Le mur des écritures - capitoli 1, 2, 3, 4


Capitolo 1


“Ci sono novità?”

“Niente di rilevante, un bel mistero…”

“Il libro?”

“Direi che invece di aiutarci potrebbe condurci fuori strada: Narciso e Boccadoro in lingua francese... non basta per stabilire la nazionalità, comunque abbiamo inoltrato tutto il fascicolo con le foto dell’uomo alla Gendarmeria francese. Se non fosse stato per un intervento straordinario su una frana chissà quando sarebbe stato trovato.”

“Riepiloghiamo…”

“… ancora?!”

“Rassegnati, qualcuno ai piani alti si è interessato alla faccenda e non mi da tregua.“

“E va bene… un uomo sui settant’anni è stato rinvenuto senza vita all’interno di una casa cantoniera in disuso un tempo adibita a ricovero materiali, da una squadra di tecnici e manovali inviata sul posto a seguito di un importante smottamento che rischiava di interessare la strada provinciale adiacente.

La costruzione, fatiscente ed in attesa d’essere messa in sicurezza, era priva di diversi infissi pur conservando ancora chiusa la porta d’ingresso rivolta alla strada. È situata in un zona senza altre costruzioni attorno, non vi sono coltivazioni e la fitta boscaglia se ne sta impadronendo. Il traffico, per lo più locali di passaggio, è sporadico, per non dire inesistente.

L’uomo giaceva nella stanza più piccola, dove aveva disposto alla buona delle assi di legno e dei vecchi sacchi per ricavarne un giaciglio, tuttavia non l’hanno trovato supino, bensì seduto, appoggiato con la schiena al muro e la testa reclinata in avanti.

Il medico ha detto che erano trascorsi sette-dieci giorni dalla morte, per cause naturali, probabilmente un infarto. Tutto quel che aveva era in uno zainetto e una borsa di plastica da supermercato, quelle resistenti e riutilizzabili. Solo generi alimentari secchi e dei cioccolatini al caffè liquido. Una parte del cibo era intatta ed è del tutto certo che bevesse l’acqua della cisterna d’accumulo posta all’interno. Il libro l’aveva vicino a sé e dalla posizione della mano il dottore dice che l’ha rilasciato nell’ultimo momento …”

“Nessun altro oggetto? Temperini, pile, candele… solo quel libro?”  

“Solo quello, senza alcuna annotazione.”

“Che dice il dottore, ha sofferto?”

“Il dottore è un appassionato di De André, del quale ha usato le parole di una canzone per descriverne l’espressione: e aveva un solco lungo il viso come una specie di sorriso… sembra proprio che si fosse recato in quel posto per attendere la fine senza venir rintracciato.”

“Morire in pace e da solo, ne avrà avuto sentore… ma perché proprio in un luogo del genere?”

“Difficile credere al caso… dieci chilometri dal paese più vicino e dalle nostre indagini nessuno l’ha mai notato da qualche parte… o si muoveva di notte…”

“O qualcuno ce l’ha accompagnato, giusto?”

“Giusto, in quanto al posto - l’abbiamo saputo da poco - dicono che la costruzione non riceve mai il sole se non… beh, questa in effetti è una particolarità… al solstizio d’estate, quando il sole lambisce una piccola porzione del muro sul retro rivolto ad est.”

“Solo quel giorno?”

“Così riferisce la gente del posto.” 

“Probabile fosse già lì il 21 giugno……  forse sapeva di quel luogo, mandami tutte le informazioni che riesci a trovare in merito, spero che questa novità possa allentare un po' la pressione! Sinceramente, in confidenza… non mi capacito dell’interesse dei miei superiori per questo caso che pare relativamente semplice e che diversamente avrei archiviato in fretta.”

“Forse qualcuno dei superiori ne sa più di noi e il defunto era persona d’una certa importanza, magari controllano che non vi siano sviluppi inattesi…”

“Mah, comunque non ci voleva, è una settimana che sono in trasferta e ho già dovuto spostare le ferie. A proposito, dammi l’indirizzo e numero di telefono del dottore, devo fargli qualche domanda.”

“Non ti fidi del nostro lavoro? Gli abbiamo fatto tutte le domande possibili, sono nel rapporto…”

“Certo che mi fido, infatti quelle non le rifarò.”

“E che altro potresti chiedergli?”

“… beh, come mai ha risposto citando la canzone Il pescatore. 

“Cosa c’è di strano, gli sarà venuta in mente…”

“Sì, solo che dove c’è un pescatore…”

“?”

“Ci sono dei pesci…”


.........................


Capitolo 2


Vicequestore Ruggero - “Buongiorno Dottore, grazie della disponibilità.

Dottor Andrea Benini - ”Il commissario Zara mi ha anticipato il suo arrivo… mi scusi, la prego di sedersi, gli anni e la solitudine mi stanno facendo dimenticare le buone maniere! Ci fosse stata mia moglie avrebbe già in mano una tazza di the accompagnata da fantastici pasticcini al cioccolato, fatti da lei, eh…”

“Quando è successo?”

“Grazie di chiedermelo, lei le rammenta le buone maniere. Quasi cinque anni fa e pare ieri. Come medico sapevo a cosa andava incontro, invece...”

“... invece?”

“Un fatto del tutto sconcertante, nell’ultimo anno e sino alla fine non provò più alcun dolore. Mi scusi vicequestore, veniamo a lei…”

“Ruggero, dottor Benini. Non si deve affatto scusare, finisca il racconto, la prego…”

“Beh, un giorno mi chiese di interrompere la somministrazione degli antidolorifici, non volendo perdere la lucidità mentale. Mi sono opposto, paventando un irreversibile shock al ritorno del dolore… pancreas, Ruggero, tra i più devastanti, ma Anne era così determinata che dovetti accettare di tenermi pronto ad intervenire al minimo segno. Interrompemmo la flebo e non successe nulla, come una persona in salute prese a parlare con me del passato e per un momento pensai che quel miracolo fosse la grazia prima della fine, una sorta di lucidità terminale che prevaleva sull’intero sistema della percezione del dolore. Invece passarono le ore e poi il giorno… poi un intero anno… il più sconcertante della mia vita, partecipavo attraverso mia moglie all’impossibile che la scienza non poteva spiegare né ammettere.”

“Accidenti, dottore… davvero nessun dolore, sino all’ultimo?”

“Sì, Ruggero, proprio così. Adesso veniamo a te, cosa volevi sapere?”

“Che coincidenza… l’uomo trovato morto, mi ha incuriosito quel che hai detto al commissario Zara, che non avesse sofferto, cosa intendevi col solco della canzone?”

“Sì, una strana coincidenza… sono certo che sia stata anch’essa una fine senza dolore, il solco si riferisce alla sofferenza in vita, te lo dice uno che ha perso il conto di quanti ne ha visti, ci sono casi in cui la rilassatezza che subentra alla morte, pur non cancellando affatto la sofferenza patita, in qualche modo la sublima. In un  cadavere, prima dell’intervento del personale mortuario che qui non c’è stato, per un po’ rimane fissato quel momento.”

“Soffriva di cosa?”

“Credo soprattutto una grande sofferenza psicologica, esistenziale… facile dirlo visto come attese la fine.”

“Fisicamente in che condizioni si trovava?”

“In quelle riportate nel RISC (scheda Cadavere Non Identificato) non l’hai letta?”

“Sì, ma lì non c’è scritto del solco… esistenziale. Magari hai notato dell’altro.”

“L’ho compilata io e devo ammettere che mancano un paio di cose... ma prima permettimi di domandarti il motivo della visita… il verso di una canzone non smuove un vicequestore, eh…”

“Già… suppongo che mi proponi una sorta di scambio, vero?”

“Il motivo contro informazioni secondarie… è alla pari?”

“ Immagino che se ti domandassi cosa te fai del motivo tu risponderai…”

“Semplice curiosità, che altro… sono gli stimoli che mi mantengono in vita.”

“Già, capisco e ci sto, ma devi promettermi di non parlarne, ok?”

“Non ho più amici e non frequento i bar del paese… stai sicuro con me.”

“Va bene. Non era mai accaduto che un mio superiore venisse da me per informarsi di un caso, addirittura sollecitandomi a recarmi sul posto… sai cosa significa?”

“Accidenti, certo che lo so… quando si muovono i pesci grossi il fiume si sta svuotando… probabilmente l’uomo ritrovato non lo era ma qualcosa della sua vita potrebbe causare dei problemi.”

“Sì, penso anch’io così e ti confido che ho la netta sensazione che ai piani alti la conoscono l’identità dell’uomo… sorvolano stranamente in merito, insistendo invece su possibili ritrovamenti di materiale, documentazioni. Pescatori e pesci, la stessa metafora che ho usato col commissario Zara.”

“Tocca a me, nel RISC come dicevo mancano un paio di cose, la più importante: una parte del corpo si stava inspiegabilmente corificando…”

“Cioè?”

“Significa che in quella parte era in corso un processo analogo alla mummificazione… leggi qui su Wikipedia: … che tende a verificarsi nei cadaveri chiusi in casse di zinco o piombo ermeticamente chiuse, a causa della carenza di ossigeno che rallenta la putrefazione. Consiste nell'acquisizione dei caratteri del cuoio da parte della cute, che resta relativamente morbida, integra ed elastica, a causa di processi chimici di disidratazione e polimerizzazione, che provocano un'indefinita conservazione del corpo.

La trasformazione del cadavere procede in questi casi in maniera conservativa, per l'arresto dei fenomeni colliquativi (cioè il processo degenerativo del tessuto) e la stabilizzazione delle strutture proteiche, in un processo simile a quello della conciatura delle pelli. La cute assume un colorito giallastro, più scuro nelle parti scoperte (testa e mani). Le articolazioni non sono rigide poiché nei tessuti rimane, talvolta, malleabilità. Il fenomeno si completa entro uno o due anni dalla data del decesso.

“Intanto, di quale parte si tratta?”

“Della mano sinistra, non quella vicino al libro… e ti anticipo la risposta: non l’ho riportato perché era sotto i limiti della rilevabilità. Solo perché mi è capitato un altro caso del genere nella mia vita ho potuto accorgermene. Altresì non potevo scriverlo perché la corificazione, se proprio di questo si tratta, avviene nelle condizioni che hai letto e riguarda l’intero corpo… non mi gioco la reputazione per quella che è solo un’ipotesi.”

“Ma che aveva di diverso quella mano?”

Cos’ha di diverso… il corpo è all’obitorio, sin quando il giudice ne disporrà il destino, ammesso non si possa risalire ai parenti. Ho preso delle foto, vuoi vederle?”

“Certo, la cosa mi incuriosisce:”

“Eccole qui, questa è del dorso della mano destra e quest’altra della sinistra, stesse condizioni di posa. Queste dei palmi. Noti qualcosa?”

“Non mi sembrano granché differenti, solo una tonalità più accentuata della sinistra.”

“Dici bene, l’uomo - diamogli un nome provvisorio, magari Boccadoro, come il libro - è stato ritrovato appoggiato con la schiena al muro, col braccio sinistro vicino ad un’altra parete. Questa è la foto. ”

“Sì, ricordo d’averla vista.”

“Riguarda le mani…  se non fosse intervenuto quel processo forse avresti rilevato che la sinistra era più sviluppata, dominante… ma la corificazione la stava disidratando e polimerizzando, riducendone il volume, al contrario della destra dove avvenivano i normali fenomeni colliquativi.”

“Quindi supponi fosse mancino?”

“Quasi sicuramente.”

“La leggera colorazione della mano sinistra è appena distinguibile, giustamente non sufficiente per riportare la tua ipotesi nel RISC. ”

“Infatti, io stesso l’ho notata in seguito. Invece ho potuto constatare che la mano sinistra conservava un’elasticità anomala, tanto che ne ho smosso le dita. Ma ripeto, siamo al limite…”

“Beh, un po' troppo sotto… la seconda cosa?”

“Appunto muovendo le dita della mano sinistra, nell’incavo tra pollice ed indice c’era il segno di una piccola cicatrice ipertrofica di appena un centimetro, di forma rettangolare. Dal rimodellamento e definizione penso sia di vecchia data, forse risalente ai primi anni di vita.”

“E questa perché non l’hai riportata?”

“Ne ho riportato una decina di dimensioni e geometrie ben più caratteristiche che pongono interrogativi sulla loro formazione ed età.”

“Forse anche questa era al limite?

“Sì, un mio limite… però te lo dico il motivo e spero che tu possa capirlo…”

“I vicequestori sono famosi per non arrivarci… ma anch’io sono al limite, giochi in casa.”

 “Quando ho ispezionato la mano sinistra… mi è accaduto qualcosa, ma non sono abbastanza in confidenza con te per spiegarlo, è troppo personale, intimo… il risultato è che ho sentito di dover rispettare quella mano e l’intera persona che ha qualcosa di particolare.”

“Beh, se il tutto era strano adesso lo è di più… ci penserò su, ti ringrazio dello scambio.”

“Grazie a te, Ruggero, spero di incontrarti ancora.”


.........................


Capitolo 3


Di quel sogno che ogni tanto tornava a tormentarlo, Gerald non parlò mai con nessuno, poiché un piccolo segno di debolezza o di incertezza poteva avviare quella che nella loro sottosezione veniva chiamata “ispezione”, dal cui esito dipendevano troppe cose, anche se ne veniva dissimulata l’importanza definendola un normale supporto psicologico. 

Ma quelli che rivedeva dopo quel “supporto”, unito a voci che riportavano di trasferimenti definitivi di sede operativa, lo convinsero a tener sotto controllo le proprie emozioni e non farle trapelare all’esterno.

Aveva speso anni per conquistarsi il posto dove si trovava e il grado di libertà che gliene derivava, pur se relativo in quanto altre sottosezioni si occupavano di controllare le azioni di tutto il personale, soddisfaceva buona parte del suo  desiderio di realizzazione, quasi che ruolo, azioni e riconoscimento componessero l’immagine di sé che voleva mantenere a fuoco.

Invece quel sogno ritornava a minare l’edificio della sua personalità producendo sinistri scricchiolii interiori… e l’ultima volta accadde qualcosa di nuovo.

- Indietro, Gerald, ancora di più… ce la puoi fare, perché ti fermi?

- Non mi interessa, sto bene dove sono… tu piuttosto, perché mi spingi? Fatti la tua vita e lascia stare la mia, vattene, per sempre!

- Non posso, Gerald… tu mi hai chiamato e sin che non vai in quella stanza rimarrò nella tua mente.

- Noo, non ti ho chiamato… stai mentendo!

- Hai paura di quella stanza, vero?

- Lo so, maledetto… quella è la stanza delle ispezioni! Le persone non tornano più come prima quando ci vanno… vuoi distruggere tutto quello che ho realizzato!

- Quello che è vero non si distrugge mai del tutto, una piccola, piccolissima traccia rimane… cercala.

- … se trovassi qualcosa… te ne andresti?

- Sì, avrei finito il mio compito. Indietro, Gerald… cosa vedi?

- Delle figure… ma più il là non ci vado, se mi scorgono mi mandano all’ispezione…  sono entrato, non l’avevo mai fatto prima, adesso esco da qui e tu te ne andrai per sempre!

- Sì, per sempre… purtroppo per te, Gerald.

- Ma che dici… finalmente quest’incubo terminerà!

- Terminerà, sicuramente… e sentirai il dolore…

- Non mi spaventa, so sopportare il dolore.

- lo so… ma tu sei quel dolore, puoi sopportare te stesso?

- Ma di quali dolori parli… via di qui, finalmente!

- Gerald… la tua mano.

- Ahh… brucia! Maledizione, che succede?

- Le figure, Gerald, guardale e te lo diranno… addio.

 

Si svegliò ritrovandosi rannicchiato sul letto e poiché dormiva con una piccola luce sempre accesa vide subito quanto avesse conficcato l’indice e il medio della mano destra nell’incavo tra le stesse dita della sinistra.

Talmente forte da avere causato una profonda depressione dalla quale era partito il lancinante dolore provato nel sogno. Ci volle un po' perché nell’articolazione della mano sinistra si ripristinasse il normale flusso sanguigno e tuttavia il dolore persisteva... come quello prodotto da un’ustione.

Destatosi in quel modo repentino aveva ancora in mente ogni scena e parola del sogno, vedendosi entrare per un passo dentro quella stanza che cercò sempre di evitare, quasi sospinto dal suo interlocutore di cui, questa volta, scorse i lineamenti.

Nel massaggiarsi la mano dove gradatamente il dolore s’affievoliva, incontrava ad ogni passaggio quella piccola cicatrice rettangolare di cui ignorava la genesi. Doveva risalire ai suoi primi anni perché ricordava il momento che si palesò alla coscienza, in via di fissarsi definitivamente sul suo gracile corpo, verso i cinque anni di vita.

Una vita che poi trascorse sino ai quattordici in un orfanatrofio e successivamente  in quello che chiamavano il “collegio”, dove completò il ciclo degli studi per affrancarsi il prima possibile da ogni dipendenza. Nel collegio veniva soprannominato “l’orso”, per la sua manifesta asocialità che gli causò ripetuti scontri con le gerarchie dei più “anziani”.

Mal tolleravano la sua indipendenza, quel suo bastare a se stesso rintanato in un qualsiasi angolo a studiare, imparare… mettendoci la rabbia che non poteva sfogare attraverso il debole corpo.

Fu l’insegnante di ginnastica, l’unica persona con cui sentiva d’esser in debito, a portarselo in palestra, incoraggiandolo nei suoi primi frustanti tentativi di far lavorare i suoi muscoli rattrappiti. Quando li sentì rispondere alla fatica, per una volta sopportandola e in seguito aver maggior energia per aumentare lo sforzo, provò la più meravigliosa sensazione della sua vita.

Come un animale affamato che finalmente azzanni la preda, potendo morire piuttosto che farsela sfuggire, afferrò il suo corpo e lo condusse con determinazione, incurante della fatica e ignorando qualsiasi distrazione, a sviluppare le centinaia di muscoli volontari di cui dispone.

Non passarono che sei mesi e gli “anziani” dovettero rendersi conto che il loro tempo era finito… in quattro gli tesero un agguato per dargli la lezione “finale” ma più lo colpivano e più “l’Orso” trovava energie per rispondere, colpo su colpo.

Con le braccia bloccate usò le gambe come arpioni e la testa come una clava, quando ne atterrò un paio, fortunatamente per loro i restanti riuscirono a scorgere quella luce feroce nei suoi occhi e se la dettero a gambe…

Da quel giorno, lo avesse voluto, avrebbe potuto diventare il Re del collegio.

Il suo istruttore capì subito cos’era successo, prima ancora di captare le voci che si diffusero all’intera scolaresca… anch’egli vide quella luce negli occhi e non la giudicò, perché nel mondo dove vivevano poteva fare la differenza. Vien detto che uno su mille può farcela  e per un insegnante se quell’uno vien dalla tua scuola hai realizzato il tuo compito.

La sua fama, varcando gli arrugginiti confini del collegio, attirò l’attenzione di coloro che esercitano il potere e che presto vennero a prenderselo, prospettandogli la realizzazione del suo desiderio d’indipendenza.

Quel giorno, dalle ampie finestre del freddo edificio, tutta la scolaresca s’accalcò per vederlo salire in una di quelle macchine riservate alle persone importanti, tutti provando l’invidia di chi, per il gioco del destino, vien costretto a rimaner indietro  e quel po' d’orgoglio per aver in piccola parte condiviso la vita con l’Orso.

L’istruttore fu il solo ad accompagnarlo sino alla vettura, non aveva avuto figli e forse quello fu il motivo del prendersi a cuore quel ragazzino, tanto che gli si inumidirono gli occhi nell’ultimo saluto che voleva esser una pacca sulle spalle e divenne invece una carezza sulla testa.

Gerald si accorse di quell’altro tipo di luce negli occhi del suo Maestro e per una volta provò la sensazione di voler bene a qualcuno.

   

.........................


Capitolo 4


Il ragazzo fu fatto sedere sul sedile anteriore accanto all’autista mentre l’altro passeggero, accomodato sul divano posteriore, non scese dall’auto e per tutto il viaggio non disse una parola.

Pur avendo solo diciassette anni e nessuna esperienza del mondo “esterno”, se non quella acquisita dai racconti del personale e le lezioni dei professori del collegio, Gerald intuì subito che “la prova” era già cominciata e che ogni suo comportamento sarebbe stato valutato. Così si trattenne da ogni gesto e parola, non indugiando, nonostante l’attirassero come magneti, sui panorami che vedeva per la prima volta.

Non aveva la minima idea di quanto sarebbe durato il viaggio e certamente non l’avrebbe domandato; dopo un paio d’ore raggiunsero la periferia della città e si inoltrarono all’interno.

Gerald si accorse che la guida dell’autista cambiò, senza dipendere dalle strade urbane e il (poco) traffico… adesso seguiva uno schema di rallentamenti sin quasi a fermarsi e successive accelerazioni. Prontamente, prestando la massima attenzione cercò di collegare quel procedere con dei riferimenti esterni: cartelli, case, colori ecc. pronunciandoli a mente come dovesse mandare a memoria una poesia.

Dopo una ventina di minuti riconobbe la  strada da cui iniziarono e poi la seguente. Senza ombra di dubbio l’auto ripercorreva il medesimo itinerario e il ragazzo fu certo che il silente osservatore alle spalle avesse registrato la sua sorpresa.

Ma Gerald non perse che qualche secondo e quasi recitandolo riprese lo schema che aveva elaborato nel primo “giro”: … rallenta, fine strada, cartello stradale,  gira destra, accelera, sinistra alberi…  correggendolo nel caso e rafforzando i collegamenti visuali.  

Al termine del secondo giro l’auto prese una strada diversa e in capo a una decina di minuti raggiunse la sua destinazione finale, un edificio all’interno di una piccola area recintata.

L’autista scese ad aprirgli la portiera e una persona arrivata nel frattempo lo accolse prendendo le sue due valigie. Mentre camminavano all’interno della costruzione il suo accompagnatore gli chiese se avesse delle necessità e all’annuire gli indicò una toilette e il numero di una stanza in un corridoio, dove avrebbe sistemato le sue cose, aggiungendo di far con comodo e che sarebbe tornato a prenderlo dopo un paio d’ore.

All’interno del bagno la prima cosa che fece fu di aprire il suo notes e trascriverci lo schema che aveva elaborato. Poi, trovata la stanza la aprì… c’erano quattro letti con un proprio comodino dotato di un piccolo abatjour, delle capienti mensole dove riporre le valige e un unico tavolo con delle sedie. Non essendoci oltre ai suoi altri bagagli né effetti personali, sistemato l’unico letto fornito di biancheria, si sedette al tavolo dove l’attendeva una tazza con una bevanda calda e una fetta di dolce.

Quello fu il pranzo e quando l’uomo ritornò lo condusse in un’aula dove una decina di persone di differenti età, nessuno giovane quanto lui, seguiva una lezione di francese, una lingua che assieme al russo stava studiando con ottimi risultati. L’insegnante, dialogando con lui, si stupì dell’inusuale livello di padronanza grammaticale, pur se la pronuncia si doveva migliorare.

Trascorse due ore di lezione l’accompagnatore lo ricondusse nella camera assegnata: non erano che le cinque pomeridiane e sul tavolo una bottiglia d’acqua ed uno striminzito panino sostituivano la tazza e il dolce precedente. Gerald, sicuro che lo stavano mettendo alla prova, scommise (purtroppo vincendo) che quella non fosse la merenda, bensì tutta la sua cena.

Scoperto il gioco, se si può dir così, si dedicò alla propria disciplina fisica con lunghi esercizi a terra, dopodiché non ritenne di dover attendere qualcuno per andare nel bagno e lavarsi. Al ritorno riposò per un po' e infine mangiò quel simulacro di panino lasciandone, nonostante la fame, un terzo. Poi si rimise a studiare, riscrivendo dapprima la lezione di francese del pomeriggio e poi ritornando agli appunti sul percorso dell’auto, che studiò sino ad impadronirsene del tutto, come una poesia che non si dimentica.

Poco prima di coricarsi notò che l’insolita collocazione dello specchio ad uso comune copriva ogni angolo della stanza e non era appeso, facendo corpo unico con la parete. Spenta la luce sorrise… chi lo stava osservando poteva anche chiuder bottega, l’avessero tenuto lì quanto volevano non avrebbe ceduto di un millimetro.

La mattina seguente, condotto in refettorio, pur potendo scegliere cosa mangiare non cercò di recuperare la mancanza di cibo, servendosi una quantità “normale” e aumentando solo il caffelatte, zuccherato abbondantemente.

Dopo aver preso posto in un tavolo libero, altre due persone si accomodarono a loro volta. Una, di mezz’età, gli gettò di tanto in tanto qualche rapido sguardo, apparentemente più interessata al vassoio ben fornito, mentre l’altra, sui trent’anni, ad un punto gli rivolse la parola.

“Devi essere arrivato da poco, è la prima volta che ti vedo…  mi chiamo Hans, da dove vieni?”

Se era un’altra prova avveniva su un altro fronte e ignorare del tutto l’approccio avrebbe dato segno d’insicurezza, così rispose ironicamente e vagamente.

“Dalla stanza per gli ospiti, suppongo… sono Gerald e sì, è la mia prima colazione.”

L’interlocutore, capendo che non ne avrebbe ricavato alcuna informazione a parte il nome, cercò di portare il colloquio sulle sensazioni.

“Qui si sta bene, nonostante le apparenze… si lavora sodo ma la soddisfazione di servire la Patria compensa il nostro impegno.” 

Gerald preparò in un istante la frase per chiudere l’inutile dialogo.

“Lavorare non mi pesa e se posso esser utile non mi tiro indietro, il resto non mi riguarda. Buona colazione.”

Hans accennò un “altrettanto” ma non riuscì a dissimulare l’occhiata al terzo commensale, che rimase impassibile, mentre Gerald che se ne accorse lo trafisse dandoglielo a vedere, muovendo un po’ la testa verso di lui e ritornando prontamente alla sua bevanda.

Ritornò in camera e non avendo avuto alcuna indicazione stava per riprendere lo studio quando bussarono alla porta. Quasi senza attendere risposta entrò l’uomo che venne a prenderlo al collegio, questa volta facendo sentire la sua voce.

“Gerald, adesso andremo a fare un altro viaggio… so che non hai mangiato a sufficienza, qualcuno ha voluto saggiare il tuo carattere, come ti sei certamente accorto, vero?”

“Sono l’ultimo arrivato e vorrei rimanere… non mi spaventano le difficoltà.”

“Bravo, vedrai che un posto lo troveremo… conosciamo il tuo talento per le lingue e la cura per mantenerti in forma. Dobbiamo sfruttare al meglio le capacità di ognuno per il bene della nazione, ogni nostra debolezza può scatenare la guerra. Il mio nome è Rutger.”

Uscirono e nel parcheggio si accomodarono negli stessi posti dell’auto del giorno prima. Il solito autista si diresse alla periferia della città, nella strada da cui iniziò quello strano percorso e, raggiuntala, si fermò.

“Ieri partendo da qui per due volte abbiamo seguito lo stesso itinerario; oggi lo rifaremo seguendo le tue indicazioni e verificheremo se, come hanno scritto i tuoi insegnanti, possiedi davvero una memoria straordinaria. Sei pronto?” – disse Rutger.

A Gerard brillarono gli occhi, aveva l’occasione di dimostrare le sue capacità e nella sua mente la mappa che aveva elaborato si sovrappose perfettamente a quella reale.

“Sì… avanti sino alla terza strada a destra, rallentare, svoltare, accelerare fino all’insegna del fornaio sulla sinistra …

L’autista trattenne a stento la sorpresa per le indicazioni così chiare. Man mano il percorso si snodò senza alcun errore né esitazione sin l’ultima posta. Al termine anche Rutger si accorse di quella strana luce negli occhi di Gerald; pur avendo selezionato centinaia di persone nessuna lo impressionò come quel ragazzo… forse aveva trovato la persona che cercavano.  


Commenti

  1. Sempre più intrigante e misterioso!
    Credo che aspetterò con ansia il 5 capitolo...

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