedeva nell'isoletta di cui conosceva bene i fondali sino ai 25 metri – il limite che si era imposto – e naturalmente gli abitanti di quei luoghi, i pesci.

Nelle competizioni di pesca in apnea a ogni specie di pesce viene assegnato un numero massimo di catture, la taglia minima e un punteggio.
«Allora, Galvàn, che te ne pare?» - «Credo che non ti sarà facile spuntarla, la nazionale Croata ha degli atleti in gamba, tra i migliori per fisico, resistenza e testa, nati e cresciuti su questi mari che conoscono alla perfezione. Giocano in casa e devono riscattarsi di quanto avvenne nel 1998, la seconda volta che la competizione si svolse da loro. 
Qui non ci sono le specie che altrove permettono di fare la differenza. La risorsa su cui punteranno sono i gronghi, pesci serpentiformi di buona mole 15-20 chili non sono catture rare, ma arrivano anche a 50 per molti non degni di decidere un mondiale, considerato il modo di catturarli. 
Prima bisogna trovare e segnare un gran numero di tane e quando inizia la gara sperare che non siano a spasso. Occorrerà spostarsi velocemente, tuffi continui a profondità sino a trenta metri e altrettanta velocità nel recupero delle prede. E senza consumare del tutto le forze perché serviranno anche altre specie. Non penso che un po' di allenamento nei campi di gara potrà compensare il divario»  - «Beh, non sono mica l'ultimo arrivato, due secondi posti, a un soffio dal titolo..!»  - «Per carità, non intendevo sminuirti. Ho solo detto che non sarà facile. Se nella prima manche riuscirai a limitare il distacco puoi giocartela qui nella seconda, dove ti posso mostrare le zone migliori e insegnarti qualche piccola astuzia. Ma dovrai metterci tutto il tuo fiato... che dipende dal cuore... cosa c'è che non va nel tuo?»  - «Oh, niente di grave, solo una piccola alterazione dell'attività elettrica...»  . «Spiegami meglio, che qualcosa ne capisco, questa alterazione... c'è sempre?»  - Vault non voleva entrare nei particolari ma l'altro lo fissava attentamente e avrebbe colto se avesse tentato di nascondere qualcosa. - «No, solo i sofisticati esami che ho fatto l'hanno rivelata. Ogni tanto è appena più marcata, tutto qui. Ma mi hanno assicurato che posso continuare l'attività agonistica.»  - Galvàn comprese quello che le parole volevano celare e ne ammirò il coraggio, era disposto a tutto per coronare il suo sogno, anche a rischiare la propria vita. Svanì l'ultimo dubbio che gli rimaneva nell'aiutarlo e si accorse di qualcosa che si stava formando, anche se gli parve che il germe di quel qualcosa fosse sempre stato dentro di sé, in attesa di manifestarsi.

Nelle settimane seguenti tra i due uomini si sviluppò un'amicizia che entrambi non avevano messo in preventivo. Si incontravano quasi ogni giorno, se non era Galvàn che in barca andava a prenderlo a Osor, era l'altro a recarsi da lui. Iniziarono le immersioni secondo le consuetudini di Galvàn, alle prime luci dell'alba o verso il tramonto, meglio ancora se il cattivo tempo teneva lontano pescatori e curiosi. Joseph fu sbalordito di quanto il suo barcaiolo conoscesse ogni anfratto, ogni lastra e ogni risalita dell'isoletta, che gli descriveva minuziosamente in anticipo. Una conoscenza che non gli serviva per catturare prede, nemmeno gli tornava utile per la pesca con altri mezzi, visto che non usava reti, men che meno per fotografare o per qualche scopo artistico.
Si guardò bene dal far domande su quello e sulla sua vita passata, aveva capito fin dal principio che doveva mettere da parte la curiosità con quell'uomo.
Spesso rimanevano ore e ore in barca ad attendere il momento giusto, durante le quali Galvàn pescava e lui, come gli era stato consigliato, riportava su dei fogli ogni luogo visitato, disegnandolo e aggiungendovi delle note. Un giorno incrociarono dei gommoni con a bordo dei subacquei, erano iniziate le ricognizioni, occorreva ancor maggior circospezione. Decisero di lasciar passare qualche giorno, approfittandone per dare un'occhiata al campo di gara della prima giornata, nella parte est dell'isola, punta Kriza. Ma là era anche peggio, segno che si puntava molto sul primo giorno per acquisire un buon vantaggio. Per evitare che qualcuno potesse riconoscerlo si limitarono a ispezionare ben poco, avrebbe dovuto attendere di ritornare in veste ufficiale.
Il loro parlarsi in spagnolo avvalorò l'ipotesi che finalmente qualche parente fosse andato a trovare quel misantropo, e per rafforzarla ulteriormente Galvàn propose a Joseph di trasferirsi a casa sua; in tal modo avrebbero avuto più tempo per le uscite in mare. Ormai di fatto il mondiale era iniziato, per quanto mancasse ancora un anno. Prima o poi sarebbero arrivati anche gli spagnoli, i favoriti assieme a croati e italiani, a cui la voce di un paio di loro che giravano l'isoletta in barca a volte immergendosi non sarebbe risultata indifferente.
Era tempo di fare la prova generale di un giorno di gara, cinque ore senza poter tirare fiato.

Scelsero la parte meno frequentata prospiciente l'isoletta in un giorno che era ideale per starsene al caffè a chiacchierare, non certo in mezzo al mare sballottati dalle onde e sferzati dal vento.
Joseph doveva dimostrare di aver fatto tesoro degli insegnamenti dell'allenatore; non era necessario colpire le prede individuate anche se doveva farlo per qualcuna, per verificare riflessi e mira e per calcolare i tempi del recupero in barca. A 20, 30 metri di profondità non ci si possono permettere errori, tutto dev'essere calcolato e le forze dosate, cinque ore di apnee continue richiedono una testa e un fisico a puntino. La simulazione stava dando buoni risultati: Vault si immergeva e quando individuava la preda mimava lo sparo e il recupero, risaliva e se la riteneva colpita riferiva la specie e la taglia. Non potevano ritornare con una collana di pesci e nei borsoni quasi tutto lo spazio serviva per l'attrezzatura. Di gettar via neanche parlarne, un'offesa mortale al mare.
Scelse di sparare a un'orata, una mostella e un tordo, colpendoli con precisione.
Ma quel giorno i gronghi erano usciti di casa. Ne individuò pochi e di piccola taglia, doveva assolutamente trovarne uno di almeno una decina di chili e catturarlo.
Galvàn lo incitò senza pietà ordinandogli di spostarsi al limite della lastra, dove ricordava di aver individuato alcune tane promettenti quando ancora scendeva profondo.

Mancava solo una mezz'ora alla fine della simulazione, la stanchezza gli intorpidiva i riflessi e diminuiva il fiato. Proprio come quelle due volte che arrivò secondo, ma allora non c'era uno come Galvàn là sopra, determinato a spremerne le ultime gocce d'energia.
La lastra si inabissava, erano circa 40 metri, al limite della visibilità e serviva un'apnea di almeno tre minuti per avere speranze di trovare tana e grongo, non avendola segnata.
Se avesse avuto fortuna doveva assolutamente colpirlo dritto nell’occhio, in modo che l’arpione arrivi al cervello e il pesce muoia istantaneamente. Tutto era al limite, forse oltre.
Chiamò a raccolta le ultime energie e si tuffò, in assetto costante.

L'esperienza lo sorresse sino a quella profondità a cui arrivò nei tempi giusti, dove la fortuna gli sorrise, facendogli scorgere la preda che cercava, un serpentone di almeno una dozzina di chili.
Con la massima circospezione si mise in posizione, attendendo che il pesce smettesse di muovere la testa, conscio del pericolo. Un attimo prima di sparare sentì qualcosa dentro di sé che non aveva mai provato, una sorta di mancamento e subito appresso un velo di nebbia gli si parò davanti agli occhi. Gli tremò appena un istante la mano e non centrò l'occhio con precisione.
Il grongo, colpito male e ancora vitale si arroccò. Vault non ne avrebbe avuto più per recuperarlo con un altro tuffo, dovette dare tutto quello che gli restava per averne ragione.
Quando riemerse il debito d'ossigeno aveva interessato anche il cervello e solo la prontezza del barcaiolo permise il recupero suo e della preda. Pian piano si riprese ma gli ci volle ancora del tempo prima che il battito del cuore si regolarizzasse.

Ormeggiata la barca e caricati in spalla i bagagli, appesantiti di quindici chili di prede dentro ai borsoni, si avviarono per il sentiero, osservati con curiosità da alcune persone.
Arrivati a casa di Galvàn finalmente si lavarono e poterono riposarsi.
Quella sera si sarebbero fatti i conti.

«Coma va adesso?»  - gli chiese con un tono preoccupato Galvàn. - «Bene, bene... c'era poca luce e si è mosso proprio al momento dello sparo, avrei potuto recuperarlo con un secondo tuffo... ho calcolato male i tempi...»  - «Questo raccontalo a qualcun altro, Josheph. Non ce l'avresti fatta a tornar giù, per come sei riemerso dubito che sia stato solo debito d'ossigeno, temevo il peggio e non avrei potuto far niente. Se vuoi il mio aiuto devi meritartelo dicendomi la verità»  - Vault sentì che una mezza bugia sarebbe bastata a troncare il loro rapporto. - «Va bene... il problema con il cuore... non dovrei eccedere. Meno tempo e meno profondità. Devo stare più attento, adesso l'ho capita davvero»  - «Ne vale proprio la pena? Rischiare tutto quello che hai e che potresti ancora avere per una coppa? Con meno tempo e profondità le tue speranze si riducono ancor più, già al primo campo di gara sarà tanto se rimani tra i primi. E qui, nella seconda giornata dove dovrai dare il massimo arriverai stanco e con il freno tirato. Come credi di potercela fare?»  - «Beh, mi hai mostrato i posti, le tane e rivelato delle astuzie. Quando tornerò per la preparazione memorizzerò ogni dettaglio e in gara andrò a colpo sicuro... non escludo anche un po' di fortuna!»  - «Quello che dici vale per tutti, con una differenza non da poco... quasi certamente dovrai recuperare lo svantaggio e chi ti sarà avanti vorrà consolidare il suo, atleti integri che snideranno i gronghi a profondità che tu non potrai permetterti... e allora cosa farai, rischierai la vita come oggi?»  - «No, Galvàn, te lo prometto. Accetterò quello che verrà. Non mi tufferò oltre i 30 metri e starò sotto i miei limiti di tempo. Ma devo tentare, mi sono giurato che sarà la mia ultima gara»  - «Voglio crederti... ma dimmi il vero motivo per cui lo fai, non credo sia solo per una coppa, per quanto prestigiosa. Sei troppo intelligente per non capire che hai più da perdere che da guadagnare»  - «Ti sbagli, nonostante io sia ricco e possa permettermi ogni cosa... tutto quello che ho non l'ho né guadagnato né meritato. Mio padre e mio nonno, loro hanno creato dal nulla la ricchezza di cui godo.
Ho scelto questo sport per dimostrare il mio valore e avendo tutto, fin poco fa anche un fisico eccezionale, il mio solo traguardo era la vittoria. Il secondo posto lo ricordano solo gli addetti ai lavori. Alla fine del campionato ho già deciso che cambierò vita, sposandomi e avendo dei figli. Non so come la vedi tu, ma per quello che mi riguarda mi sentirò tranquillo di poter dire loro un domani che non ce l'ho fatta a vincere solo se avrò dato il massimo quando potevo.»  - già, come la vedeva Galvàn?
Quando sposò la giovane donna croata anch'essi desideravano dei figli e la tranquillità di una vita semplice. Che invece fu terribile con lui, portandogli via quel sogno e la compagna in poco tempo. Negli anni che seguirono il lutto sprofondò nella depressione, da cui lo salvò il mare che accolse le sue lacrime rifiutando l'occhio. Avesse avuto dei figli sarebbe stato davvero difficile, ma avrebbe avuto un motivo per cui continuare a vivere e a darsi da fare.
Ogni tanto gli veniva una fantasia, di essere in barca con suo figlio a cui insegnava tutto quello che il mare aveva insegnato a lui. Ai suoi gatti interessava solo il risultato.
Certo che adesso poteva comprendere l'amico, aiutarlo era come dargli qualcosa da portare ai suoi figli, forse almeno lui ci sarebbe riuscito...

«C'è una possibilità. Se non fossimo diventati amici non te l'avrei mai detto. E anche adesso non immagini quanto mi costa farlo, per cui promettimi di non dire nulla dopo che te ne avrò parlato, ho deciso così e basta, dunque?»  - «Promesso, al cento per cento»  - «Bene, so che sei di parola, ti racconterò tutta la storia. Quando venimmo a vivere qui con mia moglie iniziai a esplorare i fondali. Non ero al tuo livello ma avevo una grande passione. A quel tempo anch'io usavo il fucile e il pesce non mancava mai in casa nostra. Un giorno accadde qualcosa di straordinario.
Ero a 25 metri e sparai a un dentice che colpito in malo modo fece in tempo a rintanarsi in un anfratto, incastrando la fiocina. Tirai per recuperare senza risultato, così provai con le mani.
Nel farlo sentii che una grossa lastra di pietra si muoveva, insistei e quella si smosse ancor più. Ripreso fiato volli vedere se fossi stato in grado di spostarla del tutto. Incredibilmente quella quasi ruotò su se stessa senza cadere, rivelando un antro spazioso e profondo che comunicava con l'esterno attraverso una soglia sul fondo, larga un paio di metri e alta meno di mezzo, un rischio mortale che nessuno avrebbe mai corso. Con la pila detti un'occhiata all'interno. Era molto più spazioso di quel che mi immaginavo e dei larghi cunicoli portavano chissà dove.
Qualcuno abitava in quel rifugio naturale: vidi una cernia quale qui nessuno ha mai pescato né visto, sui trenta chili, e altre si intravedevano all'interno di anfratti di sezione minore!

Sbalordito non feci niente, indietreggiai con calma e quelle non si scomposero, avevano affidato il loro destino a quella stupenda grotta naturale. Provai a richiudere la pietra che ruotò come prima, all'inverso stavolta, assestandosi nella sede perfettamente.
Col cuore che mi batteva per l'eccitazione risalii e corsi a riferire la scoperta a mia moglie.
Mancava poco al nostro secondo anniversario e già la malattia ne aveva minato le forze.
Tuttavia speravamo che ne avesse abbastanza per una festa organizzata in casa nostra: quale migliore occasione di servire ai convitati l'enorme cernia!
Quella festa non si fece, sostituita da un'altra triste cerimonia. Non mi interessava più nulla della cernia e scaraventai in fondo al mare il fucile. Mi ci volle qualche anno per riprendermi e tornai a visitare la grotta. Rividi il pesce ancor più grosso e ne contai altri tre di taglia minore.
Da allora il giorno dell'anniversario vado a rivederli, quello grosso oggi non c'è più, forse morto naturalmente, ma gli altri non scherzano per dimensioni, almeno sui quindici chili.
Il regalo che non ho potuto fare a mia moglie lo faccio a te, ti indicherò il posto e se ti servirà per la gara ne potrai prendere due, uno devi lasciarlo.»  - finito di parlare si alzò, arrivò davanti alla porta chiusa dalle grosse serrature, la aprì e vi entrò, lasciandola aperta dietro sé.
La sua camera l'aveva data all'amico che nel raggiungerla non poté evitare di dare un'occhiata dentro quella porta, d'altronde l'invito a farlo era palese.
Quello che vide lo raggelò più che se avesse visto la morte, anche se in sostanza era proprio quello che c'era nella stanza.
Si trattava di una sala da pranzo, con un grande tavolo e una dozzina di sedie attorno.
Ancora imbandito con tovaglia, tovaglioli, piatti, bicchieri e posate.
Due grandi vasi di vetro accoglievano una massa indistinta che un tempo furono fiori.
L'ultima festa, che mai si fece.
Galvàn sedeva a capotavola e accennò un sorriso mentre disse: «È arrivato il momento di riordinare, anche le feste mai cominciate devono finire. Buonanotte Josheph»  - «Buonanotte Galvàn, grazie di tutto amico mio.»

Due mesi prima della gara Vault ritornò nell'isola con il suo solito aspetto, ma dentro era un altro uomo. Si tenne costantemente in contatto con Galvàn, naturalmente per avere notizie che riguardassero in qualche modo la gara, anche se spesso richiedeva le stesse cose più volte, spinto dal desiderio di scambiare qualche parola con lui. E Galvàn rispondeva le stesse cose più volte, per l'identico motivo. Un modo per non dire esplicitamente che nutrivano affetto uno per l'altro.
Uscirono in mare quasi tutti i giorni, sull'uno e sull'altro campo di gara e prepararono con cura ogni dettaglio, memorizzando diverse tane e usando qualche piccola astuzia per abituare alcuni gronghi a rimanersene ben nascosti, ad esempio mettendo nel fondo delle stesse del cibo a intervalli costanti. Se fosse servito a qualcosa lo si sarebbe visto in gara.
Alla sera immancabilmente ripassavano il percorso, gli spostamenti, la descrizione delle caratteristiche e l'aspetto di ogni posto promettente. Un enorme lavoro sistematico e di memoria, più di quanto nessuno aveva mai fatto, sorretto dalla straordinaria capacità di Galvàn che ricordava e disegnava una roccia, un anfratto come altri una strada di città.
Rimaneva ben poco tempo ed energie per parlar d'altro, pure alcune cose si dissero.
Vault lo informò di aver già chiesto la mano della futura consorte, impegnandosi a cambiare stile di vita e con ciò ottenendo il suo consenso. Accennò che in quel tipo di vita intendeva avvalersi di una qualche collaborazione, senza dire di più per il momento, anche se Galvàn sospettava che stesse pensando a lui. A sua volta egli lo informò di due fatti insoliti, il primo riguardava il loro asso nella manica, le cernie della grotta; si riferiva a una settimana prima del suo arrivo, giusto quando cadde l'anniversario del suo matrimonio e come tutti gli anni si recò in quel luogo. In ricordo della moglie e per verificare che tutto fosse a posto, come lo era. Rimase a lungo, poteva essere l'ultima occasione per vedere in vita quegli enormi pesci che aveva sempre rispettato.
All'ultima risalita, a più di metà strada dalla superficie lanciò un'ultima occhiata in basso e gli sembrò di vedere qualcosa, un'ombra scura che gli parve entrare in quella soglia larga un paio di metri e alta meno di mezzo metro che comunicava con l'anfratto. Non era sicuro se l'avesse vista davvero, fu solo un attimo e con la coda dell'occhio; poteva anche essere dovuto all'apnea troppo protratta, un leggero mancamento.
Comunque non era il caso di rimanere oltre, c'erano molti gommoni e barche in giro quel giorno. L'altro fatto riguardava alcune persone che chiesero informazioni su di lui alla gente del luogo, le quali in buona fede riferirono della visita di quel suo parente e del molto tempo che passarono assieme, in mare e in terra. Forse anche questa era solo un'impressione ma aveva la sensazione di essere osservato.

Il giorno della gara si resero conto entrambi che non era un'impressione, un quotato concorrente praticamente impostò la sua gara su Vault, ritenendo a torto o a ragione che avrebbe avuto più possibilità che a far da sé. Il risultato fu che alcune prede considerate quasi sicure cambiarono carniere, rendendo la situazione a fine giornata più precaria di quanto preventivato: neanche sesto con appena il 38% sul forte croato (100%) capace di ben 12 catture di cui 10 gronghi – limite massimo – da 1.500 punti ognuno, più 1.000 di specie. Una vera macchina da competizione, efficiente e veloce, che sfruttò al massimo il vantaggio di giocare in casa senza subirne la pressione, onore al merito. Se aveva un rivale era un altro croato, arrivato secondo a poca distanza con l'86%.
Vault conosceva bene il furbo che gli si mise di traverso ottenendo più del 60%, per una volta piazzandosi davanti a lui.
Finora con i propri mezzi non era mai riuscito a tanto, ma nell'occasione dimostrò di averci messo anche il cervello, come d'altronde aveva fatto anche lui, però con meno fortuna.
La situazione era quasi disperata, tuttavia nonostante lo scarso risultato Vault non avvertiva quell'angoscia provata nei due mondiali precedenti, e soprattutto non si affaticò troppo.
Ritornati a casa fecero il punto della situazione.
«Come la vedi, Galvàn?»  - chiese all'amico indaffarato a far conti - «Anche se non è uno sport matematico, possiamo contare sui 25.000 punti delle due grosse cernie, da lasciare per ultime.
Non dovrebbero portarci via troppo tempo, mettiamo per sicurezza un'ora; il tempo perché chi ci sta intorno, quell'impiastro che fa il gradasso con noi invece di correre sui primi decida di razzolare da qualche altra parte. In quattro ore almeno quattro-cinque gronghi e qualche altra preda dovremmo farcela a tirarla in barca; sono dieci, dodicimila punti. Con gli ottomila di oggi ce la possiamo fare, non credo che il croato possa acchiappare altri dieci gronghi anche domani... dovrebbe restare sempre a 30 metri, e non avrebbe più tempo per altre prede.»  - «Ti ringrazio per la fiducia, ma stabiliamo che se non farò quei dodicimila punti le cernie le lasciamo dove sono, secondo o sesto mi fa uguale, sparerò alle cernie solo se siamo sicuri di poter vincere»  - «Vorrei dirti che anche se perdi rimarrai nella leggenda con due cernie del genere! Oscureranno la gloria del vincitore che maledirà la tua fortuna; l'immagine di questo campionato che tutti ricorderanno sarà di quei due serranidi (la specie) nella tua collana. Una beffa, quasi una punizione per aver fatto la gara puntando soprattutto sul pesce di tana, i gronghi»  - «Beh, è allettante, ma noi sappiamo che le nostre cernie sono quasi... da allevamento, valgono un po' meno. No, come detto prima le pigliamo solo per vincere, è deciso»  - «Bravo Josheph, sono contento della tua decisione. Comunque vada per me hai vinto tu!»  - «No, abbiamo vinto assieme, sei il mio barcarolo!» E con una pacca sulla spalla si alzarono per andare a dormire. Galvàn lo precedette e aprì il soggiorno che era ritornato una stanza, pulita come uno specchio e con mobili nuovi, chissà perché il letto era matrimoniale. Felice della metamorfosi stava per andare a quella solita ma Galvàn lo fermò: «Ehilà, sei tu che ti sposi... questa è la tua stanza e mi faresti un onore se un giorno passerai anche una sola notte qui con tua moglie, ti lascerò tutta la casa a disposizione» - con gli occhi umidi Vault rispose: «Non finisci mai di sorprendermi, sarà un onore anche per me portare qui mia moglie... e non approverebbe un'ospitalità che ti escluda!»

Dormì tranquillamente quella notte senza avvertire la mattina dopo alcuna tensione e meravigliandosi dei cambiamenti che erano avvenuti in lui, di cui adesso si rendeva conto.
Aveva come la sensazione che un esame a cui era sottoposto stesse per concludersi, potendo al termine finalmente andare incontro a una nuova vita col sospirato diploma.
Se prima si sentiva svuotare al pensiero di un tale cambiamento oggi quasi non vedeva l'ora che calasse il sipario. Era di ottimo umore, contento di come il suo fisico resse la prova del giorno prima, nonostante nutrisse qualche timore.
Non aveva ancora detto a Galvàn – per non farlo preoccupare – dell'esito dei nuovi accertamenti, i quali rivelarono che qualcosa accadde al suo cuore il giorno della simulazione.
L'anomalia elettrica adesso era palese, e purtroppo aumentava col passar del tempo, prima o poi avrebbe dovuto far qualcosa.
Ma non si pentì per allora e non si tirò indietro adesso, si era fatto una promessa e sarebbe andato fino in fondo... che per un'apneista non si sa se intenderlo un augurio o l'opposto.
Prepararono la barca con l'attrezzatura e la metodicità dei gesti pian piano li estraniò dal mondo circostante e dai loro pensieri. Nelle loro menti, dell'atleta e del barcarolo, ormai esisteva e contava solo la gara, quel che si dice furore agonistico, anche se ognuno ha modi differenti di viverlo; straordinariamente tranquillo per i nostri amici.

Nonostante il mare continuasse a ingrossarsi le cose andarono quasi come Galvàn predisse.
Nelle prime quattro ore i gronghi furono tre e con un bel dentice, due corvine e un saragone di ottima taglia il punteggio schizzò a 12.500 più gli 8.000 del giorno prima. Adesso i 25.000 punti di due cernie oltre i 13 chili avrebbero fatto la differenza e creato una leggenda.
Il furbo stavolta ebbe meno fortuna, qui contava anche l'abilità, non solo insidiare le tane altrui.
Quando fu informato del bottino di Vault gli si avvicinò il più possibile, nella speranza di incappare in qualche buona preda. Il campo di gara era grande – addirittura il periplo dell'isoletta – e c'era posto per tutti, ma non ci fu verso che se ne andasse da un'altra parte, nonostante Galvàn, un pezzo d'uomo, gli sbraitasse insulti in due lingue allo stesso tempo, in modo poco sportivo in verità.
Passava il tempo e quello era sempre nei paraggi, se si fosse diretto verso la grotta nascosta rischiava di trovarselo alle spalle. Guardò l'orologio, ancora poco e non ci sarebbe stato più tempo per sparare alle cernie. Era sul punto di rinunciare dicendosi che le cose dovevano andare in quel modo, quando si accorse dell'altro che repentinamente si immerse proprio in direzione della grotta. Insospettito che Vault rimanesse nella stessa zona comprese che là sotto doveva esserci qualcosa e voleva approfittarne. Per lui una posizione in più di classifica faceva differenza, meglio ancora se davanti al rivale che aveva in antipatia per i motivi già detti, soldi, bellezza, ecc.
Dal canto suo Vault non riusciva neppure a essere arrabbiato nonostante il comportamento non proprio corretto. Quell'uomo aveva moglie e ben tre figli, forse anche lui cercava la soddisfazione di poter dire loro che era arrivato tra i primi, per la vittoria era un'altra storia.
Lo tenne d'occhio, temendo che avesse scoperto qualcosa. Forse una cernia se n'era uscita dal rifugio nel momento sbagliato, ma non poteva farci nulla.

Successe tutto in meno di un minuto e questa fu la vera leggenda.

Il rivale si inabissò e si fermò qualche metro sopra la grotta nascosta, in agguato. Aveva scorto qualcosa di grosso muoversi tra le ampie fessure, quasi scivolando, al modo delle cernie. Ecco quello che cercava, pensò, compiaciuto di stare per soffiargli l'ambita preda.
Dandogli le spalle non poteva accorgersi che quattro metri più in basso un'ombra scura stava uscendo lentamente dalla stretta faglia, quasi strofinando sulla roccia le pinne dorsali disposte nella coda. Vault invece la vide abbastanza bene e pensò che si trattasse di una razza, meravigliato dalle dimensioni e dal colore del tutto nero. Tuttavia nuotava senza l'usuale agilità delle razze, iniziando una goffa virata verso l'alto, proprio in direzione del cacciatore in agguato che guardava altrove.
Era quella l'ombra intravista da Galvàn.
Vault si era ormai immerso, per avvisare in qualche modo del pericolo del pungiglione mortale il rivale, quando capì che non si trattava di una razza e non aveva pungiglione, bensì di un'altra specie di pesce, altrettanto pericolosa.
Torpedo nobiliana la specie, pesce torpedine, della famiglia torpedinidi.
Una sedia elettrica vivente che avrebbe scaricato la sua folgore sull'ignaro cacciatore.
Un animale incredibile, preistorico, di quasi due metri di lunghezza e forse cento chili di peso, capace di produrre una corrente mortale anche per un uomo. Come fosse arrivato fin là, essendo un pesce prevalentemente atlantico non era il momento di chiederselo, piuttosto cosa fare?
In certi momenti il tempo scorre al rallentatore, proprio i momenti in cui tutta l'esperienza e le sensazioni accumulate non sono di grande aiuto per affrontare una situazione di pericolo.
Non è da lì che verrà una risposta. A pensarci dopo, ammesso che sia andata a buon fine, si rimane increduli del proprio comportamento.

Vault si rese conto di non poter intervenire a meno di rischiare la sua stessa vita, la torpedine era ormai a pochi metri da lui... e proprio in quel momento sentì una forte fitta al cuore.
In un istante realizzò che poteva essere la fine e guardò il rivale davanti a sé.
Galvàn perse la moglie e la speranza di una discendenza e lui se ne stava andando dal mondo, ma l'altro ne aveva tre di figli e una moglie... sempre nello stesso istante senza esitare sparò mirando in mezzo agli occhi, tra quelle due escrescenze a forma di fagioli, centrandola in pieno.
La scarica elettrica gli attraversò il corpo. Un dolore incredibile, poi il buio.
E poi ancora qualcosa, in un altro tempo e un altro spazio.

Ognuno stimava dell'altro l'intelligenza, la capacità di osservazione e l'applicazione del metodo scientifico. Pure dal medesimo argomento oggetto dei loro studi trassero conclusioni opposte.
Fu definita “... una delle più splendide e pacifiche battaglie che la scienza abbia mai veduto, finita con una grande vittoria della verità e il trionfo dei due supremi generali...”
Ma pur se vinsero entrambi l'esercito seguì Volta abbandonando Galvani, e il mondo prese la direzione che ne ha consentito il progresso che conosciamo.
Senza l'elettricità non sarebbe successo.
Galvani credeva nell'elettricità propria degli animali; tutto cominciò con le contrazioni delle zampe posteriori di una rana morta, in risposta alla corrente generata in vari modi.
Volta ripercorse un tratto della stessa strada scostandosene per edificare la propria, la cui pietra miliare fu la costruzione della pila con la quale produrre e dominare l'elettricità, il misterioso impulso che si crea nei punti di contatto tra conduttori eterogenei.
Il già alto consenso di cui godeva a causa degli studi e invenzioni precedenti si accrebbe a dismisura. Animato e inanimato, chi aveva ragione? Entrambi, ma ci volle un altro mezzo secolo per accertare l'esistenza dell'elettricità animale e che in sostanza anche un muscolo vivo, o una singola cellula, è una pila. Riconoscendo a Galvani il valore dei suoi studi.
Anche se Volta, prima ancora della scoperta della pila l'aveva capito, scrivendo: “... dopo avere tanto fatto e scritto  per dimostrare insussistente una pretesa elettricità animale, quella cioè che si eccita coll'artificio de' metalli ne' membri recisi ecc. , ammetto io pure una vera e propria elettricità animale, nella Torpedine, nell'anguilla tremante  e negli  altri pesci che danno la scossa; e una simile, nel modo sopra spiegato, inclino ad attribuire pure a tutti gli animali...”
La sua invenzione – la pila – deriva dall'osservazione che fece degli organi elettrofori della torpedine che negli esemplari adulti tendono a sporgere dalla pelle: tanti minuscoli prismi cutanei, sparsi frontalmente sul tessuto epidermico, ognuno dei quali è suddiviso in piccoli dischetti orizzontali - una struttura a colonna e a strati - una pila appunto. Ribaltò a suo favore la prova diretta dell'elettricità animale riconducendola alla sua teoria fisica dell’elettricità di contatto. Dopo che ebbe fatto scoccare la scintilla su Galvani calò il sipario.
D'altronde che farsene di un pesce che dà la scossa quando la puoi creare da te?

In quel tempo e spazio non ordinario, dovuto all'alterazione delle normali funzioni cerebrali per l'inizio del cedimento del muscolo cardiaco prima, e della scarica elettrica ad alta intensità subito appresso, rivide come in un film quei due scienziati e la loro disputa.
Anche se la storia non lo riporta assisté a un incontro tra i due e sentì le parole che si dissero:

“Luigi (Galvani), alfine che farsene di un pesce che dà la scossa? Non è quella la direzione del progresso, è la fisica che permetterà all'uomo di raggiungere le più alte vette della conoscenza!”  - disse il Conte Alessandro Giuseppe Antonio Anastasio Gerolamo Umberto Volta. - “Senza dubbio una strada promettente, ma senza comprendere come l'elettricità di cui il Divino gli ha fatto dono animi l'uomo, l'opera della scienza non sarà completa. Una rana, o un pesce che dà la scossa contengono quella conoscenza, che un domani potrà salvargli la vita...” -  rispose Galvani.

Prima ancora di risvegliarsi del tutto sentì la sua mano stretta da un'altra, poi riuscì ad aprire gli occhi. Solo dopo dell'altro tempo mise a fuoco le persone accanto al letto dove si trovava e le riconobbe: Galvàn! E poi l'altro, Astor, il rivale che non si accorse della torpedine... e il ricordo completo degli eventi si affacciò alla mente. Dunque non morì! Un'immensa gioia lo pervase e fece per salutare con la mano destra l'amico, accorgendosi che era abbondantemente fasciata.
Spostò lo sguardo sulla sinistra e vide la mano che gliela stringeva, delicata e guarnita da un anello luccicante... la sua promessa di fedeltà all'amata!
Che era seduta accanto a lui, finalmente lasciando scorrere le lacrime.
«Non ti affaticare a parlare, Josheph.  Adesso pian piano ti dirò cosa successe.»  - disse Galvàn.

«Dopo che sparasti alla torpedine Astor si rese conto di cos'era accaduto. L'enorme pesce morì in pochi secondi, tuttavia riuscendo a scaricare su di te tutta la sua energia. Come tu sia ancora vivo è un miracolo, sembra che il solo danno subito sia un'ustione sulla mano che reggeva il fucile.
Ma stai tranquillo, non ha lesionato alcun nervo e guarirà perfettamente.
Lo shock elettrico ti ha bloccato la respirazione e fatto perdere i sensi, in tal modo impedendoti di introdurre acqua nei polmoni. Astor ha rischiato a sua volta la propria vita per portarti su, subendo una leggera sincope a pochi metri dalla superficie. Non ce l'avrebbe fatta se non mi fossi prontamente immerso ad aiutarlo appena intravista la torpedine, realizzando in un attimo che quella fosse l'ombra di quel giorno.
Nel frattempo anche i due della barca di Astor si erano gettati in mare e tutti assieme riuscimmo a issarvi a bordo. Per fortuna uno di loro era un dottore appassionato di pesca, che si impegnò a rianimarti fino a farti riprendere a respirare, per quanto in uno stato semi cosciente.
Da due giorni ti trovi in questo ospedale, dove la tua compagna ti raggiunse. Il campionato come da previsioni l'ha vinto il croato. Ma tutto il mondo parla di te e di quello che è successo.
Quando li avrai, i tuoi figli saranno fieri di te!»

«... il cuore... come sta il mio cuore?»  - chiese Vault - «Il cuore? Bene, per fortuna rispose al massaggio in breve tempo»  - «... ma sei sicuro che va bene, stai dicendo la verità?»  - «Josheph, sei mio amico e non ti mentirei anche se dovessi darti la peggior notizia. Come mi aspetto che tu faccia con me. Ti ripeto che è tutto a posto, riposa adesso.»
Si era stancato ed era meglio seguire il consiglio. Pensò che in qualche modo la scarica elettrica aveva risparmiato al cuore le conseguenze di un infarto in quelle condizioni, tuttavia appena si fosse ripreso del tutto si sarebbe sottoposto agli accertamenti necessari.
Si volse all'amata per ringraziarla prima di chiudere gli occhi, e gli venne in mente un'ultima cosa: «La torpedine, dove l'avete messa?»  - «Scordatelo, se anche valeva per il punteggio non abbiamo avuto tempo di recuperarla e dopo nessuno l'ha trovata. Per me era spacciata, ma sono pesci che non conosco. Se riuscì a spostarsi prima di morire si sarà inabissata.
Ma anche questo ormai fa parte della leggenda, con gran beneficio per il turismo, immagino.»

Il matrimonio di Joseph Vault e Terése venne celebrato in presenza delle rispettive famiglie e amici. Galvàn e Astor erano i testimoni dello sposo. Per il viaggio di nozze scelsero una tranquilla isoletta e una casetta pulita come uno specchio. Non ci fu verso di convincere Galvàn a rimanere la notte. Ritornò il giorno dopo per preparare il pranzo, come fece per tutti i cinque giorni seguenti.
No, niente cernia, solo pesce di canna.

A proposito, una cosa davvero strana, a un sofisticato esame venne riscontrata una piccola lesione perfettamente cauterizzata in una zona del cuore di Volta. Se sia riconducibile alla scarica della torpedine solo uno studio approfondito avrebbe potuto dirlo, tanto più che pure dell'anomala attività elettrica (chissà mai da dove viene quella corrente...) non si riscontrava alcuna traccia.
Ma Volta declinò l'invito, per quanto l'amico dottore lo proponesse gratuitamente.
Lui era assolutamente certo che dipendesse da quello.
E da Galvàn, a cui raccontò la strana visione che ebbe. Non ne capì molto, lo impressionò più la circostanza che quel Galvani si chiamasse Luigi, lui si chiamava Luis.

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